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PER NON DIMENTICARE

E il carabiniere Pistolero vi augura “buon sabato fascista”

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E’ uno dei carabinieri imputati per l’omicidio di Riccardo Magherini. Su facebook foto e citazioni del duce. Dopo Ilaria Cucchi e Lucia Uva, la denuncia di Andrea Magherini

Ercole Olmi - tratto da http://popoffquotidiano.it

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“Caro Generale Del Sette
Questo carabiniere viene processato per la morte di mio fratello Riccardo. 
Si fa chiamare “Pistolero”. 
Ma io le chiedo: queste foto da lui pubblicate esprimono un'ideologia che è compatibile con il vostro giuramento di fedeltà alla Costituzione? 
Con rispetto Andrea Magherini“. 

Anche nel delitto Magherini, dunque, almeno uno dei tre carabinieri coinvolti ostenta citazioni mussoliniane nella dimensione pubblica del suo profilo facebook e uno spregio per i valori costituzionali che, nonostante sia una costante della proiezione pubblica di moltissimi tutori dell’ordine, continua a fare impressione. Perché la visione del mondo di soldati, poliziotti e carabinieri, di moltissimi di loro, sembra intrisa di valori che la nostra costituzione bandisce?

Sul numero di Left in edicola oggi, un articolo di Checchino Antonini, si legge che uno degli imputati per il violentissimo pestaggio di Stefano Cucchi – e per i depistaggi che fecero seguito – «sembra convinto di servire con onore uno stato, troppo permissivo, che non difende adeguatamente i propri servitori. Per esempio il post del 20 settembre 2014: “Le forze dell’ordine arrestano……e i giudici liberano…..!!!! È sempre stato così in Italia e sempre così sarà”» E anche sul suo profilo spuntano i soliti messaggi xenofobi, basati su notizie infondate e luoghi comuni. Ecco due chicche che esemplificano il ragionamento.

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dal profilo fb di uno dei carabinieri imputati nel processo Cucchi

I racconti dei torturati di Bolzaneto sulle suonerie dei telefonini dei torturatori, i dati elettorali dei seggi all’estero dove votano i “nostri” ragazzi impegnati nelle missioni di pace, la solidarietà acritica verso i due marò o gli assassini di Federico Aldrovandi , la solerzia con cui i reduci di guerra inseriti nei reparti mobili o nella celere massacrano studenti, padri di famiglia che manifestano o sfrattano con la forza chi non riesce a pagare un affitto, lo sdegno per i pavidi tentativi della politica di istituire una legge contro la tortura o il numero sulle giubbe di chi opera travisato, sono tutti fatti che raccontano sempre la stessa storia di forze dell’ordine molto pericolose quando sono “vicine alla gente”. Una mole di abusi che mortifica il lavoro quotidiano di quanti, e ce ne sono, sono in prima linea contro la criminalità organizzata e i reati contro la povera gente. L’emergenza sicurezza è ribaltata: siamo più o meno sicuri con persone del genere che si aggirano armati, spesso travisati, nei quartieri delle nostre città?

Un libro di imminente pubblicazione, “Per uno stato che non tortura” (Mimesis edizioni, 2016), contiene, tra le altre una riflessione su come la tortura sia in qualche modo “costituente” della weltanschauung, la visione del mondo, di chi viene formato per ottenere una personalità autoritaria e fascistoide. Ed è quello che accade, secondo alcuni studiosi (uno tra tutti Charlie Barnao, sociolog0), nell’addestramento dei corpi speciali.

E’ evidente che abbiamo un problema con questo tipo di tutori dell’ordine, sia per l’abnorme numero di casi di abusi in divisa, sia per la cultura che traspare dalle loro prese di posizione e dalla solidarietà che riscuotono nel ventre molle dei rispettivi corpi, da alcune sigle sindacali e da certi personaggi politici.

Per questo dal comandante generale dell’Arma, o dal capo in testa della polizia, ci si aspetterebbe qualcosa di diverso dalle banalità consolatorie e autoassolutorie come la teoria delle mele marce. Per questo speriamo che la domanda di Andrea Magherini, di Ilaria, Lucia, Lino, Patrizia, Claudia Budroni ecc… trovi finalmente una risposta decente, non solo nelle aule di un tribunale.

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7 gennaio 2015

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Ultimo aggiornamento Sabato 09 Gennaio 2016 16:33

Kiev-Ankara: eroi comuni in camicia bruna

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erdogan hitlerDa contropiano.org

C'è un comune denominatore ideologico che si eleva sulla base di interessi convergenti e che, soprattutto negli ultimissimi tempi, è venuto ad avvicinare i golpisti al governo a Kiev, agli uomini forti di Ankara. Le mire sono quelle degli interessi di potenza (ma, ovviamente, non solo della “propria potenza nazionale”, bensì al servizio di disegni strategici più vasti) nell'area del mar Nero e, più in generale, dell'Europa sudorientale, da cui Mosca deve essere tenuta il più lontano possibile e, perciò stesso, accerchiata e minacciata con basi e dislocamenti d'arma sempre più prossimi ai suoi confini. La comune dottrina è quella delle croci uncinate sempre più spavaldamente sventolate, nell'indifferenza più assoluta delle “democrazie” occidentali. I mezzi, di cui con sempre maggiore frequenza si dà notizia, sono i gruppi di terroristi e di sabotatori che ricevono o forniscono aiuto reciproco ora in territorio ucraino, ora in quello turco.

Dunque, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è tornato ancora una volta sul tema a lui caro della forma di governo della Germania hitleriana, come quella secondo lui più confacente alla Turchia attuale. Come se già ora la Turchia, a parere di molti osservatori, non somigliasse a una dittatura nazista, ecco che, secondo Erdogan, occorrerebbe l'attribuzione di pieni poteri esecutivi al capo dello stato e la trasformazione del paese in una repubblica presidenziale. Per far questo, per prendere cioè a esempio di efficiente sistema presidenziale quello della Germania degli anni '30, il primo passo è, secondo Erdogan, por mano a una modifica della Costituzione. Al Ministero degli esteri russo, nel commentare le dichiarazioni di Erdogan, si sono limitati a dichiarare che esse rendono più chiari molti aspetti della politica attuale di Ankara.

A pochissima distanza di tempo, ieri sera a Kiev qualche migliaio di attivisti dei battaglioni neonazisti ucraini inscenavano una fiaccolata, per celebrare la data di nascita, il 1 gennaio 1909, dell'ideologo dei filonazisti ucraini, Stepan Bandera, capo di quell'UPA-OUN che collaborò con le SS tedesche nel perpetrare le stragi di soldati sovietici, civili ucraini, polacchi, ebrei e rom durante l'occupazione nazista delle regioni occidentali dell'Urss. Nel 2010 l'ex presidente ucraino Viktor Juščenko averva attribuito a Bandera il titolo – poi abolito da Viktor Janukovič – di eroe dell'Ucraina. Lo scorso anno, il presidente Petro Porošenko dichiarò il 1 gennaio festa nazionale, in onore della nascita di Bandera e sembra che ora le autorità di Kiev intendano ridenominare con il nome di Bandera la famosa fabbrica di aerei “Antonov”.

Così, mentre vengono alla luce gli “scambi di favore” tra terroristi Isis, loro protettori turchi e autorità ucraine; mentre si utilizza il territorio ucraino quale retrovia per i terroristi islamici; mentre i neonazisti ucraini non fanno mistero dei loro legami con le bande terroristiche caucasiche, attive fonti di reclutamento per le formazioni islamiche mediorientali; mentre il mejlis dei tatari di Crimea fedeli a Kiev parla apertamente del sostegno turco (evidentemente a livello di forze armate regolari) per la formazione di battaglioni destinati alla “riconquista della Crimea”, ecco che il comando delle milizie della DNR denuncia il concentramento nell'area di Mariupol di sabotatori di lingua araba e turca.

Ma tutto questo non scuote minimamente la fede euroatlantica nella missione “democratica” dei moderni presidenti in camicia bruna, chiamati a svolgere ben altri compiti nell'arena internazionale. Comune la loro ideologia di riferimento, comune la missione affidata loro dalla Nato a est e sud dei confini russi, comuni i mezzi di terrorismo di stato contro la propria popolazione all'interno e contro la sicurezza esterna degli altri popoli. Il resto sembra non contare, anche se, per dirla col Mefistofele goethiano, “si finisce sempre col dipendere dalle creature fatte da noi”.

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28 dicembre 1895: nasce il cinema

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120 anni cinema28 dicembre 1895. Il cinema si mostra per la prima volta. La storia, infatti, ci insegna che fu proprio in questa data che a Parigi, presso il Salone Indiano del Gran Café, al n. 14 del Boulevard des Capucines, i fratelli Lumière organizzarono la prima proiezione pubblica di un film. Sono passati 120 anni e di strada il cinema ne ha fatta molta, mutando pelle, stile, strumenti e approcci. Quella sera per la precisione gli spettatori erano 35, il biglietto costava poco più di un franco e la proiezione riguardava due cortometraggi di pochi minuti: "L’uscita degli operai dalla Fabbrica Lumière a Lione" e “Il Giardiniere”. Diversamente da quanto si pensa, infatti, l’ormai storico “Arrivo del treno alla stazione de la Ciotat” fu proiettato solo l’anno successivo. L’invenzione dei fratelli Lumiére riuscì a sintetizzare e a brevettare prima di altri gli esperimenti che da circa vent’anni animavano il mondo dell’immagine sempre alla costante ricerca della riproduzione del movimento (dalla tecnica cronofotografica di Muybridge e dal fucile fotografico di Marey, fino al cinetoscopio di Edison e Dickinson). Un fenomeno complesso che da quel giorno avrà un duplice sviluppo: da una parte la storia e la tecnica cinematografica e il passaggio da una dimensione puramente mostrativa e di attrazione (la documentazione della realtà vs la riproduzione artificiosa di effetti speciali) a una struttura narrativa più stabile (il cinema che racconta storie con personaggi) e dall’altra l’evoluzione dello spazio dedicato all’esperienza cinematografica e il cambiamento del modo di intendere lo spettatore. Questi ultimi due aspetti, in particolare, a distanza di 120 anni, si sono modificati radicalmente in una sorta di processo regressivo in cui la visione cessa di essere esclusivamente pubblica e collettiva, prerogativa essenziale della nascita del cinema, in favore di visioni individuali e circoscritte all’ambito privato. Della sala cinematografica si è parlato spesso come di un luogo catartico, capace di favorire nello spettatore la sospensione temporanea dell’incredulità (elemento essenziale che ci fa credere che in quel momento quello a cui stiamo assistendo sia in qualche modo vero pur essendo consapevoli che non lo è). La sala è stata spesso presa come modello di speculazioni filosofiche e psicologiche: il parallelismo con il mito della caverna di Platone (gli schiavi-spettatori che assistono alla proiezione di ombre-immagini in movimento) o come sostiene Baudry con la fase lacaniana “dello specchio” (il cinema come forma di riconoscimento dell’io). Il momento dello spettacolo, inoltre, è da tempo associato a quello del sogno, come se il buio della sala in qualche modo riproducesse l’attività onirica. Marco Ferreri a riguardo aveva le idee abbastanza chiare: Tutti dicono: si va al cinema per sognare. È la più grande stronzata che esista. Nelle cinture urbane si andava al cinema per andare al cinema. Qualunque sia il punto di vista resta un dato di fatto; l’esperienza cinematografica nel corso del tempo è mutata radicalmente e con lei il ruolo stesso dello spettatore. La diffusione dell’home video ad esempio, dagli anni 80 in poi, se da un lato ha permesso di democratizzare il medium cinema mettendo a disposizione delle masse i propri testi filmici, attraverso l’evoluzione Super8-Vhs-Dvd-Download-Streaming, dall’altro ha riportato il cinema in una dimensione fortemente privata separando nettamente il film, quello che guardo, dallo spazio-cinema di fruizione che inevitabilmente, perdendo la sua esclusività, sta tentando di rinnovarsi con gli strumenti tecnici esperienzali (3D, proiezioni a 180 gradi, moltiplicazione degli schermi). Il cinema, quindi, abbandonata quella specificità collettiva che ne aveva contraddistinto la nascita, sembra chiudersi in se stesso, in una costante autoreferenzialità che finisce nella maggior parte dei casi per influenzare lo stesso spettatore, soprattutto il più giovane, che diventa strumento di puro consumo, capace di fagocitare due o tre film ogni giorno, a prescindere da gusti o sensibilità. Dopo 120 anni, quindi, è difficile dire a che punto sia il cinema. Gli stessi inventori ritenevano a quei tempi che la loro creatura non avrebbe avuto futuro, eppure siamo ancora qua a parlarne. Resta la certezza che il cinema, se ben utilizzato, in associazione a un’alfabetizzazione del linguaggio audiovisivo, possa continuare ad essere uno strumento di forte impatto politico e sociale in grado di raccontare ciò che ci sta intorno con immediatezza e profondità. Il cinema in fondo, come scrisse Cortazar, è la terra di nessuno e di tutti dove tutti sono nessuno.

Jacques Bonhomme

Pubblicato sul numero 110 (dicembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Dicembre 2015 11:06

Francia. Arrestato un neofascista: “ha venduto armi agli attentatori islamisti”

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Francia. Arrestato un neofascista: “ha venduto armi agli attentatori islamisti”

Luca Fiore - tratto da http://www.contropiano.org

Era già accaduto in Spagna, ed ora il legame tra estrema destra neofascista ed attentatori jihadisti sembra essere confermato anche in Francia anche se per ora la vicenda potrebbe essere un episodio isolato. Ieri le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che un ex mercenario di estrema destra, ed ex membro del Front National, è stato arrestato insieme alla sua compagna con l’accusa di aver venduto alcune armi ad Amedy Coulibaly, il giovane responsabile dell’assalto al supermercato kosher di Parigi il 9 gennaio scorso. 

Nella fattispecie il personaggio raggiunto da un provvedimento della magistratura francese, Claude Hermant, avrebbe passato a Coulibaly un kalashnikov e quattro pistole Tokarev usate per far strage nella capitale francese. Le armi in questione, utilizzate per uccidere una poliziotta a Montrouge e poi quattro ostaggi catturati all’interno del negozio di Porte de Vincennes preso d’assalto poco dopo la mattanza nella sede di Charlie Hebdo, sarebbero ‘transitate’ tramite la società intestata alla compagna di Hermant per poi essere vendute a Coulibaly nella città belga di Liegi, a poche decine di chilometri dalla frontiera francese. 
Claude Hermant e la sua compagna erano già finiti in cella lo scorso 23 gennaio con l’accusa di traffico d’armi internazionale, a neanche due settimane dal primo sanguinoso assalto jihadista condotto contro Parigi, anche se l’inchiesta che ne aveva portato all’arresto in realtà era partita nella primavera del 2014, e quindi prima e indipendentemente dagli attentati di gennaio. I due sono stati infatti all’epoca accusati di aver modificato alcuni mitra e delle pistole destinate al mercato dei collezionisti rendendole delle armi in piena regola. Ma il 52enne Hermant fu subito rilasciato dopo che lui affermò di essere un informatore della polizia belga e francese e di aver contribuito, infiltrandosi nel mercato delle armi di contrabbando, a far incastrare alcuni trafficanti. Nel gennaio scorso gli inquirenti si videro apporre, sul coinvolgimento del noto estremista di destra in vicende tutt’altro che chiare, addirittura il segreto di stato.
Ma la procura di Lille ha continuato ad indagare ed ha cercato e trovato nuovi elementi di colpevolezza che hanno portato di nuovo all’arresto dell’oscuro personaggio.
Claude Hermant, figura storica dell'ultradestra – anche se ama definirsi ‘anarchico di destra’ (!) - ha un passato burrascoso alla spalle, che i media d’oltralpe hanno tentato di ricostruire dopo il suo secondo arresto.

È stato paracadutista all’interno dell’esercito francese fino al 1982, quando si congedò con il grado di sergente, e si vocifera di una sua collaborazione con i servizi segreti di Parigi. Poi è segnalato come mercenario di gruppi legati al Sudafrica in Angola, per ricomparire più tardi in Croazia arruolato in una legione di estrema destra formata da volontari fascisti provenienti da tutta Europa e accomunato per l’odio nei confronti della Jugoslavia e della Serbia. Nel 1999 ricompare in Congo, dove finisce in manette perché sospettato di avere partecipato ad un complotto contro il locale governo. Grazie all’intervento delle autorità francesi viene però prontamente rilasciato. Tornato in patria, tra il 1994 e il 1999 ‘lavora’ nel servizio d’ordine del Front National, periodo al termine del quale racconta di aver fatto parte di una cellula clandestina creata dal partito neofascista nel 1997 per alimentare la rivolta nelle banlieues, infiltrandosi nelle periferie e tentando di orientare e condizionare le bande criminali e giovanili spingendole verso la rivolta. Una strategia, affermò, volta a legittimare i messaggi autoritari e xenofobi di un Front National che a quel punto avrebbe potuto presentarsi come unica diga al disordine sociale. Le gravissime accuse naturalmente vennero rigettate dai vertici della formazione di estrema destra, e non se ne seppe più nulla.

Dopo qualche anno di pausa, nel 2008 assieme ad un altro ex membro del Front National crea a Lille, nel nord della Francia, l'associazione di estrema destra “La maison du peuple flamand”, che orienta la propria propaganda contro la comunità islamica ed ospita una nutrita pattuglia di naziskin provenienti anche dall’altra parte della frontiera. Nel frattempo diventa animatore dei cosiddetti “Campi di Ares”, nei quali si addestrano alla guerra alcuni gruppi di giovani neofascisti. Nell'ottobre 2011 organizza una manifestazione a Lille con Serge Ayoub, il leader della Terza posizione francese, organizzazione disciolta dopo l'omicidio del giovane antifascista Clement Meric da parte di un gruppo di estremisti di destra appartenenti ad una sigla poco nota – la Gioventù Nazionalista Rivoluzionaria – in realtà contigua ad un Front National che nel frattempo ha iniziato il processo di modernizzazione e di ripulitura sotto la guida di Marine Le Pen. Dopo la chiusura anche della sua associazione, “La Maison”, apparentemente Hermant “appende il cappello al chiodo”, e si dedica con la moglie alla gestione di un chiosco di patatine fritte a Lille, arrotondando con lavoretti di vigilanza e con l'organizzazione di sessioni di guerra simulata. Attività, a detta della magistratura, di copertura che nasconderebbero il suo vero lavoro: comperare armi modificate a scopo collezionistico, trasformarle in armi a tutti gli effetti e venderle al mercato nero. Alcune di queste sarebbero finite nelle mani di alcuni rapinatori; altre, accusano gli inquirenti, in quelle dell’attentatore islamista Amedy Coulibaly.

Certamente, il ruolo di Hermant e della sua compagna come fornitori di armi per il commando – o il lupo solitario – che sparse sangue e terrore a Parigi nel gennaio scorso in nome dell’islam combattente potrebbe allo stato essere considerato un fatto isolato, attribuibile alle attività criminali del personaggio. Che però vanta un legame abbastanza evidente sia con la galassia neofascista franco-belga, sia con i servizi e gli apparati di sicurezza di Parigi. Hermant conosceva l’affiliazione e le intenzioni di Coulibaly prima di vendergli le sue armi? L’attentatore si sarebbe rivolto casualmente a lui oppure ci sarebbe arrivato all’interno di una relazione solida tra gruppi di estrema destra e organizzazioni fondamentaliste islamiche? Chi può dirlo… Comunque, senza bisogno di scomodare tesi complottiste che al momento non sono corroborate da fatti inoppugnabili, non si può non notare che negli ultimi anni sia l’estremismo religioso islamico sia l’estremismo di destra, seppur dissimulato dall’attenta copertura assicurata dal Front National guidato da Marine Le Pen e non più dal padre, sono cresciuti di pari passo nelle periferie delle grandi metropoli francesi. Il sospetto che estremismo islamico e neofascismo si utilizzino l’un l’altro per auto legittimarsi e radicarsi non è da questo punto di vista affatto peregrino. Ma un conto è il piano politico ideologico – la guerra di civiltà combattuta da entrambi i lati – un conto è quello criminale-militare. 

Attendendo che l’inchiesta della magistratura di Lille – se andrà avanti – chiarisca alcuni elementi, non si può non notare che legami abbastanza stretti tra gruppi di estrema destra e gruppi jihadisti, alcuni dei quali responsabili anche di crimini efferati, sono stati documentati in Spagna in diverse occasioni, nell’indifferenza completa della stampa continentale.

Ad esempio ad aprile di quest’anno, i Mossos d’Esquadra arrestarono tra Barcellona e Tarragona undici persone, tra marocchini e spagnoli. Uno di questi era un noto membro dell’estrema destra (nella fattispecie il Movimento Sociale Repubblicano) trovato in possesso di una bomba a mano e di alcune munizioni e che è stato ritenuto il tramite tra la cellula jihadista smantellata e alcuni ambienti neofascisti che stavano organizzando degli attentati congiunti contro la comunità ebraica locale.

16 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Dicembre 2015 18:15

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seso 10 anni colorePochi giorni fa Senza Soste ha compiuto 10 anni di vita. Era infatti il 25 novembre 2005 quando usciva il primo Senza Soste, il numero 0 (rimandiamo ad articolo in fondo). Un traguardo, questo dei nostri 10 anni, per niente scontato, che siamo riusciti a raggiungere grazie anche al fondamentale sostegno economico dei nostri lettori e all’autofinanziamento che pratichiamo durante l’anno. Per proseguire nella nostra attività di informazione indipendente abbiamo bisogno che il sostegno di chi ci legge continui a non mancare, ecco quindi le indicazioni per aiutare Senza Soste anche nel 2016, anno durante il quale festeggeremo il nostro decennale.

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Nell’articolo che segue vi regaliamo la rassegna di come Senza Soste ha visto l’anno 2015 tramite il giornale cartaceo e il sito. Buona lettura e continuate a seguirci anche sui social network Facebook e Twitter.

Il 2015 di Senza Soste

Un viaggio in quello che è stato il 2015 di Senza Soste. Un resoconto di come abbiamo seguito mese per mese le vicende locali, nazionali e internazionali nel corso dell’anno che si sta per concludere.

Gennaio
Il 2015 di Senza Soste si apre con l’articolo “autocelebrativo” sul traguardo raggiunto dei 100 numeri del nostro giornale cartaceo. Nell’articolo ripercorriamo la nostra storia e descriviamo il modo con cui il progetto Senza Soste si è evoluto nel corso dei suoi 10 anni di vita. A livello nazionale e internazionale è il mese della strage terroristica di Parigi all’interno della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Noi scriviamo un editoriale dal titolo “Non siamo tutti Charlie Hebdo. Orrori ed errori dalla regione parigina”. A fine mese viene eletto Sergio Mattarella come Presidente della Repubblica, il nostro editoriale in merito porta il titolo “Sergio Mattarella e un paese che si spegne nel silenzio”.

Febbraio
Il numero 101 di Senza Soste vede, tra gli altri, tre articoli importanti. In apertura un pezzo sul “Codice Rossi” che porterà alla pessima riduzione del numero delle Asl toscane, un articolo sui due pesi e due misure della Procura livornese nelle sue inchieste e indagini soprattutto a danno dei movimenti e di chi lotta al fianco dei più deboli, e una intervista a Lenny Bottai che in occasione del centenario del Livorno Calcio fa rivivere la nostra storica pagina intitolata “Spalti Ribelli”. Sul piano nazionale impazzano le notizie sulla ripresa economica, che noi commentiamo con un nostro editoriale dal titolo “Le notizie sulla ripresa economica, caso di abuso di credulità popolare”.

Marzo
Il nostro giornale cartaceo di marzo si apre con un articolo sul porto di Livorno che invita a guardare oltre il dibattito tutto elettorale fatto prevalentemente di sogni e slogan sulla Darsena Europa, mentre nelle pagine interne affrontiamo il tema del cambiamento urbanistico della città, della privatizzazione della Porto 2000 e dell’amianto nelle tubature dell’acqua potabile. A livello nazionale ci occupiamo (tra le altre cose) dei rapporti Stato-Regioni e delle politiche del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi anche riguardo all’approvazione del piano portuale livornese, con un editoriale sul nostro sito intitolato “La riforma del titolo V della Costituzione e il bacio della morte del mago di Bientina”.

Aprile
L’articolo di apertura di Senza Soste del mese di aprile è dedicato al patrimonio immobiliare del Comune di Livorno e alla gestione pigra dell’interesse pubblico da parte delle varie Giunte (appunto “immobili”, come scriviamo nel titolo). All’interno del giornale numero 103 pubblichiamo anche una lunga intervista esclusiva al sindaco di Livorno Nogarin, che ci parla di tutti i nodi che sta affrontando la sua Giunta nei primi mesi dal suo insediamento. Sul piano nazionale è il mese del dibattito finale sulla legge elettorale che provoca forti malumori nel Pd e le dimissioni del capogruppo Speranza, tanto che noi scriviamo un articolo dal titolo “È un Pd senza Speranza”.

Maggio
Senza Soste del mese di maggio presenta in prima pagina una intervista sulla Darsena Europa a Nicoletta Batini, candidata dal Comune di Livorno alla presidenza dell’Autorità Portuale, mentre nelle pagine interne proponiamo un articolo sull’Accordo di Programma per Livorno firmato l’8 maggio, uno su Fortezze e Polo Culturale e un altro sugli effetti della privatizzazione del trasporto pubblico. A livello nazionale inizia l’Expo a Milano, noi scriviamo un editoriale dal titolo “Expo. Renzi si accorge che c’è vita oltre Twitter” e (sempre su Renzi) un articolo in cui parliamo degli annunci vuoti del premier: “Mao o Renzi? Inventarsi l’uscita dell’Italia dalla recessione è glorioso”.

Giugno
Il giornale di giugno lo apriamo con un articolo dal titolo “Livorno frana”, in cui mettiamo in evidenza attraverso i dati numerici dell’Irpet come la nostra città stia attraversando ancora una crisi profonda. All’interno proponiamo anche un articolo sulla battaglia delle lavoratrici del call center People Care di Guasticce, un articolo di urbanistica sul rapporto Porto-Città e uno sulla sanità. Sul piano nazionale, affrontiamo l’argomento della “discesa in campo” di Maurizio Landini con la sua Coalizione Sociale, mettendone in risalto lati positivi e negativi col nostro editoriale dal titolo “Il futuro anteriore di Maurizio Landini”.

Luglio
Il nostro giornale cartaceo di luglio si apre con un articolo su internet, i social network e le bufale che vi si trovano quotidianamente. All’interno pubblichiamo un’intervista ad Andrea Marzovilla, ex consulente Aamps (azienda igiene ambientale) che ci svela alcuni aspetti interessanti sulla situazione della partecipata livornese più in difficoltà. A livello nazionale siamo nel mese in cui imperversa il dibattito sullo storico referendum greco del 5 luglio e sugli eventi successivi che deludono le aspettative dei molti che avrebbero voluto una coraggiosa uscita dall’euro della Grecia. Noi scriviamo diversi editoriali tra cui uno dal titolo “Tsipras fa Caporetto per evitare l’8 settembre greco”.

Agosto
Dopo l’intervista sul cartaceo di luglio su Aamps, ad agosto scriviamo un editoriale intitolato “Aamps, una vicenda tragicomica tra piano industriale e scaricabarile”. È anche il mese in cui i lavoratori del call center ex People Care si ritrovano senza Tfr e senza Naspi, vicenda alla quale dedichiamo l’articolo “Senza Naspi e Tfr: continuano le prese in giro agli ex lavoratori People Care”. Sul piano nazionale e internazionale è il mese del “botto” cinese, che noi trattiamo con un editoriale intitolato “Botto Shangai: Renzi pensa al Senato mentre dalla Cina arriva la guerra finanziaria”.

Settembre
Il numero 107 di Senza Soste si apre con un articolo sulla riforma renziana della scuola e i suoi effetti su professori, studenti e su quello che era lo storico sistema paritario scolastico italiano. Nelle pagine interne affrontiamo ancora una volta il delicatissimo tema di Aamps con una doppia intervista al sindaco Nogarin e all’ex consigliere dell’Idv Romano, e parliamo anche del referendum sulla riforma sanitaria del governatore della Toscana Enrico Rossi. A livello nazionale ci occupiamo sul sito tra le altre cose dei decreti attuativi del Jobs Act che introducono i controlli a distanza per i lavoratori, con un editoriale dal titolo “Telecamere nei luoghi di lavoro: il tecnofascismo renziano in via di realizzazione”.

Ottobre
Il giornale di ottobre lo apriamo con un articolo dal titolo “Un mondo a parte”, con Livorno al centro di “una dimensione che alimenta progetti gonfiati, programmi improbabili, prospettive incredibili e dibattiti surreali, ma che viene puntualmente demolita quando il mondo esterno finisce per fare capolino”: Darsena Europa, Asa, Aamps e ospedale sono solo alcuni esempi. All’interno del giornale anche un articolo specifico su Asa e uno sulla storia dei cinema e teatri livornesi non più esistenti oggi. Sul piano nazionale invece imperversano le polemiche sulle dimissioni (prima date e poi ritirate) del sindaco di Roma Ignazio Marino, sulla vicenda noi scriviamo un editoriale dal titolo “Il marinismo”.

Novembre
Senza Soste cartaceo di novembre si apre con un articolo dal titolo “Bando… alle ciance”, nel quale analizziamo la situazione del bando per la privatizzazione della Porto 2000. Nelle pagine interne pubblichiamo poi un articolo su un’altra privatizzazione, quella del trasporto pubblico locale, con la vittoria dei francesi nella gara di assegnazione regionale, e una intervista ad Andrea Raspanti di Buongiorno Livorno sull’ingresso in RetiAmbiente Spa e sulla situazione di Aamps. A livello nazionale e internazionale è il mese delle stragi di Parigi, che noi commentiamo con un nostro editoriale dal titolo “La Francia si è importata la guerra in casa. Ora tocca all’Europa?”.

Dicembre
Nell’ultimo numero del 2015 dedichiamo l’apertura alla sanità e al continuo peggioramento del servizio pubblico anche nei confronti di categorie delicate come quella dei pazienti oncologici. Nelle pagine interne articoli sulla sentenza del “Processo Prefettura”, sulla Darsena Europa, sulla statua del Villano e sull’Urban Center del Cisternino di Città. Sul sito e su Facebook invece seguiamo da molto vicino la battaglia campale in Consiglio Comunale di Livorno sul destino di Aamps. Vicenda che abbiamo sempre analizzato e commentato e che continueremo ad osservare con attenzione.

Tutto questo (e anche molto altro) è stato il 2015 di Senza Soste, aspettiamo il vostro sostegno per garantire un 2016 sugli stessi livelli di informazione ed analisi. Senza Soste redazione

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"A casa nostra"

senzasoste numero 0Domenica 27 novembre 2005 allo Stadio Comunale Armando Picchi di Livorno, per la 13ª giornata di Serie A, si gioca Livorno-Chievo. La squadra amaranto, che ha festeggiato in febbraio i suoi novant'anni, gioca il suo secondo campionato consecutivo nella massima serie. Il livornese Carlo Azeglio Ciampi si appresta a vivere il suo ultimo semestre da Presidente della Repubblica. Un altro livornese, Alessandro Cosimi, è Sindaco della città, eletto nel giugno 2004 al primo turno con 54.972 voti (55,1%), sostenuto dalla colazione con a capo i Democratici di Sinistra, il primo ed indiscusso partito della città con il 38,47%. Il secondo partito della città (all'opposizione) è Rifondazione Comunista con l'11,37 % (10.547 voti).

Quel 27 novembre allo Stadio Comunale Armando Picchi sugli spalti della Curva Nord per la prima volta viene distribuito da alcuni tifosi e militanti un nuovo giornale. Quattro pagine in formato chiuso A3 che parlano di città, di politica nazionale, internazionale e di calcio. Il titolo della prima pagina è “Un nuovo corso”, e la foto subito sotto ritrae gli ex capi partigiani livornesi nel “tondino” dello stadio in procinto di parlare al pubblico. Quel 27 novembre all'Armando Picchi sugli spalti della Curva Nord viene distribuito il n° 0 del periodico livornese di (contro)informazione Senza Soste.

Come già ricordato sul n° 100 (uscito il 16 gennaio di quest'anno) il progetto «nacque alla fine dell’estate del 2005, quando un gruppo di compagni legati a varie situazioni di movimento all’interno della città si ritrovarono nella palazzina di via dei Mulini 29 che ospitava il Csa Godzilla e il Cp 1921» convinti della necessità di creare innanzitutto un nuovo strumento di comunicazione dal basso. Da lì la nascita di una redazione variegata (proveniente dall’esperienza di Indymedia alla Curva Nord, dal movimento antagonista al sindacalismo di base fino all’associazionismo culturale) che elaborò il nome e la testata di questo giornale che da dieci anni combatte e resiste contro le macerie sociali, culturali ed economiche della città. Dieci anni di quotidiano e costante lavoro volontario che ogni volta ha saputo superare le difficoltà materiali del momento, nella consapevolezza della sostanziale condizione di precarietà che ci contraddistingue come generazione. Quel numero 0 ad esempio doveva uscire la settimana precedente per Livorno-Empoli, nell'intenzione di ricordare la scomparsa di Emiliano Del Rosso capo storico dei Desperados Empoli, ma classici problemi di stampa fecero slittare l'esordio. Uscirà dalla tipografia il 25 novembre.

La prima pagina del numero 0 (qui riprodotta) era naturalmente dedicata a spiegare lo scopo di questo periodico, «quello di far sentire a casa propria tutti quelli che vivono senza soste in questo territorio», come si legge nell'allora primo editoriale. Un giornale che si propone «di parlare in tutti gli spazi dove è possibile una discussione pubblica aperta, dopo le terribili trasformazioni che Livorno ha subito nell'ultimo quindicennio con la scomparsa delle grandi fabbriche, lo svuotamento del centro storico, la riduzione del governo del territorio ad amministrazione della rendita immobiliare e delle occasioni di investimento rapace e occasionale che generano lavoro precario, stressante e malpagato». La seconda pagina si apriva con un articolo sulla rivolta di Parigi scoppiata in seguito alla morte, il 27 ottobre a Clichy-sous-Bois di due adolescenti, Zyed Benna e Bouna Traoré, fulminati da un trasformatore all'interno di una cabina elettrica dove si erano nascosti per fuggire dalla polizia. Dalla periferia di Parigi si passava poi al racconto della decadenza del centro di Livorno con la testimonianza del Movimento Spazi Sociali sull’occupazione dell'ex cinema Odeon. Tutta la terza pagina era invece dedicata al tema della precarietà del lavoro con intervento del Collettivo Precari Autorganizzati sull'apertura del nuovo call-center (Telegate) di Guasticce che criticava i toni trionfalistici di istituzioni e sindacati. La quarta ed ultima pagina era poi dedicata alla rubrica Spalti Ribelli, una vera e propria doppia testata nata per dare voce alla Curva Nord, una delle più colpite dagli allora sperimentali strumenti di repressione e controllo che riducevano di fatto i diritti personali in optional. «Diffondere e sostenere questo giornale - dicevano in fondo al loro primo editoriale - è per noi importante perché significa cambiare definitivamente gli equilibri ai quali, da ultras e compagni, siamo stati forzatamente sottoposti».

Pubblicato sul numero 110 (dicembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Sabato 12 Dicembre 2015 12:40

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