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7 ottobre, studenti in piazza. Contro la “buona scuola” e per il No al referendum

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In molti si erano chiesti se anche il mondo degli studenti era pronto per la battaglia d'autunno (#ottobrerosso2016 e #norenziday, in cima ai nostri pensieri) contro il governo. Sia per quanto riguarda le questioni specifiche (gli effetti della "buona scuola", l'azzeramento delle prospettive occupazionali una volta finiti gli studi, fino alle scuole che crollano, ecc), sia per quanto riguarda la battaglia politica fondamentale che si giocherà da qui al 4 dicembre.

Ora abbiamo la risposta. Domani in tutta Italia scenderanno in piazza gli studenti medi, quei giovanissimi che i media vorrebbe autocentrati e senza pensieri, occupati solo a chattare e a odiare "i vecchi". Tra le sigle che organizzano la giornata, l'Unione degli Studenti, il Link Coordinamento Universitario, molte organizzazioni giovanili di partiti e movimenti della sinistra radicale, collettivi, ecc.

Senza pretese di completezza, ci sembra giusto segnalare qui una serie di testi che fanno da sfondo alla mobilitazione, con un'ovvia differenza di impostazioni che solo il tempo e il vonflitto concreto provvederano a diradare. Segnalateci se volete altri comunicati. Nei limiti del nostro giornale, provvederemo a pubblicarli.

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Verso il 4 dicembre, portiamo per le strade il nostro NO costituente

QUALE EUROPA?

“Prima gli svizzeri” ha deciso la Svizzera con il proprio referendum con esiti contrari ai pendolari italiani. E’ lo slogan parafrasato del Brexit inglese “Britain first”. Uno slogan simile ha caratterizzato la campagna elettorale per il referendum ungherese sui migranti del 2 ottobre. Intanto il 4 dicembre, nella stessa data del referendum costituzionale italiano, si gioca il ballottaggio austriaco in cui il nazista Hofer rischia di vincere.

L’Europa è in crisi. Non basterà la rievocazione di Ventotene a rinsaldare lo spirito europeo. Lo stato dell’Unione, checchè ne dica Junker, non è mai stato così in bilico. Non è solo una questione economica, ma viene messo in discussione l’intero impianto ideologico europeo.

Esiste un futuro per l’Europa? Non bisogna aver paura di rispondere negativamente a questa domanda. L’Europa è una costruzione umana, e come tutte le cose umane soccombe alla storia. Sicuramente non c’è futuro per l’Europa dell’austerità, per la Troika e la crisi della Governance. Non c’è futuro per l’autoriforma europea dei governi che hanno promosso un “zonage” di Europe a diverse velocità, amplificando le disuguaglianze e la guerra tra poveri. Non c’è futuro per l’Europa della crescita per esportazioni alla tedesca, che impoverisce il resto del continente, non c’è futuro per l’Europa che crede ancora di poter ambire alla leadership economica mondiale senza alcun tipo di coesione interna, non c’è futuro per la fortezza europa di Frontex Plus e dei confini chiusi alle stesse vittime di quel terrorismo che oggi giustifica la retorica della sicurezza e della militarizzazione.

Non c’è spazio per questa Europa, ma per noi c’è ancora spazio per una diversa idea di Europa. L’Europa come spazio transnazionale in espansione per la lotta contro le ingiustizie, l’Europa della società della conoscenza fuori dalle logiche mercatiste dell’economia della conoscenza, l’Europa della libera circolazione delle persone contro quella del neoliberismo.

Gli esiti dei referendum e delle elezioni che attraverseranno l’Europa questo autunno non saranno neutri. Abbiamo due scelte: possiamo lasciare a Hollande, Merkel e Renzi la responsabilità di difendere un’idea di Europa legata a queste elite europee lasciando lo spazio dell’alternativa alla xenofobia ed ai neofascimi o possiamo accettare la sfida e riscrivere confini e principi dell’identità europea a partire dalla costruzione di una dimensione sociale e popolare europea oggi assente.

Nei vertici di questi giorni i temi più importanti per il futuro dell’Unione sembrano essere i migranti, le questioni economiche e la difesa. La crisi europea questa estate ha mostrato il suo volto proprio nell’incapacità di gestire le politiche migratorie, l’uscita dalla crisi, le relazioni ambigue con Erdogan, le conseguenze del post-Brexit. Ebbene non può essere Renzi a giocarsi la leadership europea costruendo una strumentale opposizione politica sul tema dell’austerità, ma devono essere le organizzazioni ed i movimenti a pretendere dal basso lo sforamento dei patti di stabilità; non può essere Renzi a proporre soluzioni aberranti alla crisi migratoria, ma la risposta solidale di chi non crede alla retorica della crisi; non può essere “questa Europa” a restaurarsi con la retorica della stabilità per paura dell’avanzata della destra estrema, ma occorre assumere le cause dei bisogni sociali e restituire un’altra possibilità credibile tra l’IN dei poteri forti e l’OUT della guerra tra poveri. Alla moltiplicazione di “Prima i nostri” noi rispondiamo ampliando la coperta – che in realtà non è corta, ma solo mal distribuita-: “Prima il popolo, dopo chi si è arricchito sulle nostre vite”.

L’ITALIA, IL 4 DICEMBRE E LA GENERAZIONE SENZA NULLA DA CONSERVARE

E’ in questo contesto incerto che il CDM ha finalmente reso nota la data del referendum Costituzionale dopo tante attese: il 4 dicembre. Sarà un ponte lungo dell’immacolata in cui rifiutare interamente tanto il merito del DDL Boschi-Verdini, tanto le politiche del Governo, tanto le politiche di austerità.

Noi che non abbiamo nulla da conservare, intendiamo promuovere il nostro NO. Un NO di giovani, studenti, precari, il No di chi ha subito decretazioni d’urgenza, voti di fiducia e deleghe in bianco su Buona Scuola, JobsAct e Sblocca Italia.

Lo diciamo chiaramente: per noi questo referendum non è un “Brexit all’italiana”, ma al contrario un OXI greco. Dal voto delle amministrative di maggio ad oggi si apre la fase in cui è possibile reagire ai razzismi, alla xenofobia e alla guerra tra poveri rifiutando di incolpare il più debole, ma puntando il dito dritto contro il nemico: questo sistema economico ingiusto. Non possiamo lasciare spazio ad ambiguità, perchè il nostro NO è diverso da quello delle destre e di Salvini, è un NO costituente che descrive una precisa visione di Paese. Il NO di chi non difende nulla, ma ha tutto da conquistare. Il NO di chi non intende lasciare ai potenti lo spazio per decidere più velocemente sulle proprie vite, sui propri territori, sul proprio futuro.

Sono i giovani a sfiduciare il Governo dei giovani, perchè non in nostro nome sono stati approvati gli ultimi provvedimenti, ma sempre in nome di quegli stessi soggetti che si sono esposti per il referendum: JP Morgan, Confindustria e Marchionne.

La data del referendum, infatti, non è stata scelta a caso. Apre nel dibattito pubblico le contrattazioni sulla Legge di Stabilità e la folkloristica ripresa della proposta del ponte sullo Stretto di Messina ne è esempio lampante. Le fumose promesse elettorali ed i soliti artificiosi contentini non cambiano però la sostanza. A nulla serviranno i tentativi di Renzi di farsi percepire come vittima delle chiusure europee, perchè la sua austerità espansiva ci ha stancato. A nessuno bastano più le sue promesse di riduzione delle tasse, dopo l’ennesimo trimestre chiuso a crescita zero del PIL. A nessuno interessa più la retorica dell’innovazione senza spazio ad una riflessione sullo sviluppo del Paese e del Mezzogiorno. Il combinato disposto Riforma Costituzionale ed Italicum renderà il Parlamento ostaggio del partito di maggioranza, consentendo con poco sforzo ad esempio la proclamazione dello stato di guerra.

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Non possiamo che rifiutare la riforma della classe politica che trasforma in strategia la tendenza all’antipolitica, ma intendiamo anzi far levare dalla generazione che non ha mai visto applicati i diritti costituzionalmente garantiti le basi del proprio NO.

Per noi infatti con questo voto è sempre più palese che non esiste uno scontro tra chi conserva e chi innova, ma uno scontro tra chi ha di più ed ha sempre deciso contro chi ha di meno e non è mai contato nulla. E’ arrivato il momento di ribaltare la forbice delle disuguaglianze e pretendere un mondo più giusto. Ciò è possibile costruendo una sfiducia sociale che non lasci ai giochi di palazzo l’esito plebiscitario del referendum, ma costruisca un processo popolare utile prima di tutto alla fase successiva.

  • Il NO DI UNA GENERAZIONE/ PER LA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO

Il nostro è il NO delle generazioni dagli anni ‘80 in poi, che non sanno neppure cosa sia un lavoro vero, figuriamoci una pensione. Ci hanno bombardato con l’idea della flexicurity, ma ci hanno solo reso più flessibili e ricattabili. L’ultima proposta di riforma sulle pensioni che prevede un prestito bancario per anticipare il pensionamento è un esempio lampante di quanto questo governo non rappresenti i nostri interessi.

Il tasso di disoccupazione giovanile è al 39.2%, secondo il rapporto McKinsey la quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori delle generazioni precedenti. Insomma, il 97% delle famiglie ha redditi inferiori a quelli di 10 anni fa. Diciamo NO alla riforma costituzionale perchè non succedeva una cosa del genere dal dopoguerra, pertanto rifiutiamo le vostre politiche dell’emergenza e pretendiamo l’istituzione di una misura strutturale di reddito di base che garantisca l’autodeterminazione di tutte e tutti. Non è solo una questione generazionale, ma secondo l’ISTAT la povertà è un dato oramai diventato la norma. Sono infatti aumentate del 140% le persone con gravi difficoltà economiche secondo l’ISTAT. Votiamo NO contro il disinteresse dei Governi, che favoriscono la ricchezza dei pochi a scapito dei molti, aumentando la povertà e di conseguenza costruendo terreno fertile per mafie e microcriminalità.

  • Il NO DELL’OPERAIO CHE VUOLE IL FIGLIO DOTTORE / PER UN DIVERSO MODELLO DI SVILUPPO

Secondo l’OCSE l’Italia è il penultimo Paese prima dell’Ungheria per investimenti in istruzione. La povertà e le disuguaglianze sono un dato che si trasmette in famiglia. Non esiste nel nostro Paese una forma strutturale di sostegno agli studi, ed in particolare al sud solo il 10% della popolazione studentesca è interessata dai sussidi, che sono realmente erogati solo a 1 studente su 4 aventi diritto. Il nostro NO alla riforma costituzionale è la richiesta di una legge nazionale sul diritto allo studio delle studentesse e degli studenti scritta da chi vive la scuola e non delegata in bianco al Governo come votato con la Buona Scuola, è la richiesta di approvazione di una legge quadro nazionale sul diritto allo studio universitario, è la necessità di un investimento strutturale sul Sud del Paese. Non possiamo accettare una società che ci spinge ad essere sempre più ignoranti e con poche qualifiche per tappare i buchi del mercato del lavoro o peggio che ci costringe ad emigrare perchè troppo qualificati. Pretendiamo un sistema di investimenti strutturali su istruzione, ricerca e sviluppo che promuovano l’accessibilità dei percorsi formativi per tutte e tutti.

  • IL NO ALLO SFRUTTAMENTO / PER UNA NUOVA IDEA DI LAVORO

Confindustria si è esposta per il SI perchè il Governo Renzi continua a promuovere gli interessi padronali di sfruttamento. I numeri parlano chiaro, il JobsAct è una truffa: abbiamo infatti il – 33,7% di contratti a tempo indeterminato ed il 36% in più dei voucher. Loro ci vogliono più precari e ricattabili, noi costruiamo un NO al referendum costituzionale, primo passo verso la battaglia per l’abrogazione di parti del JobsAct che invaderà il Paese la prossima primavera con i referendum della CGIL, schieratasi per il NO a seguito dell’ultima assemblea nazionale.

Contro la proposta renziana di maggiore sfruttamento e salari inferiori, sosteniamo la necessità di politiche industriali e sociali che facciano sparire la piaga della disoccupazione. Vogliamo che il lavoro non sia più sfruttamento a favore del padrone, ma una attività per soddisfare i bisogni della società e per migliorare la vita delle persone. Non vogliamo vivere per lavorare, vogliamo avere il tempo di dedicarci alla nostra formazione e alla nostra crescita al di fuori della produzione di profitto per pochi. Rifiutiamo la precarietà, il nostro NO rivendica tutele e reddito per lavoratori autonomi e dipendenti.

  • IL NO DAI NOSTRI TERRITORI / PER UNA NUOVA IDEA DI DEMOCRAZIA

Votiamo NO per tutte le lotte territoriali che hanno invaso il Paese, dai NO TRIV, ai NO MUOS, ai NO TAV, ai NO TAP, allo STOP BIOCIDIO, alla lotta contro l’occupazione militare della Sardegna, contro l’accentramento del potere contenuto nella “clausola di supremazia” contenuta nella nuova proposta di Titolo V.

Sui nostri territori decidiamo NOI. Questo referendum sarà un’occasione per costruire connessione tra le lotte sparse per il Paese e costruire strumenti di pratica reale e non solo evocazione democratica all’interno dei nostri territori, contro devastazioni ambientali e messa in discussione della nostra salute.

  • IL NO ALLA FINANZA / PER RESTITUIRE SPAZIO ALLE PRIORITA’ POPOLARI

Votiamo NO contro l’ennesima truffa dei Governi che ci costringono a scegliere tra salvataggio delle banche con i soldi pubblici e impoverimenti dei pensionati piccoli risparmiatori. Votiamo NO contro chi diceva all’inizio della crisi di non preoccuparsi perchè il nostro sistema finanziario è solido. Votiamo NO contro le connivenze che hanno portato a tale portata il caso di Monte dei Paschi di Siena, contro JP Morgan che ritiene la nostra Costituzione troppo democratica e che prevede che non si andrà a votare prima del 2018. Votiamo NO perchè nessuno ha scelto questo Governo eppure ha deciso di modificare un terzo della carta costituzionale senza alcuna legittimazione popolare. Votiamo NO perchè non è questa riforma la priorità, ma bisogna rispondere ai bisogni popolari prima che ai documenti dei colossi finanziari.

DENTRO ED OLTRE L’INTERREGNO

La precarietà è oggi spazio in espansione che assorbe tutti gli spazi della vita e della società, dalle conseguenze emotive sugli stili di vita causate dagli attacchi terroristici alla moltiplicazione della militarizzazione delle strade, dalla flessibilità lavorativa alla proposta di salario adeguato ai risultati d’impresa, dall’assenza di credito bancario all’impossibilità di scelta sui propri corpi e sulle proprie famiglie, dal burkini ai meccanismi valutativi nei luoghi della formazione.

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Qualche anno fa scendevamo in piazza denunciando che alla nostra precarietà esistenziale e lavorativa corrispondesse una stabile governance dei poteri forti, finanziari e non votati. Oggi all’incertezza delle nostre vite ed alla precarizzazione totale della società non corrisponde più la certezza dei Governi. Dal piano europeo a quello italiano, è in crisi la storica articolazione del potere: quello delle larghe intese e della socialdemocrazia, quello dell’Europa della Merkel e di Junker, quello degli amici della Monte dei Paschi di Siena. Esiste una dicotomia per loro, tra democrazia e governabilità. Ci vogliono far credere che sia importante salvaguardare la “governabilità” perchè così le scelte sono più rapide. La verità è che si procede all’’istituzionalizzazione dei leaderismi, del “Partito della Nazione”, dei personaggi da sfornare per vincere i ballottaggi dell’Italicum. Dalle pagine dell’Unità si intravede la filigrana del ragionamento: la mediazione dei grandi partiti e delle grandi organizzazioni di massa non esiste più, quindi servono regole più certe per il funzionamento dello Stato. La deliberazione diviene meccanismo amministrativo e nulla più, la politica è consenso e non strumento collettivo di risposta ai bisogni, la distanza tra rappresentanti e rappresentati è colmata con la moltiplicazione dei like piuttosto che ribaltando la piramide e dando spazio a nuove forma di decisione diretta e popolare. L’impianto ideologico quindi è chiaro: prima gli individui. Non potendo che accettare la crisi delle forme organizzate classiche, senza alcuna velleità di difendere il novecento, siamo convinti però che la risposta sia ancora una volta collettiva. Esistono due soluzioni quindi: accettare che la governance neoliberista dall’alto si autoriformi, cambiando bacino di riferimento, costruendo un ordine di potere che manda al macero la vecchia borghesia industriale e si ricostituisce in una nuova classe di industriali 4.0 oppure dirci ingovernabili da questi sistemi di potere, non avere paura della fase che si apre ed accettare la sfida della costruzione di un processo che nell’atomizzazione progressiva sia in grado di porsi l’ambizione di ricostruire popolo.

I sistemi politici democratici si costituiscono mediante esclusioni che tornano ad ossessionare i sistemi fondati sulla loro assenza. Tale ossessione diventa politicamente efficace se il ritorno degli esclusi costruisce spinta sociale che costringe ad una espansione e ad una riarticolazione delle premesse di base della stessa democrazia. La sfida è costruire un modo nuovo di aprire spazi e riempirli con la vitalità sociale che dal basso si muove nel Paese. La necessità è immaginarci un modo diverso di riuscirci che sappia dare ricadute allo sdegno sui social, sappia muoversi porta a porta, sappia andare oltre la retorica del “cittadino”, ambisca alla costruzione di presa di parola collettiva, coscientizzazione, percezione dell’inganno della guerra tra poveri e voglia di riscatto.

Siamo dentro l’interregno. I vecchi poteri si stanno sgretolando, il nuovo ordine non esiste ancora. Mentre l’irrazionale della decadenza si esprime, esiste ancora uno spazio tutto da costruire. Noi siamo convinti che tra le patologie sociali e politiche del nostro presente ci sia ancora spazio per scrivere la storia e che ad aprire a pieno le contraddizioni tra il “non più” ed il “non ancora” non può che essere la nostra generazione.

Il 4 Dicembre è per noi una data simbolo di questa sfida. La vittoria del NO sarà fondamentale per comprendere verso quale direzione ci stiamo muovendo: se quella della restaurazione dei poteri, quella dei populismi senza popolo o l’embrionale costruzione di un controllo sociale che sia argine e forza in grado di risemantizzare la democrazia come pratica prima che come evocazione. Ciò che conta quindi, non è nè la data estemporanea, nè il suo risultato tout court, quanto il processo che stiamo mettendo in campo per ridare voce alle vittime della crisi degli ultimi anni e costruire processi di riconoscimento collettivo. Questo referendum, voluto dall’alto, personalizzato dai partiti, è una occasione senza dubbio perchè pone un aut aut anche ad ognuno di noi, alle organizzazioni sociali ed ai movimenti esistenti nel Paese: essere anche noi parte del vecchio che muore continuando ad autonarrarci o assumere la nostra non autosufficienza e governare le macerie. Senza alcuna ansia di accelerazione dei processi, noi vogliamo quindi cogliere l’opportunità della fase referendaria per scegliere di destituire il vecchio e costruire le basi per un nuovo processo di lungo periodo, che attraversa l’incertezza senza paura e costruisce dal basso e fuori dai riflettori una infrastruttura sociale che sappia rispondere alle nuove sfide ed ai bisogni di tutte e tutti con nuove pratiche di lotta e di mutualismo.

Non può essere questa la fase in cui fare il tifo dagli spalti. Nè però siamo disposti a costruire il solito autunno resistenziale allo scopo di timbrare il cartellino in processi che parlano solo a noi stessi.

Riteniamo quindi che nella fase attuale costruire recinti in nome della difesa del purismo del proprio pedigree a sinistra sia il più grande regalo che si può fare al Governo, così come mettere in campo percorsi chiusi ed autoreferenziali che rischiano di essere controproducenti nella mediatizzazione attuale del dibattito pubblico. Bisogna attraversare il basso e farlo in modo aggregante e popolare, contro una offensiva del Governo sempre più potente, senza dare per scontato la vittoria del NO, ma impegnandoci per portare con creatività il nostro NO costituente nei luoghi dove i messaggi di pancia ed antipolitici del SI renziano o del NO salviniamo oggi possono attecchire.

E’ con questo spirito che ci avviciniamo all’autunno, a partire dal 7 ottobre, passando per il 29 ottobre e per il 27 novembre, verso e oltre il 4 dicembre, convinti che le liturgie e le divisioni ammuffite tra realtà organizzate e realtà di movimento abbiano vita breve e che oggi stia in capo ai territori, alle lotte reali, alle dissidenze inespresse, agli spontaneismi individuali, alle geometrie variabili territoriali la responsabilità di cancellare le autorappresentazioni stantìe per praticare l’alternativa a partire dei bisogni reali sintetizzabili nell’istanza democratica.

Rete della conoscenza

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"Ricominciano le scuole e gli studenti non si fermano: il percorso verso il 7 ottobre parte dal primo giorno di scuola". Lo afferma in una nota la Rete Studenti Medi che si e' gia' mobilitata in vista della manifestazione nazionale del 7 ottobre "contro la condizione di incertezza di di precarieta' che vivono gli studenti e tanti giovani". Ieri sera la Rete ha fatto un blitz al Ministero dell'Istruzione e da domani sara' davanti le scuole "per iniziare da subito insieme agli studenti a tentare di immaginare un futuro migliore". "Nel nostro Paese, nelle nostre citta', le diseguaglianze sociali aumentano e le risposte dalla politica, al contrario, stentano ad arrivare, favorendo, invece, l'affermarsi di un pensiero che vede nell'esclusione dei piu' deboli la soluzione. I giovani sono tra le categorie che piu' subiscono questa situazione" dichiara Giammarco Manfreda coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi. "Non possiamo continuare a vivere nell'incertezza – prosegue Manfreda – vogliamo trovare riscontro ai dubbi delle tante studentesse e dei tanti studenti che da questa settimana ritorneranno tra i banchi di scuola, ma che hanno perso da tempo la capacita' di credere che proprio da li' si inizia a costruire il proprio futuro. Dobbiamo quantomeno provare ad invertire l'attuale tendenza, riportando al centro del dibattito pubblico del paese cio' che veramente puo' ridarci fiducia". " Da domani saremo davanti le scuole per iniziare da subito insieme agli studenti a tentare di immaginare un futuro migliore. Vogliamo parlare di lavoro, di inclusione e integrazione, di welfare, del persistente divario tra il Nord e il Sud del Paese, ma sopratutto vogliamo parlarne in quanto cittadini europei, ripensando un'Europa che rimetta al centro le persone ed i loro bisogni. Crediamo che la risposta alle diseguaglianze possa essere soltanto l'affermazione di diritti, e lo rivendicheremo con forza il 7 ottobre in tutte le citta' italiane".

Rete degli studenti medi

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