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Renzi e l’economia politica del disastro

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Il terremoto come "opportunità per il paese". Tra Shock Economy e cattura della partecipazione sociale, così il governo cerca di recuperare il consenso perduto

Biagio Quattrocchi - tratto da http://www.dinamopress.it

A poche ore dal disastroso terremoto del 24 agosto che ha colpito Amatrice, Accumuli, Arquata del Tronto e altri borghi del rietino, la risposta solidaristica non si è fatta attendere. Sono davvero tante le iniziative di sostegno dal basso che si sono mosse in questi giorni complicati, che forse è persino difficile contarle. Solo per fare un esempio, dalla vicina città di Roma, diversi centri sociali insieme alle Brigate di Solidarietà Attiva oltre ad organizzare la raccolta di beni primari, stanno avviando la costruzione di due strutture fisse che ospiteranno una mensa popolare ed un magazzino di stoccaggio e distribuzione dei beni raccolti, entrambi autogestiti insieme agli abitanti delle zone coinvolte. In queste fitte trame di solidarietà, qui nella provincia di Rieti, così come era già accaduto all’indomani del terremoto dell’Aquila, si può vedere all’opera un agire sociale che travalica il desiderio di portare conforto fattivo a chi sta vivendo un momento di profonda difficoltà. C’è una domanda di partecipazione, e ancora di più, la volontà di affermare un potere decisionale sulle proprie vite, che si manifesta anche attraverso la risposta spontanea dei canali di mutuo-aiuto indipendenti, che si sottraggono alla disciplina imposta dalla fase emergenziale. C’è poi da aggiungere, che i ricordi della gestione autoritaria dei soccorsi, a tratti militare, della Protezione Civile di Bertolaso, non sono lontani. E questo, forse, spinge ancor di più la ricerca di soluzioni caratterizzate da maggiore indipendenza.

Ma quello su cui mi vorrei concentrare riguarda il fatto che la rottura con il governo Bertolaso della Protezione Civile non sembra solo preoccupare chi abita nel basso della società. Non c’è nulla da sottovalutare su come Renzi, con forte agire propagandistico, prova a muovere le prime mosse post-terremoto. A pochi giorni dal sisma, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, con la presenza dei ministri Del Rio e Madia, Renzi presenta il suo piano di governo. “Casa Italia”. A cui bisognerà nei prossimi mesi prestare notevole attenzione. Un programma in cinque mosse: 1) prevenzione sismica ed idrogeologica; 2) riqualificazione energetica; 3) recupero delle periferie; 4) politiche abitative; 5) fisco e semplificazioni. Questi sono solo i titoli dei capitoli su cui intende muoversi. Per adesso i contenuti non sono certo ancora chiari e neppure è chiara l’allocazione di risorse che il governo intende muovere. Che esista una “economia politica dei disastri” è un fatto noto. La capacità, cioè, dei governi di fare leva sullo scoraggiamento, sulle ansie diffuse, sulle paure vissute dopo un trauma come quello del rietino, per imporre cambiamenti istituzionali più o meno profondi, per stabilire nuovi dispositivi di politica economica e nel contempo, per correggere il clima di fiducia intorno alla propria azione pubblica. In un oramai noto libro di Naomi Klain, questo agire opportunistico e violento dei governi, viene tradotto con l’espressione di “Shock economy”. In poche parole: capovolgere il segno negativo di un disastro, nell’opportunità economica e politica di far riprendere il gioco dell’accumulazione; un’esigenza evidentemente ancor più viva in una fase storica come la nostra, così profondamente segnata dalla stagnazione.

Le cose che colpiscono tra queste prime mosse del governo intorno all’affaire “ricostruzione” e che ci autorizzano a parlare di “economia politica dei disastri” sono almeno due. La prima riguarda la ripetizione dell’uso retorico di concetti quali “partecipazione” “coinvolgimento sociale”, nel presentare il progetto pluriennale “Casa Italia”. «Un progetto che coinvolga concretamente, non a chiacchiere, tutti i cittadini interessati a dare una mano alla comunità del nostro Paese. Abbiamo decine di argomenti su cui possiamo dividerci e litigare, su questo lavoriamo insieme». In questi termini si è espresso il principino di Rignano. Fa specie persino, che dopo aver dichiarato la fine della stagione della “concertazione” coi sindacati confederali, il primo ministro si mette a riusare questo termine da ancien regime proprio per invocare la partecipazione degli stessi sindacati, ma questa volta non sulla gestione del mercato del lavoro, bensì su quella del territorio. Viene da chiedersi se questo uso così insistente della retorica della “partecipazione” non voglia costituire un dispositivo politico di “cattura” di quel fare mutualistico a cui ci siamo richiamati proprio in apertura. Dunque, il tentativo di trarre forza dallo spontaneismo solidale, ma per addomesticarlo nel guscio invisibile di una sorta di “Big Society della catastrofe”, in cui proprio la mobilitazione molecolare, spinta sotto il peso del panico e dell’euforia, si trova ad essere unita sotto il comando del governo centrale. Oppure, per esigenze ancor più meschine, legate solo alla congiuntura politica, il richiamo alla partecipazione è anche un modo per togliere terreno all’avversario del M5s.

C’è una seconda questione, dicevamo. Che il terremoto e persino le sue vittime, vogliano essere cinicamente trasformate “in una opportunità per il Paese”, lo si legge senza nessuna minima pudicizia sulle principali testate, lo si ascolta in televisione. Uno dei concetti più associati alla parola terremoto è quello di “forzare le regole di flessibilità” previste dai trattati, per aumentare (di molto poco aggiungeremmo noi) la spesa pubblica, necessaria per gli interventi di ricostruzione e per la messa in sicurezza del territorio, così come propagandata da “Casa Italia”. La “Shock economy” questa volta è giocata ad un doppio livello. Sul piano esterno, per contrattare più flessibilità con la Merkel, facendo in modo che sia attenuata leggermente la disciplina di bilancio. Su quello interno, per ricostruire consenso politico, agendo su misure – che al meno sul piano comunicativo – presentano un minimo sapore anti-ciclico. Che poi le misure di “Casa Italia” siano davvero in grado di generare dei moltiplicatori di spesa in grado di riattivare l’occupazione è decisamente dubbio, vista la grandezza delle risorse di cui si va discutendo. Ma non va certamente sottovalutato come questa volta, dopo la mossa del bonus fiscale degli 80 euro, l'"austerità espansiva" (come la chiamano loro) e possibili effetti redistributivi, forse passeranno per le città e per i territori, anziché attraverso il sistema del welfare.

Per il momento il progetto “Casa Italia” e più in generale il terremoto hanno eclissato nel dibattito pubblico la discussione sulla riforma costituzionale. Non dovrà stupirci se, superata questa prima fase, Renzi tenterà la mossa del cavallo, legando la sua azione di governo su questo progetto con la campagna referendaria. A quel punto la “Shock economy” avrà prodotto i suoi massimi frutti.

Tra qualche giorno – il 3 e 4 settembre – le realtà sociali saranno a Napoli per discutere sulla costruzione politica dell’autunno, partendo dalle ricche esperienze neo-municipali che si stanno sperimentando, dalle lotte sul terreno del lavoro, da quelle territoriali, per stabilire la nostra agenda e l’attraversamento della campagna referendaria per un “No costituente”. Sarà, dunque, forse l’occasione anche per tornare a discutere di questi argomenti.

1 settembre 2016

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