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Bergamini: cronaca di un finto suicidio

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Donato “Denis” Bergamini, astro nascente del Cosenza, muore nel 1989 in circostanze misteriose. Omertà, false testimonianze e depistaggi segnano da subito le indagini: è suicidio. Ma è una tesi del tutto inverosimile.

bergamini muralesCosì come la legalità spesso non è sinonimo di giustizia, la giustizia dei tribunali spesso non è sinonimo di verità. Soprattutto in Italia. Ne è un esempio la tragica vicenda di Donato “Denis” Bergamini, talentuoso centrocampista del Cosenza, ucciso il 18 novembre 1989 ma finora considerata dalle procure come suicidio (la notizia dell’ultima archiviazione è uscita proprio pochi giorni fa, il 1 dicembre scorso).

Un calciatore in piena ascesa

Donato Bergamini è un giocatore che già allora veniva definito “moderno”, un centrocampista eclettico dai piedi buoni ma anche dedito al sacrificio, dotato di visione di gioco e disciplinato tatticamente. Arriva al Cosenza nel 1985, a 23 anni, in C1. Un doppio salto non solo perché arriva dall’Interregionale ma perché per un ferrarese di Argenta come lui giocare nel Russi significa giocare a meno di mezz’ora da casa, mentre andare a Cosenza vuol dire cambiare drasticamente vita. Bergamini, però, si integra bene nella nuova realtà e diventa ben presto un pilastro della squadra. Nel 1988 ottiene la promozione in B (che a Cosenza manca da 25 anni) e diventa un idolo degli ultrà rossoblù al pari di Michele Padovano, il bomber della squadra, colui al quale Denis si legherà più di ogni altro compagno. La stagione 1988/89, tuttora la più importante della storia del Cosenza Calcio, è anche quella della sua definitiva consacrazione. La sua completezza come calciatore viene notata anche da squadre ben più blasonate quali il Parma e la Fiorentina. La stagione dei Lupi rossoblù è eccezionale ma beffarda: il Cosenza è la squadra che vince più partite, ma chiude solo al 4º posto ex aequo con Reggina e Cremonese e ad un solo un punto dall’Udinese terza in classifica. A causa della classifica avulsa e del regolamento dell’epoca, quella collocazione significherà solo sesta piazza e conseguente esclusione dagli spareggi e col più atroce dei rimpianti: coi 3 punti a vittoria (all’epoca erano ancora 2) quella squadra sarebbe stata promossa in quanto solitaria terza in graduatoria.

Cosenza e il Cosenza

La Cosenza degli anni ‘80 è una città dalle due facce: più arretrata di quella attuale, ma anche più allegra. Ha un commercio fiorente, politici che contano, una tifoseria ultrà originale e colorata marcatamente di sinistra e una squadra di calcio che comincia ad affacciarsi ad alti livelli. Le nuove risorse finanziarie procurate dai presidenti Carratelli (prima) e Serra (poi) permettono al Cosenza allenatori di grido quali Gianni Di Marzio e Bruno Giorgi e calciatori del calibro di Urban e Padovano. Sulla brillante ascesa della squadra (in serie B) aleggia però l’ombra del Totonero e della droga. Essere calciatore, già all’epoca, significa frequentare gli ambienti più “in” della città in cui non manca la cocaina e il sesso: quello con le minorenni e quello con le donne più in vista. Il dorato mondo del calcio, quello della politica e del malaffare si intrecciano. Su questo sfondo, il 18 novembre 1989 mentre è in ritiro con la squadra e mentre si trova con gli altri giocatori rossoblù al cinema Garden di Rende in vista della partita contro il Messina, Bergamini abbandona la squadra.

bergamini camionLa morte

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, il cadavere di Bergamini giace sulla strada statale 106 Jonica, nei pressi del piccolo comune di Roseto Capo Spulico, ad alcune decine di chilometri dal centro città. Suicidio, si dirà da subito. Denis, stando a quanto la giustizia ripete ormai da decenni, sarebbe morto perché gettatosi sotto un autotreno guidato da tale Raffaele Pisano. L’allora cinquantunenne autista viene prima imputato di omicidio colposo, poi assolto sia dal pretore di Trebisacce “per non avere commesso il fatto”, che dalla Corte d’appello di Catanzaro. Infine dimenticato dalla Procura di Castrovillari perché ritenuto morto quando invece percepisce una regolare pensione Inps dal 2000. Quel pomeriggio Bergamini abbandona improvvisamente e inspiegabilmente la sala del cinema. Secondo alcuni sarebbe stato prelevato da due uomini che l’oscurità della sala non avrebbe reso distinguibili. Un mistero che fa il paio con alcune telefonate ricevute e fatte da Bergamini nei giorni precedenti che lo rendono visibilmente impaurito e nervoso. Padovano racconta che Denis riceve una telefonata verso le 15.30 “che lo turba moltissimo”. Il centrocampista Galeazzi conferma di averlo visto uscire dalla sala prima che il film iniziasse, dunque verso le 16. La morte sarebbe avvenuta sotto gli occhi della sua ex fidanzata Isabella Internò, con lui a bordo di una Maserati di lusso munita di radiotelefono cedutagli da un noto pregiudicato cosentino dell’epoca. La versione della Internò, che combacia con quella di Pisano e viene presa per buona dai giudici, riferisce di un Bergamini che scattando dalla piazzola di sosta si butta “come se fosse un tuffo” sotto un camion dopo averle gridato “Ti lascio il mio cuore”. Secondo la fantasiosa ricostruzione della Internò, Bergamini le avrebbe chiesto di accompagnarlo a Taranto (da dove peraltro i civili non possono salire a bordo di nessuna nave) per imbarcarsi con lui per le Hawaii o le Azzorre. Il famoso traghetto Taranto-Honolulu, insomma. Una ricostruzione inverosimile non solo perché Bergamini ha pochi soldi con sé, non ha valigie, passaporto né carta di identità, ma anche perché sta vivendo il periodo migliore della sua vita sia sotto il profilo professionale che personale. Sportivamente ha le porte spalancate in serie A e proprio per questo motivo la società rossoblù l’ha vincolato a sé con un contratto importante ed oneroso per quei tempi: 200 milioni di lire annui. Sentimentalmente ha invece intrapreso da poco un bel rapporto con una ragazza del nord che lo rende felice e con la quale ha confidato ai parenti più stretti di volersi costruire una famiglia.

I depistaggi

In questa triste storia, chi sa sembra voler depistare o quanto meno mettere una cappa di silenzio sulla vicenda. Non solo l’ex fidanzata e l'autotrasportatore. Il presidente del Cosenza Calcio, ad esempio, preme sul padre perché non richieda l’autopsia (e lui accetta pur di portare il corpo di suo figlio a casa il prima possibile). Quando però telefona all’obitorio per richiedere i vestiti di Denis, prima gli viene risposto che sarebbero stati bruciati all’inceneritore e quando subito dopo li prega di non farlo e di conservarli dicendo che sarebbe partito subito per recuperarli, gli viene risposto dal responsabile dell’obitorio “no, mi sono sbagliato, può risparmiarsi il viaggio, tanto li abbiamo già bruciati”. L’orologio (che il padre porta ancora al polso, perfettamente funzionante) e le scarpe che Denis indossava il giorno della morte vengono rinvenuti intatti a dispetto dei presunti 60 metri di trascinamento sotto il camion. Anche le condizioni del cadavere, che presenta solo delle grosse ferite all’altezza del bacino, appaiono incompatibili con le dinamiche dell’incidente. Un corpo stritolato per metri tra l’asfalto e la mole di un mezzo così pesante dovrebbe essere maciullato, con i vestiti quantomeno stracciati in qualche punto. Invece quelle mani “protese in avanti” non hanno neppure un graffio. Così come i piedi, le gambe, le spalle, il volto di Denis (su cui c’era solo una piccola abrasione sulla fronte, vicino all’attaccatura dei capelli sul lato sinistro). I suoi vestiti sono intatti: il gilet di raso, la camicia, i pantaloni, le scarpe di pelle, i calzini a losanghe sono ancora perfettamente tirati su sul polpaccio. Il rapporto del comandante della stazione dei Carabinieri di Roseto Capo Spulico, Francesco Barbuscio, arrivato sul luogo dell’“incidente” alle 19,30, fa acqua da tutte le parti. Il Carabiniere sostiene che “sul luogo del sinistro […] l’autocarro era preceduto dall’auto”. Un’auto, puntualizza Barbuscio, con a bordo un ragazzo e una ragazza che lui stesso aveva fermato a un posto di blocco due ore prima. Non vedendo la giovane, il brigadiere chiede al camionista dove sia finita e gli viene detto che “con un automobilista di passaggio si è recata a Roseto forse per avvertire i congiunti”. Barbuscio scrive poi di essere andato in paese e di aver trovato fuori da un bar “la ragazza che prendeva posto sulla Maserati”. Il proprietario del bar, Mario Infantino, dichiara invece che la ragazza arriva nel suo locale insieme a un signore e che, mentre lei parla al telefono, questa persona gli dice di aver lasciato la sua auto sul luogo dell’incidente con dentro la moglie incinta.

Per accompagnare l’ex fidanzata di Bergamini il signore ha usato la Maserati di Denis e poi sempre con quella, dichiara il barista, è tornato dalla moglie lasciando la ragazza nel bar. Ma allora, com’è arrivata davvero Internò al bar? E perché l’accompagnatore (e l’ipotetica moglie incinta) non si è mai fatto avanti allora e in tutti questi anni? Fatto sta che la macchina della vittima cambia di posto e si trova contemporaneamente in due luoghi diversi. E come per magia, dal registro in cui i Carabinieri annotano tutte le loro attività, sparisce proprio l’allegato B con l’elenco delle auto fermate al posto di blocco dalle 17 in poi di quel pomeriggio. Non solo: il brigadiere Barbuscio sostiene di essere stato avvisato per telefono che “c’era un morto in mezzo alla strada” dai Carabinieri di Rocca Imperiale, un paese vicino. E chi avrebbe avvisato i militari? Non si sa. Fa specie poi che dopo la morte di Denis, Internò abbia telefonato più volte alla famiglia Bergamini chiedendo che le fosse data la Maserati perché promessale da Denis in eredità.

L’auto, della quale si parlerà a lungo come causa dell'omicidio, non verrà mai sequestrata e sarà riconsegnata alla famiglia pulita come uscita di concessionaria. La task force dei Carabinieri che stava indagando con profitto sull’omicidio di Donato viene smantellata dopo aver denunciato che alcuni colleghi collusi con la ‘Ndrangheta stavano depistando le indagini sin dal primo giorno. Il cronotachigrafo del camion, una sorta di scatola nera, mostra che la distanza percorsa da Pisano sarebbe incompatibile con quella dichiarata all’epoca dei fatti. Spariscono anche i tabulati dei telefoni di Bergamini. L’autopsia del cadavere viene svolta ben 50 giorni dopo l’accaduto e solo a seguito della riesumazione, dalla quale si evincerebbe che la morte è avvenuta per arresto cardiaco, dissanguamento e schiacciamento del torace, senza segni di trascinamento, né altre ferite. Viene taciuto poi un particolare macabro di fondamentale importanza, regolarmente periziato dal medico legale che eseguì l'autopsia: il calciatore del Cosenza sarebbe stato evirato e il suo pube fracassato con violenza feroce. Precisamente si parla di “eviscerazione e disabitazione di tutti gli organi situati nel piccolo bacino” e del “rinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto”. Eppure tutto ciò è stato accuratamente nascosto fino all'aprile 2012.

Le ipotesi, i possibili moventi

I Ris di Messina confermano invece che il calciatore è già morto quando viene travolto dal camion. È la stessa conclusione a cui arriva la perizia del direttore di Medicina legale dell'Asl di Torino che molto diplomaticamente sostiene che nessuno ha mai letto bene la prima perizia medico-legale. Ma perché avrebbero dovuto uccidere Bergamini? E chi ne aveva motivo? Se in barba alle verità processuali oggi possiamo dire con certezza che Bergamini è stato ucciso lo dobbiamo a Carlo Petrini, controverso calciatore, poi scrittore d’inchiesta, autore del libro “Il calciatore suicidato” (Kaos Edizioni, 2001). Petrini ha indicato la strada, scoperto e denunciato verità scomode. Allo stesso Petrini arrivano dopo la pubblicazione alcune lettere anonime che innestano nella vicenda anche il coinvolgimento della ‘Ndrangheta locale e che lo portano a sostenere una tesi che per molti anni è sembrata la più accreditata: quella del traffico di stupefacenti. Secondo alcuni la Maserati di Bergamini avrebbe avuto il doppio fondo. E sempre secondo alcuni era utilizzata per il trasporto di droga a insaputa di Bergamini o con la costrizione dello stesso. Un’auto che Denis neanche voleva acquistare. Quella Maserati seguiva sempre il Cosenza in trasferta. Chi avrebbe mai cercato droga al seguito di una squadra in trasferta? Si diceva anche che la malavita usasse il pullman del Cosenza per portare le sostanze stupefacenti al Nord. Una misteriosa ragazza telefonò più volte a casa Bergamini sostenendo che invece la droga veniva nascosta in scatole di cioccolatini che Denis inconsapevolmente doveva recapitare durante le trasferte. Intanto i Ris di Messina hanno determinato che la Maserati non aveva alcun doppio fondo. No, la pista del traffico di stupefacenti, sebbene verosimile e possibile, non sembra entrarci con la morte del calciatore.

bergamini curvaLa chiave del giallo?

La pista da seguire è invece, con ogni probabilità, quella del delitto passionale. O meglio, del delitto d’onore. Un episodio forse determinante che potrebbe rappresentare il movente dell’omicidio ha luogo nel 1987, quando Internò affronta un’interruzione di gravidanza ormai al quinto mese. Bergamini è disposto a riconoscere il figlio ma non a sposare la ormai ex-fidanzata. Poiché ormai troppo avanti con la gestazione, Bergamini e Internò si rivolgono ad una struttura privata estera. E vanno a Londra con la scusa di una vacanza, lasciando all’oscuro l’intera famiglia di lei che non doveva sapere della gravidanza: sarebbe stato uno scandalo, un guaio, un disonore riparabile soltanto con quel matrimonio di cui Bergamini, però, proprio non voleva sapere.

Morti e feriti collaterali.

Il padre di Bergamini trova ben presto una breccia nel muro di gomma che si viene a creare intorno alla vicenda. Mimmolino Corrente, il factotum della compagine silana, riesce a consegnargli di nascosto attraverso l’allora direttore sportivo Roberto Ranzani le scarpe che Bergamini indossava al momento della morte. Ranzani si raccomanda al padre di Bergamini di non dire nulla. Corrente promette anche al padre di Bergamini di raccontargli qualcosa d’importante che potrebbe risultare determinante nella soluzione del giallo. Ma Corrente muore insieme ad un altro magazziniere del Cosenza, Alfredo Rende, a seguito di un incidente stradale avvenuto sempre sulla Ss 106 a pochi metri dal luogo dove viene messo in scena il presunto suicidio di Bergamini. Il figlio di Corrente, però, nega categoricamente: “Mio padre non c’entra niente con le scarpe di Bergamini”.

Una nuova riapertura del caso?

Se la morte di Bergamini non è caduta nell’oblio, è certamente merito della famiglia, che non si è mai arresa all’astrusa ipotesi suicidaria, ma anche di un manipolo di giornalisti, scrittori e tifosi che sono voluti andare in fondo alla vicenda. A cominciare da Carlo Petrini, che col suo libro ha fatto luce sulla storia, fino alla redazione della trasmissione tv Chi l’ha visto, passando dal noto giornalista Oliviero Beha e dalla Curva Sud del Cosenza Calcio che gli ultrà rossoblù hanno chiesto e ottenuto di intitolare proprio a Denis Bergamini e grazie ai quali dal 2009, ogni 27 dicembre, si celebra il “Bergamini day”. Grazie a queste persone - è notizia di pochi giorni fa - il caso potrebbe essere riaperto per la terza volta. Il nuovo capo della Procura di Castrovillari, Eugenio Facciolla, vorrebbe esaminare tutti quegli elementi inspiegabilmente non considerati (ecco quindi la novità necessaria per permettere alla Procura d’indagare ancora) dai vecchi inquirenti e dal Gip che a fine novembre aveva accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Anastasia e appoggiata dal vecchio Procuratore Capo Giacomantonio. Come suggerito dalla famiglia Bergamini, la Procura avrebbe avallato la scelta di eseguire nuovi esami sul corpo del giocatore in modo da capire se fosse già morto al momento di essere sormontato dal camion. Un esame fondamentale per spazzare via una volta per tutte la tesi del suicidio sostenuta da Pisano e Internò. Del resto lo stesso Procuratore Capo ha fatto capire senza tanti giri di parole di non credere alla versione del suicidio: “Bisognerebbe fare un salto nel passato - ha spiegato Facciolla in un’intervista a Rai Sport - per rivedere circostanze, contesti e analizzare il tessuto sociale dell’epoca. Quel che è certo è che ci sono delle zone d’ombra che creano sconcerto. Come alcune lesioni di cui si parla e l’asfissia indotta da un sacchetto di plastica o da qualcosa del genere, che ho visto come qualcosa di molto forte. Ho qualche dubbio all’idea di poter pensare che un atleta che aveva un’affermazione professionale di un certo tipo, all’apice del successo, improvvisamente di punto in bianco decida di farla finita con una modalità così cruenta e repentina”.

Tito Sommartino

Pubblicato sul numero 110 (dicembre 2015) e sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

 

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