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L'odio. Vent'anni dopo

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Locandina7dicembreDicembre 2003. L'associazione don Nesi/Corea sceglie di iniziare le attività socio-culturali con la proiezione del film "L'odio".

Da allora non ci siamo più fermati, e per quanto riguarda la sola attività del cinema abbiamo proiettato fino ad oggi circa 450 film.

La scelta di quel film non fu certo casuale. Da un quartiere periferico come Corea, a Livorno, cercavamo di osservare una periferia di una capitale, Parigi, il dipartimento “93”, quello di Seine Saint Denis. Lo stesso che sarebbe stato teatro, nel 2005, di furenti e lunghi scontri.

Profeticamente accompagnammo la proiezione con la consapevolezza che la pellicola rappresentava uno sguardo sincero e in presa diretta sui guasti di un pezzo di società e fotografava cambiamenti socio-politici decisivi per le future generazioni. Ma già nel 2003, rispetto al 1995 - anno in cui è stato girato il film - appariva come il ritratto di una lontana età dell’oro.

Alla fine della proiezione esprimemmo dubbi sul fatto che un ragazzo nero, un arabo e un ebreo potessero essere amici, nel 2003. Oggi è ancor più tutto frammentato, anche causa dell’ascesa dell’Islam radicale (nel 1995 la presenza dell’Islam era ancora un fattore trascurabile e doveva ancora arrivare l’11 settembre 2001...) e dell'islamofobia che si richiamano vicendevolmente. La condizione di oppressione sociale ed economica e una società sempre più escludente e marcatamente diseguale hanno favorito maggiori divisioni e tensioni; ora non si tratta più solo di giovani contro la polizia o lo Stato, ma anche di giovani che vogliono uccidere gli ebrei o andare in Siria. La Haine parlava di amicizia e forse di una qualche speranza. Oggi si potrebbe realizzare solo un film sulla disperazione.

Ma malgrado tutto è utile e necessario, a distanza di 20 anni dall’uscita nelle sale, rivedere questa sorta di “trattato sociologico” per comprendere la debacle politica e sociale di un pezzo della metropoli, per contribuire alla denuncia dell’abbandono di intere fasce di popolazione. Dopotutto i ragazzi protagonisti degli attentati contro Charlie Hebdo e del venerdì 13 novembre sono cittadini europei, francesi o belgi poco importa, per lo più nati e vissuti nelle nostre periferie di città spesso ordinate e splendenti che vogliamo tanto accanitamente difendere dall’altro. Sono ragazzi generati dalle nostre periferie e in fondo è proprio la nostra stessa civiltà che li ha alimentati attraverso la discriminazione e l’esclusione.

Sono passati 20 anni. E da allora in effetti sembra sempre più drammaticamente vero che “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio...”

 

Stefano Romboli – Associazione don Nesi/Corea

 

 


 

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