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"Malascuola": la scuola che sparisce con la controriforma renziana

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Malascuola

La scuola pubblica e statale è una cosa seria e complessa. La controriforma renziana che va sotto il nome di “buona scuola” va a colpire non solo centinaia di migliaia di lavoratori e, in numero assai più alto, lavoratrici, ma anche i milioni di studenti che ogni anno siedono sui banchi, e una complessiva idea di scuola che andrà a sparire.

scuola-pubblicaLa scuola pubblica e statale italiana, per come la conoscevamo, è stata quella che ha sconfitto l’analfabetismo, di cui l’Italia di fine Ottocento vantava il triste primato europeo. È stata la scuola del riscatto sociale per le classi subalterne, della possibilità di sperare un avvenire diverso almeno per i propri figli. Traguardi enormi e non scontati, frutto innanzitutto di una tensione verso (e in parte attuazione di) un principio, una visione del mondo: scuola di tutti, istruzione per tutti. Ed è proprio questa la scuola che Renzi, dopo almeno 15 anni di controriforme di destra e di sinistra, ha voluto colpire. La scuola della pluralità e del confronto di didattiche, metodi e materie, che forma lo spirito critico del futuro cittadino e fornisce gli strumenti di base per interpretare la complessità della realtà. La scuola ultimo avamposto dell’egualitarismo dove, al di là della provenienza sociale o geografica, del credo religioso o del riferimento ideologico, tutti possono aspirare a un’istruzione uguale per tutti, su cui poi sviluppare le proprie attitudini individuali. La scuola della libertà di insegnamento fondata sul confronto, sulla collaborazione, sulla collegialità, sul pluralismo. La scuola che mette il diritto all’istruzione al di sopra dei vincoli del mercato.

20 anni di attacchi. Diciamocelo chiaramente: non potevamo più permetterci una scuola così. C’era stato l’appello alle «lacrime e sangue» di Giuliano Amato nel ’92. Iniziava per la nostra generazione la stagione della dismissione dei diritti, a cominciare dalle garanzie del lavoro. Altro che spirito critico. Altro che egualitarismo. Il futuro cittadino sarà dirigente oppure lavoratore precario da sfruttare, flessibile, adattabile alle richieste del mercato. La scuola si sarebbe dovuta adattare, diventare essa stessa mercato, gerarchizzarsi: come un’azienda. Comincia Giovanni Berlinguer (governo D’Alema) con la legge che a fine anni ’90 istituisce la cosiddetta autonomia scolastica. Autonomia, nel gergo truffaldino di Berlinguer, voleva dire «scuola sempre più svincolata dallo Stato e abbandonata a un meccanismo perverso di competizione tra istituti scolastici». Passando per Moratti (2003) e Gelmini (2008) il filo conduttore è lo stesso: la scuola si deve adattare ai tempi nuovi. Come il rendimento e il valore di una fabbrica, ad esempio, di bulloni, si calcola con il numero di “pezzi” assemblati; così il valore di una scuola si calcola con il numero di risposte giuste a batterie di quiz-indovinelli uguali per tutte, dai licei alle professionali, dalla scuola dei quartieri periferici e disagiati a quella dei centri di lusso dell’alta borghesia. Le prove Invalsi diventano il metro per distribuire merito, finanziamenti e stipendi, e per distinguere scuole di eccellenza e scuole-miseria: le prime lautamente finanziate e destinate alla futura classe dirigente; le seconde destinate ai cittadini di serie B e abbandonate a sé. Obbedendo al cieco meccanismo della competizione chi può si salva, chi non può affoga: lo Stato non supplisce. Gli studi di settore parlano chiaro.

L’abbandono. Mentre aumentano i fondi per le scuole paritarie e private (e la malascuola di Renzi continua questa tendenza), dal 1995 a oggi l’Italia è l’unico paese in area Ocse ad aver aumentato la spesa per studente, nelle scuole pubbliche primarie e secondarie, di appena lo 0,5%, in totale controtendenza rispetto ai restanti paesi che nello stesso periodo hanno aumentato del 62% la spesa per alunno negli stessi gradi di istruzione (Rapporto Ocse Education at a Glance, 2013).Il 30% dei 42mila plessi scolastici, quasi uno su tre, è considerato “a rischio”: a causa di carenze di intervento sulle strutture portanti (15%), sulle coperture (29%), sugli impianti elettrici (25%), e per la presenza di strutture di amianto (6%). Il 54% non ha il certificato di agibilità statica, il 55% manca di certificazioni sulla previdenza degli infortuni, il 32% non ha la conformità dell’impianto antincendio. Le scuole italiane sono vetuste: una su tre ha più di 50 anni, il 4% risale addirittura a prima del 1900. E lo stipendio degli insegnanti italiani continua a essere tra i più bassi in Europa, e tra quelli che ogni anno perde maggiormente potere d’acquisto. All’interno della scuola italiana solo lo stipendio dei presidi (pardon… dirigenti!) aumenta di anno in anno.

La scuola delle aziende e dei superpresidi. Renzi porta finalmente a compimento il progetto dell’“autonomia”. Imprese e privati potranno dettare il piano di studi. Famiglie abbienti potranno elargire, detraendo dalle tasse, a favore delle scuole più gradite. La malascuola di Renzi è imposta col ricatto: promessa di assunzione per 150.000 precari (poi diventati 101.000) in cambio della fine della scuola del pluralismo, del confronto, della collegialità. Tutto il meccanismo si impernia sulla figura del dirigente scolastico, una specie di monstrum giuridico, figura di “uomo solo al comando” assolutamente inusuale nel panorama delle istituzioni scolastiche europee. Un super-dirigente d’azienda che dispone dei “suoi” insegnanti in un contesto di concorrenza e di competizione sfrenata, come e più di un’azienda vera. Può scegliere i docenti della “sua” scuola (e assumerli con contratti triennali confermabili o revocabili a suo insindacabile giudizio), pescandoli dagli “albi territoriali”: specie di contenitori della disperazione dove vengono piazzati non solo i docenti neo-assunti, ma anche il personale già in ruolo che ha la sfortuna di diventare soprannumerario o di richiedere un trasferimento di sede. Può licenziare in tronco un insegnante che non abbia, a sua discrezione, superato l’anno di prova. Dirige un Nucleo di valutazione composto non solo da (ricattabili) docenti, ma anche da genitori e, per la scuola superiore, da uno studente (realizzando così la customer satisfaction tanto cara alle imprese) che ha la facoltà di elargire “premi di produzione” a coloro che riterrà siano gli insegnanti più bravi secondo criteri determinati dall’Invalsi. Detta i criteri con cui verrà elaborato il Piano triennale dell’offerta formativa, una specie di statuto interno rinnovabile ogni tre anni che stabilisce le linee guida fondamentali dell’Istituto scolastico, dalla didattica alla ripartizione delle risorse finanziarie e umane, a cui l’istituzione dovrà strettamente attenersi.

Prof ricattabili. Con quali conseguenze? Aumenta la ricattabilità. Va a farsi benedire la continuità del lavoro a scapito della didattica. Tramonta la stabilità lavorativa dell’insegnante che rischia di essere giudicato dai dirigenti per le sue opinioni politiche, didattiche, personali, e di essere rimbalzato per punizione tra le scuole di un territorio dai confini ancora non stabiliti ma che può estendersi anche alla Regione o all’intero Stato. Quello che è spacciato come fine del precariato scolastico è invece l’inizio di un processo di precarizzazione del tempo indeterminato che ha come effetto la fine della libertà di insegnamento: i docenti si trasformeranno in sudditi manovrabili e ricattabili, asettici propagandisti del Pensiero Unico. A scapito della collaborazione, della collegialità, del pluralismo, condizione basilare di un lavoro scolastico che, con buona pace di tutti, NON È riconducibile in alcun modo alle procedure di un’industria. A scapito del diritto di tutti gli studenti a una vera istruzione.

Che fare. La posta in gioco è alta e non tutto è perduto. Occorre mantenere e riproporre le grandi mobilitazioni unitarie che nell’anno scolastico appena concluso hanno visto scioperare come non si era mai visto nella storia della scuola e scendere in piazza nelle forme più creative la quasi totalità degli insegnanti. Insieme all’intervento legale e istituzionale - rilievi di incostituzionalità, ricorsi singoli, referendum abrogativo - sarà necessario anche opporsi a tutti i livelli: singoli insegnanti, singoli istituzioni scolastiche, studenti e famiglie, territori. Rifiutando, in forma pubblica e più condivisa possibile, il “premio di produzione”; rifiutandosi di partecipare ai Comitati di valutazione, anche boicottandone l’attivazione come atto di disobbedienza civile; sfruttando tutti gli ambiti ancora disponibili di ciò che resta dell’organo di democrazia interna della scuola, il Collegio dei docenti; rifiutando le attività aggiuntive; boicottando in tutti i modi le prove Invalsi; promuovendo assemblee e iniziative locali di informazione e mobilitazione aperte a insegnanti, famiglie e studenti. L’anno scolastico che ci aspetta sarà difficile e faticoso. Ognuno dovrà fare la propria parte.

Desdmond Giacobazzi

Pubblicato sul numero 107 (settembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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