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Spread andata e ritorno: cronaca di una trappola monetaria

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“I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole”. S. Freud

“Spesso prendiamo in prestito dai nostri domani per pagare i debiti dei nostri ieri” K. Gibran

italia_germania_bilanciaNell'economia borghese da tempo presunte leggi economiche hanno ceduto il passo alla psicologia o meglio allo psicologismo. Le borse brindano a un accordo, le borse crollano per un dato, i mercati accolgono bene un fatto o vanno nel panico per un altro. Si dica la stessa cosa per lo spread: ogni oscillazione detta gli umori dei media, senza alcuna comprensione delle contraddizioni strutturali che attraversano l'intero impianto dell'Unione Europea.

Intrappolati nei propri limiti di classe, impossibilitati a vedere o ammettere il carattere strutturale delle contraddizioni del proprio sistema, gli analisti del capitale alternano futile ottimismo a fosco catastrofismo, sballottati sull'altalena della borsa e della finanza mondiale. Tanto volatile è quest'ultima, tanto volubili sono le loro opinioni.

Consigliano di ridurre il debito, si lamentano se viene ridotto il credito. Inorridiscono di fronte al credito concesso  facilmente perché favorisce un indebitamento eccessivo. Invocano che si conceda più facilmente il credito perché indebitarsi è diventano troppo difficile. Partoriscono nuovi strumenti finanziari per facilitare la raccolta di capitali da parte delle banche. Producono analisi presuntamente serie su banche considerate sane che poi crollano improvvisamente sotto il peso dei nuovi strumenti finanziari.

L'intero sistema si dibatte in una contraddizione talmente semplice da potersi analizzare utilizzando la logica elementare. Ciò che è credito è anche debito. Impossibile allargare l'uno riducendo il secondo. Il debito passato dovrà essere ripagato sottraendo risorse e credito al presente e al futuro. Non si può ridurre la massa del debito pubblico e privato mondiale aumentando contemporaneamente la disponibilità di credito.

Come marxisti sappiamo che questo meccanismo è solo uno degli ultimi riflessi di una delle contraddizioni chiave del capitalismo: la necessità del sistema di espandere senza sosta la produzione mentre deve limitare in continuazione il costo della forza lavoro. Come un individuo che taglia l'albero su cui è seduto, il capitale espande la produzione riducendo contemporaneamente la capacità sociale di assorbirla. I capitali si concentrano in mani sempre più ristrette nel momento dell'appropriazione, mentre necessitano di ampia ricchezza diffusa quando si devono accrescere e valorizzare nel processo produttivo o anche solamente finanziario.

Il credito è solo una delle risposte che il sistema stesso si dà. Ma tale medicina diventa presto la nuova malattia, che avrà presto bisogno di un nuovo rimedio. Il tutto finché l'organismo, vecchio e decrepito, piomba in una sorta di overdose farmacologica dove una dose sempre più massiccia di un farmaco è necessaria a controbilanciare gli effetti invasivi di quello assunto in precedenza. Il dibattito tra rigore e crescita, tra neoliberisti e neokeynesiani, è solo l'ultima puntata di questa storia.

Un debito è per sempre

Come strutturali sono le contraddizioni che generano l'uso del credito, così il debito è un attributo strutturale del  sistema. L'economia capitalista infatti non può porsi in alcun modo l'obiettivo di “azzerare” il debito ripagandolo, ma semplicemente di alimentarlo e rifinanziarlo. I debiti in scadenza vengono prolungati con nuovo credito il quale produce una rendita sotto forma di interessi.

Il debito sviluppa così una vita propria, espandendo i mercati su cui è trattato, dove nuovi prestiti vengono ricercati, concessi, contrattati e rimunerati con il suo prezzo, i tassi di interesse. La perdita diventa magicamente guadagno. Tutti possono fare affari con risorse che non ci sono. Basta chiedere in prestito denaro con cui muovere altro denaro, che verrà restituito chiedendo in prestito denaro. Nella testa dell'economista borghese non ci sono ragioni per cui questo meccanismo debba interrompersi e cessare di autoalimentarsi: il denaro può essere prestato nella misura in cui si ha la fiducia che nuovo denaro affluirà nel sistema. Per questo all'economista ufficiale – e in particolare a quello keynesiano - la crisi di credito appare prima di tutto come una crisi di “fiducia”.

Siamo quindi alla pura psicologia. Si invoca infine il prestatore di ultima istanza, quello in grado di garantire che – se mai qualcuno chiedesse indietro i propri soldi – tali soldi non mancherebbero. E questo equivale semplicemente a chiedere che lo Stato intervenga pesantemente nel meccanismo economico e finanziario per essere pronto a socializzare le perdite della finanza. Nell'assunto che uno Stato non possa fallire.

La massa del debito viene così rinviata nel tempo, come una valanga, che procedendo diviene più grande e più pesante. Giunge ben presto così anche la prova contraria: l'eccesso di debiti può far fallire le banche, e perfino gli Stati.

Il debito, nato in risposta al problema della sovrapproduzione, finisce per aggravare la sovrapproduzione stessa. Non solo perché la capacità di consumo artificialmente aumentata dai debiti concessi in precedenza viene pesantemente ridotta quando tali debiti giungono a scadenza, ma anche perché tale sovrapproduzione si presenta ancora più di prima come sovrapproduzione di capitali che non trovano sbocchi di investimento, di liquidità in eccesso che non riesce più a circolare.

Il mercato del debito, moltiplicatore di capitali fittizi, finisce così per svalutare la stessa moneta che lo alimenta. Si scopre improvvisamente che dietro un debito non vi è nient'altro se non debito. Si fatica a trovare nuovi finanziatori i quali, preso atto del rischio di insolvenza, chiedono naturalmente tassi di interesse maggiori per concedere credito contribuendo a loro volta alla crescita esponenziale del debito stesso.

Si giunge al punto tale in cui l'intera società è costantemente sull'orlo di due precipizi: dichiarare il debito insolvibile, bruciando il terreno alla futura concessione di crediti, o concedere crediti ancora più rischiosi, rendendo ancora più difficile il futuro ripagamento del debito. Il doppio precipizio diventa una voragine di cui non si vede il fondo quando non ripagare il debito significa dichiarare insolvibile gli Stati o quando concedere nuovo credito svaluta la moneta di un intero continente, composto da borghesie nazionali divergenti e in contrasto tra loro.

La leva finanziaria e la spirale debito pubblico-banche

Per tentare di rinviare la crisi del mercato finanziario e mantenerlo in espansione, il sistema interviene particolarmente a due livelli: aumento della leva finanziaria e intervento dello Stato.

La leva finanziaria è in ultima analisi la capacità di muovere capitali crescenti con un patrimonio sempre più piccolo. Questo livello è andato storicamente aumentando, accrescendo così la leva. Ad esempio, oggi le banche tedesche hanno un rapporto tra attività totali e patrimonio di 35 a 1: “insomma: le banche svolgono attività 35 volte maggiori del capitale che hanno, ricorrendo al debito. Per capire la sproporzione è come se una persona disponendo di 100mila euro, ottenesse un mutuo per la casa da 3,5 milioni di euro.[1]

Oltre ai classici strumenti azionari e obbligazionari, la leva finanziaria è esplosa con lo sviluppo dei prodotti finanziari derivati. In pratica l'offerta del ristorante della finanza viene ampliata vendendo non solo il cibo ma anche gli odori che emette, i piatti vuoti che si presuppone un giorno saranno riempiti, scommettendo su quanti clienti verranno in futuro. Nel mercato dei derivati si acquistano opzioni sugli acquisti, si specula sulle assicurazioni stipulate per tutelarsi dalle speculazioni, si vendono i debiti da riscuotere. 

Era il 1999 quando Alan Greenspan allora presidente della Federal Reserve incensava le proprietà quasi terapeutiche degli strumenti derivati. A quei tempi (...) i derivati nel mondo ammontavano a 58mila miliardi di dollari. Oggi in giro per il globo ce ne sono sette volte di più: valgono al nominale 466mila miliardi di dollari. Di questa montagna pari a quasi 7 volte il Pil mondiale la metà esatta è in mano alle prime cinque banche americane.[2]

Quando improvvisamente esplode la bolla di questo o quel prodotto derivato, gli analisti corrono a maledire la speculazione. Ma che cosa ha generato la bolla speculativa? “Cupidigia, assenza di regole, irresponsabilità”. Ancora una volta: psicologia al posto di economia. Viene così scambiata la forma sotto cui si presenta l'esplosione della crisi con le sue cause prime. Come se un medico dicesse che la febbre è causata dal fatto che la fronte scotta.

Si chiama allora in soccorso lo Stato come prestatore di ultima istanza in grado di assorbire le perdite, socializzarle e creare la base di fiducia necessaria ad alimentare una nuova bolla speculativa:

Gli Stati di tutto il mondo dal 2007 a oggi hanno aumentato i debiti pubblici del 50%: ora hanno sulla testa un fardello da 52mila miliardi di dollari. L'84% di questo gigantesco debito si trova però nei soli Paesi industrializzati: Stati Uniti, Europa e Giappone in primis. Da questa parte del mondo il debito ha ormai mediamente superato la soglia del 100% del Pil: percentuale ben oltre i livelli di guardia[3]”.

Lo Stato, intervenendo per coprire i buchi della finanza, però, allarga lo stesso terreno della speculazione finanziaria. Avendo aumentato i propri debiti, diventa agli occhi delle banche un debitore a maggiore rischio di insolvenza. I nuovi prestiti che richiede per soddisfare il debito crescente deve finanziarli a tassi di interesse crescenti. Le banche e gli altri operatori finanziari traggono così una accresciuta fonte di guadagno dalle proprie stesse perdite, prestando soldi a tassi crescenti allo Stato che si è indebitato per fornire loro finanziamenti a fondo perduto:“in Europa, calcola R&S Mediobanca, gli Stati hanno speso fino ad oggi 1.300 miliardi di euro per togliere dalla padella i propri gruppi creditizi. Il problema è che, forse per rendere il favore, sono state le stesse banche a finanziare gli Stati che le salvavano: in Europa, calcola la Bce, gli istituti di credito hanno attualmente in bilancio 1.550 miliardi di euro di titoli di Stato. Cioè di finanziamenti erogati ai Governi. Dunque, a spanne, si può dire che gli Stati hanno salvato le banche con i soldi che le banche hanno prestato agli Stati. In fondo, si tratta di una partita di giro. (...) solo ora, il mercato si rende conto che è stato creato un mostro”.

Anche in questo caso la soluzione diventa il nuovo problema. All'aumento della massa totale dei titoli di Stato emessi corrisponde una svalutazione del valore dei titoli stessi. Le banche, infarcite di titoli di Stato, vedono così aumentare il rischio del proprio attivo e dunque del rapporto tra questo e il patrimonio, con un conseguente crollo della propria capitalizzazione di borsa. Non solo: l'aumento del tassi di interessi sui titoli di Stato determina un aumento dei costi di tutta la raccolta di capitali per banche ed aziende. Se sul mercato del debito, lo Stato colloca il proprio ad interessi del 5%, questo non può che riflettersi sul costo generale del credito:“su un milione di euro di debito contratto un anno fa si pagavano interessi per 28.500 euro. Oggi con lo spread sul finanziamento a 350 punti dopo il calo dello spread sui Bund a 462, si pagano 50mila euro, il 75% in più. E con lo spread Btp-Bund ai massimi dei giorni scorsi a 550, il costo sarebbe lievitato a 54.700 euro. Ma questo vale per la clientela cosiddetta prime, la migliore quella che dà affidabilità al sistema creditizio.
Per le imprese già molto indebitate e con margini di redditività in calo lo spread applicato arriva anche a toccare e superare i 600 punti base, portando il costo complessivo su un tasso variabile al 7,5-8%. In questo caso la simulazione, sempre su quel milione di euro di nuovo prestito, vede la spesa per interessi salire dai 28.500 euro del 2010 ai 70mila di ieri fino ai 74.700 euro del picco massimo dello spread Btp-Bund”[4].

Per le banche, i titoli di Stato finiscono così per trasformarsi da una fonte di facile guadagno a una devastante perdita. Una contraddizione a cui se ne aggiunge un'altra: se le banche sono impegnate a comprare titoli di Stato, per guadagnarci o anche solo frenarne la caduta e salvaguardare il proprio stesso patrimonio, cessano di erogare credito al settore produttivo. Contribuiscono così al fallimento delle stesse aziende aggravando così le insolvenze e le proprie sofferenze di bilancio. Le sofferenze delle banche italiane ad esempio sono passate dai 50 miliardi di euro del luglio del 2009 ai 99 miliardi nel luglio 2011,  ai 109 attuali: “quelle sofferenze significano accantonamenti e perdite future da conteggiare nei bilanci. In soldoni, secondo le stime di Barclays Capital se questi crediti di dubbio recupero registrassero perdite per il 40% del loro valore, le prime quattro banche italiane brucerebbero qualcosa come 36 miliardi di euro. Per dare un'idea (...) l'intera capitalizzazione di Borsa e un terzo del loro patrimonio complessivo”.

Un meccanismo che si autoalimenta: maggiori sono le insolvenze, minore è la disponibilità delle banche a offrire credito, maggiori i debiti che non possono essere finanziati con nuovi prestiti, maggiore il numero di insolvenze.

Una situazione a cui sia la Federal Reserve sia la Banca Centrale Europea hanno risposto con massicce immissioni di liquidità nel sistema. Ma la liquidità non circola se non ha speranza di poter essere investita con profitto. In questo modo, alla situazione si aggiunge una nuova contraddizione: il credit crunch – l'assenza di liquidità – è in verità liquidità in eccesso che non circola per paura di essere bruciata. Gli Usa riposano su almeno 1200 miliardi di dollari di liquidità in eccesso e l'Europa su circa 800 miliardi di euro.

Che cosa riflette lo spread

Appena la scorsa estate gli economisti borghesi gridavano alla catastrofe per lo spread Btp-Bund che raggiungeva quota 185: “un livello stratosferico” (Il Sole 24 Ore). Il 9 novembre toccava quota 575. A dicembre scendeva di nuovo a 373 punti, nel giubilo generale. Dimenticando gli allarmi fatti suonare appena 6 mesi prima, i media accoglievano i livelli di dicembre come la nuova frontiera della sicurezza. Letta (Pd) proclamava: “Il miglior giudizio sulla manovra lo hanno dato i mercati: oggi siamo esattamente a 200 punti sotto rispetto a quel 9 novembre in cui si è toccato il record di 575 e in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha di fatto investito Mario Monti del compito di salvare il Paese nominandolo senatore a vita. È passato meno di un mese, e zoo punti di spread valgono un terzo della manovra appena varata dal consiglio dei ministri.” Ieri, 11 giugno, lo spread è tornato a quota 473.

Lo spread, come comunemente noto ormai, è il differenziale tra i tassi di interesse pagati sui diversi titoli di Stato.

Esiste una relazione tra il valore del debito pubblico e quello della moneta in cui tale debito è espresso. Alla crescita della massa di debito pubblico corrisponde inevitabilmente un aumento della massa monetaria nominalmente emessa e in ultima analisi una conseguente svalutazione della valuta interessata.

L'alto debito pubblico italiano è andato storicamente di pari passo con la debolezza della lira. La debolezza della lira era contemporaneamente una conseguenza e una precondizione dell'esistenza di un tale livello di debito. Lo Stato stampava moneta con cui finanziare il proprio debito: così svalutava la lira e contemporaneamente diminuiva il valore reale del debito pubblico stesso. Chi deteneva titoli del debito italiano, al diminuire del valore della lira, vedeva diminuire il valore reale dei titoli in possesso. Il gioco aveva ovviamente dei limiti. Da un lato lo Stato pagava la svalutazione del proprio debito finanziandosi sul mercato a tassi di interesse crescenti. Dall'altro la svalutazione della moneta rendeva particolarmente conveniente esportare, ma tremendamente costoso importare.

Oggi debiti pubblici diversi vengono espressi in una sola moneta, l'Euro. La forbice tra il valore di questi debiti è quindi prima di tutto una pressione centrifuga sull'Euro stesso. Tale pressione non può che alla lunga rendere la moneta  ingestibile. Non si può mantenere stabile il valore di una moneta in cui si esprimono i valori di debiti pubblici in calo o peggio in caduta libera.

Ma perché tale forbice si allarga e cosa riflette realmente tale dinamica? Da un lato si divarica perché con l'aumento della massa dei debiti mondiali, gli Stati più deboli o indebitati hanno possibilità e capacità diverse di reperire nuovi capitali. A rischi diversi corrispondono tassi di interesse diversi. Poi, ovviamente, la fluttuazione dello spread è resa particolarmente febbrile dai movimenti di capitali dei grandi istituti finanziari internazionali che scommettono sulle stesse fluttuazioni dei debiti.

Economie che divergono

Queste però sono solo le manifestazioni superficiali del problema. Per quanto il movimento giornaliero dello spread sia il riflesso dell'isteria finanziaria e di ciò che il senso comune chiama “speculazione”, il suo movimento complessivo riflette in ultima analisi una differenziazione economica più profonda tra i diversi paesi europei.

Normalmente la competitività di un'economia capitalista si riflette nella sua moneta nazionale. Anche in questo caso non parliamo delle oscillazioni a breve del valore di una moneta, inevitabilmente influenzate dal gioco finanziario, ma del suo andamento complessivo. Con l'approdo all'Euro le differenze di competitività tra le diverse economie europee non si sono più espresse nelle oscillazioni di una valuta. Eppure esse non sono cessate di esistere, così come la febbre non si elimina se il termometro è rotto.

La crisi non ha determinato ma semmai ha accelerato la differenziazione tra le diverse economie europee. Ciò non poteva che riflettersi in quanto di nazionale rimaneva sul terreno finanziario: i valori dei titoli di Stato. L'Euro, nato secondo la propaganda capitalista, per metterci al riparo dalla “speculazione”, diventa così il meccanismo speculativo per eccellenza. Mentre normalmente l'oscillazione del valore del debito pubblico di uno Stato trascina con sè anche il valore della moneta nazionale, nell'area Euro assistiamo a un paradosso. I singoli titoli di Stato si muovono in direzioni diverse mentre la moneta in cui si esprimono è determinata dalla direzione complessiva dell'Unione Europea. In parole povere: posso acquistare l'Euro a un tasso di interesse e usarlo per guadagnare sui ribassi o i rialzi dei tassi di interesse dei diversi titoli di Stato espressi in Euro.

Ma perché le economie capitaliste europee divergono? Per l'intera storia del capitalismo europeo, si potrebbe rispondere. E sarebbe parzialmente corretto: le economie europee hanno storie, forza, velocità, capacità produttive, esigenze diverse. Ma a questo andrebbe aggiunto un altro tassello. L'andamento divergente dei diversi paesi dell'area Euro non è un incidente di percorso dell'integrazione europea, ma ne è la diretta conseguenza.

Sotto il capitalismo integrare economie diverse non vuol dire armonizzare, ma creare una nuova divisione del lavoro tra l'economia più forte e quella più debole. Una divisione in cui quella più debole è destinata a soccombere, diventando strumento complementare di quella più forte. La dipendenza tra chi possiede i capitali e chi li chiede in prestito, tra capitale ad alto contenuto tecnologico e paesi che diventano bacino di mano d'opera a basso prezzo, tra chi esporta prodotti finiti e chi materie prime, tra colonizzato e colonizzatore, tra il centro dell'imperialismo e la sua periferia: questo è il solo significato che può avere la parola “integrazione” sotto il capitalismo. Per questo tale integrazione non può che fallire o completarsi come una conquista.

Se dopo l''unità d'Italia, sud e nord del paese avessero avuto una moneta comune ma emesso titoli di Stato diversi, avremmo assistito al crescente spread tra il loro valore come riflesso del divario tra queste due parti del paese. Invece, come ben sappiamo lo “spread” si è espresso “soltanto” nella differenza tra le condizioni di vita, salario, disoccupazione... La differenziazione tra nord e sud del paese non fu solo ereditata infatti, ma accelerata e accresciuta in seguito all'unificazione stessa.

Allo stesso modo in Europa le differenze preesistenti tra i diversi capitalismi europei sono aumentate e non diminuite dalla nascita dell'Euro. La moneta nazionale gioca infatti un elementare ruolo di barriera protezionista. Il fatto che una merce sia venduta in marchi e una in dracme in parte attutisce la differenza di valore tra i due prodotti. Ma se vengono espressi nella stessa moneta sono messi direttamente l'uno a confronto con l'altro.

In regime di concorrenza e particolarmente nell'epoca senile del capitalismo, un paese non può che svilupparsi a danni dell'altro. Il successo della Germania è il crollo della Grecia. L'unificazione monetaria non è causa prima di questo processo, ma di certo l'ha accelerato. Grazie all'Euro il capitalismo tedesco si è sviluppato ai danni del resto d'Europa. Ora il resto d'Europa, affossata dal capitale tedesco, fatica a reggere l'unificazione monetaria. Nel 1999 la posizione finanziaria tedesca netta sull'estero era in attivo del 4,5% del Pil. Nel 2010 ha toccato quota 38,4%.

industrial_gapL'80% del surplus commerciale tedesco è nei confronti degli altri Paesi europei. Molte imprese hanno indirizzato i propri sforzi sulle vendite nell'area della moneta unica. Nel 1998, il 27% del fatturato della Siemens era rivolto ai Paesi europei, nel 2010 la percentuale era salita al 38%. L'euro ha eliminato le svalutazioni competitive, che però erano anche un meccanismo di aggiustamento degli squilibri, oggi impossibile se non con sacrifici pesantissimi. «Con l'euro - ha scritto Adam Posen del Peterson Institute, membro del comitato di politica monetaria della Banca d'Inghilterra - la Germania ha un surplus commerciale nei confronti di Paesi che altrimenti non potrebbero permettersi le sue esportazioni. Bisognerebbe ricordarsi quello che accadde nel 1992 e nel 1995: massicce svalutazioni nominali contro il marco, che hanno bastonato la competitività tedesca e creato uno shock per le economie che svalutavano».[5]

Secondo Jp Morgan fatta 100 la produzione industriale tedesca e italiana nel '98, momento in cui viene fissato il tasso di cambio tra le diverse valute europee, assistiamo ad un costante allargamento della forbice che porta nel 2010 quella italiana a 80 e quella tedesca quasi a 130. Fatto 100 l'export greco nel 2005, nel 2011 ha toccato quota 80 sotto i colpi della cura europeista tedesca.

Le banche tedesche hanno aumentato spaventosamente la propria leva finanziaria gonfiando le bolle speculative, in particolare quella immobiliare, nel resto d'Europa. E ora incassano l'afflusso di capitali che scappano dall'estero verso la sicura Germania in seguito all'esplosione di queste stesse bolle. La verità è che “più o meno unificazione europea” è un dubbio che per il capitale tedesco si pone in questi termini: conquisteremo meglio la Grecia potendo comprare a prezzi stracciati in dracme o continuando a soffocare la Grecia sotto il peso dell'unità monetaria?

Intervento della BCE e “de-globalizzazione”

Eppure, si obietterà: il capitalismo europeo ha nella BCE uno strumento comune con cui dirigere il processo di unificazione. Inoltre si è dotato del famoso EFSF, il Fondo Salva-Stati, e altri strumenti simili potrebbero essere creati o rafforzati. La BCE è sì intervenuta immettendo grosse quantità di liquidità – oltre 1000 miliardi di euro - grazie alle quali si è rallentato il divaricarsi dello spread, ma il problema non è stato risolto e il rinvio è avvenuto a costo di aumentare a dismisura il bilancio della BCE riempiendolo di titoli sempre più rischiosi. Continuando con la stessa metafora: calare il paziente con la febbre in una vasca ghiacciata gli abbassa la temperatura ma a costo di gelarlo peggiorando la malattia.

Immettere liquidità infatti non elimina il debito. Lo sposta semplicemente da un punto all'altro e lo accresce nel tempo. La BCE ha semplicemente incamerato debito da una parte:

Potremmo definirlo il «ritratto di Dorian Gray» dell'Europa: è il bilancio, sempre più ingombrante, della Banca centrale europea. Mentre l'istituto di Francoforte con i suoi maxi-prestiti agevolati dona una rinnovata giovinezza alle banche e agli Stati del Vecchio continente, dietro le quinte è infatti la stessa Bce ad inglobare nel bilancio rischi potenziali sempre più grandi.
Ieri la Banca centrale europea ha comunicato che il valore totale del suo bilancio è salito a 3.023 miliardi di euro: si tratta di un livello ben superiore rispetto ai 2.928 miliardi di dollari (pari a 2.230 miliardi di euro) della Fed Usa. Insomma: mentre Dorian Gray (cioè le banche e gli Stati in Europa) tornano in salute con la maxi-liquidità, è il "ritratto" (cioè il bilancio della Bce) a inglobare sempre più rischi. A diventare sempre più brutto”.

Dall'altra parte, le banche sono più indebitate di prima:

Una sola era la condizione [per ricevere liquidità dalla Bce]: che le banche dessero in garanzia alla Bce dei titoli obbligazionari. (...) per ottenere 100 euro, dunque, ogni banca deve dare – a spanne – almeno 110-120 euro di obbligazioni in garanzia. È per questo che, per le banche, è di vitale importanza avere da stanziare più bond possibili: perché maggiore è l'ammontare di titoli, maggiore è la quantità di finanziamenti agevolati che si possono ottenere.
I titoli stanziabili come garanzia sono di vario tipo: bond governativi, bancari o aziendali e altro. Da ieri, in Italia, c'era una possibilità in più: le banche potevano – per effetto del decreto del Governo Monti – offrire anche nuove obbligazioni emesse da loro stesse con la garanzia dello Stato.[6]”. Lo Stato quindi garantisce il debito delle banche che devono finanziare il debito dello Stato.

Il punto, se si vuole, è un altro ancora: non solo il problema del debito è stato accresciuto, ma addirittura la cosiddetta “integrazione europea” ne è risultata intaccata. Una volta ricevuta la liquidità dalla BCE, le banche l'hanno usata per tamponare i propri debiti e in parte per comprare titoli di Stato nazionali cercando così di controbilanciare la fuga degli investitori stranieri. Risultato? Non una maggiore integrazione del sistema finanziario europeo, ma una sua maggiore divisione su base nazionale. Nel 2007 le banche italiane, ad esempio, possedevano 114 miliardi di euro di titoli di Stato italiani. A marzo ne possedevano 282 miliardi:

La crisi ha cioè trasformato i sistemi bancari, a cominciare dal nostro, nei principali meccanismi di assorbimento dei titoli pubblici. (...) [La conclusione dell'Fmi] è inquietante: “(...) la conseguenza è una maggiore propensione ad acquistare titoli nazionali”. (...) Ciò significa che l'era della “de-globalizzazione” in finanzia è cominciata ed è destinata, così stando le cose, a intensificarsi.[7]

Si dica lo stesso per il famoso meccanismo del Fondo Salva Stati (Efsf), che si prefigura come un fondo di aiuto tra le borghesie europee ma è un'illusione ottica, una partita di giro che lascia chi è indebitato sempre più indebitato. Finora sono stati spesi 500 miliardi di euro in aiuti. Ma questi sono in grossa parte finanziamenti diretti alle banche tedesche e francesi che sono le più esposte in Grecia come nel resto del continente. In compenso, ogni finanziamento viene ripartito tra i diversi paesi. Così ogni qual volta che si stanzia un aiuto, il suo peso viene ripartito tra tutti i paesi, anche se principalmente questo si traduce in un salvataggio dei crediti delle banche tedesche o francesi. Si aiuta la Grecia e si indebitano ancora di più Spagna e Italia. Si aiuta la Spagna e si indebita ancora di più l'Italia. Il fatto che il fondo possa emettere titoli “europei” che dunque il mercato non può attribuire a questo o quel paese serve a poco di fronte al tracollo delle finanze pubbliche di tutti i paesi europei.

Va da sè che il problema non si pone per il movimento operaio europeo in termini di “unificazione sì o unificazione no”, così come il ritorno allo Stato borbonico non avrebbe risolto il divario tra nord e sud d'Italia. Il problema si pone in termini di capitalismo o socialismo. Davanti ai nostri occhi si materializza la famosa previsione di Lenin: gli Stati Uniti d'Europa sotto il capitalismo sono un'utopia reazionaria. Da cui noi dobbiamo far discendere una sola conclusione: gli Stati Uniti socialisti d'Europa sono l'unica concretezza rivoluzionaria.

Inviato a Senza Soste da Dario Salvetti - giugno 2012


[1] Banche, i veri rischi a Parigi e Berlino, Il Sole 24 Ore

[2] MORYA LONGO, Una montagna che vale 7 volte il Pil mondiale, Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2012

[3] MORYA LONGO, Il mondo seduto su 52mila miliardi di debiti, Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2011

[4] FABIO PAVESI, Lo spread rallenta l'industria, Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2011

[5] Germania favorita dall'Euro, Il Sole 24 Ore

[6] Al Bancomat della Bce, Il Sole 24 Ore

[7] Marco Onado, Il circolo vizioso, Il Sole 24 Ore

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