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Storia di Livorno, undicesima puntata: I bombardamenti sulla città

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bombardamenti_piazza-della-repubblicaIl più terribile bombardamento subito dalla nostra città avvenne il 28 Maggio 1943, un bombardamento “alla cieca” da parte degli americani. Tutto inizia alle undici del mattino, con la popolazione, abituata al coprifuoco con quell'attesa angosciosa di un evento che prima o poi avrebbe conosciuto, ma che non si aspettava certo in pieno giorno. Improvvisamente l'urlo contemporaneo e terrificante delle sirene di allarme sconvolge la vita dei livornesi, che presi dal terrore si affrettano a ripararsi nei rifugi . E' l'attacco che da  troppo tempo  si  aspettavano.  Quante volte  avevano sentito  passare sulle loro teste i rumori assordanti delle fortezze volanti che ritornavano dalle loro incursioni. Adesso era la loro volta. Quel giorno però Livorno toccò con mano il suo primo bombardamento a tappeto, ovvero come lo chiamavano gli inglesi, "area bombing". L'effetto di questa drammatica tattica di attacco aereo era teso a paralizzare i servizi essenziali della città e con essi le sue industrie. Venticinque minuti dopo che erano suonate le sirene, Livorno venne sommersa dal ferro e dal fuoco. Il primo lancio di bombe sconquassò la città. I tetti, le mura e gli edifici interi saltarono in aria e le macerie ricadendo ovunque causavano ulteriori danni e vittime. ovunque c'era la distruzione, il fuoco, il fumo ed i morti non si riusciva a contarli da tanti che erano. I dati ufficiali (sicuramente inferiori alla triste realtà) parlano di circa 500 morti e 600 feriti, soltanto nella prima incursione. Al primo attacco seguirono, a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, altri bombardamenti. Fu l'inizio dell'inferno. Successivamente Livorno venne di nuovo attaccata il 28 giugno 1943 alle 10,50 circa e poi a ripetersi, senza pietà per tanta miseria umana, circa altre cento volte. Di quei tempi oggi restano solo alcune foto. Sono il simbolo della guerra, della distruzione, e del dolore. Di un'epoca archiviata, che però nessuno dovrà mai dimenticare. A tal proposito è stata posta una lapide per non dimenticare le tragedie conseguenti alla sventurata decisione del regime fascista di partecipare alla seconda guerra mondiale, e i conseguenti bombardamenti e deportazioni subiti.

Un episodio  della primavera  del 1941, a  seguito di un  bombardamento che danneggiò  l’Hotel Palazzo, testimonia la  forte contrarietà del  popolo livornese al fascismo  e alla guerra. Il brano è tratto dal libro-biografia di Otello Chelli “La stirpe di Morgiano”

bombardamenti_pontinoLa bomba, unica, solitaria, testimone orgogliosa dell’assediata Inghilterra, era esplosa nel silenzio assoluto della notte e la gente di Venezia, il quartiere più caratteristico della città, era sciamata per le strade come uscita da un formicaio appena calpestato. Il largo viale dove abitavo, centro della nostra vita quotidiana, era gremito di gente che discuteva ancora sotto l’impressione dello scoppio tremendo, ma in noi ragazzi alla paura si era sostituita l’eccitazione di un avvenimento straordinario che ci scarrozzava fuori dai binari sempre uguali delle serate primaverili, ancora troppo fresche per farci rimanere a veglia fino a tardi davanti ai portoni di casa, anche se con l’avvento dell’oscuramento il gusto di stare insieme si era ridotto parecchio. Il sonno interrotto in piena notte era quindi una piacevole novità e, tra l’altro, noi di paura non ne avevamo avuta, perché c’era stato un unico scoppio e che si trattava di una bomba ce lo avevano detto i nostri impauriti genitori. […] La più arrabbiata era mia madre. Gesticolava furiosamente tra le sue amiche, sempre intorno a lei quando c’era da protestare contro qualche sopruso. Infuriata, minacciava sfaceli contro le autorità, colpevoli di aver permesso il bombardamento. “Domani in prefettura c’è Galeazzo Ciano, andiamoci tutte insieme e facciamoci sentire. La guerra se la facciano loro che continuano a gridare “Guerra, guerra, guerra” e sono tutti imboscati. Noi vogliamo vivere in pace e dobbiamo cantargliele con chiarezza”

Mamma le sue questione se le era sempre risolte così: se qualcuno approfittava della sua posizione per vessare la povera gente, se al Pane quotidiano, il magazzino del Comune dove distribuivano le pagnotte ai bisognosi, laggiù, vicino alla Voltina, chiudevano per mancanza di farina, così dicevano spesso e si rimaneva tutti senza pane, se i fascisti asserragliati nella nuovissima casa del fascio si permettevano di importunare qualcuno, lei e il gruppo delle sue amiche partivano lancia in resta e scardinavano tutto, dai mulini a vento, ai profittatori.

“Domani si va dietro a loro – dissi a Cecco, Doretta, Marino, Luana, Romano e Bruno, i miei amici – ci sarà da divertirci.”

La notte trascorse quasi insonne per noi ragazzi; ci si divertiva da matti sotto il cielo pieno di stelle che prolungava la vita delle nostre interminabili giornate senza scuola, vissute sui navicelli a far la guerra a sassate contro i ragazzi di Via San Giovanni e Via San Francesco o contro i Balilla della Gil.

Al mattino, […] Avevamo seguito il gruppo da lontano, senza farci vedere, per avvicinarci quando, sbucate da Via del Porticciolo, sciamarono verso la sede della Prefettura dove il genero del duce si era recato in visita, forse con l’intenzione di visitare la gigantesca costruzione non ancora ufficialmente inaugurata.

“Pace, Pace, Pace” – gridavano tutte insieme quelle donne dai grandi grembiuli variamente colorati, le vaste pezzole legate intorno al collo e la tasca nascosta sotto al grembiulone legato alla vita dove tenevano le cose più preziose. Le Veneziane, sotto la regia di mia madre, una donna bruna, alta e snella, bella, ma un po’ ingrigita dalla miseria, fiera, però, come lo sono sempre state certe figure di popolane, si fecero minacciosamente vicine al portone della Prefettura.

Le guardie accorsero come api disturbate nel nido, ma quelle erano donne che incutevano paura quando erano inviperite e nessuno si azzardò ad alzare una mano, soltanto a parole si chiedeva loro di sgombrare, anche se era come parlare al vento. Un vociare confuso e la gente accorse in quella parte della piazza. La paura e le privazioni della guerra rendevano coraggiosi anche i più pavidi e la folla, in quanto tale non aveva timore alcuno dei fascisti accorsi subito dopo, fatti venire dalle sezioni rionali per proteggere il palazzo dove aveva sede la rappresentanza del Governo, ma soprattutto là dove si trovava in quel momento il delfino del regime.

Le grida delle donne si facevano sempre più minacciose e non conoscevano soste, Artemisia chiedeva concitatamente alle guardie schierate davanti al portone di vedere Galeazzo Ciano, ma invano e allora, viste respinte le loro richieste, tutte insieme, mamma in testa, cercarono di sfondare la barriera e ne nacque un parapiglia incredibile cui partecipammo anche noi ragazzi con spintoni, qualche schiaffo, un paio di finte crisi isteriche, un casino che accrebbe vertiginosamente il numero di persone davanti al palazzo. Alla fine, per non peggiorare la situazione e non far scoppiare una sommossa, il prefetto uscì dallo scuro portone in legno massiccio e si fece davanti alle dimostranti che tacquero per ascoltarlo.

“Benedette donne cosa volete fare? Creare confusione durante la guerra è un crimine, potrei farvi arrestare per questo!”

“Arrestare una sega – era mia madre a rispondergli – la guerra l’avete dichiarata voi e le bombe cascano sulle nostre teste e ci parli di carcere? Buffone, chiama Galeazzo Ciano, noi vogliamo parlare con lui, capito?”

bombardamenti_hotel-palazzoIl tumulto sembrava riprendere da capo con maggiore violenza ed ecco che improvvisamente, in divisa, la faccia familiare del figlio di “Ganascia”, il potente ministro Costanzo Ciano, livornese di scoglio, morto due anni prima per un colpo apoplettico dopo una colossale mangiata in Borgo Cappuccini. Il giovane virgulto di tanto uomo era diventato figura preminente del regime sposando Edda, la figlia del duce ed ora ricopriva la carica di Ministro degli Esteri ed era da tutti  considerato come l’erede politico del grande  suocero.

Abbacinato dal sole, guardava come stupito quell’assembramento di  donne  inferocite,  ma  si avanzò verso le più facinorose inalberando un sorriso accattivante.

“Calmatevi, donne, stanotte non è successo nulla, non dovete stare in pensiero, stiamo vincendo la guerra e tra poco i nostri nemici si arrenderanno e tutto vi sembrerà un cattivo ricordo.” – rivolgendosi al prefetto, il giovane ministro, con la sua voce un po’ fessa, ordinò – “fate dunque portare una razione doppia di pane per queste brave donne e anche del latte, e i loro ragazzi ne saranno contenti.”

Un urlo di mia madre arrestò quel torrente di benevolenza:”Vaffanculo, tu e la tua elemosina, noi abbiamo fame, ma ci preme di più la vita dei nostri figli e dei nostri uomini, vogliamo vivere in pace, hai capito? Voi ci avete condotti al macello della guerra senza curarvi di quello che il popolo voleva veramente, a morire ci mandate i nostri mariti e sono i figlioli a rimanere orfani, mentre voi tutti siete al sicuro, farabutti!” – un balzo improvviso e Artemisia prese per il petto il giovane, brillante, ministro degli esteri del regno d’Italia e lo sbattè varie volte contro il muro, poi un colpo alla nuca sferratole da un carabiniere la sdraiò per terra svenuta e fu il caos, perché le donne veneziane dettero l’arrembaggio alle forze dell’ordine e fu battaglia, come solo esse sapevano scatenare quando dovevano difendersi. Mamma si riprese alla svelta, accanto a lei c’ero io, piccolo e minuto di fronte alle guardie, ma ringhiavo come un cucciolo di lupo.

Alla fine tra carabinieri, polizia e i fascisti della Milizia, le donne furono sopraffatte e Artemisia, Olga, Rigoletta, Nargisa, la “Pampanina”, Wanda, la ‘Occa, furono trattenute in questura con una decina di loro compagne. In Venezia si vissero giornate di agitazione e i fascisti avevano paura a circolare, soprattutto di notte, anche perché qualcuno aveva parlato di coltello e nessuno di essi se la sentiva di rischiare la pelle, nonostante gli atteggiamenti marziali e gli eroici propositi espressi alla luce del sole. Le autorità non lo davano a vedere, ma erano molto preoccupate; a quei burocrati sembrava così difficile procedere contro queste donne esasperate dalla miseria e dalla paura per sé e per la propria famiglia e perciò nei loro confronti non fu presa nessuna misura. Probabilmente i capoccioni temevano, più di quanto si potesse pensare il crearsi di motivi e di tensioni che dessero adito ad uno stato permanente di confusione e incertezza, soprattutto sulla vittoria finale, largamente propagandata tra la gente. E poi, il quartiere era sempre stato un focolaio di ribellione, di sotterranea opposizione al regime e alla guerra, sarebbe stata molto pericolosa per il morale dei cittadini la rivolta degli abitanti di quel mucchio di case miserabili, strette tra i canali e il porto, uomini e donne poveri  in canna, fieri, però, come nessun altro al mondo. Trascorsero altri due anni di tranquillità, ma venne quel 28 Maggio 1943 e sul nostro quartiere, sull’intera città e su di noi si scatenò l’inferno.

Nelle foto i bombardamenti su Piazza della Repubblica, il rione Pontino e l'Hotel Palazzo

Video: Bombardamenti su Livorno

Video: Ricognizione sulla Livorno bombardata

tratto da Il Quartiere - a cura de El Chico Malo

maggio 2011

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