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Pavia Calcio, storia di ordinario capitalismo

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pavia cinesiArticolo a cura di Yuri Capoccia - tratto da http://www.minutosettantotto.it

5 ottobre 2016, l’Associazione Calcio Pavia viene dichiarata fallita per la quarta volta nel corso della sua centenaria storia. Questa volta però è diverso. Sebbene le ragioni del fallimento siano le stesse del passato (assenza di risorse per l’iscrizione al campionato e pendenze nei confronti dei dipendenti e dei giocatori), il percorso che ha portato ad esso è senza dubbio un inedito.

Estate 2014, il Pavia è sull’orlo del fallimento. Il patron Pierlorenzo Zanchi decide di vendere il club all’imprenditore cinese Xiao Dong Zhu, proprietario del fondo d’investimento Pingy Shangai Investment operante nel Belpaese attraverso la società Agenzia per l’Italia, il quale salva la società accollandosi i debiti della precedente gestione per più di un milione di euro. L’iscrizione al campionato di Lega Pro – concluso in ultima posizione l’anno precedente senza tuttavia scendere di categoria per il blocco delle retrocessioni – viene effettuata. Il Pavia è ufficialmente salvo dal fallimento, almeno per questa stagione. La nuova proprietà si presenta ai tifosi e alla città nel migliore dei modi: promette una programmazione che preveda il doppio salto di categoria nel giro di qualche anno; la costruzione di un nuovo stadio da 20 mila posti e la creazione di una Accademy per formare allenatori e giocatori provenienti dalla Cina. Sulle sponde del Ticino anche i risultati iniziano ad intravedersi: la stagione si conclude contro il Matera al primo turno di playoff, dopo essersi classificati terzi nel corso del campionato. La nuova stagione (2015-2016), che per i tifosi e per la società avrebbe dovuto essere quella della promozione in Serie B, si trasforma invece in quella del fallimento. Ad aprile, la sconfitta con l’Alessandria sancisce il definitivo addio alla cadetteria ed il conseguente disimpegno di Zhu: gli stipendi ai calciatori e soprattutto ai dipendenti non vengono corrisposti, il presidente è sempre meno presente ed a fine giugno chiude per morosità anche “Casa Pavia”, aperta nel centro storico della città appena 38 giorni prima. Da questo momento in avanti è la fine per il Pavia: il vicepresidente Qiangming Wang latita, il presidente Zhu annuncia di voler vendere attraverso un video su Facebook. Il futuro della società assume contorni grotteschi: il club viene prima affidato all’interprete Luna Zheng, successivamente, dopo essere stato in procinto di essere venduto ad Abele Lanzanova, amministratore delegato di uno degli sponsor della società poi condannato per riciclaggio, viene comprato per un euro dall’imprenditore Alessandro Nucilli, noto alla cronaca per aver tentato di comprare il Siena sotto falso nome. La tifoseria, a ben vedere, è contraria alla nuova proprietà visti i precedenti del presidente. Nucilli, come prevedibile, non iscrive la squadra al campionato di Lega Pro sancendone il fallimento. Per fortuna dei tifosi il Pavia, e la sua storia, non vengono lasciati scivolare nell’oblio. Il Comune per evitare che il calcio sparisca dalla città costituisce il Football Club Pavia 1911 società sportiva dilettantistica, ripartendo dal campionato di Eccellenza.

Qual è la novità rispetto al passato? La proprietà, o meglio il fondo di investimento, è straniera, o meglio cinese. Per noi, per cui il padrone non ha nazione, il fatto che l’azionista di maggioranza provenga dall’estero non rappresenta un elemento di discussione in sé. L’elemento che invece stimola un’attenta riflessione sul fallimento del Pavia è l’immagine che il calcio veicola nel mondo, in particolare nei paesi dove ancora questo sport non è un fenomeno di massa. Ci spieghiamo meglio. Per quale motivo un fondo di investimento cinese dovrebbe investire in una società come il Pavia? La domanda potrebbe essere generale ed avere la stessa risposta: perché un fondo di investimento dovrebbe investire nel calcio? Semplice, per un ritorno economico maggiore rispetto ad altri investimenti, né più né meno. Il calcio, in particolar modo quello europeo, è divenuto uno spettacolo non nell’accezione positiva del termine, ma in quella negativa: una macchina da soldi. Le milionarie tournée dei club europei in giro per il mondo lo dimostrano. Se da un lato, aiutano la diffusione di questo fantastico sport, dall’altro facilitano la percezione del rettangolo da gioco come un mero prodotto commerciale.

Il caso del fallimento del Pavia è l’esempio innegabile di come una squadra di calcio possa considerarsi una semplice diversificazione degli investimenti, ed essere trattata come tale. Sulle sponde del Ticino la proprietà cinese approda con grandi obiettivi. Quelli sportivi, almeno dalle parole con le quali si presentano alla città e ai tifosi, sembrano sin da subito secondari, nonostante i proclami rituali ed i primi risultati positivi. Partiamo dalla collocazione geografica della città. Pavia come affermato dal vicepresidente Wang, è situata dal punto di vista economico-commerciale «in una zona strategica tra Milano e Genova», a pochi km dal capoluogo lombardo. Anche l’orizzonte temporale assume un significato in questa vicenda: siamo ad un anno dall’Expo, fonte di speculazione finanziaria ed edilizia. Al riguardo, sono emblematiche le parole dell’ex calciatore pavese Dario Biasi: «[abbiamo avuto] l’idea che fossero qui solo per Expo». Oltre al progetto di trasformare la città lombarda in una meta per centinaia di migliaia di turisti cinesi, durante la presentazione è stato più volte fatto riferimento a settori come quello sanitario ed enologico, nonché all’Università di Pavia, con la quale la società ha poi stipulato un accordo per l’apertura dell’Accademy. L’acquisto del Pavia non deve considerarsi soltanto come interesse per il know-how nei settori strategici sopraelencati, ma anche come apripista per le altre attività del fondo in Italia. Non a caso, il presidente Zhu è impegnato a Milano nella realizzazione del complesso edilizio “Giardini d’inverno”, un investimento da centinaia di milioni di euro in competizione con il più noto “Bosco verticale”. Dal quadro dipinto è facile trarre la conclusione che il calcio per Zhu e per il suo fondo di investimento è stato uno strumento per ampliare la piattaforma di affari e per allacciare le cosiddette pubblic relation, leggasi allacci politici. Infine, si potrebbe aprire una parentesi sulle risorse impiegate nel Pavia, la cui origine, come denunciato anche dall’ex direttore Massimo Londrosi (poi rientrato in società dopo il fallimento), sembra essere di provenienza incerta, ma questo non è il luogo adatto per discuterne, né nostro interesse farlo.

Un discorso invece che necessariamente va affrontato è relativo alla gestione tecnica del Pavia. La nuova proprietà, sia per la mancanza di competenze in materia sia per le difficoltà di garantire una presenza costante, ha delegato la gestione tecnica ad una dirigenza completamente ‘made in Italy’. Il video con la quale il presidente Zhu abbandona il Pavia alla sua sorte rivela come questa sia stata un scelta sbagliata. La dirigenza è accusata di essersi approfittata delle risorse cinesi, voci non del tutto prive di fondamento poiché la squadra vedeva la presenza di contratti fuori categoria. In più, sono state prese decisioni tecniche rivedibili come la sostituzione alla penultima giornata dell’allenatore Riccardo Maspero, che aveva condotto la squadra ai playoff, con Giovanni Vavassori, assente da anni dal calcio giocato. A questo, si aggiunge la rimozione di Londrosi e il suo avvicendamento con Nicola Bignotti, il quale si è fatto notare non per il suo operato, ma per le dichiarazioni nei confronti di alcuni calciatori che, a suo modo di vedere, dovrebbero essere «sciolti nell’acido». Come si può notare, anche la parte italiana condivide delle responsabilità nella vicenda.

La narrazione del fallimento è stata incentrata seguendo alcune linee interpretative semplicistiche, per non dire populiste. In primo luogo, la luce dei riflettori si è accesa su una ‘provinciale’ poiché le due squadre meneghine di recente sono diventate, o diventeranno, di proprietà cinese, stimolando quindi facili ed impropri parallelismi. In secondo luogo, la ‘notizia’ non è il fallimento in sé, piuttosto il fatto che sia stata causato da una proprietà cinese. Come se per i tifosi, per la città e per i dipendenti il risultato sarebbe cambiato nel caso in cui la proprietà fosse stata italiana. Come se il mancato ritorno economico, in termini di abbonamenti, merchandising, sponsor, diritti televisivi, risultati sportivi non avesse avuto alcun peso. In realtà, si è preferito descrivere i cinesi come coloni, non dicendo che – seppur con qualche sporadica e ‘sceicca’ eccezione – investire nel calcio non avviene più per passione, ma soprattutto per fare esclusivamente soldi. In questo, i primi a rimetterci sono i tifosi, non più tali, ma divenuti clienti del grande spettacolo che corre verso l’istituzionalizzazione, più di quanto non lo facciano già la disponibilità di risorse, della divisione tra squadre e superclub. Metafora di quello che avviene nel nostro sistema capitalistico: poveri sempre più poveri, ricchi sempre più ricchi.

Concludendo, il fallimento del Pavia, e di converso, la rappresentazione che il calcio odierno dà di sé al mondo è oramai lontana dalle sue origini. Non più uno sport popolare, attaccato gelosamente al territorio e ai suoi valori, ma uno sport dove il singolo è elevato a divinità ed anteposto alla squadra, ormai assunta ad impresa. A far da padroni sono i soldi, pardon il business. E se l’investimento non è redditizio, le risorse vengono dirottate su settori più produttivi, a discapito di tutto ciò che gravita, in termini sociali, intorno ad esso.

Questa è la chiave di lettura del fallimento del Pavia: un investimento andato male.

24 ottobre 2016

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Lenny Bottai: passato, presente e futuro suo e della Fortitude

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Eravamo rimasti al titolo italiano vinto lo scorso aprile contro Di Fiore in un PalaAllende pieno di gente. Da allora Lenny Bottai non ha più combattuto ma più che altro ha dovuto divincolarsi fra vicissituni disciplinari e tribunali federali a causa delle sue esternazioni sia politiche che sportive sui social. Il governo della boxe italiana, infatti, si è ancora una dimostrato un mondo chiuso, fuori dalla realtà. Con Lenny abbiamo fatto il punto della situazione della sua carriera e della sua palestra ed un excursus sul mondo della boxe, sempre più in affanno economico ed in preda a giochi di potere, oltre che sulla clamorosa vicenda dei suoi processi sportivi. redazione, 8 ottobre 2016

lenny insegnaAllora Lenny, inizia una nuova stagione sportiva, a sei mesi dalla conquista del tuo ultimo titolo italiano, dall'annuncio del ritiro e dopo innumerevoli vicissitudini anche disciplinari quali novità?

Il titolo ad ogni modo l'ho dovuto lasciare e rinunciare insieme ad altre chiamate all'estero visto che avevo una minaccia di 90 giorni di squalifica a me, mia moglie ed alla Spes per responsabilità oggettiva, ed anche un deferimento per un altro procedimento a carico, quindi nel caso di firma di un contratto non lo avrei potuto rispettare in caso di condanna, e si pagano le penali. Combattere in Italia è difficile e sfiora il volontariato, <<chissenefrega>>, ma le chiamate all'estero rappresentano sempre un'opportunità di fare belle esperienze ed un buon TFR, ma proprio a seguito delle inchieste disciplinari che mi hanno riguardato non le ho potute neppure valutare. A dire il vero, poi, sono ancora io il campione d'Italia in carica visto che non è stato disputato il vacante. La boxe è uno sport che più di altri gira insieme all'economia di un paese, quindi si fanno presto i conti di come siamo messi. 

Quindi non hai ancora deciso definitivamente di appendere i guanti al chiodo?

Non ho mai nascosto che l'unico problema per il quale annunciavo il ritiro era la questione economica e la possibilità di programmare ed espletare l'attività. Volendo era anche un mezzo appello, paradossalmente sono stato sostenuto da sponsor quasi sempre esteri o comunque che non facevano parte dell'imprenditoria locale, una cosa davvero bizzarra. Allenarsi senza alcun fine è difficile, a 39 anni con titoli importanti alle spalle è devastante, gli stimoli scemano. L'amore per il ring e la voglia di mettermi in discussione non mancano e non hanno mai vacillato, per altro al di la dell'età biologica non sono così vecchio sportivamente, cioè troppo usurato, per il gap di un lungo stop, ma la crisi rende impossibile reperire sponsor per allestire gli eventi, ed il rischio è, come mi è capitato, di combattere, smontare il ring, fare da taxi ad un avversario per risparmiare e rimettere più di 500€ di tasca. Un retrogusto pessimo per un professionista. Questo non è davvero accettabile e merita di iniziare a pensare ad altro, magari fare gli stessi salti mortali per far combattere i ragazzi con la sicurezza di poterti concentrare solo sulle organizzazioni e non andare sul ring logorato dal resto. Combinazione pericolosissima. Ma così va la boxe in Italia quando non si hanno santi in paradiso. E un Lenny Bottai non ne ha davvero.

Eppure eri entrato con entusiasmo nel Consiglio Nazionale della Lega Pro in quota rappresentante nazionale degli atleti, come va? Ci sono spiragli per la ripresa della disciplina in Italia?

Nel 2014 l'AIBA (ente mondiale che regola il dilettantismo, quindi le olimpiadi) ha deciso di fare una guerra scellerata al mondo del professionismo, con un progetto aggressivo assurdo e velleitario che ovviamente è fallito. In pratica il presidente mondiale, il cinese Wu, ha imposto a tutte le Federazioni che, se volevano partecipare alle olimpiadi, non dovevano avere nessun rapporto con le sigle mondiali professionistiche (IBF, WBC, WBA, WBO, IBO) altrimenti venivano le nazionali in causa estromesse dai giochi, annunciando inoltre che avrebbe fatto lui un nuovo professionismo AIBA denominato APB (Aiba Professional Boxing) con la folle idea che questo divenisse voce unica ed egemone nella boxe sulle dette sigle che hanno scritto la storia della Boxe ed hanno costruito un impero. I campioni olimpici uscenti di Londra sarebbero stati i nuovi professionisti AIBA, i quali, per la prima volta nella storia, avrebbero fatto le olimpiadi insieme ai tornei che già sono partiti delle World Series.
Nelle altre nazioni ci sono più Federazioni, il dictat veniva gestito perché spesso professionismo e dilettantismo sono separati, ma in Italia, per statuto del ventennio nè era ammessa una sola: la FPI. Questo a noi creava un impingement: o non partecipavi alle olimpiadi e perdevi i contributi dal CIO e dal CONI, o non facevi fare attività ai professionisti che non potevano farsi una Federazione a se. Ne è uscita la creazione della Lega Pro Boxe, costola della FPI che con un pacchetto di deleghe doveva nel 2017 diventare una federazione totalmente autonoma che si occupava solo del professionismo. Siamo sempre stati orfano, adesso venivamo scaricati del tutto. Mi venne proposto di candidarmi come rappresentare i pugili all'interno del consiglio nazionale nascente, che era finalmente composto non solo da rappresentanti dei manager e degli organizzatori, come il vecchio Cep (settore Pro Fpi) che erano i soliti da vent'anni, ma anche da pugili (due), tecnici e rappresentanti di società minori definite Junior. 

Il progetto era interessantissimo e vedevo uno spiraglio di cambiamento, se non altro perché si rimaneva anche fuori dalla dinamica logora della Federazione, interessata al dilettantismo di stato e con una struttura molto, a mio avviso, arcaica, dove la base non conta mai. 

lenny di fiore 2Un anno e mezzo di lavoro sodo, non facile, ma nel quale ho contribuito a far nascere il primo torneo nazionale Neo Pro (neo professionisti) ed a coadiuvare molti pugili e tecnici a passare, in una sola edizione ha intercettato ben 100 nuovi iscritti (cosa mai vista prima!). Poi tutto è cambiato. Si andava verso un'indipendenza a mio avviso con una forza motrice data da nuove leve interessanti, una struttura più bilanciata, e soprattutto dalla creazione appunto dei "Neo Pro" che erano professionisti che uscivano dai vecchi schemi, perché organizzati e gestiti sempre dalle società dilettantistiche e non dai procuratori e manager che, nel caso, li mettevano sotto contratto quando raggiungendo risultati si mettevano in mostra, quindi avevano certezze sul futuro. Avere un contratto di procura ed essere professionista a tutti gli effetti ti lega ad un tipo di attività che non è mai garantita, per burocrazia, costi e varie complessità. I Neo Pro invece snellivano il tutto e potevano essere organizzati come società dilettantistiche con costi molto ridotti, perché erano fissati introiti standard e norme simili a quelle della classe "elite", (prima serie dilettantistica). 

Poi cosa è successo?

Improvvisamente l'AIBA ha fatto retromarcia, perché ovviamente ha perso la guerra con le sigle, che non sono di certo gli ultimi arrivati. Hanno infatti "comprato" con contratti importanti e a suon di "lilleri" (quattrini) quasi tutti i campioni olimpici di Londra, lasciando la suddetta AIBA senza pugili per il suo progetto APB. Allora a questa sono saltati gli schemi ed anche il progetto di fare queste olimpiadi a Rio con i professionisti, difatti hanno dovuto aprire anche ai professionisti normali (di 7 pugili italiani inviati, 2 di questi erano difatti professionisti della Lega Pro Boxe). Il problema, sempre solo per noi in Italia, era che a quel punto si rimetteva in discussione molte cose, a partire dall'indipendenza della Lega Pro Boxe,  ad esempio, a chi sarebbero andati i contributi del CONI visto che sono elargiti per l'attività olimpica, e se i professionisti andavano alle olimpiadi anche la Lega Pro Boxe ne aveva diritto in futuro. 

Improvvisamente però qualcuno ha tirato il cappio, economicamente e burocraticamente, allora e tutto è finito soffocato.

Quindi?

Quindi, visto che indipendenti saremmo diventati nel 2017 (non a caso dopo Rio, perché i contributi sono elargiti in base agli iscritti) è stato fatto un dietrofront veloce, un'inversione a U ed un reintegro della Lega Pro Boxe in FPI, nella quale, essendo finito il quadriennio olimpico ci saranno a breve anche le elezioni, e difatti si sono già scatenate le varie cordate che si fanno la guerra per l'egemonia ignorando tutto questo. Ma come diceva Marx della religione "è il singhiozzo di una creatura oppressa". Si vuole cambiare teste, poltrone, non il sistema.
La mia esperienza allora è finita qui, ovviamente, cioè in questa decisione. Non perché abbia qualcosa contro la FPI, anche se nel frattempo mi ha regalato due indagini disciplinari bizzarre, ma perché quello spiraglio di creare qualcosa di nuovo libero dai gioghi delle competizioni delle cordate, dal clientelismo, dal dilettantismo di stato che stritola gli "esseri normali", è scemato, e personalmente la vedo dura lavorare tranquillamente se non lontano dallo "zucchero" dei contributi olimpici. 
Potevamo lavorare senza preoccuparci di replicare certi meccanismi, questo spiraglio era l'unico motivo per il quale accettai la candidatura che ho rimesso, un consiglio dove 5/10 erano di rappresentanti della base valeva la pena provarci. Tutto adesso tornerà come prima, il deficit è culturale, strutturale, almeno per me, e non solo ai vertici, ma in generale. Difatti, il mio annuncio duro e diretto su una pagina che ho creato appositamente dopo l'elezione e dove ci sono tutte le persone di ambiente e chi si occupa di informazione sportiva dedicata è stato bypassato. Ho denunciato che sono state prese decisioni senza passare dal consiglio, sui siti si fanno belli con i paroloni e le arringhe ma tacciono. 

Quanto hanno influito secondo te questi fatti e le posizioni che hai con le indagini disciplinari che ti hanno coinvolto? Perché leggendole il dubbio sorge spontaneo.

Sinceramente, non sono un amante della dietrologia, penso che l'incipit come è emerso dagli atti deriva da contrapposizioni personali con chi ha fatto segnalazioni e denunce dopo fatti accaduti ed addirittura a seguito di post che ho messo sulla mia pagina Facebook. Di sicuro però è bizzarro che sono stati presi in considerazione a cospetto di ben altre situazioni ignorate, e che pubblicano anche gli stessi che mi hanno denunciato. Mi sono sentito dire che con la mia condotta ho danneggiato l'immagine del mio sport contravvenendo al codice etico sportivo, quando chi mi accusava non rispettava il regolamento chiedendo addirittura ai tecnici di pagare il biglietto di ingresso. Non bastasse poi, quotidianamente si vedono illustri rappresentanti tra i quali anche alcuni, non solo la base, che affonderebbero i barconi, accenderebbero i forni, ammazzerebbero le fedifraghe, incarcererebbero gay e lesbiche, o pubblicano video dove mettono KO in palestra persone mentre fanno guanti senza diritto ne tutela. Addirittura in un titolo ho avuto anche un arbitro che come foto del profilo aveva quella del Duce; voglio essere chiaro, per me lasciano il tempo che trovano, figurati se vado a fare le pulci agli altri, ne faccio giudizio personale, ma di certo con me la metrica è stata diversa se pensiamo che in uno dei post contestati ho scritto semplicemente uno scherzoso "ce lo puppate!" a chi mi criticava. Addirittura una denuncia è arrivata da una persona non tesserata e dopo aver parlato con chi mi conosce (i membri del team di DI Fiore) ci ha ripensato ed ha chiesto di ritirarla, ma quando l'ha fatto dagli organi preposti gli hanno risposto che non parlavano con lei in quanto "non tesserata". Mi ha confessato poi di essersi sentita usata e mi ha inviato anche la lettera.

Non soffro della patologia di sentirmi al centro del mondo, ma penso che uscire da certi schemi ed avere seguito (la mia persona e la pagina sono seguite) negli ambienti dove si vive di gerarchia e fobia del controllo non stimola molta simpatia. Se poi succede che la cabala ti manda in un consiglio nazionale e qualcuno per bazzecole ti denuncia ecco fatto...

Forse in questo ambiente è talmente assordante l'omologazione che basta poco a diventare un problema.

 

Hai deciso cosa farai da grande, nel senso di progetti per il futuro che ovviamente non comprendono solo te ma anche la Fortitude?

lenny trionfoCosa avrei fatto da grande in realtà l'ho ipotizzato nel 2008 e deciso definitivamente poco dopo. È un sassolino nella scarpa che devo togliermi questo. Al tempo lavoravo come operaio cartongessista, poi allenavo e combattevo da professionista. Come facevo non lo so! Scendevo dal ponte, magari dopo una giornata di controsoffitti, e andavo in palestra, allenavo e mi allenavo.

Nel 2009 così, mentre facevo qualche lavoretto da solo perché aveva chiuso la ditta dove lavoravo, ed il parcheggiatore notturno nel fine settimana, nel pieno di una grande e inaspettata evoluzione sportiva, grazie ad alcune dritte che non dimenticherò mai di Giovanni Parisi che ebbi l'onore di avere come mentore per un breve periodo della carriera prima che ci lasciasse per una tragedia, ero arrivato alla soglia del primo titolo, e decisi che se ci volevo provare a fare il pugile sul serio era il momento. Ma dovevo farlo per bene, visto che con la mia storia ed il gap del tempo perso non si ammettevano errori o approssimazioni. Un solo fallimento avrebbe pesato a 31 anni. Allenarsi per 12 riprese e lavorare, se non hai un lavoro che te lo permette è impossibile. 

Così iniziai proprio come mi consigliò Giovanni a non farmi imboccare da nessuno, a studiare e capire come si muovevano le cose. Da allora mi sono fatto da manager e organizzatore - anche grazie ad un rapporto vero e paritario, complicato ma importante, con Sergio Cavallari (manager ed organizzatore di grande esperienza di Lenny) dal quale ho imparato tanto - poi facendomi anche da procacciatore di sponsor, spesso anche da allenatore, non per fare il Berlusconi il Woityla della boxe, ma per compensare tutti quei ruoli che sono vuoti con l'aiuto di mia moglie, di mio padre che è preparatore, e della famosa "Cooperativa Mangusta", col sostegno della città. Ho iniziato così a fare l'equilibrista vivendo di sport: mi svegliavo la mattina alle 6:00 per allenarmi, andavo a correre o facevo lavoro atletico in genere, poi mi riposavo e mettevo in palestra fino a pranzo. Il pomeriggio mi allenavo nuovamente per fare tecnica e allenavo fino alla sera. Il fine settimana magari andavo ai tornei con i ragazzi in giro per la toscana ed anche fuori, in alcuni periodi ho gestito 22 agonisti, ogni fine settimana ne combatteva uno. Per legittimare il doppio ruolo, tecnico e atleta, che la mia Federazione impediva, ho dovuto ingaggiare una battaglia legale e far cambiare lo statuto della Fpi.
Nel frattempo organizzavamo incontri, cercavamo sponsor, ci pubblicizzavamo e gestivamo le le promozioni, il lavoro si triplicava ma ottimizzavamo e risparmiavamo; poi da autodidatta ho studiato e conseguito dei brevetti fino a diventare anche un docente in una associazione di preparatori e comporre articoli per dei siti dedicati all'allenamento importanti come Rawtraining, ed ho iniziato a fare stage in Italia e all'estero. Posso giurare che per almeno cinque o sei anni non ho fatto più di due, massimo tre giorni di pausa. Veronica lo può testimoniare.

Quando fai tutto questo e qualcuno ti chiede: ma di lavoro cosa fai? la pelle "si accappona", come si dice a Livorno. Ed è tanto se non lo mandi a quel paese.

La cultura mediocre di questi sport è che il maestro (tecnico) fa tutto "per la gloria", guai a dire che riceve compenso, lo fa nel dopo lavoro, se ne ha uno che lo permette, e poi magari ti ritrovi che alcuni arrotondano facendo la "chea" (sottraendo soldi di nascosto) 10€ alle 50€ di borsa dei ragazzi, oppure ti chiedono 300€ per venire in auto da Milano a Livorno sennò ti fanno saltare gli incontri, oppure li fanno combattere gratis i ragazzi perché non ci son soldi ed incassano i biglietti dei parenti, o allenano per centri fitness stipendiati a suon di contratti annuali magari senza neppure affiliazioni. E lo fanno per la gloria eh... Io che lo faccio per lavoro, e lo rivendico, mi permetto di portare i ragazzi a combattere anche in Emilia a mie spese o gli lascio borsa e rimborso viaggio come è successo in alcuni casi. Strano il mondo...

Ovviamente il discorso è che se uno è impegnato solo una o due ore al giorno, magari tre volte a settimana, può anche farlo come volontariato, hobby, ammesso che sia giusto come concetto e sia espressa volontà, ma spesso in questo modo succede che se il lavoro incrementa uno cede perché deve seguire troppe cose e da priorità ad altro. E come trova modo per studiare ed aggiornarsi continuamente? Dove prende i soldi?
Non è un approccio professionale. Io ho fatto degli stage e dei corsi per imparare dei sistemi di allenamento che sono dovuto andare in Emila e pagare 280€ per quattro ore di corso. Quando ci sarà un sistema che non mercifica questo e che mi nutrirà senza passare dai supermercati, allora, se ne potrà anche parlare.
Personalmente ho disputato 8 titoli (di cui 6 vinti) ed una semifinale mondiale, riuscendo, dal giorno che ho preso questa decisione, a mixare le borse con i rimborsi della società e crearmi un'onesto stipendio da operaio. Facendo reddito, cioè dichiarandolo e pagandoci le tasse anche se non ho nessuna tutela come un dipendente né previdenza, né stabilità. Ma tanto grazie al buon Renzi a breve andranno nel dimenticatoio.
Di certo la scelta singolare, che rivendico, è avere fatto un percorso autonomo e dal basso che ha rifiutato poi di svendere un "sapere" ed una professionalità al meccanismo del mercato dello sport e del Fitness, che non è il demonio sia chiaro, ma non fa parte della mia genesi; ma spesso mi domando dal punto di vista familiare e personale se tutto ciò non è stato fare il Don Chisciotte. Non dovrebbe essere un'opportunità da sviluppare sul territorio un progetto simile?

Proprio in merito alla questione lavorativa e di auto-reddito ti abbiamo sentito in un intervento sullo sport popolare e letto in alcuni post chiarire una posizione e dei passaggi sull'accostamento dell'assunzione nei corpi di stato come retaggio dei sistemi del blocco dell'est dai quali è stato ripreso.

Lenny Bottai scortaCome sempre accade il nostro sistema prende principi ed esperienze altrui e le stravolge. Anni fa, per contrastare lo strapotere dei bocchi dell'est, che vincevano ma per qualità e non di certo per questo, i nostri vertici si sono inventati le assunzioni nei corpi di stato e quel meccanismo che, sommato alla logica clientelare che imperversa da sempre in Italia, ha prodotto solo una classe privilegiata senza riscontri oggettivi né ricambio generazionale. Non a caso, i facenti parte dei corpi vivono condizioni di privilegio ed imperversano nel paese sui malcapitati "esseri normali", vincono sempre a mani basse o per preferenza risicata gli assoluti (massima manifestazione nazionale dilettantistica) ma poi magari non hanno la stessa riuscita in campo internazionale. Eppure i corpi furono creati perché si diceva altrimenti non eravamo competitivi!
Il problema è che si sono imitati sistemi che non erano sovrapponibili al nostro come quelli socialisti. Anzitutto in Urss l'attività sportiva non era legata solo ai corpi militari e della polizia, ma bensì ai ministeri. Ad esempio il Lokomotiv era storicamente ambiente dei ferrovieri, il Torpedo dal settore automobilistico e dei trasporti in genere, e lo Spartak ai sindacati operai, poi il CSKA di ambienti militari. L'attività sportiva era promossa, irradiata e stimolata dal governo stesso, che dopo la rivoluzione istituì il ministero del benessere e della cultura fisica, fino alla rete capillare delle scuole (nelle quali non mancavano squadre ed attività) e delle fabbriche. La base era costituita da una piramide larghissima di centri nel dopolavoro e doposcuola, dai quali le eccellenze ricevevano la possibilità di rappresentare il proprio ambiente di lavoro nel nazionale e nel caso la nazione nello sport venendo retribuiti, per poi, in caso di mancati risultati rientrare a lavoro ed a fine attività, darsi agli studi e diventare educatore. Una logica diametralmente opposta a quella nostrana, dove si viene assunti, stipendiati, magari su indicazione o raccomandazione di qualcuno, e poi si deve trovare il modo di essere impiegati perché l'assunzione è una scusa e non una scelta dovuta a competenza. 
La crisi degli allenatori nel mio sport nel giro nazionale deriva da questo: quando un atleta illustre del giro finisce la sua carriera lo mettono ad insegnare o in un ruolo federale, ma prima cosa non è detto sia portato e capace, secondo per insegnare si deve studiare. Ed è così che in nazionale poi chiamano e pagano tecnici stranieri come il russo Filimonov che ha un grande sapere anche teorico.
Serafim Todorov è l'unico pugile nella storia ad aver battuto Floyd Mayweather alle olimpiadi di Atlanta. Il bulgaro, da quel che lessi, a fine carriera pensava di allenare la nazionale facendo appello al suo prestigio come pugile, ma non avendo effettuato gli studi necessari non lo presero. In Italia gli avrebbero trovato un posto subito, a prescindere. Lo sport è scienza e meritocrazia, nepotismo e clientelismo non producono niente, difatti non sono in questo campo presenti neppure in un sistema come quello americano, iper-capitalista, dove l'efficienza diventa esigenza di mercato.

Il tutto in ogni caso è un parallelo col lavoro in generale, come diceva il maestro Bene la cultura del lavoro e del gran lavoratore è stata devastante, ed ha vincolato le persone alla catena di montaggio. Del resto quando uno raddoppia i turni, o fa due lavori, gli dicono che è Stachanovista, ma quella era efficienza, non schiavitù. In Urss i lavori pesanti facevano turni dalle 4 alle 6 ore. Mica erano scemi. 

Cosa secondo te potrebbe invertire questa deflazione nella qualità sportiva che il modello vigente produce?

Non è questione solo qualitativa ma anche culturale in generale. Spesso ne ho parlato in assemblee ed iniziative di questo, noi siamo nel limbo totale: non siamo un sistema socialista, che garantisce accessibilità, richiede e ricerca efficienza per promuovere il suo modello, ma neppure uno capitalista che funziona, che fa altrettanto per produrre bieco mercato. 
Il vertice è sempre il prodotto di una base, e più la allarghi, la rendi accessibile e di qualità, più i vertici esprimeranno un elite, ma solo se fai in modo che è realmente il merito a permettere di emergere. E la qualità è figlia della professionalità, che non necessariamente deve significare business, anzi, per me questo è deleterio, ma anche volendo non siamo neppure questo perché siamo capitalisti poveri economicamente e culturalmente. Del resto tutti i sistemi di allenamento e la scientificità sportiva sono stati prodotti dal blocco dell'est, non per soldi ma per scienza. A questi dobbiamo tutta la metodologia che ancora oggi è ossatura indiscussa e indiscutibile di chiunque prepara una prestazione di alto livello anche negli USA.

Hai nominato il CoNaSP, in una recente iniziativa ti abbiamo sentito parlare, ed abbiamo letto anche in un'interessante documento in merito, sul rapporto tra sport popolare, auto-reddito e gestione di strutture pubbliche. Argomenti spigolosi.

lenny conaspCon il CoNaSP (coordinamento nazionale per lo sport popolare) abbiamo spesso affrontato i temi di qualità e auto-reddito, che sono strettamente legati per la professionalità e la competenza. Anche del fatto che alcune realtà nascono talvolta in spazi liberati dalla speculazione edilizia, dall'abbandono e vengono anche occupati per denunciarne le condizioni, ma non per questo ciò deve necessitare di privarci anche di avere percorsi normali o partecipare a bandi per farsi assegnare degli spazi. Le nostre palestre popolari debbono essere aperte ai quartieri, alle città, allo sport che tutti riconoscono come luogo di confronto, per questo abbiamo trattato e criticato i circuiti "fai da te" degli sport da combattimento. Chi fa sport olimpici, o comunque con fine competitivo, deve essere messo in condizione di esercitare e rivendicare una professionalità anche dal basso ed accedere, dimostrare dove c'è il popolo, sennò è un paradosso chiamarlo popolare. Per questo le società sportive, quelle vere, non quelle che mascherano con una ASD (associazione sportiva dilettantistica) lavoro subordinato o gestione familiare simil-aziendale, debbono accedere a strutture soprattutto pubbliche e fare attività agevolata, ma che non deve diventare concorrenza sleale verso i privati che si occupano di Fitness, che è ben altra cosa. L'incipit deve essere rendere alla comunità una ricchezza in termini di cultura sportiva, servizi ed accessibilità. Rinunciare a questa sfida è fare gli ultimi dei moicani, i rivoluzionari adolescenti, lavorare nello sport ha una finzione sociale importante. Purtroppo poi c'è anche il problema che l'indotto sportivo agonistico si mantiene con l'attività amatoriale, che spesso è praticata senza alcuna legittimità ed illegalmente nei centri fitness che per avere un corso in più fanno magari "ginnastica pugilistica" anche se non potrebbero. Idem per palestre neppure affiliate che mescolano le proprie discipline con la boxe.
Se una disciplina è in grado di sostenersi con l'attività, con il suo indotto, rendendo accessibile e popolare la pratica ed è messa in condizione magari dalle amministrazioni, può rendere al territorio ricchezza in termini di cultura, accessibilità, ed occupazione, appunto, se come facciamo noi la gestione societaria va in quel senso. Perché in ogni caso fa ricchezza nel territorio.
Sono cose che ho sentito dire da De magistris in Corea poco tempo fa in generale sulla cultura, ma che io dico da quando lui faceva il magistrato (ride).

La Fortitude ha compiuto da poco dieci anni, quale bilancio sportivo e non solo? Progetti futuri?

Continuando per questa strada, su questa linea, speriamo che qualcuno risolva la questione che viviamo, che è drammatica. Siamo dentro uno stadio che è ai limiti dell'agibilità, in uno spazio claustrofobico, senza finestre, ad ore e soggetti a continue interruzioni, e la situazione doveva essere "temporanea" già nell'era Cosimi. Oltre ad aver contribuito a rilanciare il pugilato a Livorno, non solo con me, ma con risultati chiari come il recente titolo italiano Neo Professionisti di Jonathan Sannino e molti altri campionati senior (quattro regionali assoluti ed una medaglia d'argento agli italiani universitari con Gassani) e junior con vari atleti, nonché a livello giovanile con due campioncini d'Italia (Boldrini Manuel e Mitia) attività di cui il padre, nostro tecnico, è responsabile regionale, abbiamo reso alla comunità progetti per legittimare l'avere in concessione uno spazio pubblico (cosa che dovrebbe essere tassativa da inserire nei bandi!). Anzitutto rendendo accessibile lo sport, con una forbice di prezzi popolari e la rinuncia totale delle convenzioni annuali sin da quando (qualche anno fa...) andavano per la maggiore. Poi facendo iniziative contro la crisi, garantendo ad iscritti licenziati e cassa integrati di allenarsi senza pagare. Inoltre abbiamo un rapporto con due case famiglia da anni, dalle quali adottiamo sportivamente minori italiani e non, e ne abbiamo fatto uno anche con i profughi (sempre minori). In passato abbiamo con un nostro iscritto, lo psicologo Alessio Mini, realizzato progetti di collaborazione con associazioni per la salute mentale, ed abbiamo inserito nei corsi anche ragazzi "speciali". Questo, parlo dei progetti, di senza chiedere una lira a nessuno e investendo di nostra tasca, anzi mutilandoci, perché avendo uno spazio ridotto ed un numero massimo di 20 persone (istruttori compresi) per ogni corso significa nei mesi partecipati rinunciare a potenziali mensilità, ma non siamo francescani, brave persone, anzi, questa è la nostra pulsione e la nostra genesi, per noi è energia e motivo di lotta, chi ci sceglie ci sceglie perché sa in che ambiente viene. 
Se avessimo voluto gettarci nel mercato avremmo accolto le richieste, che non sono mancate, di essere integrati con centri sportivi di privati, anche centri fitness, ma crediamo in altre dinamiche.
Tutto questo, come detto, creando anche dell'auto-reddito per i nostri atleti che insegnano e non fanno il classico lavoro subordinato pagato ad ore ma regolarmente condiviso in assemblea, venendo rimborsati in base a quello che producono, cosa che non fa nessuno. Ragazzi, che magari disoccupati, non riuscirebbero neppure a fare sport.
Potenziare questo modello, potrebbe significare ampliarlo e dare una risposta alla città che può essere d'esempio. Del resto Livorno è in cima alle classifiche non solo per medagliati, ma anche per praticanti di sport per densità di abitanti. 
Nella crisi che incombe, vedere un futuro come polo industriale e produttivo con la globalizzazione è velleitario, semmai i servizi e quindi anche lo sport, possono essere risorsa ed attrattiva. Avendo intelligenza e sponda, si potrebbero fare molte cose, per il bene ed il futuro dei giovani, a partire dalla scuola. Ma qualcuno ascolterà mai le idee sane che non sono mero mercato? 

Questo magari quando sarai assessore? Ci hai mai pensato veramente?

lenny mastrandrea(ride) Ovvio, quello scherzo è servito per punire dei giornalisti che mi avevano sempre in bocca a sproposito e mi avevano inserito nel toto assessori, il diagramma impazzito del fagocitare notizie ha fatto il resto da se. Non mi nascondo e tutti sanno le mie idee. Chi pensa che fare la politica sia una cosa brutta, fa demagogia spicciola, si dichiara disinteressato e poi si va a strusciare nelle stanze per "avere", inoltre lasciare il campo abbandonato è favore ai politici che hanno disintegrato il tessuto sociale e cancellato anni di conquiste. Io tifo Livorno squadra e città, e non mi accodo alle critiche ipocrite e strumentali, che non significa non criticare chi governa, ma bensì avere una dignità e un'onestà intellettuale che io credo la gente riconosce, farlo con cognizione. E questa è mancata a parecchi ultimamente, magari con quello scherzo si sono visti togliere una soddisfazione dal piatto. 
Non a caso poi si sono inventati di tutto, perfino che volevo essere chiamato (semmai il giorno stesso dell'annuncio del vero assessore...). La politica l'ho sempre fatta con pragmatismo e dal basso, sono entrato nelle prime occupazioni nel '93 dopo l'omicidio Tortorici, ho visto passare generazioni e poi finire in ufficio al lavoro con "papi", l'esperienza elettorale è stata una decisione collettiva, io ho messo la faccia per un progetto che tuttavia continua perché è a favore della città. E' un pezzettino: il Villano, Porta San Marco,e quel che verrà, per me il principio cardine è l'amore ed il rispetto del proprio territorio e della propria storia, che leggasi, è per genesi aperta. "Diversis gentibus una". Quel che si fa, che si decide per strategia, con il solito obiettivo, va bene, finché resta l'incipit. Con i discorsi mi ci sciacquo i piedi, come diceva la mi nonna. Il giorno che non credo in quel che faccio, come dal consiglio di Lega, alzo le tende. 
Non sono gli errori, ne ho collezionati a tonnellate, chi dice che non ne fa bluffa, ma semmai la meschinità e l'inganno a togliere dignità. Chi non vuole cambiare le cose, non vuole neppure che gli altri ci provino.

Ultima domanda, irrinunciabile, dopo il video con il Teatro degli orrori abbiamo appena visto che è uscito "Io sono con te!" degli Assalti Frontali, ma anche altri artisti ti hanno nominato o dedicato copertine, pezzi, rime (Kento, Guacamaya, Gente de Borgata, Los Fastidios, Vacca...) cosa ne pensi?
 
Ovviamente mi fa piacere esser ritenuto un punto di riferimento come sportivo cosciente, antagonista al modello vigente, da una parte mi mette in difficoltà, perché tendo sempre a dribblare la "mitizzazione". In ogni caso, credo e spero, che essere riconosciuto da un certo ambiente perché umano, fallibile e comune, quindi in se è già un anti-corpo. Il resto provo a mettercelo io ogni giorno, nella vita e anche dalla mia pagina Facebook con la quale posso comunicare a 20.000 iscritti, tutti volontariamente nessuna pubblicità, molti dei quali sparsi e quindi con questi non avrei mai possibilità di comunicare se non con la rete. Discuto, posto riflessioni (lunghe non ho il dono della sintesi...) mando a quel paese e regolarmente mi ci mandano, finché ciò avviene sono tranquillo. Sono io e sono unano.
Poi c'è da dire che sia con il Teatro che con gli Assalti c'è una storia di amicizia dietro. Addirittura col Teatro, cioè con la vecchia formazione di Pierpaolo e Giulio (One Dimensional Man per 2/3 la stessa) ho condiviso il palco quando suonavo; con gli Assalti invece c'è un'amicizia vera ed un filo che ci lega di amici in comune di Roma. Questo per dire che ci sono delle storie vissute dietro a quei video. Col CoNaSP ne abbiamo parlato, se devo e posso essere veicolo di un messaggio, perché più in vista, non mi sottraggo, mi immolo per la causa. Qualcuno potrebbe anche pensare malignamente che è protagonismo, ma quando uno parte dal divano di casa con trenta kg di sovrappeso e finisce in diretta su Italia 1 da Las Vegas, sul ring più importante della storia della boxe, cosa altro deve andare a cercare? 
E poi mai illudersi, ci sono sempre molti aspetti negativi dell'essere al centro delle attenzioni in questo senso. Ma ripeto, mi interessa la sostanza, il fine di cui, se nel caso, posso essere un mero strumento perché non si abbandoni il campo a coatti e lobotomizzati. Rifiutarsi delle volte significherebbe questo.
 
Il video Assalti Frontali - "Io Sono Con Te"
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Ultimo aggiornamento Domenica 09 Ottobre 2016 15:53

Olimpiadi sì o no? La risposta oltre la polemica politica

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Oggi Virginia Raggi ha detto NO alle olimpiadi. Ripercorriamo con articoli attuali e passati cosa significa in termini economici e di ritorno organizzare un'olimpiade e le motivazioni di questa scelta

olimpiadi roma montezemolo malagoQuesto è un articolo del 2014: "Perché ospitare le Olimpiadi non conviene. Per le casse pubbliche è sempre una spesa. E sugli altri effetti, gli economisti si interrogano" http://www.linkiesta.it/it/article/2014/12/19/perche-ospitare-le-olimpiadi-non-conviene/23948/

Va oltre le stucchevoli polemiche fra PD e 5 stelle e oltre la misera propaganda del Coni. È un articolo di Linkiesta, sito di matrice politica e culturale liberale, in passato vicino a Renzi ora molto meno. Nel 2014 la Raggi era sempre in uno studio di avvocato e Renzi era da poco presidente del consiglio.  Ma qui potete leggere cosa dicono, dati, studi e ricerche rispetto alla convenienza delle olimpiadi, sia come ricavi che come ritorno nel lungo periodo. I dati sono chiari: nulla o debiti. Fanno parziale eccezione Los Angeles (ma li c'erano di mezzo privati e diritti TV che solo in quel contesto possono fare quei numeri) e Barcellona sul lungo periodo (ma sul breve i debiti furono altissimi). Emerge chiaramente come l'avventura olimpica presupponga un grosso esborso di soldi pubblici. Toronto riuscì a finire di pagare i debiti solo dopo 30 anni. Poi ci sono gli esempi dell'Italia su mondiali di calcio e nuoto (nel 2009). E lì bisogna stendere un velo pietoso. Senza pregiudizi o guerre sante.

Sempre Linkiesta oggi ha aperto il suo sito con un editroriale del direttore Canecellato dal titolo "Virginia Raggi ha fatto bene: le Olimpiadi a Roma sarebbero state un disastro" http://www.linkiesta.it/it/article/2016/09/22/virginia-raggi-ha-fatto-bene-le-olimpiadi-a-roma-sarebbero-state-un-di/31848/

Cancellato riporta tutti sulla terra facendo un discorso chiaro e razionale, prendendo la situazione di Roma e della sua classe dirigente allo sbando e comparandola con altri paesi facendo la tara con un'analisi puramente contabile:

"Barcellona 1992 perse 6 miliardi di dollari, Atene nel 2004 ne perse 10, Pechino nel 2008 addirittura 40. E se vogliamo andare ancora indietro nel tempo furono disastri economici anche le olimpiadi di Monaco 1972 e di Montreal 1976, Non è un caso che anche Boston e Amburgo, città che in confronto a Roma scoppiano di salute, abbiano ritirato la loro candidatura dopo un referendum popolare. Americani e tedeschi anti-patriotici? No, semplicemente razionali"

Di seguito invece l'articolo di Contropiano.org, sito vicino al sindacalismo di base ed ai movimenti romani, che segue da vicino le vicende olimpiche della loro città. E' schierato con il NO alle Olimpiadi e in questo articolo spiega quali sarebbero i costi per Roma e quali i vantaggi per le varie cordate che appoggiano Malagò ed il Coni: "Olimpiadi a Roma. A chi convengono?" http://contropiano.org/interventi/2016/09/14/olimpiadi-roma-chi-convengono-083446

Infine oggi: “No alla candidatura olimpica”. La prima vera rottura di Raggi" http://contropiano.org/news/politica-news/2016/09/21/no-alla-candidatura-olimpica-la-vera-rottura-raggi-083820

Il NO di Virgiania Raggi in conferenza stampa, con motivazioni strutturate di cui pubblichiamo un estratto dall'articolo di Contropiano.org di questo pomeriggio:

«No alle Olimpiadi del mattone», è stato il cuore della sua sortita, in cui ha citato il noto studio dell’università di Oxford: «Il budget è stato sforato quasi sempre, almeno del 50%. E anche di più: a Montreal del 720%, a Barcellona del 266%». Cifre e dinamiche ben note, diverse da paese a paese solo per l'entità e non per la sostanza; tantomeno per gli interessi, ovunque rappresentati da quell'”eventismo” che usa qualsiasi tema, per quanto nobile e popolare (e lo sport lo è sicuramente), per trafficare sottobanco senza peraltro creare alcun posto di lavoro stabile. Gli eventi, infatti, sono un affare soltanto per i costruttori e l'indotto temporaneo legato alla celebrazione; dopo resta un deserto difficile persino da riciclare – basta guardare l'Expo di Milano – e a cui nessuno sembra più interessato.

Questa, invece, è la reazione di Malagò e del Pd.  http://www.huffingtonpost.it/2016/09/21/olimpiadi-raggi-renzi_n_12120624.html

Questa invece una critica di Internazionale al No della Raggi come segno di debolezza: Il no di Virginia Raggi alle Olimpiadi è un segno di debolezza

Infine un'analisi da Il fatto Quotidiano: Olimpiadi Roma 2024, la Raggi con lo scalpo del Malagò (come diversivo) http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/22/olimpiadi-roma-2024-la-raggi-con-lo-scalpo-del-malago-come-diversivo/3049395/

redazione, 21 settembre 2016

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Settembre 2016 16:06

Sassuolo: via i mercanti dal tempio

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mapei stadiumtratto da http://www.minutosettantotto.it

Temporeggia su Sabin per poi rientrare verso il centro del campo, nello scatto palla al piede si libera contemporaneamente dello stesso Sabin, che aveva provato a stargli dietro, e a un timido tentativo di Benat. Allungandosi il pallone e avanzando a lunghe falcate riesce a far fuori anche Laporte, che spettacolo.

Quella che doveva essere una ripartenza palla al piede che prima di vedere l’area di rigore avrebbe richiesta 5-6 passaggio grazie all’estro in fase di spinta di un diciannovenne spagnolo si è trasformata di un’azione di straordinaria bellezza. A questo punto se la porta sul sinistro e tanti saluti al povero Herrerin.

Sassuolo 1-0 Athletic Bilbao, il primo goal della squadra-rivelazione italiana degli ultimi anni in Europa è firmato dallo spagnolo Lirola.

Bello, bellissimo. Da rivedere mille volte su YouTube in quei filmati che promettono un HD inesistente con musichette da colossal americano anche per la traversa sullo 0-0 di Tizio in Scapoli-Ammogliati. E così ho fatto eh, me lo sono rivisto più e più volte perché, nonostante la difesa bilbaina ci abbia spiegato l’elementare motivo per il quale Messi e Ronaldo arrivano a 70 goal a testa a stagione, è proprio un goal meraviglioso.

Ma qualcosa dentro di me sapeva che quello che stavo facendo era sbagliato.

Perché quelli che vivono uguale 
hanno un’idea della bellezza così volgare 
pensano che sia 
una cosa che serve per scopare.

Sapevo, dentro di me, che un atto di estrema bellezza come quello di Lirola si svuota di ogni significato se fatto in nome di qualcosa di profondamente sbagliato.

Come sacrificarlo sull’altare del debutto europeo del Sassuolo di Squinzi, ad esempio.

Una società praticamente invisibile ai riflettori del Grande Calcio prelevata dal Presidentissimo di Confindustria e amministratore unico di Mapei Giorgio Squinzi che acquista la società nella vecchia C2 e del giro di poco più di 10 anni la trascina fino al goal di Lirola contro l’Athletic Bilbao. Una favola, verrebbe da dire. Anche no.

Ad aspetti sicuramente positivi della gestione sassolese made in Squinzi – come un’indubbia encomiabile scalata calcistica e il voler puntare molto su giovani italiani (anche se è sempre valido quello che scriveva un anno fa Bauscia Cafè – “no, non farò presente che nei tre gironi del Campionato Primavera su 1163 giocatori ci sono 189 stranieri. Darebbe la dimensione della stronzata appena ascoltata, sì, ma non è questo il punto“) – se ne affiancano diversi che fanno cadere il castello della favoletta italiana con i soldi di Confindustria – anche se già questo dovrebbe far riflettere.

Il problema, ovviamente, non sono i soldi. Investimenti di un miliardario in una squadra di calcio sono fondamentali nell’Anno Domini 2016 e lamentarsene significherebbe avere una concezione anticapitalistica del mondo che vede la Terza Categoria come la Rivoluzione d’Ottobre. Ridicolo. È bene rendersi conto dove siamo e in che contesto storico, e i soldi non sono mai un problema. Il problema è l’uso che se ne fa di questa montagna di soldi.

Affrontiamo il problema dalla base. Alla base del gioco del pallone c’è l’appartenenza a quello che è il territorio, in primis. Una squadra senza il suo territorio è una squadra finta, costruita a tavolino. Come l’MK Dons.

O il Sassuolo, per esempio.

Sì, perché una delle prime decisioni di Squinzi è stata quella di strappare il Sassuolo da, appunto, Sassuolo, e iniziare un lungo pellegrinaggio tra Modena e Reggio Emilia, sempre con l’arroganza dei padroni e sempre osteggiati da chi in quello stadio ci gioca da sempre.

Ne è venuta fuori una delle società meglio allestite d’Italia (forse d’Europa) che però incarna perfettamente quello che è la peggior degenerazione del calcio moderno: business prima che passione.

Sulla favola-Sassuolo potremmo passare sopra a tante cose, davvero. Alla fede milanista di Squinzi, all’aver strappato il Sassuolo ai sassolesi per renderlo una marca nazionale, a degli strani collegamenti con la Juventus, all’aver letteralmente occupato stadi di altre società con la massima ostilità da parte dei tifosi che ti avrebbero dovuto ospitare in casa loro. Possiamo anche fare un respirone e convincerci che stiamo sbagliando. Che il mondo non è tutto bianco o nero, che il Sassuolo è una bellissima realtà che fa crescere giovani italiani e sta raccogliendo i frutti di un allenatore giovane e preparato migliorando l’immagine del calcio italiano in Europa.

Poi però arriva la partita più importante della tua storia, l’esordio in Europa contro l’Athletic Bilbao – non proprio l’ultima della classe – e ottieni una vittoria fantastica. Giochi da dio e ti imponi per 3-0.

Tutto questo però lo fai in uno stadio deserto – con i seggiolini colorati per non farlo notare troppo – e per di più a Reggio Emilia, 30 km da casa tua.

Allora capisci che un calcio così non è quello del quale ti sei innamorato. Che, se tu fossi uno dei fedelissimi sassolesi che c’erano anche in C2, questa non sarebbe più la tua squadra, che soffriresti a vederla segnare e vincere contro l’Athletic Bilbao. Che se tu fossi un tifoso della Reggiana ti sentiresti una vittima di un calcio che non guarda in faccia a nessuno. Perché questo non è calcio, diciamoci la verità. È il gioco del calcio, quello senza dubbio, ma non quello che intendiamo e vogliamo noi. È altro, è business, capitalismo, interessi, finzione, efficienza, progetto serio. Ma non è passione, e quindi non è roba per noi.

Gli interessi degli Squinzi li conosciamo fin troppo bene. Sono i vostri che mi sfuggono. Il Sassuolo dovrebbe essere osteggiato e boicottato ad ogni giornata, a grandi linee quello che succede in Germania con il RB Lipsia. L’eterno bisogno della ricerca della favola sta diventando una cancrena per il calcio italiano. La favola non ve la regalerà mai Confindustria, la favola la dovete costruire voi con le vostre mani.

Partecipando, tifando, vivendo la squadra.

18 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Settembre 2016 15:10

Koikili: l’eterno lottatore

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Storia di un compagno basco capace di vincere tre titoli nazionali di lotta greco romana e disputare oltre 100 partite con la maglia dell'Athletic

koikili messiIn quell’Athletic che a Bilbao suscitò una vera e propria follia collettiva, lui era considerato, probabilmente a ragione, l’anello debole. Era l’Athletic di Joaquín Caparrós, una squadra con pochi fronzoli e tanta sostanza composta da onesti gregari e qualche ottimo giocatore (Javi Martínez su tutti, ma anche Etxeberria, Susaeta, Iraola e l’eterno incompiuto Yeste) al servizio di quello che in maglia biancorossa era un autentico fenomeno: Fernando Llorente. Lui, in quell’Athletic, si è costantemente giocato il ruolo di terzino sinistro titolare, prima con Asier Del Horno, poi con Mikel Balenziaga. Nell’appuntamento che in Bizkaia aspettavano da 24 anni, la finale di Coppa del Re, Caparrós lo preferì all’allora ventunenne Balenziaga. La sua prestazione fu tutt’altro che memorabile, specie nel secondo tempo quando tutta la difesa cominciò a vacillare sotto gli affondi dei vari Messi, Eto’o e di un Bojan Krcic che accanto ai fenomeni sembrava un fenomeno anch’egli. Chiuse la parentesi con l’Athletic quando in panchina arrivò un certo Marcelo Bielsa, le cui idee tecnico-tattiche mal si sposavano con le sue caratteristiche.

Il calciatore

Lui è Koikili Lertxundi Del Campo, per tutti Koikili o “Koi”, un normalissimo calciatore della massima serie calcistica spagnola sconosciuto ai più che per cinque anni milita in Liga sempre con la maglia dell’Athletic. Un giorno un affermato giornalista lo definì un giocatore completo che non eccelle in niente. Dotato di discreta tecnica, ottima velocità e straordinario spirito di sacrificio, Koi inizia a giocare nell’Aurrera, la seconda squadra di Vitoria, poi va all’Osasuna B, quindi al Gernika, al Beasain e di nuovo al Gernika. Nel 2005 va a Sestao, nel River, e nel 2007 fa il grande salto nell’Athletic dove resta fino al 2012, “scaricato” dal nuovo tecnico Marcelo Bielsa. Va al Mirandés, dove termina la carriera nel 2014.

Nato ad Otxandio, un piccolo paese famoso per un eccellente taberna (il Gure Etxea) e per le percentuali bulgare di cui qui hanno sempre goduto i partiti indipendentisti e autonomisti, Koikili ha una storia sportiva e personale tutta da raccontare. Perché se il calciatore è stato di livello “normale”, lo sportivo, l’uomo e quello che là chiamerebbero el entorno familiar sfiorano i canoni della straordinarietà. Quali idee abbia la sua famiglia lo si può facilmente intuire già dal nome datogli il 23 dicembre 1980: Koikili è un nome rarissimo che dal punto di vista etimologico affonda le proprie radici in una versione di euskera dell’ottocento ormai desueta. Koikili starebbe per Cecilio.

Conosciamo personalmente Koikili al termine di una partita di Liga fuori da San Mamés. La partita è terminata da appena 10 minuti e lui, pur avendo giocato tutta la partita, è già fuori da San Mamés “docciato” e con i capelli ancora bagnati. Ha fretta perché deve andare con un amico comune a vedere un concerto degli AC/DC, di cui indossa una t-shirt sotto una tuta sportiva. La gente lo saluta come fosse uno del barrio e non uno dell’Athletic, perché tale sembra.

Lo sportivo                       

Uno dei motivi che rende grande questo calciatore mediocre è la sua carriera sportiva. Sin da piccolo la sua grande passione non è il calcio bensì la lotta grecoromana. Si allena per anni nella piccola palestra di Otxandio con la campionessa olimpica Maider Unda con cui nasce un rapporto di grande amicizia. Koikili vince tutto quello che c’è da vincere compresi tre titoli di campione di Spagna nella categoria Cadetti. È l’astro nascente della lotta spagnola (spesso gli atleti di punta dei cosiddetti sport minori in Spagna sono baschi) ma nel frattempo Koi dimostra di saperci fare anche col pallone tra i piedi e a 15 anni deve scegliere cosa eliminare tra lo studio, la lotta e il calcio. Il primo non si discute e alla fine, con non poche difficoltà, viene preferito il calcio alla lotta.

Il compagno

Quel percorso di studio non interrotto a 15 anni lo porterà a laurearsi in Storia presso l'Università del Paese Basco. Ma già nel 2004, a soli 24 anni e con una carriera calcistica in forte ascesa, diventa socio di maggioranza di una società di consulenza di risorse umane per imprese, organizzazioni e società sportive, Itzarri Consulting, dove lavora quando non si allena.

Ma Koi è da sempre una persona politicamente e socialmente molto impegnata. Attivamente coinvolto nel portale futbolrebelde.org, fa scalpore per una lettera aperta che scrive all’indomani dell’omicidio del tifoso dell’Athletic Iñigo Cabacas, avvenuto nell'aprile 2012 a causa di un proiettile di gomma sparato sulla folla dalla Ertzaintza dopo un match giocato a San Mamés contro lo Schalke 04 (1). Nella lettera, Koikili chiede che venga fatta luce sulle effettive responsabilità delle forze dell’ordine evitando le solite verità di comodo e urla tutta la propria rabbia e indignazione puntando il dito contro le pallottole di gomma, spesso sparate con troppa facilità e libertà dalle polizie basche e spagnole. La sua posizione s’inserisce di prepotenza in un dibattito che coinvolge tutta l’opinione pubblica. La morte di Cabacas, ancor più assurda perché inserita in un contesto dove non c’era alcun bisogno di usare armi (per di più sulla folla, a casaccio), va a sommarsi ad una serie lunghissima di morti e feriti per bolas de goma.

Nel 2011, all’apice della carriera calcistica, offre tutto il suo “peso” alla sinistra indipendentista: il suo nome viene iscritto (e poi rimosso) nelle liste elettorali della coalizione politica Amaiur, La Razon in uno dei suoi articoli d'opinione che si è distinto come uno dei possibili membri di una politica lista Bizkaia dell'indipendenza coalizione Amaiur.

Insieme ad altri calciatori e sportivi baschi, Koikili è stato politicamente attivo in Esait, una piattaforma nata circa 20 anni fa (e scioltasi l'anno scorso) per promuovere lo sport basco e il riconoscimento ufficiale a livello internazionale di tutte le singole federazioni sportive basche.

Tito Sommartino - tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

Note
(1) www.futbolrebelde.org/blog/?p=1222

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