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Argentina '78, quando il calcio è vetrina del regime

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argentina_78.jpg“L'Argentina è un paese in cui regna l'ordine. Io non ho visto alcun prigioniero politico”. Pensieri e parole di Berti Vogts, capitano della nazionale tedesca all'epoca dei mondiali argentini. Un'affermazione, se vogliamo, ineccepibile, dal momento che la triade Videla-Massera-Agosti, rispettivamente capi dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione, mantenevano da oltre due anni il Paese pulito e ordinato. Anzi, ripulito. Ripulito da un'intera classe composta da militanti politici orientati a sinistra, studenti, sindacalisti, operai, giornalisti, perfino qualche prete percepito come “pericoloso”. Ordinato perché questi prigionieri politici non era possibile vederli in giro, rinchiusi com'erano nei 365 centri di detenzione nascosti nel sottosuolo di Buenos Aires oppure sprofondati negli abissi dell'oceano, lanciati da aerei militari in volo.

Ad avallare i mondiali in casa dei dittatori furono eminenti politici e vertici dirigenziali del calcio mondiale la cui storia personale si intreccia molto bene con quella di coloro che stavano guidando il paese latinoamericano. “Finalmente il mondo potrà vedere la vera immagine dell'Argentina”, disse il presidente della Fifa Joao Havelange, un personaggio le cui attività hanno svariato tra vendita d’armi e speculazioni finanziarie ma che ha fatto fortuna grazie a Coca-Cola e Adidas, sponsor generosissimi che comprarono la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale del suo amico Samaranch, ex camicia azzurra nella Spagna franchista. “Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli”, ebbe invece il coraggio di dire Henry Kissinger, l'allora segretario di stato statunitense che durante i mondiali fu ospite d'onore dei militari. Un personaggio che, tra le molte malefatte commesse, ha sulla coscienza l’organizzazione, in combutta con la Cia, del colpo di stato in Cile, oppure l’invasione di Timor Est da parte di Suharto e il conseguente massacro di 200.000 cittadini (un terzo della popolazione) o di aver organizzato e diretto la prima fase dell’olocausto in Cambogia precedentemente alla presa di potere da parte di Pol Pot (un milione di morti totali). Il tutto mentre il governatore militare della giunta di Buenos Aires, Iberico Sant-Jean, affermava: “Prima uccideremo tutti i sovversivi; poi i loro collaboratori; poi i loro simpatizzanti; quindi chi rimarrà indifferente. Infine uccideremo gli indecisi”.

E l'Italia come reagì? Bene sul campo, come vedremo in seguito, male - all'italiana verrebbe da dire - fuori, presso il governo e le istituzioni. “D'altra parte – scrive Daniele Scaglione nel suo splendido Diritti in campo (Ega editore, 2004, 10 €) - tra i militari che governano il Paese vi erano personaggi molto legati all'Italia, come Massera, Agosti, Lambruschini, Graffigna, Viola, Galtieri. L'ammiraglio Massera era membro della P2 e giocava a tennis col nunzio apostolico Pio Laghi; il generale Videla cavalcava insieme a Enrico Carrara, l'ambasciatore italiano a Buenos Aires. Videla e Massera, inoltre, dopo qualche mese andranno in Italia a incontrare il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro della Difesa Malfatti: sarebbe stato scortese chieder loro conto di certe questioni, anche se centinaia degli 'scomparsi' erano italiani”.

Sul campo, invece, l'Italia fu la vera rivelazione del torneo. Terminò il girone iniziale a punteggio pieno sconfiggendo anche i padroni di casa e costringendoli ad affrontare la corazzata Brasile nel girone successivo. Gli azzurri uscirono in semifinale battuti dalla migliore squadra del mondiale: l'Olanda. L'Argentina, superato il girone come seconda classificata, si trovò all'ultima partita della seconda fase a dover superare il forte Perù con almeno 4 reti di scarto. Vincerà per 6-0 tra mille sospetti e due certezze. La prima: Videla e Kissinger fecero visita allo spogliatoio del Perù prima dell’inizio della partita. La seconda: i narcos colombiani del cartello di Cali proposero ai giocatori del Perù, a forza di dollari, di scendere in campo “morbidi”.

La finale è tra i padroni di casa e la meravigliosa Olanda, una delle formazioni più forti della storia del calcio ma nel cui palmares, scherzo del destino, non compare alcun trofeo internazionale di rilievo. Intanto la nazionale di casa approdò alla finale e l'Argentina tutta, ebbra di entusiasmo, attendeva con trepidazione il successo finale.

In finale l'arbitro italiano Gonnella fischia a senso unico tollerando il gioco violento degli argentini sui più tecnici olandesi. Al vantaggio dei padroni di casa siglato dal capellone Kempes (tollerato solo perché fuoriclasse), replica Poortvliet a dieci minuti dal termine. Ma al 90° Rensenbrink colpisce il palo dalla lunga distanza col portiere argentino Fillol ormai battuto. Nei supplementari la spunterà l'Argentina con due reti di Kempes e della futura ala destra viola Daniel Bertoni. Ma cosa sarebbe successo se il tiro di Rensenbrink fosse entrato in porta? Ancora Scaglione: “Dopo la sconfitta i giocatori olandesi non parteciparono alla premiazione. Non volevano incontrare il capo del paese ospitante che, secondo il protocollo, consegna il trofeo ai finalisti. Avevano già deciso prima che non avrebbero stretto le mani a Videla. Ma se la palla calciata da Rensenbrink fosse finita in rete, dal dittatore argentino avrebbero dovuto ricevere la coppa destinata ai campioni del mondo. Avrebbero mantenuto il loro impegno? Se sì, il trofeo sarebbe rimasto nelle mani del generale, che senza scomporsi l'avrebbe passata a un attendente o forse appoggiata con delicatezza a terra, nel silenzio generale del Monumental”. Ne avrebbe parlato tutto il mondo, aggiungiamo noi, e forse la storia di quel paese sarebbe cambiata, o magari la dittatura avrebbe avuto fine prima. “Ma il tiro di Rensenbrink – continua Scaglione – finì sul palo”.

Mario Kempes, capocannoniere del torneo, dopo la finale evitò di farsi coinvolgere nelle celebrazioni. Agli amici più stretti confidò che c'era poco da festeggiare. Un brindisi veloce con la squadra e poi via a Rosario dai genitori, dove arriva alle sette del mattino. Un saluto, un caffè e va a letto.

Intanto in Argentina si continuava a morire. Anzi, a sparire. Alla fine i desaparecidos saranno almeno 30 mila. Nel 1982 si registra la cocente sconfitta argentina contro l'Inghilterra nella guerra per il controllo delle inutili isole Falkland-Malvinas. Lo stesso anno, qualche mese dopo, si va alle elezioni. Secondo alcuni perché i militari non erano in grado di sopportare la figuraccia rimediata in un conflitto che avevano presentato come una valorosa battaglia patriottica. Secondo altri, e forse hanno ragione loro, perché in sei anni erano riusciti a raggiungere l'obiettivo prefissatosi con il tacito assenso degli Stati Uniti: far sparire quasi un'intera generazione e scongiurare il pericolo marxista. Il radicale Alfonsìn vincerà le elezioni, darà vita ad una commissione che porterà alla luce gli innumerevoli crimini commessi e avvierà una campagna di epurazione dell'esercito. Ma nei fatti cercherà di tenere basso il livello di tensione facendo approvare leggi che garantiranno la totale impunità ai golpisti. Neanche con Menem, che lo sostituirà nel 1989 cambieranno le cose.

Sostiene Jorge Valdano, fuoriclasse argentino degli anni '80, che forse “l'unica responsabilità del calcio è quella di possedere una straordinaria forza di coesione sociale”. Nel suo Paese, trent'anni fa, quella forza è stata usata dai fascisti torturatori e assassini come propaganda di regime per il mondo intero. Ma non è certo una novità, forse è solo l'esempio più eclatante e famoso in oltre cent'anni di storia del calcio. “Un'abitudine antica e diffusa – scrive il giornalista Giorgio Porrà nella prefazione al libro di Scaglione – quella di cavalcare fuoriclasse per ottenere consenso. Hitler odiava le olimpiadi, eppure a Berlino si affrettò a guadagnare la tribuna alle prime medaglie tedesche. Mussolini disprezzava il ciclismo, ma non esitò ad impadronirsi del talento di Bartali, trionfatore al Tour”. Idem potremmo dire di Ceausescu, Arkan, Pinochet e, perché no, aggiungiamo noi, di Berlusconi.

“Tutte facce della stessa medaglia – prosegue Porrà – quella della crudeltà e del disonore. Calcio imbottito di sanguinario fanatismo. Svilito a trastullo per potenti deviati. Usato per drogare le masse, per celare stragi di Stato”.

Tito Sommartino

tratto da Senza Soste n.27 (giugno 2008)

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 15:31

Palestina, il resoconto completo della carovana "Sport sotto l'assedio"

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Si è conclusa la carovana targata "Sport sotto l'assedio", svoltasi in Palestina da domenica 23 a sabato 29 marzo. Eccone il resoconto completo
 
 
A Tel Aviv, precisamente all'aereoporto Ben Gurion, sono arrivate domenica 23 le delegazioni da Pisa, Roma, Milano, Bergamo, Padova, Reggio Calabria, Monza e Livorno, per un totale di circa cento persone partecipanti. Il gruppo si e' composto prima dell'alba e a bordo di due autobus si è diretto verso la striscia di Gaza. Il "no" di Israele alla frontiera di Rafah costringe la carovana a seguire un altro programma. Nel gruppo anche due compagni della redazione di Senza Soste. Altre foto su www.sportsottoassedio.it
 
Resoconto della settima giornata (sabato 29)
 
gerusalemme.jpg Ultimo giorno di carovana. La maggior parte del gruppo tra le 19 e le 24 lascerà la Palestina. Bagagli alla mano ci dirigiamo verso Gerusalemme per la visita al Luq Luq, un centro per bambini nella parte araba della città vecchia. Usciamo da Betlemme attraverso il check-point che recita la scritta "La pace sia con voi" in lingua inglese, araba e ebraica e mostra immagini rassicuranti di siti israeliani. Agghiacciante. A ripensarci, l'insieme sembra molto simile alla nota scritta che accoglieva l'ingresso dei campi di concentramento. Un filo d'ironia li unisce. Superato il check-point ci dirigiamo verso Gerusalemme; arrivati in centro notiamo le bandiere israeliane sventolare dai cornicioni di ogni istituzione pubblica. Per gli israeliani Gerusalemme è la capitale del proprio stato. Non la pensa così la comunità internazionale. Arrivati a destinazione, attraversiamo la porta di Erode e ci incamminiamo tra le strade lastricate della città vecchia fino al Luq Luq. I responsabili ci accolgono e ci presentano la struttura a cui appartiene una sede e dei campi sportivi. L'area è tra le più ambite dagli israeliani che vorrebbero acquisirla e costruire abitazioni per i coloni. Non a caso il Luq Luq è stato posto da anni sotto sfratto, nonostante sia di proprietà di due famiglie palestinesi. Israele fa comunque pressioni per averlo, al di là delle leggi che tutelano i proprietari. Il Luq Luq è un centro sportivo e culturale che agisce all'interno di un contesto caratterizzato da sovraffollamento e difficoltà di vario genere. Porta avanti progetti sportivi e d'intrattenimento culturale; lavora per ridurre i matrimoni tra coppie eccessivamente giovani e per prevenire l'abbandono scolastico. Dispone d'insegnanti che aiutano i bambini nei compiti e li seguono nei loro percorsi scolastici. Al suo interno c'è un asilo frequentato da 35 bambini e una libreria. Un progetto si occupa invece di ragazzi e ragazze con problemi speciali di piccola e media identità, che sono assistiti per cinque giorni la settimana da operatori specializzati. Al termine della presentazione si va in campo per l'ultima partita. Il campo di terra battuta offre un ampio sguardo sulla distesa di tetti della città vecchia e sulla cupola di Al-Aqsa. Il sole picchia e il risultato è ancora una volta a sfavore delle casacche verdi. Alla fine tutti insieme sotto la gradinata per raccogliere il saluto della Brigata Morandi. Dopo la partita è il momento del work-shop coi bambini, che rispondono con un entusiasmo indescrivibile. A metà pomeriggio siamo liberi di girare per la città. Gerusalemme toglie il fiato. Persone divise da conflitti secolari, arabi, ebrei, cristiani, armeni, pellegrini, soldati e coloni si incrociano nelle strade del suk. Telecamere a circuito chiuso e profumo di menta. Ceniamo in un ristorante cristiano a Gerusalemme Est. Chi resta abbraccia chi parte e se ne torna a Dehishee, alla periferia di Betlemme. Il tragitto Gerusalemme-Betlemme è inferiore ai 10 km. Prendiamo il taxi fino al check-point, entriamo nel terminal per i controlli, usciamo e prendiamo un altro taxi fino all'Ibdaa di Deheishe. Un'ora di viaggio. "La pace sia con voi".   
 
Resoconto della sesta giornata (venerdì 28)
 
palestina_donne_calcio.jpg

Ultima giornata a Betlemme di ritorno dal giro verso nord e prima di andare a Gerusalemme, dove domani staremo al Luq Luq, una sorta di centro sociale e ricreativo per i bambini del quartiere musulmano nella citta' vecchia. La giornata di oggi e' iniziata con una passeggiata nel campo profughi di Dheishee e la visita in un'altra sede dell'Ibdaa. Dheishee è uno dei 57 campi profughi sparsi tra la West Bank, Siria, Libano e Giordania. Durante la Naqba del '48 sono andati distrutti 40 villaggi e per accogliere i rifugiati sono stati organizzati  dei campi profughi, serviti dall'ONU. Dheishee contiene 20000 abitanti in uno spazio che non supera il mezzo chilometro quadrato. E' uno dei posti più affollati del mondo. Il 60% della popolazione è costituito da bambini e di questi 2/3 è escluso dai servizi scolastici. Il campo ha due scuole, una per ragazzi e una per ragazze, con classi talvolta di 50 persone. Gli insegnanti a disposizione sono 23 per scuola. Anche il servizio medico non garantisce in maniera soddisfacente gli abitanti. L’ONU mette a disposizione un dottore che lavora 6 ore il giorno per 6 giorni e cura in media 280 pazienti al giorno. Le medicine offerte spesso non corrispondono a quelle che sarebbero necessarie alla popolazione. Esiste una clinica privata, costruita dal governo giapponese.
Scritte e poster affollano i muri dei palazzi. Omaggiano i martiri, rivendicano la libertà per il popolo palestinese, il diritto al ritorno e raccolgono gli slogan di tutte le realtà e i gruppi politici. Il campo è stato più volte sotto assedio. Dal '69 Israele ha cominciato una politica di isolamento bloccando le strade intorno con il cemento. Nel 1985 l'area è stata recintata con reti alte 8 metri. Esisteva un solo ingresso, controllato 24 ore al giorno dall'esercito. Il passaggio avveniva tramite un tornello, con orari fissi e per un arco di tempo non superiore alle 12 ore. E' stato distrutto nel 1995, dopo un isolamento di 10 anni.
La tappa principale del nostro percorso è la visita ad una nuova struttura dell'Ibdaa, parte della quale ancora in costruzione, che attualmente offre una biblioteca, un asilo nido e prossimamente sarà dotata di un media center. Prima di entrare nella struttura notiamo che il palazzo di fronte…manca. E’ stato abbattuto dall’esercito israeliano, in operazioni punitive, così come altre 10 case, rase al suolo per due volte. I bulldozer non passano dalle strette strade del campo, e quindi i palazzi vengono demoliti con l’esplosivo. Le case sono tutte unite, e distruggendone una se ne danneggiano diverse. In quel palazzo ora “assente”, vivevano 25 famiglie. Entriamo e visitiamo il centro di Ibdaa. Scorriamo le varie stanze e saliamo fino all'ultimo piano. Dalla terrazza è facile vedere all'orizzonte il muro che divide Betlemme da Israele. Le sensazioni sono sempre forti e le medesime: non c'è futuro per chi non ha spazio per crescere.
Dopo pranzo ci siamo spostati all’università di Betlemme dove c’è stata la partita tra le ragazze italiane e la rappresentativa palestinese sotto un sole caldissimo. La sconfitta delle “nostre” è stata piuttosto netta nonostante l’impegno e qualche buona giocata. Ma già dallo scorso anno avevamo notato quanto fossero capaci le ragazze palestinesi di questa realtà calcistica. La Brigata Morandi ha sostenuto la squadra al di là del risultato. Schierati in curva, i circa 70 morandiani hanno fatto un tifo incessante e dopo il fischio finale, arrampicati alle reti hanno invitato le ragazze sotto il settore per ringraziarle.
Il pomeriggio scorre piacevolmente. I giocolieri improvvisano un workshop di giocoleria all’interno della sede dell'Ibdaa e un giro nel campo profughi con la murga. Nel paese esplode la festa e i bambini ci raggiungono, spuntando da tutte le strade possibili per accaparrarsi i palloncini che distribuiamo. E’ uno dei momenti più toccanti del viaggio. Tornati ad Ibdaa ci aspetta la festa finale, organizzata dagli attivisti del centro. La serata si chiude con un breve giro di valutazioni sull’esperienza della carovana e l’elezione dei nuovi appartenenti alla Brigata Morandi, con tanto di presentatore che ne illustra volta volta i  profili. Un momento di serenità, interrotto dall’eco delle bombe. L’esercito israeliano è entrato a Betlemme e sta compiendo un’operazione militare nei pressi della strada che ci ospita. Cala il silenzio. Sentiamo altri spari. Dopo circa quindici minuti ci comunicano che i blindati si sono diretti fuori dal paese. Pare stessero cercando un militante palestinese. Non risultano esserci vittime, né feriti. Passiamo il resto della serata affacciati alle finestre. Qualcuno fuma, altri fissano il paesaggio. Per strada c’è solo un cane che fa di continuo avanti e indietro tra le carreggiate. Nessuno lo investirà.

Resoconto della quinta giornata (giovedì 27)

palestina_murales.jpg Il gallo ci sveglia presto anche stamani. E' il momento di lasciare Jayyus, e dirigerci verso Qalqilya. Chi conosce bene la situazione della cittadina che andremo a visitare ci avverte che trovaremo una situazione delicata: la popolazione e' allo stremo e, come spesso accade in questi casi, un "occhio" in piu' non fa mai male. Qua la costruzione del muro sta stritolando quel che un tempo era una fiorente economia locale basata quasi totalmente sull'agricoltura e sulla floricoltura, i cui vivai erano noti in tutto il Medio Oriente.
Il perche' del particolare accanimento contro la popolazione di questo villaggio che si trova ad appena due km dalla cintura urbana di Tel Aviv e' presto detto: solo nel territorio di Qalqilya ci sono ben 75 pozzi d'acqua. Il principale motivo della costruzione del muro (qua gia' eretto con pareti di cemento armato alte 10 metri) da parte delle forze di occupazione israeliane su tutto il territorio palestinese e' dovuto essenzialmente all'accaparramento delle risorse idriche, vera ricchezza dell'intera area. Quella di difendere Israele da possibili attacchi palestinesi e' soltanto una scusa da vendere all'opinione pubblica.
La distanza tra Betlemme e Qalqilya non sarebbe molta, circa venti kilometri. Per arrivare con i nostri pullman palestinesi siamo pero' costretti a percorrere strade "di paese" e  piuttosto malmesse. Gli israeliani impediscono l'utilizzo dei collegamenti migliori, chiudendo le strade con sbarramenti militari o ammassi di macerie. A Qalquilya il muro ha di fatto circondato totalmente la citta', creando una sorta di enclave che rende impossibile qualsiasi spostamento se non attraverso due checkpoint spesso invalicabili. Per arrivare ne superiamo uno, dove i controlli in genere sono particolarmente rigidi.
Arrivati nella cittadina ci dirigiamo verso l'altro check point. Scendiamo e ci spiegano cosa succede quotidianamente davanti a questo passaggio. Gia' dall'alba svariate centinaia di palestinesi sono in coda per andare a lavorare. Il check-point ha degli orari fissi, al di fuori di quelli non e' permesso neanche avvicinarsi. Per alcuni andare a lavorare significa uscire all'alba di casa, percorrere strade dissestate, farsi una lunga fila al check-point e rientrare a casa solo in tarda serata. Per passare da questa varco ocorrono dei permessi specifici, che in genere hanno una durata che va dai 3 ai 6 mesi. Risaliamo sul pullmann e ci dirigiamo verso il muro. Ci accoglie un agricoltore locale che ci racconta la "naqba" di Qalqilya a seguito della costruzione di questo mostro di cemento che ha "mangiato" diversi terreni. Tra le altre cose ci fa notare una sorta di chiusa che di fatto crea un varco nel muro, ovviamente difeso da un cancello enorme. Gli israeliani, ci riferisce l' agricoltore che ha il campo a strettissimo contatto col muro, quando piove molto tendono a bloccare di proposito la chiusa col fine di allagare i campi circostanti. L'inverno sono praticamente inutilizzabili, cosi' come le due fabbriche vicine.
Alla fine della relazione abbiamo il tempo di fare murales e scritte contro l'occupazione.
Il programma giornaliero prevede l'incontro con gli attivisti di "Stop the wall" che dovrebbero portarci in giro per la cittadina. Ma questo non avverra', perche' all'appuntamento non si presentera' nessuno. Non conosciamo i motivi di questo mancato incontro ma rispettare un programma in Palestina non e' mai semplice. Passiamo quindi diverse ora davanti al muro, in un'inutile attesa. A meta' pomeriggio e' il momento di scendere in campo. Cambio di allenatore per la carovana e primo successo. Partita entusiasmante e ben giocata, che terminera' con un perentorio 0-2 per le casacche verdi di "Sport under the Siege". I bambini come in ogni occasione stivano gli spalti. Gridano, saltano e uno di loro invade perfino il terreno di gioco. Piccoli ultras crescono. Il loro entusiasmo va davvero oltre ogni immaginario. Ci "assediano".
Per uscire dalla cittadina e' necessario attraversare il check-point e una volta superato fare il consueto cambio pullman. C'e' un po' di attesa. I fari posteriori delle macchine creano una lunga scia rossa che si allunga costantemente. Ma non siamo sugli Champs-Elysee'. C'e' gente stanca che suona il clacson e sbuffa. I soldati israeliani si danno il cambio, alcuni si avvicinano e si informano sulla nostra presenza. "We're football players". "Which team?". "Sport under the siege". "Oh, very good". E se vanno sorridendo.  
 
Resoconto della quarta giornata (mercoledì 26)
 
jayyus.jpg Quella di oggi e' stata sicuramente la giornata piu' intensa da quando la carovana viaggia in Palestina. Il risveglio a Jayyus e' piacevole. Sole alto, canto del gallo e belati di capre. Alle nove incontriamo alcuni attivisti di "Stop the wall". All'incontro partecipano anche degli attivisti francesi. Chi parla lo fa in arabo che viene tradotto da una della nostre guide palestinesi in inglese, e a sua volta in italiano e francese. Il relatore e' un tipo concreto, snocciola cifre che non necessitano di alcun commento supplementare. Dalla Naqba del '48, 150.000 palestinesi sono stati uccisi. Dal 1967, 800.000 palestinesi sono stati arrestati per aver combattuto in varie forme l'occupazione israeliana. Ad oggi restano in carcere 11.000 palestinesi tra cui 44 membri del parlamento. 5.000.000 sono i palestinesi che vivono tra Israele e i territori e altri 5.000.000 sono quelli emigrati all'estero. 460.000 sono i coloni insediati in territorio palestinese, di cui 200.000 a Gerusalemme. Cio' comporta che il 6% del territorio palestinese sia occupato dai coloni. E che siano tra i 521 e i 562 i check-point israeliani in territorio palestinese. Dalk 2004 gli insediamenti sono aumentati dell'11%. La battaglia come gia' detto e' sul controllo delle risorse idriche, che all'80% si trovano in territorio palestinese, ma che vengono usurpate dagli israeliani che poi impongono ai palestinesi di pagare il doppio di quanto pagano loro per avere l'acqua. Meta' dei lavoratori palestinesi e' oggi disoccupato. Chi lavora ha un salario medio di 800 $ l'anno a fronte dei 24000$ che guadagnano gli isrealiani, eppure comprano gli stessi prodotti. La politica di Israele previene qualsiasi offerta dei palestinesi e punta a dividere i territori in unita' piu' piccole. La resistenza palestinese e' una lotta supportata da una solida base legale, almeno cosi' dovrebbe. Lo confermano due risoluzioni ONU, la 189 che prevede la nascita di uno Stato palestinese e la 194, che sancisce il diritto al ritorno da parte dei profughi. Il relatore scorre velocemente i fatti storici soffermandosi maggiormente sullo scoppio della prima e seconda intifada: nel 1982 dopo la distruzione dell'OLP in Libano da parte dell'esercito israeliano e dieci anni dopo, nel '92 a seguito del fallimento degli accordi di Oslo, che non raggiungono i diritti dei palestinesi. Dopo la carrellata di dati, il relatore porge un invito ai partecipanti della carovana: "non vi chiediamo cose complicate, ma di giudicare per quello che vedete non per quello che avete sentito dire. Da ora siete ambasciatori della situazione palestinese". E poi le proposte: "Noi abbiamo il diritto di rimanere in Palestina e vogliamo farlo in uno stato indipendente, con capitale Gerusalemme. E vogliamo che sia rispettato il diritto al ritorno". 
Tutto il resto della giornata sara' incentrato sui problemi che il muro sta creando agli abitanti del villaggio, limitandone pesantemente la liberta' di movimento e strangolando l'economia. Il 75% di terreni e campi coltivati, dopo la costruzione del muro, si trovano infatti al di la' della separazione rispetto al villaggio. Questo significa che molti abitanti di Jayyus sono impossibilitati a coltivare la terra e per un piccolo villaggio la cui economia si basa essenzialmente sull'agricoltura, equivale ad infliggere un colpo mortale.
La mattina ci dirigiamo al versante ovest del muro che poi, come abbiamo spiegato nel report precedente, si tratta al momento di un muro preventivo, formato da reti, filo spinato, una strada asfaltata per i mezzi militari israeliani, due sterrate che fungono da "cuscinetto" e videosorveglianza 24 ore su 24 (con il tempo il cemento sostituira' le reti e formera' una barricata impenetrabile di 10 metri di altezza). Sulle reti sono stati apposti dei sensori; se toccati inviano un allarme all'esercito israeliano che in tre minuti compare sulle jeep verdi davanti all'ingresso. Non passano pochi minuti dal nostro arrivo che puntualmente arrivano i blindati con la stella di David che puntano mitra e lancia-lacrimogeni in direzione dei componenti della carovana. La tensione e' palpabile, ma nessuno risponde alle provocazioni. L'azione della carovana era puramente dimostrativa e l'obiettivo degli attivisti di Stop the Wall era proprio quello di far vivere ad alcuni "internazionali" le sofferenze e i gravissimi disagi che la popolazione locale patisce ogni giorno.
jayyus2.jpg Si torna quindi al villaggio e dopo il solito pranzo a base di pollo e hummus si riparte per osservare l'altro versante del muro "preventivo", quello orientale. Con noi un centinaio di bambini e qualche adulto. Nei pressi di un cancello che segna l'accesso alla strada e la divisione del territorio, alcuni bambini sfogano la propria rabbia e la propria frustrazione scagliando alcune pietre contro le reti oltre le quali c'e' il niente. Anche stavolta, come accaduto la mattina, l'arrivo dell'esercito israeliano non si fa attendere. Ma stavolta la situazione e' diversa: ad arrivare sono i famigerati blindati neri, "quelli con cui - testuali parole della guida - non si parla. Quando arrivano lo fanno con un solo obiettivo, prenderti e portarti via". Noi siamo in un'altura, a meno di 100 m dalle reti, compatatti in attesa dei racconti della guida. Non c'e' il tempo per ascoltarla. I militari lanciano un lacrimogeno (per fortuna controvento), aprono il cancello e si dirigono verso di noi. La tensione e' altissima e la presenza dei bambini, a dir poco incontrollabili, non facilita le operazioni. L'imperativo e' quello di tornare indietro, scendendo dall'altura e di fatto andando incontro ai soldati, costeggiandoli. Ognuno ha l'obbligo di tenere i bambini per mano, e porli sull'interno perche' sono loro che i militari cercano. Qualche secondo e arriva l'incontro ravvicinato. La guida tenta timidamente di spiegare che nessuno ha intenzione di creare problemi, ma il solo fatto di essersi azzardato a rivolgere la parola  ai militari e' considerato oltraggioso e gli israeliani  cercano di afferrarlo. Una persona della carovana si frappone tra loro e riesce a "strappare" la guida ed evitargli un sicuro arresto. Ma i militari avvertono: "Da oggi nessuno deve avvicinarsi a meno di 200 metri. O gli spariamo". Gli abitanti sanno che nei prossimi giorni pagheranno questa manifestazione. Le ritorsioni sono un elemento costante della politica israeliana.
Passo spedito si ritorna verso il villaggio, con i soldati a seguirci a una manciata di metri di distanza. L'episodio turba non poco la carovana e sara' discusso fino a tarda notte: sensibilita' differenti e letture contrapposte della vicenda animeranno il dibattito. 
Oggi e' anche giorno di partita e la carovana sfida una rappresentativa di giocatori del villaggio in un campo stretto e di cemento che obbliga al 7 contro 7. Arriviamo "scortati dai bambini", che anche in questa occasione dimostrano il grande entusiasmo che suscita loro la nostra presenza. In contemporanea al match, tra l'altro perso con punteggio che ha punito oltremisura gli atleti della carovana, l'ostello ospita altre iniziative. Una serie di work-shop dedicato ai bambini e un'assemblea tra le donne del villaggio e le compahne della carovana. Prima di cena, in una giornata che sembra non avere fine, incontriamo i dirigenti di un gruppo sportivi di pallavolo e una rappresentanza di studenti dell'universita'. La serata fila via tranquilla, tra scambi di opinioni su quello che avevamo vissuto durante il giorno e assemblee su quello che avremo dovuto affrontare il giorno dopo, quando saremo a Qalqilya,  cittadina di 12 mila abitanti totalmente circondata dal muro. Un tempo cuore pulsante dell'economia palestinese, e' stato uno dei centri di avanguardia di tutto il Medio Oriente nella produzione e nell'esportazione di fiori (rose in primis) e prodotti agricoli di vario genere.
Quando ormai la maggior parte delle persone si e' ritirata nelle camere, restano in pochi nei pressi dell'ingresso a fumare ed ascoltare i racconti degli abitanti. Ad uno di loro ho chiesto quanto siano frequenti le incursioni israeliani nel villaggio. Mi ha risposto: "Gli israeliani sono sempre qua. Sono dentro le nostre teste, sono davanti a noi quando mangiamo, quando pensiamo, quando guardiamo la terra. Una terra che e' la nostra terra". Buonanotte da un buco di culo del mondo. Pieno di stelle e di dolori.
 
Resoconto della terza giornata (martedì 25)
 
Scriviamo solo adesso, dopo alcuni giorni di silenzio dovuti all'assenza di postazioni internet. Siamo rimasti a lunedi', ultimo giorno di soggiorno ad Ibdaa. Martedi' abbiamo lasciato la struttura per dirigerci all'universita' di Al-Quds, ad Abu-Dis, un quartiere "periferico" di Gerusalemme, escluso dal centro a causa della costruzione del muro. Il tragitto per arrivare e' lungo, nonostante i km da percorrere non siano molti: siamo costretti a percorrere strade tortuose e disagevoli, in quanto le vie dirette sono ad esclusivo utilizzo degli israeliani. Affrontiamo sentieri "sudamericani" con tornanti e sali-scendi da panico, taxi  e macchine "vintage" cariche di famiglie ci sorpassano in momenti impensabili. Una Parigi-Dakar palestinese. Finiti gli strapiombi, incontriamo il primo check-point. I soldati israeliani impongono l'alt e salgono sul primo dei due pullman. Controllano velocemente e si soffermano poco sul secondo. Si riparte. La cittadina e' circondata dal muro. L'universita' e' un complesso molto grande con strutture, campi da calcio e da basket e giardini. Posati i bagagli la carovana si e' divisa in gruppi: alcuni si sono diretti verso il muro per preparare i murales; altri si sono intrattenuti con gli studenti e le studentesse dell'universita'; altri e altre ancora hanno dato vita a tre partite di basket e calcio.
La partita piu' avvincente e sentita e' stata senza dubbio quella di basket femminile, anche perche' si e' trattato di una partita attesa da molti anni che a causa di vari impedimenti non era stata mai giocata. Le atlete sono scese in campo con tute e maglie a maniche lunghe. Due ragazze palestinesi hanno giocato con i calzoncini corti. Non e' un gesto qualsiasi. La partita e' stata molto combattuta  e la Brigata Morandi ha come sempre dato un supporto impareggiabile. Tamburi, balli, ragazzi e ragazze insieme. Ha vinto la squadra palestinese. Poco dopo la fine del match di basket si e' giocata un'altra partita decisamente importante. L'incontro di calcio tra ragazze. Solo tre palestinesi hanno partecipato e quindi sono state formate squadre miste. Non sono state poche le resistenze nei confronti di questa partita, anche attraverso "involontarie" invasioni di campo. Ma qui si va per piccoli passi, e quindi giocarla, significa aver avanzato. Mentre le squadre erano in campo, il muro che ci affiancava cominciava a riempirsi di scritte: "Sport under the siege", "Non c'e' futuro senza memoria", ecc... Questa parte di muro ha acquisito notorieta' anche per il murales dipinto da Banksy che rappresenta un soldato che apre il muro come se fosse un sipario. Ne e' rimaste un'ombra, come la speranza che questo possa accadere presto. La costruzione del muro infatti non sembra avere impedimenti. Sono 800 i km previsti, e almeno 200 sono gia' stati realizzati. Un muro preventivo esiste gia', formato da reti, filo spinato e videosorveglianza 24 ore su 24. Con il tempo, il cemento sostituisce e innalza una barricata impenetrabile che raggiunge in media i 9 metri di altezza. 
Lungo il muro incontriamo altri writers. Sono gli attivisti palestinesi di "Stop the Wall", un'associazione che si batte contro la costruzione del muro, proponendo frequentemente iniziative di protesta. Disegnano la Palestina com'era, come e' stata ridotta dalla Naqba (la "catastrofe" del '48) e mettono un punto interrogativo su quello che riservera' il futuro. Nel campo proprio a bordo "muro", si gioca l'ultima partita della giornata, quella tra la carovana e una rappresentativa di universitari. La visita all'universita' conclude la giornata ad Abu-Dis. All'interno siamo invitati dai rappresentanti studenteschi a visitare un'area espositiva che raccoglie materiali fotografici, libri e artigianato locale. Abbiamo visitato lo spazio espositivo del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP). A meta' pomeriggio, lasciamo l'universita' per dirigerci a Jayyus, un villaggio agricolo isolato dal muro, nel quale passeremo i prossimi due giorni. Il tragitto regala spunti importanti per comprendere gli aspetti meno immediati ma piu' duri dell'occupazione israeliana. Ulivi tagliati. Colonie. Check-point. Pozzi d'acqua requisiti. Stentiamo a capire dove sia l'autorita' palestinese sul territorio. 
Il villaggio che dobbiamo raggiungere e' talmente isolato che gli autisti dei pullman sbagliano piu' volte strada prima di arrivare. Dopo ore di viaggio, condizionato anche dall'impossibilita' di percorrere strade a scorrimento veloce spesso escluse ai veicoli palestinesi, raggiungiamo Jayyus. Una guida locale sale sul pullman per darci il benvenuto e illustrarci brevemente le condizioni del villagio, nonche' fornirci alcuni suggerimenti comportamentali. Mentre entriamo, sono in corso dei controlli da parte dell'esercito israeliano. All'arrivo davanti alla struttura che ci ospitera', una folla impressionante circonda il pullmann. Scendiamo e vieniamo letteralmente assaliti dai bambini. Il calore che ci riservano gli adulti non e' da meno: ci confessano che la nostra presenza e' l'evento dell'anno. Per regolare i nostri spostamenti esiste un servizio d'ordine. Siamo sempre controllati e assistiti. Il villaggio e' piccolo, ma le tensioni sono alte: postazioni israeliane circondano l'area e sul fronte interno Al Fatah ha una sorta di egemonia ma e' in aperto conflitto con Hamas. Quindi non ci si muove da soli e occhi sempre aperti. L'entusiasmo che circonda il nostro arrivo va comunque oltre le tensioni del posto. Dopo la cena ne abbiamo la prova. Il comitato di accoglienza ha preparato una festa per noi, con musica, balli e proiezioni al campetto di paese. Appena entriamo partono una serie di canzoni "italianissime", i classici cavalli di battaglia degli emigranti per placare la nostalgia: Felicita', Lasciatemi cantare, Sara' perche' ti amo. Stiamo al gioco, supportati dall'entusiamo incredibile dei bambini. Non ci mette in crisi neanche la partenza dell'inno nazionale, che cantiamo in una versione censurabile. La serata parte. Notiamo l'assenza delle donne, che arriveranno a serata inoltrata. Andiamo a letto, scortati, per sfuggire all'assedio dei bambini.
 
Resoconto della seconda giornata (lunedì 24)
 
jalla_formazione.jpg Oggi abbiamo trascorso la mattinata a Hebron, citta' palestinese in cui e' presente la tomba di Abramo, monumento sacro sia ai musulmani che agli ebrei. Coloni israeliani si sono insediati volutamente in un parte della citta' vecchia, di fatto condizionando il controllo dell'intero territorio. Cio' comporta che la citta' risulti divisa in due settori: uno sotto il pieno controllo israeliano e l'altro formalmente palestinese. Nel suk (mercato, in arabo) in pieno centro storico vivono 400 coloni, a fronte di oltre 100.000 mila palestinesi in citta', e per ognuno di loro ci sono 4 soldati israeliani a proteggerli e a garantire la loro mobilita'. I coloni occupano le case dei piani superiori dei palazzi all'interno del mercato, dalle finestre buttano spazzatura, sassi e bottiglie verso il basso dove vivono e hanno le attivita' i palestinesi: abbiamo notato persino alcuni blocchi di cemento che saranno pesati anche cento chili! Una rete costruita sopra la strada che attraversa il mercato evita in parte ai palestinesi di essere colpiti. L'attivita' del mercato risulta particolarmente condizionata dalla presenza israeliana. Le tante botteghe aperte e il passaggio continuo di persone, le voci e gli odori che caratterizzano la prima parte spariscono mano mano che ci si avvicina alle parti occupate dai coloni. La' i magazzini e le botteghe restano chiuse e cala un silenzio inusuale se confrontato alla parte precedente. Nella nostra visita alla citta' era previsto l'ingresso alla tomba di Abramo, nella parte controllata internamente dai palestinesi, quella dove ha luogo la Moschea. Lungo il tragitto per arrivarci occorre passare una serie di controlli intermedi ed un vero e proprio check-point all'ingresso, gestito dai soldati israeliani. L'accesso c'e' stato negato. Pare che fossimo in troppi e che ci fosse in quel momento un momento di preghiera da parte dei musulmani. L'unica verita' e' il mancato ingresso collettivo. Consigliati dal nostro accompagnatore palestinese abbiamo visitato la Tomba di Abramo attraverso la parte israeliana, dove sorge la Sinagoga. Altri controlli, altri soldati israeliani, che di fatto gestiscono tutti gli ingressi della zona, concedendo all'autorita' palestinese solo il controllo interno delle mura entro le quali si erge la Moschea. Si entra e anche all'interno proseguono i controlli. Visitiamo ed usciamo, proseguendo la visita' di Hebron.
In generale, la citta' e' molto suggestiva e a parte la presenza israeliana che spesso crea livelli di tensione altissimi da un momento all'altro, e' molto ospitale, caotica, "araba". Precedenze si decidono a colpi di clacson, spesso diretti verso i barroci spinti dagli asini che rallentano il traffico; venditori di felafel e dolci corteggiano simpaticamente la clientela, giovani studentesse girano rigorosamente in coppia coi libri sottobraccio. I palestinesi ti danno continuamente il benvenuto, insistono per venderti le loro mercanzie ma allo stesso tempo si aprono con te sulla situazione che vivono. Si creano dei tilt allucinanti quando interagiscono con le donne della carovana, mostrandosi oltremodo espensivi. Sono rispettosi, e se non lo fossero, sono immediatamente richiamati dagli amici o dalla polizia, ma per loro avere a che fare con delle occidentali e' un esperienza particolarmente eccitante. Da notare che la polizia ha anche un compito di vigilanza morale sugli abitanti. Sguardi, avances, foto... tutto e' tenuto sotto controllo.
Dopo Hebron, siamo andati a giocare la prima partita. Con nostro sommo sbigottimento... campo verde! Sintetico, ma di grande impatto. E' uno stadio vero, vicino a Betlemme, con una grande tribuna coperta, costruito con il contributo del governo del Portogallo. Abbiamo assistito ad un intero quadrangolare con un'infinita' di partite, e alla fine abbiamo giocato con la vincente del torneo, prendendo 2 gol negli ultimi 10 minuti del secondo tempo (abbiamo giocato 2 tempi da 15'). Dagli spalti un entusiasmo indescrivibile tra i bambini e le bambine palestinesi. Ma non sono stati da meno le compagne e i compagni della carovana, guidati dall'impareggiabile Brigata Morandi, vero e proprio gruppo ultras al seguito della squadra.
E' stata un'altra giornata bella e intensa. E calda, con punte di oltre trenta gradi.
Domattina lasceremo Ibdaa e incontreremo gli studenti dell'universita' Al-Quds di Abu Dis, una cittadina praticamente attaccata a Gerusalemme in cui pero' la recente costruzione del muro (che di fatto la accerchia totalmente) ha reso difficilissimo per i residenti accedere alla citta'.
Poi due partite, una di basket femminile e una di calcio maschile con le studentesse e gli studenti dell'universita'. Quindi tutti a Jayyus.
Un abbraccio dal fronte. Free free Palestine.
 
Resoconto della prima giornata (domenica 23)

jalla.jpg Arriviamo a Tel Aviv verso le 3.45. Siamo 99. Passiamo agilmente i controlli. Solo qualche domanda sui motivi del viaggio e i luoghi delle partite. Si parte verso le 5 per Erez, l'immenso check point oltre il quale c'e' Gaza. Un enorme muraglia di cemento e filo spinato. Soldati e cani da guardia. In cielo una specie di gonfiabile: controlla ogni movimento della striscia.  Noi avevamo richiesto i permessi da giorni ai quali si era aggiunta una lettera specifica del console. Dopo un prima timida prospettiva di accettazione della carovana, dopo 5 ore di attesa e' arrivato il no secco delle autorita' israeliane, un no senza margine di trattativa. Avevamo atteso gli esiti delle trattative improvvisando una partita sul piazzale, accompagnata da tamburi e musiche. Per ammordire l'attesa sotto un sole sfiancante. Dopo il no siamo rimasti altri venti minuti ad attendere le mosse del console, ma anche da parte sua non ci sono state possibilita' d'intervento. Pare fosse in corso un lancio di missili Qassam da parte dei palestinesi. Impossibile sapere se sia vero. Siamo ripartiti per Betlemme, piu' precisamente per il campo profughi di Deheishe. Ci sistemiamo presso il centro sportivo-culturale di Ibda. Poi pranzo in un ristorante cristiano di Betlemme: un bella occasione per fare conoscenza con i palestinesi, molto disponibili a raccontarti le loro storie. Come potete immaginare ognuno ne ha una, e non una qualsiasi. La terrazza del ristorante si affaccia su una colonia israeliana: un enorme blocco di case, costruite divorando terreni destinati ai palestinesi e collegate alle citta' israeliane tramite strade di cui solo gli israeliani possono usufruire. E che i soldati controllano. Alla fine del pranzo facciamo un giro intorno al centro storico di Beltlemme. Per le 18 siamo di ritorno al centro di Ibda dove un gruppo di ragazze e ragazzi palestinesi ha presentato uno spettacolo di danza sul rapporto che i palestinesi hanno con la storia e la terra palestinese. Il fatto che fosse un gruppo misto ha un valore eccezionale da queste parti. A fine spettacolo abbiamo aperto una discussione sulla specificita' del centro di Ibdaa e sulla situazione palestinese. Tra i piu' grandi problemi del popolo palestinese, a dominare e' l'usurpazione delle falde acquifere da parte degli israeliani. Un dato. Un palestinese, in media, ha a disposizione 2 litri al giorno, a fronte dei 2000 litri d'acqua di cui puo usufruire un israeliano. Un dramma gigantesco. Alla fine del dibattito, riunione interna per alcuni accorgimenti sul programma e cena. Domani Hebron, dove la situazione pare sia molto complessa. 400 coloni tengono in pugno una citta' di piu' di 100.000 abitanti. Hanno quattro soldati a testa che li sorvegliano e li proteggono. Sono coloni particolarmente aggressivi, e di fatto, sono i padroni della citta'. Andremo la' in attesa dei risvolti delle nuove trattative su Gaza. Se ci danno il permesso, si entra. Non mi soffermo molto sui soldati e sulle soldatesse israeliane sparse ovunque lungo le strade, sui check-point, i posti di blocco e le enormi distese di coloni che si accaparrano territori arabi. Ma sono parte del paesaggio e ci si abitua presto. Domani iniziano gli incontri sportivi. 
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Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Febbraio 2016 17:46

Dove cadono le macerie dell'11 settembre del calcio italiano

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pallone.jpgdi IVANO SCACCIARLI

Chiunque ricordi i più recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell'ordine pubblico provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla morte di un giovane napoletano, non può non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell'ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, c0rtei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati impetuosamente sui circuiti delle notizie.

E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l'area dello stadio, come a Catania ed Avellino, ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano. Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla necessità di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui ritorno nel cono d'ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dell'ordine pubblico. Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo stadio di Verona nel '77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel '79, che fasi culminanti e coni d'ombra hanno di fatto costituito questa trentennale continuità nella produzione di continui momenti di rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.

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Ultimo aggiornamento Martedì 31 Gennaio 2017 18:43 Leggi tutto...

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