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SPORT

L'occhio oltre la vetrina: cosa (non) resta a Rio dopo le Olimpiadi

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rio2016tratto da http://www.infoaut.org

L'accoppiata Mondiali e Giochi olimpici nel paese carioca ha supposto una serie di costi che sono andati puntualmente gonfiandosi rispetto alle stime iniziali, cosa che accade puntualmente per i mega-eventi che prevedono “Grandi opere”, per giungere a sforare quasi certamente i 25 miliardi di dollari nella sola area metropolitana di Rio de Janeiro.
Tanti soldi in ballo, dunque, elargiti dallo stato e da istituti di credito per foraggiare costruzioni di impianti sportivi e turistici, con relativi costi di sicurezza permanenti , e non solo.
Ciò che resta a Rio di Rio2016 è soprattutto una pianificazione e una ridefinizione urbanistica che accentua in modo inequivocabile le differenze di classe secondo il consolidato modello di un ultra-liberismo quantomai arrogante e autoritario in questi anni di ristrutturazione capitalistica. (a destra, disegno di Latuff)

Chi vive e ama Rio sa bene che gli sgomberi e le rimozioni forzate di case di fortuna e baraccopoli moltiplicatesi in questo ultimo anno non si vedevano dagli anni '60 del secolo scorso, una fase storica non certo rosea per il popolo brasiliano. Ora decine di migliaia di persone si ritrovano da un mese all' altro sballottate chilometri e chilometri dai distretti in cui hanno costruito la loro vita e le loro relazioni sociali, sbattute all' esterno nei nuoi complessi urbani che foraggiano la speculazione edilizia. L' impiego di esercito e l'uso sistematico della violenza contro i poveri tramite la mano armata dello Stato sottende ai grandi interessi speculativi dei cartelli edilizi, gli stessi che hanno tratto i maggiori benefici dalla costruzione a ritmi vertiginosi e a dir poco insostenibili dei mega-impianti, che già in edizioni olimpiche passate in altri Paesi non sono stati poi riutilizzati e messi a disposizione quali prodotti di welfare, ma andati in dismissione, se non abbandonati. Una sorta di mega-modello Expo, insomma.  

Spostamenti forzati di decine di migliaia di persone in precarietà abitativa e condizione di povertà pressoché assoluta; pulizia sistematica dei quartieri da persone di colore, il tutto in un regime economico e politico che prevede tagli nei settori chiave per gli standard di vita della popolazione: sanità, istruzione e trasporti. L'istantanea esemplare del sistema-Olimpiadi a Rio è quella che si può “ammirare” con i propri occhi dinanzi al Parco Olimpico: una mega-opera che resta, un intero quartiere (Vila Autodromo) svuotato delle persone che ci vivevano.. Stessa scena, ancora più cruda, nella zona del Maracanà, ombelico della metropoli, con il distretto di Uerj e la favela in totale stato di abbandono, in cui gli unici soldi spesi sono stati quelli dei raid militari contro gli abitanti (e in cui si sono consumate parte delle uccisioni denunciate dal comitato di osservazione dei diritti umani dei giochi olimpici brasiliani a partire dallo scorso anno). Mentre lo Stadio ha visto ingenti finanziamenti per la sua ristrutturazione, tutto intorno al complesso è dismissione e grigiore, ivi compresa l' Università Statale di Rio, falcidiata da tagli al personale e disinvestimenti strutturali. E' (anche) in questa zona che la lotta per il diritto all' abitare, strettamente connessa a quella per la garanzia di un trasporto pubblico accessibile, è stata fortemente repressa dal 2013 in poi.-

Il costo complessivo dell' accoppiata Giochi-Mondiali a Rio sarà di oltre 25 miliardi, dunque. Un investimento faraonico che non sarà mai ripagato, e di cui rimarranno benefici per pochissimi e miseria per tante, tantissime persone : si stima che per garantire un sistema di trasporti efficiente e alla portata di tutti nella metropoli brasiliana ci vorrebbero ben 42 miliardi, ma risulta chiaro che non ci sarà alcunché, nemmeno le briciole, per gran parte della popolazione locale..

C'è chi parla di modello di città escludente-snob, c'è chi pensa sia opportuno parlare di città classiste in cui la criminalizzazione delle povertà in nome dei privilegi può essere sanata solo con forme di conflittualità radicale e al contempo massificata. 

31 agosto 2016

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La Uefa contro il Celtic per le bandiere palestinesi allo stadio

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Bandiere palestinesi a Glasgow

tratto da http://contropiano.org

La UEFA ha deciso di aprire un procedimento disciplinare contro il club scozzese  del Celtic di Glasgow per via delle bandiere palestinesi esposte durante il play off di Champions League contro gli israeliani dell'Hapoel Be'er Sheva. La UEFA vieta espressioni politiche all'interno di manifestazioni calcistiche, e il caso verrà discusso davanti alla Commissione Etica e Disciplinare del massimo organismo calcistico europeo il 22 settembre.

Le autorità israeliane già prima della partita avevano avviato una campagna intimidatoria contro l’eventualità che i tifosi del calcio riempissero le tribune con le bandiere palestinesi come già accaduto in altre occasioni. Ma i tifosi del Celtic non avevano ceduto al clima intimidatorio e gli spalti dello stadio di Glasgow si sono riempiti lo stesso di   bandiere palestinesi. Celtic 2

L’anno scorso alla Fifa (la federazione internazionale del calcio) era giunta una petizione internazionale che chiedeva l’espulsione delle squadre israeliane dalle competizioni calcistiche a causa delle ripetute violazioni, divieti e ostacoli frapposti ai calciatori palestinesi. La Palestina, che è stata membro della FIFA dal 1998, vuole che l’organo di governo sospenda Israele a causa delle sue limitazioni ai movimenti dei giocatori palestinesi e si oppone alla partecipazione dei campionati israeliani di 5 club situati negli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata, in quanto illegali secondo la legge internazionale. Alla fine la federazione palestinese aveva ritirato la richiesta di un voto in sede di Fifa (scontentando non poco gli attivisti che si erano dati da fare in molti paesi per questa campagna). Sempre nel 2015  l’UEFA aveva respinto l’offerta israeliana di organizzare gli europei 2020 a Gerusalemme, per “ motivi tecnici”. Celtic Una decisione valutata positivamente da parte di molte associazioni solidali con la Palestina secondo cui tenere gli europei a Gerusalemme sarebbe stato come ricompensare Israele per il suo massacro di più di 2.100 palestinesi”.

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Livorno, inizia la palude Lega Pro. Ma la partita vera si gioca nelle trattative per la cessione della società

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livorno calcio logoL’eliminazione dalla Coppa Italia ad opera della Juve Stabia non è stato certo un inizio incoraggiante per il Livorno di Foscarini: è vero che il calcio d’agosto è ingannevole, che della Coppa Italia non gliene frega niente a nessuno e che alla squadra amaranto mancavano molti titolari, ma dopo la retrocessione forse serviva qualcosa per risollevare il morale…

L’impressione è che molti di coloro che hanno giocato e che fanno parte della rosa non siano all’altezza di una squadra che vuole vincere il campionato. Un campionato che praticamente impone di arrivare primi nel girone perché la formula dei playoff è piuttosto complicata. E come sanno in piazze importanti che in questi anni hanno fatto di tutto per arrivare alla serie B senza riuscirci, come Lecce, Foggia o Alessandria, la Legapro non è quella passeggiata che potrebbe sembrare.

C’è anche qualche elemento di ottimismo: l’allenatore è senz’altro uno dei migliori sulla piazza, e la presenza di Igor Protti in società sembra garantire un diverso rapporto tra squadra, pubblico e società. Ma Foscarini e Protti non rischieranno di bruciarsi?

La campagna acquisti dopotutto sembra la solita in stile Spinelli, e poi la conferma di Ceravolo come direttore sportivo lascia trasparire una continuazione dei rapporti con il clan Moggi che non è proprio un bel biglietto da visita per la società. Quanto ha inciso per esempio questo aspetto nei “maltrattamenti” arbitrali subiti l’anno scorso? E se poi i “suggerimenti tecnici” del vecchio Lucianone sono tutti del tipo Bortolo Mutti allora davvero meglio lasciar perdere.

In questo periodo però l’attenzione degli sportivi è rivolta ad un altro terreno di gioco: c’è la consapevolezza che il vero campionato del Livorno si giochi sui tavoli delle trattative, note più o meno a tutti, per la cessione della società a qualche cordata di imprenditori interessati ad investire in città. Si parla ormai da mesi di imprenditori bresciani e di interesse da parte di capitali stranieri provenienti da oriente. Ma non ci pare che ci sia tutta questa voglia di vendere da parte della proprietà e questo ci pare l'ostacolo maggiore, ancora di più del fatto che arrivati a questo punto nel pacchetto ci potrebbe rientrare anche il nuovo stadio. Ma senza volontà di chi vende è difficile sondare il polso di chi compra. Ad oggi questi acquirenti paiono evaporati. Si può chiedere perché?

stadio marcioCome detto c’è in ballo anche la questione del nuovo stadio (il Picchi è fatiscente e tra un po’ gli stadi con la pista di atletica non saranno più ammessi) e nessuno si illude che un anziano presidente ormai alla frutta, reduce da due retrocessioni in tre anni, che non ha mai investito granché neanche quand’era in auge, voglia o possa impegnarsi in un progetto di questo tipo. Altrove, come ad Empoli per rimanere nei paraggi, è stata la società a proporsi per effettuare di tasca propria una ristrutturazione, ma siamo su un altro pianeta. Così come siamo su un altro pianeta per gli investimenti nel settore giovanile, e sulla programmazione, qui completamente inesistente con lo stucchevole tormentone dei prestiti pagati dalle società di provenienza e dei morti da resuscitare. Un calcio che forse andava bene trent’anni fa, quando comunque erano molti gli amici a cui chiedere favori, ma che oggi proprio è fuori dalla storia. I piccoli investimenti fatti sui campi di Stagno non possono essere una garanzia né di impegno né di rifondazione di un sistema.

Anche negli anni passati ci sono stati imprenditori che avevano sondato il terreno ma tutti sono scappati. Sicuramente non avranno avuto la necessaria solidità, ma la realtà è che Spinelli non ha mai voluto vendere, un po’ perché il Livorno è stato il suo biglietto da visita per stare nei salotti buoni e un po’ perché qualche spicciolo, nonostante i continui piagnistei, gli ha reso.

lega pro gironiOra che ci ha riportato dove ci aveva preso, come del resto aveva minacciato decine di volte, il Livorno non serve più né come immagine né come vacca da mungere, e per il quasi ottantenne presidente sarebbe l’ora di farsi da parte, chiedendo una cifra ragionevole che non può essere quella che pretendeva qualche anno fa: valore del parco giocatori quasi a zero, strutture inesistenti, prospettive non molto favorevoli, consiglierebbero il classico “prendi i soldi (gli ultimi) e scappa” rifuggendo dalla tentazione di ricattare gli acquirenti, l’Amministrazione e la città con un gioco al rialzo che non servirebbe a nessuno.

Inutile naturalmente appellarsi a forme di correttezza o ad aspetti affettivi che sono del tutto estranei al personaggio. Inutile anche fare appelli di mobilitazione agli sportivi che in questo momento sarebbero del tutto fuori contesto, un po’ perché la gestione della società (e anche altri fattori) hanno portato ai minimi storici l’interesse e la partecipazione alle vicende del Livorno, un po’ perché il “Gabibbo” non è persona che si fa condizionare dalla pressione popolare.

Ma proprio per invertire la tendenza a questo disinteresse, preoccupante perché ormai consolidata, l’esito favorevole di queste trattative sarebbe probabilmente un primo necessario presupposto: un nuovo stadio, accordi con la nuova proprietà per una partecipazione dei tifosi alla gestione societaria, forme di azionariato popolare, uno sviluppo del settore giovanile inteso anche come partecipazione collettiva e di vitalità dei quartieri, tutto questo potrebbe essere possibile se ci fosse un passaggio di consegne. E comunque con Spinelli non è sicuramente possibile. E non iniziamo con la storia del presidente che ci ha fatto vedere l'Europa e il calcio che conta. Nessuno lo ha mai messo in dubbio, ma un ciclo di 17 anni che si è concluso dove è iniziato può portare con sé giudizi su soluzioni che non c'entrano niente con il passato. Il buono e il meno buono fatto rimane, sennò ogni società che ha vinto qualcosa avrebbe la solita dirigenza da 60 anni, ma non è così. Ora servono prospettive.

Per questo, anche se sappiamo benissimo che le trattative si fanno nelle segrete stanze e non sui giornali o su internet, seguiamo con molta attenzione cosa accade dietro le quinte. Che mai come oggi per il Livorno è più importante di quello che si vede sotto i riflettori.   

redazione, 4 agosto 2016           

        

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Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Agosto 2016 21:00

Tempo di Olimpiadi, tempo di ipocrisia sul doping

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tratto da http://contropiano.org

Siamo alle solite, ci si scandalizza tanto per l’uso delle sostanze doping – sia nello sport professionistico che in quello amatoriale – e non ci si rende conto, o si fa finta di non sapere, che l’utilizzo di tali sostanze è largamente diffuso da moltissimi anni.

Una particolare attenzione va osservata, nei giovani e giovanissimi, per l’uso di integratori e erbe, o piante, medicinali su cui ho lunga e concreta esperienza. Non è mio solito parlare di ciò che ho fatto, per questo mi scuso con i lettori, ma è opportuno anche precisare che chi scrive ha una lunghissima pratica ed esperienza nel mondo dello sport (Calcio, Kendo); è stato medico del calcio femminile, del basket, ha curato molti atleti di primo piano nell’atletica leggera ed è stato medico della Lega Nazionale Dilettanti, nonché esperto di antidoping. Nel 1999, mi recai a Torino dal giudice Raffaele Guariniello per una deposizione spontanea (ben recepita) sul doping.

Detto questo, per non essere classificato come “tuttologo”, torno a dire che non vi sono dubbi sull’evoluzione e sulla globalizzazione del commercio, gestito da mafie e criminalità organizzata, di sostanze e farmaci adoperati illecitamente a scopo doping. Un enorme traffico e “spaccio” che, a livello mondiale, coinvolgerebbe tutti i settori della società.

E’ un’”industria”, quella del doping, che oltre a lavorare in proprio le sostanze, si avvale anche delle più avanzate tecnologie e ricerche medico-scientifiche ufficiali, come ad esempio quella sull’uso di elementi genetici e/o cellulari. Genetica e genomica (branca della genetica che ha per oggetto lo studio comparativo del genoma) non vengono dunque solo adoperate la cura di molte malattie, ma anche per incrementare le prestazioni sportive.

Le vecchie pratiche però resistono e si aggiornano e così si continuano a utilizzare metodi per aumentare il trasporto dell’ossigeno, l’autoemotrasfusione. Ormoni e sostanze correlate quali l’eritropoietina (EPO), continuano ad andare per la maggiore, ma anche l’ormone della crescita (hGH), il fattore di crescita insulino-simile (IGF-1), il Meccano Growth Factors (IGF-IEb), le gonatropine (proibite solo nel sesso maschile), e poi insulina, corticotropine, stimolanti, glucocorticoidi, beta-bloccanti e altre ancora. Non vanno dimenticate le cosiddette sostanze mascheranti, non dopanti di per sé ma utilizzate per “mascherare” un’eventuale assunzione di sostanze vietate.

Tra le “sostanze mascheranti”, i diuretici (in questi casi non terapeutici) hanno lo scopo di diluire le concentrazioni urinarie di sostanze vietate, in maniera da non poterle individuare al controllo antidoping. Sostanze (non diuretiche) spesso usate come “mascheranti”, a esempio gli inibitori della 5-alfa-reduttasi come la finasteride: farmaco adoperato per curare l’ipertrofia prostatica benigna.

Questa classe di sostanze è proibita dalla WADA (World Antidoping Agency – Agenzia Mondiale Antidoping) perché può, nel controllo antidoping effettuato sulle urine, impedire la corretta valutazione della presenza di steroidi anabolizzanti. Ma le sostanze che ancora creano grande allarme, per la grande diffusione tra i giovani e i frequentatori di palestre in particolare, sono gli steroidi anabolizzanti.

Il Journal of German Society of Dermatology (circa dieci anni fa, nel febbraio 2007) riportava uno studio tedesco che segnalava l’enorme abuso di anabolizzanti soprattutto nei centri di fitness, e l’insorgenza di acne, sia di tipo conglobata che fulminante, ciò mi permette di ricordare il doping delle fotomodelle e dei fotomodelli.

Fenomeni acneici possono verificarsi in consumatori di steroidi anabolizzanti, al punto da poter considerare tali forme di acne come un importante indicatore clinico dell’abuso di questi steroidi.

Gli steroidi anabolizzanti androgeni rappresentano ancora le sostanze dopanti maggiormente adoperate (vengono anche ideati e sintetizzati nuovi steroidi che non vengono individuati all’analisi antidoping) per aumentare la forza e la massa muscolare e, in alcuni sport, per un migliore recupero e per avere una più alta capacità nel sostenere i carichi di lavoro dell’allenamento.

Per quanto riguarda le forme tumorali, l’utilizzo a scopo doping dell’ormone della crescita, e alti livelli del suo mediatore (insuline-like growth factor-1, che inibisce l’apoptosi), è stato associato al tumore del colon, del seno e della prostata. Recenti studi hanno poi trovato che l’eritropoietina può favorire sia l’angiogenesi (cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni) che inibire l’apoptosi (morte cellulare programmata), o modulare la chemo-o-radiosensività nelle cellule cancerose.

L’eritropoietina ricombinante (quella di sintesi e non prodotta dall’organismo) aumenta l’ossigenazione dei tessuti potrebbe quindi favorire la sopravvivenza dei tumori e la loro aggressività.

Una notizia “curiosa”, secondo quanto riporta la rivista Sports Medicine (la notizia non è nuova, è del 2007) vi è stata una prevalenza di asma tra gli atleti di elite (diffusa in particolare tra gli atleti di sport invernali) rispetto alla popolazione normale. Sappiamo che tra le sostanze proibite vi sono i beta 2 agonisti adoperati come antiasmatici; tra queste però fanno eccezione, se somministrate per brevi terapie, inalatori, formeterolo, terbutalina, salmeterolo e salbutamolo. Quest’ultimo però, se presente in concentrazione superiore ai 1000 mg/ml, viene considerato doping, salvo che l’atleta non dimostri che tale valore sia conseguenza di terapia inalatoria effettuata.

Attualmente si pensa al Passaporto Endocrinologico, per gli atleti sia di èlite che amatoriali, che ha un duplice scopo: quello di non essere solamente e semplicemente finalizzato alla caccia del doping e alla pratica illecita dell’uso dell’ormone della crescita, ma anche di acquisire informazioni e dati sullo stato di benessere dell’atleta.

Tutto questo è stato già affermato dal compianto e stimato professor Eugenio Muller, che era ordinario di Farmacologia alla Università degli Studi di Milano. “Questo test, – disse Muller – infatti, potrebbe essere ripetuto nel tempo permettendo così di valutare lo stato di salute della persona ed eventualmente anche di stabilire una serie di parametri correlati alla funzione dell’ormone somatotropo in grado quindi di fornire informazioni sullo stato di buona salute dell’atleta sia di èlite che amatoriale. E’ importante la salvaguardia della persona che fa sport mirando al suo benessere fisico”.

Per quanto riguarda poi l’uso dell’ormone della crescita nella pratica doping e sulle difficoltà di individuazione: “L’ormone può essere dosato radioimmunologicamente nel plasma, ha una vita brevissima con una permanenza nel sangue molto breve, inoltre le concentrazioni dell’ormone nel sangue fluttuano spontaneamente e possono raggiungere anche livelli molto elevati, soprattutto nelle donne, questo perché il GH è un ormone la cui secrezione è pulsatoria.

Lo stesso esercizio fisico, inoltre, aumenta la produzione di ormone e rappresenta uno stimolo alla secrezione dell’ormone endogeno (cioè quello prodotto dall’organismo) rendendo così difficile discriminare tra quello prodotto naturalmente dall’ipofisi e quello eventualmente assunto come sostanza dopante.

L’ormone che viene ipoteticamente assunto dall’atleta per via esogena è praticamente identico a quello che l’atleta stesso produce; sono quindi quasi indistinguibili e l’ormone assunto dall’esterno si mimetizza con quello prodotto dal nostro organismo, il dato quantitativo inoltre non è di grande aiuto”. Situazione questa di estrema delicatezza, e oggetto di un vivace dibattito; il professor Muller all’epoca concluse: “Sulla base di queste considerazioni appare razionale una ricerca che porti alla individuazione di parametri endocrini la cui valutazione comparata con quelle delle condizioni di base possa diminuire sensibilmente i margini di incertezza relativi a una diagnosi differenziale tra una secrezione spontanea aumentata di GH e l’assunzione esogena impropria a fini dopanti dell’ormone in modo da giungere a una diagnosi differenziale e ridurre i margini di incertezza relativa tra una spontanea ipersecrezione di questo ormone e la somministrazione esogena, o impropria, a fini dopanti”.

Il GH, o somatotropina, è un ormone che influenza il metabolismo degli zuccheri, stimola la sintesi delle proteine e aumenta la distruzione dei grassi, favorisce la crescita. E’ secreto in una parte del cervello, l’ipofisi anteriore (nelle cellule somatotrope) sotto il controllo di due fattori: a) growth hormone-releasing (GRH ad attività stimolante); b) somatostatina ad attività inibente.

Adoperato nella terapia medica per i bambini con un ritardo dell’accrescimento, ad esempio il nanismo ipofisario, il GH aumenta la massa muscolare, la forza. Attualmente è adoperato quello ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante che permette di preparare ormoni di struttura identica a quella umana; molto pericoloso è quello proveniente da cadaveri che può provocare quella grave sindrome neurologica chiamata Creutzfeld-Jakob (“mucca pazza”).

L’uso dunque di sostanze farmacologiche adoperate illecitamente per migliorare una prestazione atletica, o per “mascherare” il loro utilizzo, non ha mai cessato di esistere. L’ormone della crescita prodotto dall’organismo è infatti indistinguibile da quello introdotto a scopo doping, è perciò un’opportunità il “passaporto endocrinologico” che permetterà di scovare una eventuale assunzione dell’ormone della crescita a scopo non terapeutico bensì dopante.

Tale passaporto, sia per atleti di èlite che amatoriali, dovrà avere lo scopo di acquisire informazioni sullo stato di salute dell’atleta; attualmente invece non va avanti, a parte qualche caso, il passaporto biologico dell’atleta, in special modo, per il calcio.

Per quanto riguarda questo sport infatti c’è solamente una “dichiarazione d’intenti” a favore di una serie di controlli ematici, che andrebbero fatti a sorpresa, per il passaporto biologico. E’ quello che, in pratica, ha fatto il giudice Raffaele Guariniello, con il processo alla Juventus.

Il “passaporto biologico” (riconosciuto da ben 25 sport) che, come già detto, ha il suo fondamento nei controlli a sorpresa, avrebbe la funzione di stigmatizzare, come una sorta di fotografia, ogni atleta nei suoi parametri fondamentali, determinando la variabilità per ogni atleta che verrebbe fermato se i propri valori risultassero alterati.

Se pensiamo al calciatore, e gli atleti in genere, sia d’èlite che amatoriali, sono vittime e propri carnefici al tempo stesso (più o meno consapevolmente) nella ricerca e nel bisogno di una sempre maggiore “produttività atletica”. Tutto ciò porta alla utilizzazione (o alla sottomissione) del doping, a un uso indiscriminato di sostanze farmacologiche.

Il nodo sta nell’incrementare le prestazioni atletiche attraverso l’utilizzo illecito di farmaci, del doping, per soddisfare non tanto i “propri bisogni” quanto quelli di un sistema oramai commercializzato, come nel calcio, gestito come una vera e propria industria. Pensare all’antidoping non vuol dire, però, solo repressione e controlli (il controllato non può essere controllore), bensì giocare d’anticipo, educare e proporre una diversa cultura della società e dello sport, soprattutto tra i giovani e nelle scuole.

Va costruita una vera alternativa a una società dopata come è la nostra, ove il medico (e qui la questione morale-giudiziaria di molti medici sportivi va aperta) torni a essere medico con caratteristiche etiche, quindi morali, degne di una società civile. E’ opportuno ricordare che gli Stati Uniti (esiste una ricca documentazione) hanno coperto, per moltissimi anni, gli atleti dopati; il cosiddetto “doping di stato”, presente anche nel nostro paese, non coinvolgeva solamente l’Unione Sovietica o i paesi dell’est, ma era ben radicato anche tra le amministrazioni statunitensi.

I Top gun americani inoltre, quelli che hanno bombardato l’Afhganistan e l’Iraq, si rendevano “più efficenti e impavidi” grazie all’uso delle “Go Pills”: pillole a base di Dexdrina, un’amfetamina usata anche per combattere la stanchezza. Nel rientrare alla base, poi, per placare la furia guerresca non c’era di meglio delle “No Go Pills”: compresse a base di sedativi; e così di continuo, in un ritmo incessante. Sembrerebbe perfetto, la quadratura del cerchio, peccato però che alcune volte i Top Gun, sotto l’effetto di troppe “Go Pills”, bombardavano un banchetto nunziale o quant’altro si muoveva sotto il loro occhi senza rendersi conto di cosa stavano colpendo. Attualmente (Aerospace Medicine, Blog, Flight Medicine, Military Aviation Medicine 2014) gli Stati Uniti ed altre nazioni usano moderni stimolanti per migliorare la “Performance” nei combattimenti.

Anche questo è Doping di stato!

Se pensiamo agli Stati Uniti tanto per fare qualche esempio ricordo che il doping genetico era già conosciuto più di 15 anni fa (ricordo l’esperimento con il famoso topo-Schwarzenegger), e l’endocrinologo Robert Kerr – nel lontano 1984 – dichiarò subito dopo le Oimpiadi di Los Angeles che un gran numero di atleti statunitensi si erano sottoposti a pratiche dopanti.

Più recentemente (2014) – ma la questione è ben più antica – è venuto alla ribalta il Repoxygen per una terapia genica che può essere utilizzata nel doping genetico. Il Repoxygen, originariamente sviluppato per trattare l’anemia, in pratica consiste in un segmento di DNA che stimola la sintesi di eritropoietina. Ne vengono aumentati il numero dei Globuli Rossi, viene aumentata la capacità di trasportare ossigeno e questo migliora, nell’atleta la capacità aerobica.

Tornando in casa nostra, come non ricordare in Italia la nota vicenda “Francesco Conconi”, medico italiano che è stato rettore all’Università di Ferrara nonché direttore del Centro Studi Biomedici Applicati allo Sport.

Da WIKIPEDIA: “Nel 2003, Conconi, insieme ai collaboratori Ilario Casoni e Giovanni Grazzi, è stato riconosciuto colpevole dei reati legati al doping con sentenza n. 533-2003 del Tribunale di Ferrara, depositata il 16 febbraio 2004; il tribunale ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti degli imputati solo per intervenuta prescrizione, riconoscendone comunque la colpevolezza fino alla data del 9 agosto 1995. Conconi e i suoi collaboratori sono stati assolti non sussistendo alcuna colpa, limitatamente ai fatti successivi al 9 agosto 1995… Il numero degli atleti i cui dati sono inseriti nel file DBLAB è tuttavia notevolmente maggiore (470 secondo quanto riportato dalla sentenza del Tribunale di Ferrara).”

Anni fa fece molto discutere la proposta della Federazione Britannica di Atletica Leggera, in seguito fatta propria dalla Federazione Europea, di ripartire da zero annullando tutti i record di atletica. Nel 2006 il Financial Times avanzò la proposta di fare due tipi di Olimpiadi, una per gli atleti dopati un’altra per quelli che non si dopavano.

A tutt’oggi il problema del doping, con un enorme traffico e “spaccio” a livello mondiale, coinvolgerebbe circa 15,5 milioni di persone, in tutti i settori della società.

L’Agenzia Mondiale Antidoping (AMA-WADA) ha inserito il doping genetico, noto da tempo, nella lista delle sostanze e dei metodi proibiti, definendolo come “uso non terapeutico di cellule, geni ed elementi genetici o della modulazione dell’espressione genetica, con capacità di aumentare le prestazioni atletiche” (AMA-WADA, 2008).

L’ACE-011 è una sostanza farmacologica, frutto di un raffinato processo biotecnologico, nata negli Stati Uniti con la speranza che si possa concretamente utilizzare per l’osteoporosi, ma anche per i tumori ossei e alcune forme anemiche molto gravi dove l’unica terapia effettiva, e definitiva, sarebbe il trapianto di midollo osseo.

Questo composto agirebbe anche sul meccanismo di produzione dei globuli rossi; si tratta, quindi, di una sostanza farmacologica molto importante ma che, per le sue caratteristiche sulla produzione dei globuli rossi, risulterebbe molto più efficiente e rapida, nell’organismo umano, dell’eritropoietina, il famoso EPO.

Questa sostanza, nei fatti, è un doping di tipo genetico e tecnologico molto più complicato da rilevare; con l’attuazione però del passaporto biologico questo tipo di doping si potrebbe scoprire. Quello che è importante sapere che l’industria del Doping è già avanti di molti passi rispetto a chi cerca di scoprirlo.
Per mascherare il doping a base di testosterone e sostanze affini, gli atleti potrebbero bere del tè verde o bianco, in questo modo non verrebbero scoperti; lo hanno affermato dei ricercatori della Kingston University di Londra prima delle ultime olimpiadi.

Le catechine, sostanze presenti nel tè verde e in quello bianco (non in quello nero), possono infatti “mascherare” il testosterone quando è in eccesso e “bloccare” gli enzimi che contrassegnano le molecole per l’escrezione.

Lo studio mostra che le catechine disattivano un enzima che controlla la produzione del testosterone glucuronide e così, consumando tè verde o bianco, il testosterone viene bloccato, e non viene escreto adeguatamente con le urine. Alla ricerca antidoping il risultato è la negatività.

La cosa migliore da fare in questo caso non è il test delle urine, ma quello del sangue degli atleti. Il tè bianco deriva dalle gemme apicali prima che schiudono, della Camelia sinensis, che, per prevenire l’ossidazione, vengono lasciate essiccare al sole. Il nome “tè bianco” deriva dalla sottile peluria bianco-argentata che ricopre i germogli e dà, alla pianta un aspetto biancastro e il tè è di un color giallo pallido.

C’è molto altro da dire e noi lo diremo.

Prof. Roberto Suozzi

Medico chirurgo

Specialista in Farmacologia Clinica e Medicina dello Sport

suozziroberto.altervista.org

 

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Non hanno camminato mai soli. Hillsborough, giustizia è fatta

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Dopo 27 anni i 96 tifosi del Liverpool morti a Sheffield hanno vinto la loro battaglia. Malgrado gli insabbiamenti dei Conservatori, della Polizia e di alcuni tra i più importanti media inglesi, hanno ottenuto giustizia. Storia della pagina forse più nera della democrazia inglese.

HILLSBOROUGHLa verità 27 anni dopo. O meglio, quella giudiziaria, perché quella vera, per dirla alla maniera di alcuni tabloid inglesi usciti lo scorso 27 aprile, già era nota da tempo e più o meno a tutti. Quel 15 aprile 1989 a Sheffield, nello stadio Hillsborough, la tana del Wednesday, i 96 tifosi del Liverpool non morirono schiacciati dalla follia omicida degli hooligans “amici”. Nessuno sciacallo derubò né violentò i cadaveri, né tanto meno nessuno gli pisciò addosso. No, non andò come scrisse il tabloid inglese Sun (boicottato ancora oggi da tutta Liverpool), ma le tremende immagini dell’Heysel erano ancora ben vive negli occhi dell’opinione pubblica inglese e una storiografia del genere, per quanto falsa e criminale, era quanto di più credibile e funzionale potesse esistere in quel momento.

Il contesto storico e politico

La Thatcher era reduce dal braccio di ferro contro i minatori inglesi, che a cavallo tra il 1984 e il 1985 avevano dato vita ad un epico sciopero che si trasformò nella lotta sindacale più famosa della storia. Il Governo conservatore, autore di una politica antioperaia e privatizzatrice, pretese una resa senza condizioni dopo un anno di battaglie e manifestazioni in tutto il Regno Unito. La Lady di Ferro vinse la guerra ma i minatori fecero la storia. Una vittoria-boomerang per la Thatcher, che insieme ad altri fattori vide crollare di colpo la sua popolarità. Da qui la decisione di recuperare quanto perduto affrontando un’altra battaglia, non meno difficile sul campo, ma molto più agevole su quello mediatico e che metteva d’accordo nord e sud, destra e sinistra: quella contro i famigerati hooligans. Reduce dalla gogna mediatica dell’Heysel, l’allora premier britannico emanò una serie di provvedimenti atti a risolvere una volta per tutte il fenomeno della violenza da stadio. Nel 1985 commissionò al giudice Peter Taylor un’inchiesta che portò, nel 1989, all’emanazione del Football Spectators Act, un insieme di leggi che, tra le altre cose, vietavano la partecipazione ad eventi sportivi per le persone condannate per reati legati alle partite di calcio, l’obbligo di presentazione di un documento di identità per entrare negli stadi, la creazione di una squadra di polizia ad hoc (la National Crime Intelligence Service Football Unit) per monitorare e contrastare il fenomeno hooligans, il divieto di vendita di alcool negli stadi e nei parcheggi.

I precedenti

Ma torniamo a quel maledetto 15 aprile 1989. A Sheffield doveva giocarsi la semifinale di FA Cup tra il Nottingham Forest e il Liverpool. Come campo neutro fu designato, abbastanza a sorpresa, il piccolo stadio di Hillsborough, e ancor più a sorpresa venne assegnata la curva più grande ai tifosi del Forest e quella più piccola, la Leppings Lane, a quelli del Liverpool, di gran lunga più numerosi. Uno stadio, se non maledetto, quantomeno inadeguato visto che già otto anni prima, sempre in occasione di una semifinale di FA Cup stavolta tra Wolverhampton e Tottenham, andò in scena l’esatta anticipazione di quanto poi accaduto in seguito ai tifosi del Liverpool. Anche in quell’occasione i tifosi degli Spurs presenti nella Leppings Lane che erano più vicini alla rete di delimitazione col campo di gioco furono schiacciati dalla massa che premeva dalle file più alte. Per un puro miracolo ci furono “solo” 38 feriti e nessun morto. Ma la coincidenza più incredibile si materializzò il 9 aprile 1988 quando Hillsborough fu designato come sede di un’altra semifinale di Coppa d’Inghilterra proprio tra Forest e Liverpool. Anche in quest’occasione i tifosi del Liverpool furono fatti accomodare nella Leppings Lane e come 7 anni prima, e come accadrà in maniera ben più grave un anno più tardi, stesse scene di schiacciamento e strage solo sfiorata. Anzi, rimandata. Si verrà a sapere solo in seguito che quella curva dalla conformazione sui generis, era priva del certificato di sicurezza dal 1981.

La cronaca dei fatti

Decine di migliaia di Reds (molti più di quanti fossero i biglietti a loro assegnati) invasero pacificamente il capoluogo del South Yorkshire. La famigerata Leppings Lane possedeva appena 6 entrate (contro le oltre 60 della curva riservata ai tifosi del Nottingham Forest) e conseguentemente l’afflusso verso gli spalti si dimostrò da subito particolarmente difficoltoso. A un quarto d’ora dall’inizio del match erano ancora migliaia i tifosi che pur avendo regolarmente il biglietto per uno dei tre settori della Leppings Lane si vedevano costretti ancora fuori dallo stadio. La polizia ebbe la malaugurata idea di aprire un solo settore, il Gate C, e mancando ormai pochissimi minuti al fischio d’inizio tutti i tifosi rimasti ancora fuori, anche quelli che avrebbero dovuto entrare dai Gate “A” e “B”, si riversarono sul C che però permetteva accesso solo alla parte centrale della curva, la cui capienza era limitata a 2.000 posti; così, mentre questo settore della curva iniziò a riempirsi all’inverosimile, la marea di gente che continuava ad affluire dal Gate C si ritrovò chiusa dentro una sorta di imbuto e i tifosi che già si trovavano all’interno del settore furono schiacciati verso le pareti laterali e le recinzioni che dividevano gli spalti dal campo.

Alcuni riuscirono a scavalcare le recinzioni e riversarsi in campo ma la polizia, non avendo capito quanto stava accadendo, caricò i tifosi. Una situazione paradossale e drammatica. Quando la Leppings Lane cominciò a svuotarsi fu chiara a tutti la portata del dramma: 300 persone giacevano a terra. 95 di queste erano cadaveri. La numero 96, Tony Bland, morirà nel 1993, dopo 4 anni di coma.

Una strage utile

La strage di Hillsborough fece piacere a molti. A chi in Italia la visse come una vendetta per quanto accaduto 4 anni prima all’Heysel, all’opinione pubblica inglese per cui gli hooligans erano il male del secolo, al governo che poteva sfruttare quanto accaduto a Sheffield per calcare ancora più la mano contro gli hooligans. Già, perché di hooligans si parlò sin dal primo momento. Hooligans come unici responsabili di quanto accaduto nonostante proprio Peter Taylor avesse ben presto riconosciuto le gravi responsabilità da parte delle forze dell’ordine.

Ciò che non si doveva ripetere era la vergogna internazionale rimediata a Bruxelles.  Erano i fans del Liverpool i cattivi e l’alcool il principale responsabile. C’è chi parlò addirittura di un’ipotetica cospirazione messa in atto da tifosi del Liverpool senza biglietto che sarebbero volutamente arrivati in ritardo alla partita per creare tensione fuori dallo stadio e forzare la polizia ad aprire gli ingressi. In realtà sarà dimostrato che la stragrande maggioranza dei tifosi era in possesso di regolare tagliando. Il medico legale al quale fu chiesta la consulenza limitò le indagini solamente agli eventi occorsi fino alle 3:15, cioè appena i tifosi iniziarono a riversarsi in campo poiché, affermò, “le vittime erano già spirate”. In questo modo la Polizia fu esautorata dalle colpe che ebbe quando prima impedì lo smaltimento della calca e poi rallentò le operazioni di soccorso. David Duckenfield, ufficiale di polizia in servizio il giorno del disastro, fu colui che fece aprire il cancello del Gate C ma da subito dichiarò il falso dicendo che furono i tifosi a forzare i cancelli. Un altro ufficiale, Bernard Murray, ed altri funzionari manipolarono le prove.

I veri sciacalli

Peggio fece il Sun che il 19 aprile uscì con una scioccante edizione intitolata The Truth, “La verità”, un dossier-farsa che accusava i tifosi Reds, nelle fasi subito successive al disastro, delle peggiori efferatezze. Secondo l’allora direttore del tabloid Kevin McKenzie, un Sallusti in salsa inglese, fedelissimo della Thatcher, i tifosi del Liverpool avrebbero prima attaccato i soccorritori, le forze di polizia e lo staff dello stadio che stavano cercando di prestare soccorso ai feriti. Poi, in preda all’alcool, avrebbero sciacallato e violentato feriti e morti e infine urinato sui cadaveri. A passare queste informazioni al tabloid fu un’agenzia di stampa che recepì il diktat governativo tramite un anonimo parlamentare conservatore.

Justice for the 96

hillsborough never forgetL’operazione d’insabbiamento della verità procedette spedita e tutta l’Inghilterra credette subito alla versione del Sun. Tutta tranne Liverpool che, tra parentesi, è anche la città meno inglese d’Inghilterra. We are scousers, not english, recita uno storico striscione della Kop. A Liverpool la storia non la bevono e nasce un associazione, la Justice for the 96, che come rivela il nome stesso si batte per avere giustizia. È composta da familiari e amici delle vittime di Sheffield ma anche semplici tifosi, alcuni dei quali addirittura dell’Everton, l’altra squadra cittadina. Del resto Hillsborough è una ferita che fa sanguinare tutta Liverpool e il Sun, le inchieste-fantoccio, gli insabbiamenti, i depistaggi, quella verità così palese ma sempre negata in sede giudiziaria, sono uno schiaffo a tutta la città. L’associazione ha sede proprio davanti alla Kop, la mitica curva di Anfield. Ci prestano servizio persone come Trevor Hicks, che quel pomeriggio ha perso due figlie di 15 e 19 anni, e Steve Kelly, tifosissimo dell’Everton, che nella Leppings Lane perse il fratello. È soprattutto grazie alla loro determinazione e a quella di tante donne e tanti uomini come loro, alla loro voglia di non mollare mai in questi lunghissimi 27 anni, che i 96 di Hillsborough hanno avuto finalmente giustizia. L’ultimo passo della causa legale più lunga nella storia dell’ordinamento giuridico britannico si è avuto lo scorso 26 aprile quando il secondo processo sulla strage, apertosi nell’aprile 2014, ha confermato quanto evidenziato nel 2012 dall’Hillsborough Independent Panel, una commissione governativa indipendente che chiarì le cause degli incidenti e raccontò dettagliatamente le molte responsabilità della polizia e dei soccorsi denunciando una cospicua serie di documenti rimasti fino a quel momento secretati. Pagine pesanti come macigni che raccontano come delle 96 vittime, 59 potevano essere salvate. Non è vero che alle 15.15 erano già tutti morti (tranne Bland che entrò in coma). Se si fosse intervenuto tempestivamente, sarebbero potute essere salvate. Alla pubblicazione del report, il premier David Cameron ha chiesto scusa. Chi non ha chiesto scusa sono il Sun e il Times. Nessuno dei due giornali, il giorno dopo, aveva in prima pagina richiami sulla sentenza. Gli eterni rivali dell’Everton, invece, hanno omaggiato le famiglie delle vittime “appoggiando la loro rivendicazione come combattenti per la giustizia” e definendola “la più grande vittoria nella storia del calcio”. No, in questi anni i 96 non hanno mai camminato soli.

Tito Sommartino

articolo pubblicato sul cartaceo di Senza Soste n. 115 (maggio 2016)

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Ultimo aggiornamento Domenica 17 Luglio 2016 18:33

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