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Venerdì 22: Pugni Amaranto 10 ai Bagni Lido

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locandina pugni am 2016

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Il valore pedagogico della Coppa Barontini. Costruiamo un futuro per Livorno

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Lungo le spallette dei fossi si raduneranno così molti livornesi (ma pochissimi forestieri) per godersi uno spettacolo degno di questo nome, in cui culmineranno i sacrifici di centinaia di persone: gli equipaggi, i dirigenti, gli organizzatori e tutti i frequentatori delle cantine. La Barontini infatti è espressione massima di sport dal basso estraneo alla mercificazione che caratterizza molti altri ambienti, è espressione di una lunga storia di democrazia, di antifascismo, quindi di libertà, livornese, è espressione di una città una volta organizzata in rioni con i propri colori e il proprio tessuto sociale, anno dopo anno distrutto e quotidianamente minacciato, che trovava nelle Cantine una felice sintesi. Le Cantine, dove il contatto intergenerazionale era all’ordine del giorno e un giovane e un anziano potevano quindi confrontarsi e arricchirsi vicendevolmente anche al di là dell’attività sportiva, erano un potente antidoto contro l’intolleranza e l’oblio e forse ancora oggi continuano ad emettere una luce, anche se flebile, per tenere accesa questa pratica naturale e dall’alto valore sociale…

Tuttavia riteniamo riduttivo che la Barontini sia ormai percepita e vissuta come appassionante gara remiera per nostalgici di una Livorno che fu, o tuttalpiù considerata soltanto un patrimonio culturale da salvaguardare, da una lato, e una manifestazione caratteristica su cui tentare un investimento meramente commerciale, dall’altro.

La coppa Barontini deve, e può, al contrario diventare occasione di rilancio per la città e occasione per promuovere politiche e buone pratiche di amministrazione, pubblica, del territorio come bene comune: dalle Cantine (da censire e riorganizzare) come spazio di aggregazione sociale, alla riqualificazione ambientale e turistica dei Fossi (a scopo culturale e commerciale), dall’investimento (finanziario e politico) nello sport popolare al lavoro educativo con le scuole. Si tratta insomma di inserire la gara remiera di giugno, che di certo andrà ripensata anche come evento, in un percorso di crescita e investimento reale che possa contribuire a costruire cultura, lavoro e reddito per i Livorno.

La 50° edizione della Coppa, quella del 2017, potrebbe dunque diventare occasione di rilancio per la città, tuttavia per costruire questo complesso percorso sarebbe utile e opportuno partire da un atto pratico da chiedere all’amministrazione comunale, ovvero dedicare alla Barontini il prossimo anno educativo.

La Barontini infatti, ma più in generale i Fossi, o la Livorno antifascista, oppure le Cantine (come spazio sociale e sportivo), i Rioni, la diversità… potrebbero diventare il tema del prossimo anno educativo dei nidi e delle scuole comunali (che da un pezzo a questa parte a Livorno è stato dedicato ad un tema specifico) coinvolgendo per un anno intero (con incontri, laboratori e attività educative e scolastiche curricolari) centinaia di bambini, famiglie, educatrici, insegnanti. Sulla rivista “Il Serrate” distribuita in questi giorni il presidente del Comitato organizzatore della Coppa, Massimo Talini, lamenta infatti un contatto inesistente con il mondo della scuola. Seppur, dobbiamo dire, alcune iniziative collaterali ci siano state, è essenziale mettere a sistema un lavoro di interazione tra territorio e scuola, lavoro peraltro caldeggiato da tempo dalla legislazione scolastica.

BL intende dare il via alla costituente di un tavolo partecipativo su questi temi che partiranno da un “piccolo” caso concreto e apparentemente poco rilevante a paragone di altri, la Coppa Barontini appunto, per cominciare a proporre politiche, metodi e pratiche per garantire un futuro alla città al di là della retorica che di volta in volta si alterna tra apocalittica, miracolosamente risolutiva e pragmaticamente liberista. Ma la retorica, lo abbiamo già detto, non ci interessa.

La coppa Barontini ha quindi un alto valore pedagogico in quanto può insegnare molto su Livorno e ai livornesi e perché può essere un’occasione per imparare ad elaborare collettivamente e dal basso una nuova idea di città, ovvero assolvere uno dei compiti di una forza politica di sinistra come Buongiorno Livorno.

Direttivo #BuongiornoLivorno

17 giugno 2016

http://www.buongiornolivorno.it/2016/06/16/il-valore-pedagogico-della-coppa-barontini-costruiamo-un-futuro-per-livorno/

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Ultimo aggiornamento Sabato 18 Giugno 2016 18:23

Euro 2016, aspettavano l'Isis sono arrivati gli hooligans

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marsiglia jhooligansBruce Sterling, in una delle antologie di racconti brevi maggiormente apprezzate (A good old-fashioned future, 1999 pubblicata in Italia nel 2000 col titolo Un futuro all'antica), rappresenta una tre giorni del caos che, già all'epoca della prima edizione, era sbagliato pensare come una distopia. In Sterling infatti la tre giorni dal caos, attesa e prevista come un tornado annunciato come certo, riuniva nello stesso spazio le rivolte politiche, calcistiche, religiose e di semplici bande di strada. Prevista, inesorabile, irrestibile la tre giorni di Sterling semplicemente travolgeva ogni resistenza statuale che tentava di contenerla. Non è improbabile, vista l'attenzione di Sterling alle subculture europee, che l'ispirazione sia venuta dai Chaostage del movimento punk tedesco che, annualmente, a partire dai primissimi anni '80 hanno inscenato dei veri e propri carnevali della rivolta (un archivio dei Chaostage, lo si trova qui http://www.chaostage.de/a/home/p/index.php).

Come afferma il sito storico (diciamo) ufficiale il concetto di "giorno del caos" ha cambiato il linguaggio e la cultura politica in generale. Anche quindi quella del potere istituzionale che, una volta perimetrato spazialmente e temporalmente il caos in qualche giorno e in un'area precisa, usa spesso il linguaggio della meteorologia per descrivere caos, conflitti e scioperi. La televisione francese infatti non usa in modo infrequente il concetto di "perturbazione", come per le piogge, per descrivere gli effetti degli scioperi. Sterilizzando la portata politica in un evento. Il quale si ritrova così ad essere caldo sulla piazza, fonte infinita di immagini sui social e sterilizzato negli effetti della comunicazione politica (il piano del potere reale). Nel senso più pieno, quello dei giorni del caos alla Sterling come sovrapposizione di molteplici conflitti, il G8 di Genova del 2001 è stato l'incarnazione immediata delle produzioni sul futuro delle rivolte di piazza della letteratura cyberpunk degli anni '90. Con buona pace dei fori sociali, capaci solo di condannare ogni sospiro, figuriamoci gli incidenti, e strutturalmente inabile a comprendere ogni dinamica profonda delle società.

E qui si entra in un altro tipo di giornate del caos, quelle provocate dai comportamenti istituzionali, che ci porta dritti a Euro 2016. Già, perchè in realtà le giornate del caos, quelle dove si sovrappongono conflitti che neanche si parlano o si conoscono, non si formano come nella letteratura di Sterling, dove la sovrapposizione dei comportamenti, l'overlapping, in un significativo rovesciamento di Rawls per il quale questo fenomeno avviene solo per definire la molteplicità codificabile dei diritti liberali, genera i giorni del caos. Al contario sono gli eventi istituzionali, o i grandi eventi come gli europei di calcio che generano quella sovrapposizione dei comportamenti di reazione che, a sua volta, genera i giorni del caos. Questo, nonostante ci si trovi nel 2016, con una scienza e delle tecnologie di polizia ad elevata complessità, anche se caotiche nella loro connessione reciproca e nella stessa operatività, quanto non sempre capaci di contrastare differenti occasioni di "perturbazione". Già perché ogni evento produce effetti indesiderati ed Euro 2016 ne ha prodotti tre, frutto dell'overlapping di differenti criticità: l'effetto Isis, quello dei conflitti contro la legge che favorisce i licenziamenti, l'effetto hooligan che è sempre un'incognita.

L'effetto Isis, lo chiamiamo così per semplicità espositiva, si è già prodotto, tragicamente, con i kamikaze allo Stade de France durante la notte del Bataclan nel novembre 2015, quello dei conflitti contro la Loi Travail a causa dell'attacco alle classi subalterne da parte di Hollande (su consueta licenza Eurozona) e, alla fine, sono arrivati gli hooligan. Il Leviatano tecnologico dell'organizzazione dell'evento, costituito da una compenetrazione impressionante di istituzioni e sponsor, aveva istituito il set degli europei pensando all'Isis: quindi all'opinione pubblica è apparso lo spettacolo mediale della sicurezza diffusa, che avrebbe sigillato gli eventi allo stadio in funzione anti-Isis, assieme alla festa delle fan zone dove si vedono le partite sullo schermo e si brinda tra tifosi di differenti nazioni. Poi un paio di imprevisti: gli scioperi diffusi contro la Loi Travail, alcuni nei trasporti molto incisivi, e gli hooligans. Già, questi ultimi parevano scomparsi dalla letteratura, e dallo spettacolo mediale, sulla sicurezza. Si pensi ai due derby madrileni, tra il 2014 e il 2016, finali di Champion's League giocati in sigillata e tecnologica tranquillità tra Lisbona e Milano. Per fare un raffronto, negli anni '70, senza toccare l'Heysel che fu un evento avvenuto dentro lo stadio e non per le strade di Bruxelles, la finale di Coppa dei Campioni a Parigi, oggi sede della finale di Euro 2016, fu anche sede di incidenti molto gravi. Tali da provocare una dura squalifica del Leeds, squadra a cui appartenevano i tifosi che provocarono gli scontri, da ogni competizione europea. Oggi, invece, nel calcio dei grandi tornei l'hooliganismo sembrava un problema ormai secondario rispetto a quello della puntualità del traffico aereo con il quale far affluire i tifosi durante gli eventi. L'incasellamento efficiente del tifoso in ogni percorso, identificativo, logistico, dei pagamenti finanzari, della collocazione spaziale allo stadio sembrava assicurare questa scenario.

Se guardiamo invece a quanto accaduto in Francia, a Marsiglia e non solo, vediamo che è accaduto altro. Prima di tutto l'attenzione del Leviatano istituzionale rivolta principalmente all'Isis ha lasciato scoperte le tradizionali strategie di prevenzione dei comportamenti dei tifo (il focus naturale di questi eventi). Poi, un protagonismo delle tifoserie dell'Est europeo che sembra esprimersi più "sul campo" dei tornei non nazionali rispetto al passato (per motivi di maggiore accessibilità agli eventi); infine per la presenza della effervescenza delle periferie francesi mai estranee ai grandi eventi e, per un ritorno di fiamma dell'hooliganismo britannico. Quello seppellito di politiche securitarie, e di attenzione delle polizie europee, dai tempi della Thatcher ma anche capace di organizzarsi autonomamente in tipologie di viaggi e percorsi. Infatti, prima ancora di Booking.com, internet è stata l'occasione per i tifosi del Manchester United di organizzare una autonoma agenzia di viaggi della quale si sono serviti, e con profitto, anche i nemici storici del Leeds.

Un testo, anzi un capolavoro di lettura delle mutazioni antropologiche della Manchester post-thatcheriana, racconta questa questa storia (John Sugden, Scum Airways https://www.amazon.co.uk/Scum-Airways-Footballs-Underground-Mainstream/dp/1840187832 ). Il testo di Sugden porta un sottotitolo -"all'interno dell'economia underground del calcio", che ci è utile a capire come si arriva all'oggi. Non è solo questione di comportamenti: c'è tutta una sottile economia non solo di comportamenti ma anche di concrete sterline che si scambiano, pure nell'epoca di Trivago e Tripadvisor, che ha portato i tifosi inglesi, quel tipo di tifosi inglesi a Marsiglia. I tifosi del Leeds amavano l'agenzia di viaggi degli odiati tifosi dello United per un motivo: questa conosceva le esigenze degli hooligans, dal tipo di albergo vicino ai bordelli o ai pub o a come organizzare l'arrivo allo stadio non in modalità "fan zone" ma in quella più consona, diciamo, ad una fama di un certo tipo. Quasi quindici anni dopo il testo di Sugden, queste competenze, e queste economie, della trasferta si sono enormemente sviluppate: booking.com, tripadvisor e google street, nonché una potenza non indifferente di social in grado di fornire informazioni dettagliate sui luoghi da "visitare", servono agli old-fashioned hooligans molto più di quanto si immagini.

I comunicati stampa sui 1100 tifosi inglesi lasciati a casa perché pericolosi risultano, in questo senso, inefficaci. C'è sempre una mano invisibile dei comportamenti che, a prescindere dai fermi di polizia, che cerca di farsi notare nei grandi eventi. Stavolta, in terra francese, questa mano ha trovato il modo di farsi vedere. Ed è stata subito la nuit debout delle tifoserie. Impolitica certo ma che va a comporre la molteplice composizione delle giornate del caos francesi: tra una raffica efficace di scioperi e l'attesa di possibili mosse dell'Isis spuntano quindi gli hooligans. In un tutti contro tutti -tra tifosi inglesi, russi, polizia e abitanti delle periferie- che è simbolo e indice delle correnti disgreganti di inquietudine che attraversano la società europea. In questo senso Sterling, rappresentando i giorni del caos, non aveva fatto emergere una distopia. Ma una previsione da analista, in forma di narrazione, che non ha trovato molto tempo per veder confermate le proprie ipotesi. Capita a chi sa leggere le società. Il resto è il consueto stupidario sulle "falle della sicurezza". Lo lasciamo agli Alfano, alle Repubblica di ogni latitudine.

per Senza Soste, Nique la police

12 giugno 2016

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Curva Nord: "Noi ci saremo sempre. Rilanciamoci con i livornesi. Ma no ai parafulmini"

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curva nord centenarioIl 5 maggio del 2002, come recitava la nostra coreografia, scompariva una lunga notte, fatta di inferni nei gironi dilettanteschi, fallimenti e tante delusioni, ed iniziava per la gloriosa maglia amaranto forse il periodo più roseo della sua storia, con un decennio abbondante che ha segnato indubbiamente la vita di noi tutti.

Sabato scorso tutte le fatiche di ogni giocatore e ogni tifoso che ha contribuito con sacrificio a quella splendida evoluzione sono state vanificate. Una morte annunciata. D'altronde il sentimento di unità, partecipazione e condivisione che squadra, società e tifosi avevano creato nel corso degli anni segnati da quella splendida ondata è stato prima trascurato, poi volutamente distrutto.

E mentre come curva, insieme ad altre, denunciavamo l'avanzare di un calcio moderno fatto di bieca repressione, scandali finanziari e di calcio scommesse, attraverso la sostituzione del patrimonio delle società dai tifosi e gli stadi pieni ai diritti TV e stadi sempre più deserti, molti livornesi erano troppo impegnati a dividersi tra spinelliani ed anti-spinelliani finendo soggiogati dalla paura che quel Presidente che ora non se ne vuole più andare, se ne andasse all'improvviso lasciandoci orfani. Allora, lo ricordiamo, avevamo una posizione nei vertici del calcio, una piazza che traboccava di entusiasmo, un gruppo di giocatori attaccati e di proprietà, ed uno stadio in salute. Eravamo appetibili, quindi, al contrario di adesso. Eppure per molti tifosi erano la curva, i suoi cori ed i suoi striscioni a rovinare il Livorno. Quando il gruppo portante di questa poi si è sciolto, forse, qualcuno ha capito che invece era il motore di tutto.

Man a mano la curva ha iniziato a lanciare messaggi alla presidenza ed alla tifoseria che qualcosa non andava, nelle scelte, ma più che altro nei metodi, nell'idea che nel calcio esistono solo gli interessi, i conti, e la voce del padrone. Nessuno ha capito. I livornesi sono stati capaci di dividersi anche a ridosso delle pessime dichiarazioni anti-Uefa, quando il sogno di tutti coloro che prendevano le ferie per essere insieme al Livorno, al Presidente costava troppo, come quando siamo riusciti a cacciare Donadoni per fare il capolavoro Mazzone senza dire mai "ho sbagliato". In quel momento è iniziato il tutto, l'auto-lesionismo consacrato dai media che pur di accarezzare il padrone rivendicavano "che doveva avere spazio in porto, sennò...". Allora, non si trattava di essere anti-spinelliani ma semplicemente un popolo sportivo orgoglioso che meritava rispetto e chiedeva al suo Presidente, persona capace e navigata, di più. Anche in considerazione dei conti che sono sempre stati in verde, merito che non deve diventare alibi.

A furia di essere accondiscendenti abbiamo lasciato distruggere quanto costruito con fatica, compreso un gruppo di giocatori che costituivano un patrimonio per la maglia amaranto. Poi il colpo di coda della gestione Nicola ha riacceso le speranze, ma anche lui, poco dopo, ha pagato la stessa identica situazione di tanti altri che a Livorno hanno avuto a che fare con una gestione schizofrenica ed egemone fino all'eccesso. Allenatori, calciatori e dirigenti hanno fatto i conti con tutto questo, la lista è interminabile.

Oggi siamo di nuovo in serie C. Forse adesso il fronte degli spinelliani si è disciolto come neve al sole, insieme a tutti quelli che reputavano l'entusiasmo e la partecipazione della curva il male del Livorno. E' meglio forse lo stadio vuoto e Pinsoglio al posto di un livornese Doc come Mazzoni per qualcuno? Probabile. Come sappiamo farci del male noi, non riesce nessuno.

Resta il fatto che adesso quel patrimonio che ha cent'anni di storia ha bisogno di qualcosa di diverso, di una rinascita, di un qualcosa che riaccenda la piazza. Spereremmo in un nuovo ciclo, in un cambio di Presidenza, o quantomeno, visto che adesso non siamo appetibili come quando lo chiedevamo, che questi si rendesse conto, mettendosi una mano sulla coscienza, che ci ha riportati dove ci ha preso e forse non ha modo ed energie per gestire tutto in prima persona. E che questa non è la serie che compete alla nostra storia, anche in virtù del nome che Livorno ha rappresentato dal 2000 ad oggi.

Che si capisca quindi che necessitiamo di un programma chiaro, l'inserimento di giocatori livornesi, come patrimonio che non deve essere preservato e non disperso altrove per i colpi di testa del "capo". Un settore giovanile che crea continuamente e lavora anche per la città, investendo in impianti e scuole calcio, visti i conti in verde. Magari di inserire figure importanti come quelle di Protti e Lucarelli, ma non come parafulmini, come persone che, con delega in bianco e con mezzi di poter fare bene veramente, possono costruire ancora una volta quella sinergia che farebbe bene a tutta la città. Quell'orgoglio amaranto che può arrivare ovunque quando sentito e condiviso.

Il calcio è un fatto popolare, che la città vive e respira, così lo intendiamo noi, così è stato quando come mosche bianche abbiamo bussato alle porte dell'Europa. Intere generazioni sono cresciute ed hanno vissuto dentro l'Armando Picchi le evoluzioni sportive e giovanili, discusse, animate, vive. Aggregazione libera e spontanea, cuore critico e pulsante cittadino. Contraddizione nel calcio del capitalismo che vuole lo spettatore consumatore passivo.

Serve questo per rinascere, serve energia. O Spinelli per coscienza vende a chi veramente ha voglia e competenza, o si prende le sue responsabilità e mette in mano la società, dandogli i mezzi, a chi può veramente far rinascere Livorno. Altrimenti, la curva inizierà il campionato con la più dura delle contestazioni, perché non siamo disposti più ad essere spettatori del "nulla". Piuttosto meglio il fallimento. Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine.

Livorno deve ripartire da qui: dall'idea della partecipazione della gente al calcio come fatto popolare. Magari dall'idea di una società condivisa e popolare.

Poi, non ultima la risposta che dall'amministrazione attendiamo sullo stadio, sappiamo bene che la massa di politici farlocchi e bugiardi che si sono susseguiti negli anni precedenti ha creato questa situazione. I soldi dovevano arrivare dal Rigassificatore, ricordiamo, ma alla fine questo invece ce lo siamo ritrovati in bolletta, ci siamo a suo tempo espressi ed è andata come dicevamo. Ma resta il fatto che adesso serve un piano B, prima che Livorno, rimanga anche senza lo stadio.
Attendiamo chiarimenti.

No saremo qui, compatti, come prima a vigilare, perché su questi spalti siamo nati e su questi spalti ad inizio di ogni campionato, qualsiasi sia, saremo.

Curva Nord Livorno - Vecchie e nuove generazioni

26 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Maggio 2016 13:30

"Goal economy": dal calcio dei padroni a quello dei fondi bancari

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Matthias Moretti - tratto da http://www.sportpopolare.it

Più che un libro è una fotografia. Goal Economy. Come la finanza globale ha trasformato il calcio di Marco Bellinazzo (Baldini e Castoldi 2015), giornalista del Sole 24 Ore, è infatti un lungo e completo ritratto dell'assetto finanziario del calcio mondiale, dal suo funzionamento generale fino, soprattutto, alla storia recente della proprietà, dei finanziatori, degli sponsor di ogni singola società. Una sorta di almanacco economico del calcio attuale, che sicuramente paga questo approccio in termini di scorrevolezza della lettura, ma è un rischio calcolato: difficile che un simile lavoro possa avere ritmi da romanzo. La sua grande utilità è sicuramente quella di essere un resoconto (abbastanza) neutro della situazione, e quindi ha il pregio di lasciar spazio a ognuno per tirare le sue conclusioni.

L'autore in realtà lascia trasparire qua e là il suo giudizio, specie quando mette a confronto i vari modelli dei principali paesi europei, ed è un giudizio certamente antitetico rispetto a quello che potremmo dare noi. La messa a confronto dei modelli inglese, tedesco, spagnolo, francese e italiano stimola in effetti molte riflessioni. Da una Premier League ricchissima e all'avanguardia della finanziarizzazione a un'Italia ancora legata al vecchio concetto di padrone-mecenate che fatica a stare al passo coi tempi, passando per una Spagna dilaniata dall'enorme gap tra le big e le altre, una Francia ancora cenerentola se si esclude il PSG degli sceicchi, e una Germania che offre forse gli spunti più interessanti. Il confronto più stimolante è proprio quello tra modello inglese e tedesco: da un lato, di là dalla Manica, lo svincolamento quasi totale del club dal tessuto sociale e storico della città, con un'enorme quantità e mobilità di capitale, faraonici diritti tv (distribuiti, va detto, con un certo buon senso), investimenti davvero di scala globale; dall'altro lato una Germania che punta invece molto sull'identità del club, e quindi su capitali più legati alle attività produttive del territorio, sulla partecipazione azionaria dei tifosi, non rinunciando però certo alla dimensione finanziaria globale, e dando vita forse a un sistema più “completo”.

Bellinazzo, che privilegia palesemente un giudizio sulla qualità dell'andamento aziendale rispetto a quello sui risultati ottenuti sul campo, sembra prediligere il modello inglese, una vera e propria macchina generatrice di profitti. Pur mostrando, ovviamente, grande ammirazione anche per il modello tedesco, anch'esso in definitiva una bella locomotiva. E il consiglio per chi insegue, Italia in primis, è quello di adeguarsi più in fretta possibile a questa realtà contemporanea. Insomma, la ricetta è “fare meglio il calcio moderno”.

Da una prospettiva anticapitalista, come quella di chi scrive, questo libro è il ritratto dell'omicidio del gioco del calcio perpetrato da tutti i meccanismi ben descritti nel libro. E quindi l'ovvia conclusione è che sia tutto da buttare a mare: sceicchi, multimiliardari russi e di ogni altra nazione, fondi d'investimento e sponsor che mettono le mani in tantissime squadre contemporaneamente, televisioni onnipotenti, e l'elenco potrebbe essere lunghissimo. La risposta razionale sarebbe abbandonare il calcio, o al massimo darsi anima e corpo al calcio popolare, cosa in ogni caso buona e giusta.

Ma il calcio, ahinoi, non è cosa razionale. E allora proviamo un attimo a giocare a spogliarci di questa lettura anticapitalista, e a parlare solo di calcio. E a pensare alla nostra squadra in mano a qualcuno di cui non gliene frega un cazzo. Perché forse il punto è questo. Il calcio è da sempre roba dei padroni, è una passione, è vero, che appartiene al popolo, ma i club sono sempre appartenuti a suoi nemici. E il tifo per la propria squadra è anche quanto di più interclassista ci sia, da che mondo è mondo. Per questo è importante sottolineare il passaggio da calcio dei padroni a calcio dei fondi d'investimento.

Perché a questi, ai nuovi padroni del calcio, non interessa il calcio. L'acquisto di un club, o di quote di esso, è legato a valutazioni di opportunità economica rispetto a un pacchetto di investimenti multimiliardari possibili. Potrei comprare l'Arsenal, oppure quattro miniere in Sudafrica, o forse rilevare azioni della Gazprom. L'Arsenal promette un buon trend di affari nei prossimi anni, e allora sai che c'è, prendiamoci sto Arsenal e proviamo a tirarne fuori qualche centinaio di milioni di euro. È chiaro che questa dinamica, prevedendo grandi investimenti nel club per averne ritorno commerciale e ricavarne profitto, può portare anche a successi sportivi (anche se le inglesi in questi anni ne stanno raccogliendo ben pochi nelle competizioni internazionali) tramite l'acquisto di grandi campioni. Ma non c'è progetto, non c'è visione, non c'è vero interesse, non c'è anima. Non c'è tifo.

Per chi ama il calcio è inconcepibile che il proprio presidente possa non essere tifoso della squadra. Che possa esultare a una vittoria solo perché pensa al premio Uefa incassato. Che ci sia il costante rischio che dopo due anni opti invece per le miniere in Sudafrica e lasci il club alla deriva, o semplicemente in mano al prossimo squalo.

Qui non si tratta di essere nostalgici dei presidenti italiani “all'amatriciana”, che spesso sono stati personaggi di uno squallore umano e politico fuori dal comune. Il punto è che, se parliamo di calcio, il presidente (e in generale la dirigenza e chi ci mette i soldi) non può non essere legato nel profondo alla storia e all'identità del club. Con il club potrà anche fare schifezze finanziarie, imbrogli, o anche solo errori madornali, ma sempre nel tentativo di fare il bene della sua squadra. E a un gol importante esulterà come un pazzo perché ha segnato la sua squadra, e non (o non solo) perché ha appena guadagnato altri due milioni. Così come di fronte a una retrocessione lo vedrai con le lacrime agli occhi perché ha perso la squadra per cui fa il tifo e rispetto alla quale sente delle responsabilità.

Il calcio verso cui andiamo, e in cui in parte già siamo, è cinema, è fiction. Magari anche di altissima qualità, almeno in alcuni casi. Ma il gioco del calcio, lungi dall'essere mai stato una cosa pura e incontaminata, è questo. Se non c'è esplosione di gioia infantile, o infinito dolore, o inspiegabile follia, ma solo dei listini che salgono e scendono, iniziate a chiamarlo con un altro nome.

17 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Maggio 2016 16:30

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