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Bambini e sport: "Ogni maledetta domenica"

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calcio bambiniVisto che ogni maledetta domenica ci ritroviamo a fare i conti con cosa può succedere o per meglio dire cosa non dovrebbe succedere, mi sono domandato se continuare a tacere o denunciare quello che ritengo un vero attentato allo Sport che più amo: il Calcio.

La premessa era obbligatoria dal momento che faccio parte, come Allenatore tesserato con tanto di patentino e corsi di aggiornamento riconosciuti dalla FIGC, di questo sistema messo in piedi dalla federazione con le società calcistiche dilettantistiche e professionistiche, perché in quella fetta di torta chiamata Scuola Calcio, non c’è distinzione tra Professionisti e Dilettanti, come non c’è distinzione nell’approccio e nella concezione di come strumentalizzare questa parte abbastanza cospicua di “materiale umano”: I BAMBINI.

Andando alla denuncia che voglio fare vi devo spiegare il perché questo titolo che riporta ad un film famoso con Al Pacino. Il motivo è semplice, ogni fine settimana i bambini della scuola calcio dovrebbero effettuare delle pseudo partite, prive di arbitri e di risultati finali, con “concentramenti” a 3-4 squadre che si incontrano in un girone all’italiana con partite della durata di 12 minuti dove bisogna far giocare tutti . Fino a qui tutto normale, anzi qualcuno potrebbe dire : ”Cosa c’è di strano?”. lo strano avviene dal momento in cui ogni fine settimana si vuol far giocare questi bambini a prescindere dal tempo atmosferico (che si presenta in quel fine settimana), intendo con pioggia buriana o libeccio a 100 all’ora. A questo punto mi sorge un dubbio o una certezza matematica, data dal fatto che la FIGC decide che per i bambini della scuola Calcio i presunti “concentramenti” devono essere interrotti da Dicembre a Marzo proprio per evitare i periodi più nefasti a livello meteorologico. Ma le società di calcio si inventano pseudo tornei invernali per ovviare a cosa? All’interesse dei Bambini? All’interesse dei genitori che hanno pagato ben 350euro di media annuale per far praticare lo sport al suo figlio? No signori ma nell’interesse per il quale sono visti questi piccoli attori principali di un film, malgrado loro, perché? Per il semplice motivo che questi bambini per le società sono dei bancomat che corrono, che difendono, che parano o che calciano più o meno bene, ma questo non è importante, è importante che ogni bambino eroghi quella quantità di soldi alle società.

Perché dico questo? Perchè ogni bambino si porta in dote almeno un genitore o due che in totale sono 10euro che vanno moltiplicati per 8/10 bambini che a sua volta vanno moltiplicati per almeno 4 squadre e il tutto va moltiplicato per almeno 4 categorie il tutto per ogni “santa” domenica.

Allora mi viene da dire: ma essendo Scuola Calcio non dovrebbe insegnare i valori fondamentali dello sport e non c’è tra i valori fondamentali il rispetto delle persone, specialmente se sono Bambini?

Inoltre faccio presente che ogni società non ha un limite di bambini da poter tesserare per ogni categoria, il che significa che ogni società cerca di tesserare più bambini possibili nell’interesse non di insegnare e di far pratiare lo sport ma nell’interesse proprio di raccogliere più quote possibili (ribadisco una media di 350€) a discapito spesso della qualità dell’insegnamento da poter fornire agli stessi bambini. Infatti si trova spesso istruttori improvvisati (genitori) senza alcun titolo o conoscenza ma con disponibilità di tempo.

Direi che la FIGC deve intervenire in modo deciso facendosi portavoce e garante di quanto espresso nella riunione Uefa dove partecipava con altre 52 federazioni, riprendendo i fondamentali della “Carta dei diritti del ragazzi allo sport” e apostrofando che è determinante quanto segue.

IL DIRITTO DI DIVERTIRSI E GIOCARE

Inviato a Senza Soste da Leandro Ricciardi

10 marzo 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Marzo 2016 14:48

A proposito di Olimpiadi: il caso di Atene, tra speculazione e debito

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di Monia Cappuccini - tratto da Dinamopress
I giochi olimpici in Grecia hanno segnato un'esplosione dei processi speculativi e un'impennata del debito pubblico. Sono in molti a pensare che le radici della crisi del paese affonderebbero anche nell'organizzazione delle Olimpiadi del 2004. Un caso utile da ricordare, mentre a Roma cresce il dibattito sulla candidatura ad ospitare i giochi olimpici del 2024. L'ennesimo "grande evento" che fa gola a governo e grandi industriali.

È noto come la politica dei “grandi eventi” si sia affermata in epoca neoliberista quale motore strategico per la pianificazione urbanistica. Se si escludono alcuni rari esempi positivi di città che in qualche maniera sono state capaci di rimodellare il proprio aspetto e ruolo in chiave post-industriale (Barcellona, Valencia, Marsiglia), negli ultimi trent’anni tale strategia ha generato solo una sfilza di fallimenti. Nel caso di Atene, addirittura, la politica dei grandi eventi ha anticipato i segnali di una catastrofe maggiore e, per alcuni versi, annunciata. Come si ricorderà, infatti, nel 2004 la capitale greca ha ospitato l’appuntamento sportivo dei Giochi Olimpici rincorrendo, con esso, la speranza del vanaglorioso sogno neoliberista per poi ritrovarsi, appena quattro anni dopo, stretta nella morsa dell’austerity. Le cause di una simile koloutoumba - letteralmente “capriola”, termine ab-usato dai media in occasione della resa di Tsipars alla Troika nell’estate scorsa - vengono da lontano. Vale la pena ripercorrerne alcune tappe.

La storia della moderna Atene comincia nel 1922 quando, in coincidenza con l’esodo dei rifugiati dall’Asia Minore, il nucleo originario della città si fonde con la zona portuale del Pireo, dando così origine alla cosiddetta Greater Athens. Oggi quest’area urbana si estende su una superficie di 2.928,717 km² nella regione dell’Attica, conta una popolazione di 3.475.000 abitanti ed è classificata la 98esima città più grande al mondo. In poco meno di un secolo, Atene è cresciuta in fretta e senza una visione d’insieme, assumendo la forma di una città compatta e le caratteristiche di una tipica “città mediterranea”. Similarmente ad altre città del Sud Europa, infatti, dal secondo dopoguerra in poi spontaneismo, abusivismo e informalità hanno guidato lo sviluppo della città sull’onda dei vari flussi di migrazione interna, di contro all’incapacità statuale di sostenere la nascita dei nuovi insediamenti abitativi e di drenare l’estrema frammentazione della proprietà terriera attraverso adeguate politiche urbane. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la Giunta militare pone fine all’era delle costruzioni illegali, alternando processi di legalizzazione a interventi di demolizione. In vista dell’integrazione del paese in Europa (1981), vengono emanati il Piano Guida per la Capitale (1979) e, successivamente, il primo Piano regolatore per Atene (1985), quest’ultimo ad opera del governo socialista del Pasok al fine di stabilizzare la popolazione, proteggere le aree rurali peri-urbane, preservare l’eredità architettonica e implementare una struttura metropolitana policentrica. Obiettivi rimasti lettera morta sul piano delle opere infrastrutturali pensate per la città, con il risultato di riprodurre la stessa debolezza statuale in materia di pianificazione urbana.

I decenni ’80 e ’90 sono largamente dominati da una prospettiva di de-industrializzazione della inner-city e, di conseguenza, dal tentativo di trasformare Atene in un centro internazionale del turismo, dei servizi e della cultura. Allo stesso tempo, il sopraggiunto crollo dei regimi comunisti sembra aprire nuove opportunità di competitività per la capitale dell’unico paese europeo situato nell’area geopolitica tra Mediterraneo e Oriente. Eppure, a fronte della mancanza di una forte tradizione industriale, tale prospettiva si rivela un altro buco nell’acqua. Sul piano urbanistico, invece, proprio in questo periodo hanno inizio processi di sprawl urbano da parte delle classi medio-alte in cerca di soluzioni abitative più omogenee. La fuga da un centro storico già degradato e la suburbanizzazione delle aree residenziali provocano la svalutazione delle proprietà immobiliari abbandonate che, a loro volta, diventano la dimora di nuovi residenti, nella fattispecie migranti provenienti dall’Est europeo (soprattutto albanesi) prima, fino ai flussi in entrata più recenti.

Di contro a un periodo segnato da una forte recessione economica globale, sull’onda di un grande entusiasmo tutto interno alla società greca, nel 1987 il governo ellenico avanza la candidatura, poi bocciata, per Atene quale sede per i Giochi Olimpici del 1996. Tale clima di euforia è accompagnato dalla speranza che i nuovi investimenti sarebbero serviti non solo a creare nuove infrastrutture urbane, ma a formare una forte élite economica greca. Questa prospettiva si salda definitivamente intorno alla nuova candidatura, questa volta accettata, del 2004.

La preparazione del “grande evento” si annuncia come una importante opportunità per superare l’esigua coerenza urbanistica di cui la città aveva sofferto fino a quel momento. Eppure, nonostante sia il governo centrale sia l’amministrazione locale prendano seriamente in considerazione la sfida della Olimpiadi, questo stesso limite compromette la creazione delle condizioni necessarie al potenziamento di politiche urbane su lungo termine. L’occasione per sfruttare i finanziamenti comunitari, i beni pubblici e le proprietà a vantaggio degli oligopoli politici e del capitale privato nel settore bancario, dei media e delle telecomunicazioni, dei trasporti e delle costruzioni, invece, non viene disattesa. Mentre i fondi provenienti dall’Eurozona compensano le limitazioni sopravvenute nel settore fiscale pubblico, la costituzione di organismi non governativi semi-autonomi (quangos) inaugura l’era delle grandi opere realizzate con capitale misto pubblico-privato.

Tra il 2000 e il 2004, Atene raggiunge il picco massimo del suo sconfinamento verso le circostanti zone agricole e naturali. Di fatto i grandi progetti olimpici si concentrano intorno a due polarità principali: 1) il già attivo Athens Olympic Sport Center nel nord della città, che aveva ospitato i Campionati Europei di Atletica nel 1982; 2) la Baia di Faliro, dove esisteva già un altro importante stadio, allo scopo di rigenerare la zona del porto e riaprire la città al mare. In più, la costruzione di un nuovo impianto sportivo, il Villaggio Olimpico di Ellenikò situato in un’area deprivata al limite nord di Atene, avrebbe permesso la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali pianificate negli anni ’70 e mai portate a termine. Alcuni di questi progetti, cofinanziati dall’Europa, erano già in corso d’opera quando Atene viene scelta per ospitare i Giochi Olimpici, così che altri interventi minori vengono poi ridotti e dirottati in parte nelle zone periurbane e nei quartieri di basso rango sociale, dove la disponibilità di spazio è maggiore e conveniente dal punto di vista economico. La modifica urbanistica viene motivata con il vantaggio sociale che queste opere avrebbero apportato ai quartieri cui erano destinate.

Senza contare che già nel 2004 il debito pubblico della Grecia si aggirava intorno al 98,9% del Pil, una percentuale quindi superiore al parametro del 60% stabilito dall’Europa per dichiarare lo stato di default, non sono stati posti né limiti né criteri di assegnazione ai finanziamenti a pioggia provenienti dall’UE e destinati alle grandi opere. Le aspettative pre-olimpiche di rilancio di Atene sono crollate sotto una realtà fatta di speculazione e di evasione fiscale. Anche l’investimento dei capitali privati non è mai decollato in maniera massiccia: relegati per la maggior parte alla sfera dei subappalti, piccoli proprietari e agenti immobiliari hanno approfittato della dispersione dei progetti per ottenere concessioni edilizie, l’estensione del credito privato e la tolleranza verso l’evasione fiscale e il lavoro nero. Di contro, l’idea che le Olimpiadi tornassero nel loro luogo originario ha alimentato una retorica sul ritrovato orgoglio nazionale che ha richiamato un consenso positivo e incontrato poca resistenza da parte dell’opinione pubblica. In nome del profitto, dell’investimento, del commercio e del turismo è stata realizata una campagna di svendita generalizzata del patrimonio pubblico fino ai prodotti culturali.

Nel complesso, i processi di pianificazione legati ai Giochi Olimpici del 2004 confermano e dimostrano ancora una volta le contraddizioni interne legate alla promozione del neoliberismo in Grecia. Queste stesse debolezze sistemiche sono esplose in tutta la loro virulenza nel periodo post-Olimpiadi per quel che concerne la gestione delle infrastrutture sportive, fino all’avvento drammatico della crisi economica. Spenta la torcia del grande evento, Atene si è prestata, suo malgrado, a laboratorio sociale per la sperimentazione delle politiche del debito attraverso l’attuazione di dispositivi normativi volti al controllo e alla sicurizzazione del territorio da una parte, e alla privatizzazione dello spazio pubblico dall’altra.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Marzo 2016 12:23

Stadio di Livorno, Curva Nord e Ctk per il Kurdistan: "Stop Genocidio"

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"I BAMBINI NON DEVONO MORIRE MA DEVONO VENIRE ALLO STADIO"
‪#‎ROMPIAMO‬ IL SILENZIO: FERMIAMO IL GENOCIDIO IN KURDISTAN! ‪#‎chitaceècomplice‬

curva nord kurdistan1Livorno, Martedì 1° Marzo 2016 – Stasera abbiamo esposto in Curva Nord durante la partita tra Livorno e Crotone alcuni striscioni di solidarietà alla resistenza del popolo curdo in Bakur (Kurdistan Turco) raccogliendo l’appello che ci hanno rivolto i compagni e le compagne ultras dell’AmedSpor di Diyarbakyr (Amed) con cui abbiamo avuto contatti e scambi grazie ai compagni e alle compagne livornesi che fanno parte del Coordinamento Toscano per il Kurdistan (CTK) e della Rete italiana di solidarietà con il popolo curdo e che, negli ultimi mesi, hanno partecipato direttamente a varie delegazioni internazionali in Bakur (Turchia) e in Rojava (Siria).

La nostra azione di oggi si inserisce nella campagna internazionale ‪#‎rompiamoilsilenzio‬ #chitaceècomplice, che da mesi cerca di denunciare e fermare il vero e proprio genocidio del popolo curdo che l’esercito turco sta compiendo nelle città e nei quartieri a maggioranza curda.

Il video della curva con lo striscione

https://www.youtube.com/watch?v=j4rRVa_UohQ&feature=youtu.be

curva nord kurdistan2L’Amedspor è la squadra di Diyarbakir (Amed in curdo), la più grande città del kurdistan con quasi due milioni di abitanti, sotto assedio da oltre sei mesi (Agosto 2015), che in alcuni suoi quartieri storici a maggioranza curda, tra cui Sur, patrimonio mondiale dell'Unesco ormai ridotto in macerie, attualmente sottoposto, come moltissime altre città del Bakur, a pesanti bombardamenti da parte delle forze armate turche, con continui coprifuoco di 24 ore e a tempo indeterminato che sono stati proclamati in linea con la strategia del governo dell’AKP di militarizzazione totale dei territori contro ogni forma di libertà e organizzazione democratica del popolo curdo.
Questa situazione ha portato, dall’ 11 dicembre 2015 ad oggi , alla uccisione di oltre un centinaio di persone civili, la maggioranza donne e bambini, con il bombardamento di interi quartieri, la distruzione dei siti del patrimonio culturale e lo spostamento forzato di decine di migliaia di residenti, nel solo quartiere di Sur.

Mentre stiamo scrivendo gli attacchi da parte delle forze armate turche con artiglierie pesanti continuano senza sosta, e più di duecento persone, almeno 30 bambini dai 2 mesi ai 12 anni di età, sono ancora intrappolate negli scantinati dei palazzi dove si erano nascosti per salvarsi e un numero incalcolabile di corpi è ancora intrappolato sotto le macerie.
La scorsa settimana dodici persone sono state uccise dalle forze di sicurezza, ed i loro cadaveri sono rimasti distesi a terra per le strade, sottoposti ad un controllo minuzioso dei funzionari del personale di sicurezza, che non consentono più neanche ai familiari di riavere i corpi che vengono "gestiti" direttamente dallo stato. La situazione è drammatica. Le persone sono sotto shock e vivono con il rischio di morire nelle proprie case a causa dei bombardamenti

Curva nord kurdistan3Anche l’ AMEDSPOR, che è la principale squadra curda e milita in terza divisione (serie C) del campionato turco, è stata recentemente colpita duramente dalla repressione del governo fascista di Erdogan.
Lo scorso 2 febbraio l’unità anti-terrorismo della polizia turca ha fatto irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici del club. Il 31 gennaio, contro ogni previsione, aveva clamorosamente eliminato dalla coppa nazionale il Bursaspor, squadra della massima serie turca, garantendosi un posto ai quarti di finale contro il Fenerbahce primo in campionato. La notizia dell’irruzione, diffusa in Italia attraverso i canali social del blog Minuto Settantotto, è stata divulgata in inglese dall’agenzia di stampa turca Cihan e dal sito d’informazione Kurdish Question. La federazione calcio turca ha sostenuto che la polizia ha proceduto in seguito ad un tweet inneggiante al “terrorismo” e alla resistenza curda, attribuito dalle forze dell’ordine all’account della stessa società sportiva. Come ha invece chiarito il dirigente Servet Erol, il tweet era stato diffuso da un account privato che nulla ha a che vedere con quello ufficiale: un errore molto grossolano, che ha indotto la dirigenza dell’Amedspor a credere che quella della polizia sia stata un’operazione intimidatoria, più che di indagine. Il tweet in questione, ormai eliminato, dedicava l’incredibile vittoria contro il Bursaspor a chi combatte nelle città di Şırnak e Diyarbakır e a tutto il popolo curdo. Parole in cui riecheggiano i cori da stadio che sono costati caro ai tifosi dell’Amedspor. Infatti i rossoverdi, durante la precedente partita di coppa, giocata a Istanbul contro il Başakşehirspor, avevano intonato canti a favore dei combattenti curdi e contro le stragi di bambini. A seguito della partita, ai tifosi era stata vietata la trasferta di Bursa, costringendoli a seguire a distanza lo storico successo della loro squadra. Ma ancora più eclatante è stato l’arresto a Istanbul di decine di tifosi – più di cento per Today’s Zaman – colpevoli di aver intonato i cori sgraditi. Ma le sanzioni a seguito della partita non hanno riguardato solo i tifosi.

deniz naki amedIl giocatore Deniz Naki, artefice del secondo goal contro il Bursaspor, è stato squalificato per 12 giornate e multato di 19.500 lire turche, colpevole di aver pubblicato sui social un post che recitava: «Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!». Come riporta Kurdish Daily News, il giocatore è stato accusato di “discriminazione e propaganda politica”. Naki, un passato nel FC Sankt Pauli di Amburgo, porta tatuata sul braccio la parola Azadî, libertà. Non è la prima volta che la squadra rossoverde si rende scomoda al regime di Erdoğan. Nell’ottobre del 2014 il club, che portava il nome turco della città di Diyarbakır, rimediò una multa dalla Federazione turca per aver cambiato nome in Amedspor, utilizzando la denominazione curda della città. Contemporaneamente, un cambio nello stemma permise ai tifosi di sventolare i colori della bandiera del Kurdistan, vietata in Turchia: un espediente non nuovo nel mondo del calcio, che ricorda – con le ovvie e dovute differenze – quando durante il regime di Franco i catalani quasi elessero a nuova bandiera nazionale quella blaugrana, per rimpiazzare la senyera vietata dalla dittatura. La Coppa di Turchia 2015-16 è destinata ad entrare nella storia della questione curda. Una squadra di terza divisione sta incredibilmente scalando la Coppa nazionale, portando la voce dei curdi lì dove meno la si vorrebbe in evidenza. Ad ogni partita dei rossoverdi si alza il grido di un popolo che chiede di poter vivere in pace rivendicando la propria identità. E più l’Amedspor scala il tabellone, più questo grido si fa forte. La partita con il Başakşehirspor a Istanbul ha fatto clamore per i cori, gli arresti, il divieto di trasferta. L’eccezionale qualificazione ai quarti ai danni del Bursaspor ha fatto parlare tutto il paese di questa squadra ribelle, che forse è arrivata troppo in alto e ha iniziato a dar fastidio, tanto da essere divenuta oggetto di un’irruzione poco motivata. Oltretutto la solidarietà fra i tifosi di molte curve turche, tra cui il Fenerbahce, squadra della capitale, a quelli curdi rischia di dare ancora maggior risalto alla faccenda, creando non pochi fastidi alle autorità turche. Ci si può fare un’idea leggendo qualche riga del comunicato che decine di gruppi ultras della Turchia, tra cui tifosi di Amedspor e Fenerbahce, hanno diffuso a gennaio (traduzione di E. Karaman):
«Il governo si riempie da sempre la bocca con lo slogan “non dividiamo il paese”, ma poi perseguita e uccide proprio chi vuole che il nostro paese viva in pace e in armonia tacciandoli come traditori. In questo paese c’è soltanto una distinzione: chi, guardando un bambino morto a terra colpito da una pallottola, si domanda se quel bambino fosse curdo o meno e chi invece piange tutti i bambini di tutte le etnie. […] La vergogna più grande dell’umanità è la colpa della guerra, una guerra di cui noi non faremo parte».

coord toscano kurdistanPer questo come Curva Nord Livorno e come Coordinamento Toscano per i ìl Kurdistan non possiamo non esprimere tutta la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne di Amed e invitiamo tutti i Livornesi ad informarsi e ad aiutarci a diffondere questo comunicato e gli appelli che arrivano dal Kurdistan per sollecitare la comunità internazionale a costringere il governo turco a rimuovere il coprifuoco nel distretto di Sur, anche se temporaneamente, in modo da consentire il trasferimento sicuro dei civili intrappolati fuori dalla zona di conflitto, per consentire il salvataggio di questi sopravvissuti, prima che sia troppo tardi.

Nella speranza che , appena le condizioni lo permetteranno, ci potremo incontrare direttamente con i compagni e le compagne ultras dell’ AmedSpor per un’amicizia tra le due tifoserie che, purtroppo e non per scelta ideologica, avrebbe un valore e una importanza che vanno ben oltre il calcio.

Siamo certi che, come sempre, la tifoseria e la città di Livorno tutta saprà comprendere e esprimere al massimo la propria solidarietà anche in questa occasione.

"BIJI BERXWEDANA SURE - VIVA LA RESISTENZA DI SUR"

Curva Nord Livorno
Coordinamento Toscano per il Kurdistan

1 marzo 2016

vedi anche

Kobane Resisti! Striscione in curva nord durante Livorno-Ternana

Kobane resisti

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Ultimo aggiornamento Martedì 01 Marzo 2016 23:22

Dieci anni di palestra popolare: intervista con la Spes Fortitude

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Fortitude 10 anni

Dieci anni fa, il 17 febbraio 2006, nasceva la Spes Fortitude, società pugilistica popolare che si prometteva sin da principio di risollevare la lunga tradizione della "noble art" labronica perseguendo dinamiche popolari che loro stessi amano definire "coscienti". Ed oggi, anche grazie alle evoluzioni sportive dell'atleta e tecnico, capostipite della società, Lenny Bottai, la Spes è una solida realtà del panorama nazionale pugilistico. Siamo andati a fare due chiacchiere con lui per questo anniversario e tracciare un bilancio e capire cosa aspettarsi in futuro.
 
- Allora Lenny, dieci anni sono tanti, cosa ricordi dei primi giorni? Dove e come nasce l'idea della Fortitude? E da cosa il nome particolare?
Fortitude manifesto aperturaDieci anni di sport, intenso e vissuto come lo abbiamo vissuto noi sono tanti. Dei primi giorni ricordo sempre le incertezze che avevamo, ma anche come la tanta voglia di fare bene, alla fine vinse su tutto. Eravamo tutti outsider dell'ambiente, rimasti delusi da una situazione in stallo che vedeva da anni come unico protagonista della nostra disciplina in città, le diatribe continue tra i vecchi personaggi che si contendevano a suon di denunce e delazioni l'unico posto allora assegnato alla boxe a Livorno: il Palacosmelli. Non c'era altra attività, se non quella dei centri fitness che sfruttavano la boxe come risorsa economica allestendo corsi amatoriali per far cassa ma non lasciando all'agonismo e alla promozione sportiva e sociale nessuno spazio. Tant'è che non c'erano agonisti a Livorno al tempo.
Fu così che mossi da un amico che ricordo come fosse ora con gli occhi lucidi, Luca Magnolfi, che trovammo la palestrina in via della posta, un fondo di circa 400 mq nel quale iniziammo il nostro folle cammino in questo fondo privato. Volevamo creare il primo spazio interamente dedicato alla boxe, seguendo le idee di partecipazione accessibilità e coscienza, rifiutando vincoli annuali ed abbattendo i costi ed ogni barriera sociale, ma mantenendo alta la qualità e il rinnovamento sportivo, in rottura con gli arcaici dogmi metodologici classici dell'allenamento nel pugilato.
Iniziammo i lavori a dicembre del 2005, dedicandoci giorno e notte. Furono terminati a fine gennaio, così attendemmo il 17 febbraio per inaugurare lo stesso giorno della nascita dell’U.S. Livorno Calcio, che era presente all'inaugurazione. La Spes Livorno infatti (acronimo di società per l’esercizio sportivo e "speranza” in latino) era una delle due società, si dice quella più popolare, che si fuse con la Virtus Juventusque per creare l’Unione Sportiva Livorno nel 1915. Fortitude lo prendemmo da un monumento che ci piaceva, raffigurava un leone ed era dedicato a delle infermiere che operavano nella seconda guerra mondiale. Scoprimmo che il termine inglese derivato dal latino significa “forza d'animo e coraggio, fortezza morale”, e visto che la Fortezza, simbolo di Livorno sorgeva davanti alla prima sede, la mettemmo nello stemma sostituendo Fides con Spes e con un ring e quel leone.
 
 
- Come nasce l'idea di sport popolare e quindi impegno politico della Fortitude?prima sede fortitude 2
Ci tengo a dire che non c'è impegno politico o militanza come società sportiva, sarebbe velleitario e fuori  contesto. Noi rivendichiamo una coscienza sociale, attenzione verso certi temi e verso la città, appartenenza, ma la militanza si fa altrove. In palestra ci si allena, si socializza e condivide, non c'è spazio per altro a meno  che non si voglia strumentalizzare.
Poi è vero che a Livorno una certa evoluzione giovanile ha investito tutto, e quindi anche il nostro collettivo, ma negli anni in palestra sono capitati tutti senza alcune distinzioni o selezioni, anzi, ho anche avuto il piacere  di vedere padri di ragazzi che abbiamo allenato, venirmi a fare i complimenti per l'ambiente e la  professionalità,  ammettendo i timori iniziali e rivelando che indossavano la divisa ed anche con un certo ruolo. In palestra viene chi abbraccia il nostro modo di vedere lo sport, ovviamente accetta di non avere preconcetti  o pregiudizi e nemmeno noi dobbiamo averne. L'essenza del nostro essere è questo, "essere senza  forzature" ciò che come collettivo siamo e riteniamo sia giusto.
Collegandomi alla storia della palestra, ricordo che la prima sede sorgeva in una zona interessata dalle prime  problematiche di integrazione della città (piazza della Repubblica) e far condividere ore di sport a giovani di  diversa provenienza, dette il primo segnale che la strada sociale era quella giusta, in quei periodi ricordo che  proprio una tensione creatasi nei locali tra ragazzi livornesi ed albanesi, si risolse semplicemente con due  ragazzi che diventarono amici in palestra. 
Ci dava soddisfazione vedere che in palestra si possono abbattere tutte le barriere inutili create nei conflitti  quotidiani come il sessismo, il razzismo, e si può allontanare il germe della prevaricazione economica e fisica. Se questa è politica, la facciamo nella misura in cui allenandoci insieme non accettiamo barriere che dividono  inutilmente le persone.
Mentre facciamo puramente e solamente sport con professionalità, per benessere o agonismo non importa,  cresce una sinergia che sin da principio ha dato buoni frutti, difatti nel giro di un solo anno organizzammo il  primo "Pugni Amaranto" con ben sei agonisti labronici impegnati, ed il mio rientro. In città non si vedeva una  riunione di boxe da anni. Parteciparono centinaia di persone e destinammo parte dell'incasso in beneficenza, per una bambina che doveva operarsi (se non erro Azzurra). Poi, a dire il vero i soldi non li venne a prendere nessuno, e così li donammo ad una famiglia di un giovane amico al quale era morto il padre, per il funerale, viste le difficoltà della vedova.
 
prima sede fortitude
 - Questa abitudine di abbinare sport ed iniziative di solidarietà diretta vi ha contraddistinto ed ha accompagnato tutta la vostra evoluzione, puoi spiegarci?
Si, orgogliosamente vantiamo una lunga lista di solidarietà diretta abbinata alle nostre manifestazioni, che ci guardiamo bene dal chiamare "beneficenza" perché sa molto di carità e aggregazione cattolica; spesso promuoviamo iniziative e ovviamente mettiamo noi per primi i soldi (altrimenti è solo pubblicità per aumentare attenzione e pubblico). Abbiamo sempre utilizzato lo sport e la partecipazione che abbiamo avuto nelle manifestazioni sportive, con momenti di coscienza collettiva. Dallaiuto per lamico Jonny, giovane vittima di un incidente e con problemi motori; alla manifestazione in Piazza Cavallotti per Asia, bambina con problemi di malformazioni legati alla nascita; alle varie donazioni per le cure Palliative in nome del compianto Gino Calderini; o la raccolta per Emilio, il ragazzo del Csa Dordoni vittima di un agguato fascista; la partecipazione per la raccolta per il figlio di Danilo, amico della Verbano di Roma afflitto da SMA; liniziativa a favore del coordinamento dei lavoratori in memoria dellamico Massy Romiti (i cui figli sono nostri atleti). Diciamo che è un leitmotiv che ha sempre accompagnato le nostre iniziative sportive. Ci indica un percorso non solo sportivo ma anche etico.
- Insieme a questi momenti avete anche realizzato dei progetti nel sociale?
Anni fa, grazie alla collaborazione di un amico, Daniele Bavone, operatore presso la Mediterraneo, e con la supervisione di un nostro tesserato, lo psicologo Alessio Mini, realizzammo un bellissimo progetto per andare ad insegnare ginnastica pugilistica a ragazzi con problemi di salute mentale, ovviamente senza nessun costo o richiesta economica per il progetto. Poi da anni abbiamo in piedi una collaborazione con delle case famiglia dalle quali adottiamo (sportivamente) minori e gli facciamo fare sport. Ultimamente, abbiamo realizzato la stessa cosa con i profughi del Melo, per i quali venne lo speculatore politico Salvini e vi fu la cavalcata delle "Valchirie Leghiste" travestite da mamme. Alcuni di questi, sono ancora da noi. Lo abbiamo fatto perché per noi è linfa vitale, siamo in uno spazio pubblico e questo, insieme a certe dinamiche riguardanti i prezzi e l'accessibilità allo sport, secondo il nostro modo di vedere deve essere il mezzo per giustificare di avere una concessione e rendere alla cittadinanza un servizio. Gli spazi pubblici legati allo sport, purtroppo sono spesso stati una carta di scambio clientelare delle vecchie gestioni, una dinamica che affidava senza ritorno sociale e popolare posti della collettività, e crea un surrogato dei centri fitness e dei privati, cosa che tra le altre cose costituisce per questi concorrenza sleale (visto i costi che hanno). Diciamo che siamo orgogliosamente una mosca bianca con le nostre dinamiche.
lenny ring- Cosa intendi con questa ultima frase?
Sin dal primo giorno abbiamo rifiutato eticamente gli annuali, quei metodi coercitivi che vogliono vincolare le persone su base annua in alternativa a mensili alle stelle. Inoltre abbiamo sempre e solo fatto boxe, senza cercare di allestire altre discipline a pioggia per subordinare lavoro e fare cassa. Adesso la  situazione economica è diversa, ma quando iniziammo con questa dinamica era coraggioso, impazzavano i vincoli bancari obbligatori ed i prezzi erano alle stelle. Andavi ad iscriverti e firmavi, vincolandoti per un anno con bollettini, anche se poi smettevi, o erano 70/80€ al mese in alternativa. Molte famiglie ovviamente non ce la facevano a sostenere i costi, inoltre, non ci sembrava eticamente corretto: se ti delude l'insegnante o ti passa la voglia, perché devi pagare tutto lanno prima di iniziare?
Così decidemmo un prezzo base, tariffa popolare e stop. A fine anno chi marca tutti i mesi, ne ha uno in  regalo, o l'iscrizione, visto che essendo affiliati alla FPI tesseriamo tutti, amatori compresi. Poi abbiamo sempre fatto anche iniziative contro i licenziamenti, "sport contro la crisi, gli amici licenziati o finiti senza lavoro si  allenavano senza pagare in attesa di trovare occupazione. Senza contare che alcuni ragazzi che realmente  sono in difficoltà si allenano ugualmente e stop.
Siamo una mosca bianca anche nella gestione, le ASD come noi, vera ASD uni-disciplinare di uno sport  olimpico e non di moda, sono spesso usate per creare surrogati dei privati ed avere agevolazioni fiscali, ma poi fanno di tutto e sono strutturate diversamente. In molte di queste i consigli sono blindati e familiari, ed il  lavoro è subordinato. Da noi il consiglio è reale ed aperto. I nostri istruttori, sono ragazzi impegnati nello sport  e spesso purtroppo senza occupazione, ma non sono subordinati a nessuno nel loro impegno, non vengono  pagati con gli spiccioli ad ore da un padrone che non c'è, come fanno tanti, ma data una parte identica alla  società per lattività ed il mantenimento del tutto (affiliazioni, materiale, attività, burocrazia...) la stessa parte in percentuale se la prendono come rimborso, fanno auto-reddito, questo gli ha permesso di avere un minimo  di  tranquillità nellimpegno sportivo che riescono a portare avanti. Certo, siamo in poco più di cento metri  quadrati,  ed il volume è minimo, ma a maggior ragione rivendichiamo queste dinamiche, visto che altrove cè chi non fa come noi, ma lavoro subordinato come imprenditoria. Ed avendo orari definiti e numero chiuso per nuove norme anti incendio e questioni di spazio, ogni elemento che inseriamo per progetto o dinamica di "ammortizzamento sociale" lo togliamo come possibilità dai guadagni. Anche per questo avendo più spazio potremmo fare anche di più.
Fortitude sede stadio- A proposito di spazio, come siete finiti dentro lo stadio?
Nell’autunno del 2007, a causa di problemi finanziari dovuti alle nostre scelte, incompatibili col mercato del privato, ed anche a dei problemi strutturali legati al fondo nel quale eravamo, ci siamo ritrovati in mezzo di strada e con un debito che abbiamo sanato in diversi anni. Continuammo però ad allenarci insieme all’aperto pur di rimanere uniti in attesa delle promesse che ci vennero fatte dalla politica cittadina di allora, smossa dal presidente del Coni Calderini, il quale aveva preso a cuore il nostro caso. Poi iniziarono le piogge ed il freddo, ed ingaggiammo una lunga battaglia con l’amministrazione Cosimi che saltava di palo in frasca dicendo che nessun locale era libero a Livorno. Il compianto Mario Bianchi, barista che mi ha visto ragazzino allo stadio, mi confidò della palestra inutilizzata dove faceva riscaldamento il Livorno raramente quando pioveva, e mi disse "fatti dare quella, è sempre vuota!", così andai a vedere ed era effettivamente vuota e inutilizzata. Chiedemmo in comune ma ci venne detto che risultava invece sempre occupata e assegnata ad ore a diverse società. Allora per diversi giorni facemmo la posta per capire, ma non comparve mai nessuno. La situazione non si sbloccava, la pioggia ed il freddo incalzavano e allora la occupammo simbolicamente e ci allenammo lì per un giorno, col sostegno del movimento e di tanti simpatizzanti, poi producemmo un documento e lo presentammo in comune che ricordo si chiamava "chi si occupa di sport? o chi occupa lo sport". Non si capiva come poteva esserci chi pagava ma non utilizzava un posto pubblico (a dire il vero poi capii tutto, ma... Omissis!). Nacque così una battaglia burocratica che portò all’assegnazione, ma con grossi vincoli, perché sempre ad ore e sottoposti alle aperture dell'impianto. Questo perché essendo lo stadio e (anche se viene da ridere a dirlo) perché ero io, e si disse era meglio non avere le chiavi per sicurezza (in uno stadio aperto tutti i giorni...).
Da quel giorno siamo finiti in quello stanzone senza finestre e con molti problemi logistici che abbiamo curato e migliorato come fosse una casa, tanto che i custodi quando ci sono entrati sono rimasti colpiti, si disse come situazione temporanea e con la promessa di soluzione a breve, ma siamo ancora lì. Ovviamente pagando regolare affitto comparato a spazi ed ore di utilizzo, anche questo a seguito di non poche problematiche vista la tanta opposizione, e visto che siamo anche continuamente soggetti ad interruzioni dovute ad iniziative varie legate allo stadio (partite, allenamenti, iniziative varie...) il quale per altro è ai limiti dell'agibilità. 
sannino campione italiano- Cosa sperereste in futuro?
Abbiamo dimostrato con i fatti da anni la natura del progetto, che non è la palestra di Lenny Bottai ma di un collettivo anzitutto. Io ci ho investito una decade di vita e anche, fortunatamente, gli introiti delle mie evoluzioni sportive, ma siamo un collettivo. Ad esempio l'inserimento da tempo di Francesco Boldrini, tecnico giovanile, ci ha portato ad aprire anche al settore che non avevamo mai curato, quello dei bambini. Per altro con due titoli nazionali appena vinti. Poi abbiamo creato già tre tecnici che fanno proseliti sportivi.
Non sto ad elencare quanto vinto in passato, podi in tornei femminili e maschili, regionali e nazionali, universitari, esordienti, senior, elite, di grande rilievo come ad esempio quattro assoluti toscani e uno scippo in finale (due volte!) al guanto d'oro a Sannino, e quest'anno abbiamo donato a Livorno due nuovi neo-professionisti: Federico Gassani e Jonathan Sannino. Jonny con un capolavoro ha poi vinto il titolo italiano dei piuma Neo Pro, mentre Chico è stato privato delle finali dalla mononucleosi, altrimenti eravamo l'unica società in Italia ad avere due uomini in finale nel pugilato che più di tutti conta, visto che era primo in classifica nella sua categoria (mediomassimi) ed aveva battuto a Livorno il finalista.
Ma questi sono risultati sportivi, che comunque insieme ai miei rivendichiamo di aver donato alla città, che vanno e vengono; quello più grande è il riconoscimento delle persone, la partecipazione in palestra e nelle manifestazioni, tutti quelli che sanno cosa significa Spes Fortitude, non solo sport ma molto di più: livornesità e coscienza. Il premio più grande è questo, il riconoscimento e il radicamento nel territorio nel quale non ci sentiamo secondi a nessuno.
- E cosa accadrà quando lo stadio diventerà inagibile viste le condizioni?
Infatti adesso oltre agli annosi problemi di spazio e logistica, c'è il Picchi che crolla, piove in palestra e per altre cose ci siamo pagati i lavori visto che cadevano calcinacci e quando Spinelli si lamentò per le condizioni dell'impianto, ottenendo dei lavori, la palestra non venne neppure considerata e lasciata fuori. Quindi ce li siamo fatti e pagati. Lo ripeto, la nostra soluzione doveva essere temporanea nel 2008, invece non c'è mai stata alternativa, tanti discorsi ma solo quelli, abbiamo presentato progetti e proposte, partecipato a bandi di cui abbiamo anche denunciato diverse anomalie. Lo stadio per noi è un tempio, ci piace ovviamente, anche se lavoreremmo sicuramente meglio in una dinamica di quartiere popolare, dove a discapito di commerciabilità e della logistica affine, potremmo essere un valore aggiunto, un avamposto sano. Non ci interessano dinamiche diverse da quelle che viviamo, nel senso spazi esosi e fuori dalle mire che abbiamo illustrato, quindi per noi il lavoro sportivo e sociale rimane primario, altrimenti avremmo accettato proposte di integrazione con privati visto che non sono mancate. Potenziare questo progetto è rendere alla città qualcosa, e dare la possibilità a chi vorrebbe fare uno sport che non è mercato, uno strumento partecipativo, e poi sostenere l'attività pugilistica di chi, se non affiliato al dilettantismo di stato nei vari corpi, non ha modo di portarla avanti. Noi abbiamo un progetto che si sostiene da se, chiediamo solo spazio e possibilità di realizzarlo. Indubbiamente forse non siamo mai stati appetibili, in quanto chiaramente "non acquistabili" per una certa dinamica politica. Adesso è cambiato il vento e speriamo di essere ascoltati senza illuderci, noi comunque restiamo e resteremo fermi nel nostro progetto.
- Nulla da aggiungere?
Si, voglio ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla nostra evoluzione, di pari passo con la mia, dai tanti che hanno combattuto per noi, e seppur hanno smesso sentono ancora appartenenza quando vedono un manifesto, una felpa o un adesivo, a chi ha contribuito e sostenuto i nostri passi come spettatore sostenitore. Il maestro Trinca che è il nostro maestro storico, e quest'anno sono felice che con la collaborazione col Fight Team dell'amico Igor Nencioni,il tecnico Alessandro Landi, uno dei soci fondatori, è tornato ad affiliare i suoi bravi pugili con noi. Poi voglio augurare un gran 2016 all'organigramma direttivo, io, Veronica, Boldrini Francesco, Alessandro Sannino, Enrico Galeazzi, Gassani Federico, Jonathan Sannino, Alessio Sitri e Poggetti Alessio e tutti i tesserati. Son dieci anni di battaglie e siamo ancora in piedi!
 
Redazione, 19 febbraio 2016
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Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Febbraio 2016 14:01

Amedspor, la squadra curda che spaventa Erdogan. 12 giornate a Deniz Naki

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kurdi

tratto da http://iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it

Lo scorso 2 febbraio l’unità anti-terrorismo della polizia turca ha fatto irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici del club. L’Amedspor è una squadra di terza serie e ha sede a Diyarbakır, capitale del Kurdistan turco sulle sponde del fiume Tigri. Il 31 gennaio, contro ogni previsione, aveva clamorosamente eliminato dalla coppa nazionale il Bursaspor, squadra della massima serie turca, garantendosi un posto ai quarti di finale contro il Fenerbahce primo in campionato.

La notizia dell’irruzione, diffusa in Italia attraverso i canali social del blog Minuto Settantotto, è stata divulgata in inglese dall’agenzia di stampa turca Cihan e dal sito d’informazione Kurdish Question.  Rispetto ai motivi ufficiali del blitz, però, è necessario procedere con cautela. Stando a quanto riportato da Today’s Zaman, versione in lingua inglese del quotidiano turco Zaman, il vicepresidente del club Nurullah Edemen avrebbe dichiarato che nessun dirigente dell’Amedspor è stato informato sui motivi dell’irruzione, nonostante tutto il direttivo fosse presente in sede.

Il sito Kurdish Question ha invece sostenuto che la polizia ha proceduto in seguito ad un tweet inneggiante al terrorismo, attribuito dalle forze dell’ordine all’account della stessa società sportiva. Come ha invece chiarito il dirigente Servet Erol, il tweet era stato diffuso da un account che nulla ha a che vedere con quello ufficiale: un errore molto grossolano, che ha indotto la dirigenza dell’Amedspor a credere che quella della polizia sia stata un’operazione intimidatoria, più che di indagine.

Il tweet in questione, ormai eliminato, dedicava l’incredibile vittoria contro il Bursaspor a chi combatte nelle città di Şırnak e Diyarbakır e a tutto il popolo curdo. Parole in cui riecheggiano i cori da stadio che sono costati caro ai tifosi dell’Amedspor. Infatti i rossoverdi, durante la precedente partita di coppa, giocata a Istanbul contro il Başakşehirspor, avevano intonato canti a favore dei combattenti curdi e contro le stragi di bambini.

A seguito della partita, ai tifosi era stata vietata la trasferta di Bursa, costringendoli a seguire a distanza lo storico successo della loro squadra. Ma ancora più eclatante è stato l’arresto a Istanbul di decine di tifosi – più di trenta per Kurdish Question, di cento per Today’s Zaman – colpevoli di aver intonato i cori sgraditi.

Ma le sanzioni a seguito della partita non hanno riguardato solo i tifosi. Il giocatore Deniz Naki, artefice del secondo goal contro il Bursaspor, è stato squalificato per 12 giornate e multato di 19.500 lire turche, colpevole di aver pubblicato sui social un post che recitava: «Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!». Come riporta Kurdish Daily News, il giocatore è stato accusato di “discriminazione e propaganda politica”. Naki, un passato nel FC Sankt Pauli di Amburgo, porta tatuata sul braccio la parola Azadî, libertà.

Non è la prima volta che la squadra rossoverde si rende scomoda al regime di Erdoğan. Nell’ottobre del 2014 il club, che portava il nome turco della città di Diyarbakır, rimediò una multa dalla Federazione turca per aver cambiato nome in Amedspor, utilizzando la denominazione curda della città. Contemporaneamente, un cambio nello stemma permise ai tifosi di sventolare i colori della bandiera del Kurdistan, vietata in Turchia: un espediente non nuovo nel mondo del calcio, che ricorda – con le ovvie e dovute differenze – quando durante il regime di Franco i catalani quasi elessero a nuova bandiera nazionale quella blaugrana, per rimpiazzare la senyera vietata dalla dittatura.

La Coppa di Turchia 2015-16 è destinata ad entrare nella storia della questione curda. Una squadra di terza divisione sta incredibilmente scalando la Coppa nazionale, portando la voce dei curdi lì dove meno la si vorrebbe in evidenza. Ad ogni partita dei rossoverdi si alza il grido di un popolo che chiede di poter vivere in pace rivendicando la propria identità. E più l’Amedspor scala il tabellone, più questo grido si fa forte.

La partita con il Başakşehirspor a Istanbul ha fatto clamore per i cori, gli arresti, il divieto di trasferta. L’eccezionale qualificazione ai quarti ai danni del Bursaspor ha fatto parlare tutto il paese di questa squadra ribelle, che forse è arrivata troppo in alto e ha iniziato a dar fastidio, tanto da essere divenuta oggetto di un’irruzione poco motivata.

Resta da vedere cosa accadrà all’andata dei quarti di finale, quando la squadra curda giocherà in casa contro il Fenerbahce. Se giocherà. La società infatti, a seguito di un ulteriore divieto di accedere allo stadio, stavolta addirittura per una partita in casa, ha dichiarato che non scenderà in campo se l’interdizione non verrà ritirata.

Nessuno sa cosa aspettarsi ma, se i tifosi di entrambe le squadre dovessero alla fine accedere allo stadio, la solidarietà fra i tifosi della capitale e quelli curdi rischierebbe di dare ancora maggior risalto alla faccenda, creando non pochi fastidi alle autorità turche. Ci si può fare un’idea leggendo qualche riga del comunicato che decine di gruppi ultras della Turchia, tra cui tifosi di Amedspor e Fenerbahce, hanno diffuso a gennaio (traduzione di E. Karaman): «Il governo si riempie da sempre la bocca con lo slogan “non dividiamo il paese”, ma poi perseguita e uccide proprio chi vuole che il nostro paese viva in pace e in armonia tacciandoli come traditori. In questo paese c’è soltanto una distinzione: chi, guardando un bambino morto a terra colpito da una pallottola, si domanda se quel bambino fosse curdo o meno e chi invece piange tutti i bambini di tutte le etnie. […] La vergogna più grande dell’umanità è la colpa della guerra, una guerra di cui noi non faremo parte».

Quarti di finale di andata, Amedspor-Fenerbahce, , il 9 febbraio. Il ritorno, a inizio marzo, ad Istanbul. In palio molto più che l’accesso alle semifinali.

FOTO: www.kurdishquestion.com

5 febbraio 2016

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Deniz Naki

Deniz Naki

L'attaccante dell'Amedspor Deniz Naki è stato punito dalla Federazione calcistica turca perché colpevole di propaganda ideologica.

Maxi sanzione per Deniz Naki. L'attaccante dell'Amedspor è stato punito con dodici giornate di squalifica e 19.500 lire turche (poco più di 6 mila euro) di multa dal Comitato disciplinare della Federazione calcistica turca ritenuto colpevole di "propaganda ideologica" per aver detto in un'intervista di sperare in una soluzione pacifica del conflitto tra Ankara e il Pkk dopo aver visto la terribile situazione di Cizre, città curda del sud-est sotto coprifuoco totale dal 14 dicembre scorso. Naki, calciatore turco-tedesco di 26 anni, nel 2014 aveva subito un'aggressione ad Ankara, dove giocava, per aver espresso solidarietà ai curdi che combattevano contro l'Isis a Kobane. Dalla scorsa estate il conflitto nel sud-est della Turchia è ripreso con livelli di violenza mai visti dagli anni 90, causando centinaia di morti, compresi civili, e decine di migliaia di sfollati. L'Amedspor, squadra della 'capitale' curda Diyarbakir, ha minacciato di non giocare la partita di coppa di Turchia contro il Fenerbahce se non verrà revocata la decisione di escludere i suoi tifosi, accusati di aver cantato cori filo-curdi. Una settimana fa un centinaio di loro erano stati fermati dalla polizia e la sede del club perquisita.

5 febbraio 2016

vedi anche

Deniz Naki, il curdo cresciuto nella Hafenstraße

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Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Febbraio 2016 16:51

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