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SPORT

Cori razzisti, se non c'è l'ultras non c'è la notizia

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napolikoulibalytratto da http://www.infoaut.org

Ieri sera una partita importante del campionato di calcio di serie A, Lazio-Napoli, é stata sospesa per circa cinque minuti a seguito degli ignominiosi epiteti riferiti a Napoli e i napoletani in generale e dei ripetuti e impietosi "buu" razzisti piovuti dagli spalti all'indirizzo di un difensore partenopeo dalla pelle scura. Un gesto, quest'ultimo, che accompagna molte partite da anni, acuitosi in frequenza con la possibilità di far giocare molti più calciatori extracomunitari di un tempo.

A volte capita che sia qualcosa di talmente evidente ed eclatante da essere stigmatizzato dai media e vedere la sequela di dichiarazioni ufficiali ipocrite di dirigenti e "uomini di calcio". Poteva essere così anche per ieri sera: una partita sospesa all'Olimpico non é cosa di poco conto. Eppure il fatto é stato accantonato, riportato subitaneamente ma non stigmatizzato. Perché? Probabilmente la risposta é data dal fatto che non c'erano ultras o frange particolari da additare, ma il tutto é riconducibile a un clima orribile di gran parte della tribuna di fede laziale e non semplicemente di una frangia della curva.

Un sintomo preoccupante per chi é sensibile a determinate sirene sociali, evidentemente non notiziabile per i media mainstream che cercano la spettacolarizzazione di casi da giudicare socialmente pericolosi. Peraltro il caso non ha portato penne importanti o voci autorevoli tra gli addetti ai lavori a fare alcun commento forte, come a silenziare qualsiasi polemica che si focalizzi oltre il rettangolo da gioco vero e proprio, dopo la querelle Sarri/Mancini ipermediaticamente esposta.

Un atteggiamento subdolo e fuorviante del notiziare, che non mette in alcun modo il puntino sulla i sulle tendenze reali di un sistema che incentiva discriminazione e inimicizia in chiave razziale e che vede nell'atteggiamento sugli spalti una cartina tornasole, un riflesso.

Ben venga quindi assaltare anche cie e centri di accoglienza da parte di sedicenti cittadini esasperati, contrariamente a quanto accade per "frange organizzate" per le quali - se difendono uno sfratto o si riappropriano di stabili che sono come granelli di sabbia in una enorme duna di speculazioni e rendita - é altamente probabile che si dedichino prime pagine apologetiche, editoriali sferzanti e prossimi a una delazione preventiva che viene risparmiata a deprecabili atteggiamenti di massa del sacrale calcio-spettacolo come quelli reiterati giusto ieri sera all' Olimpico.

4 febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Febbraio 2016 10:51

Ceravolo? Spinelli ha iniziato il traghettamento

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Dopo Mutti al posto di Panucci, arriva il Ds Ceravolo al posto di Signorelli. Ecco perché.

moggi papaDue indizi fanno una prova. L'arrivo di un nuovo Ds a poco più di una settimana dalla chiusura del mercato è un indizio troppo importante per non far fare ipotesi circa la vicina cessione del Livorno Calcio da parte del presidente Spinelli, alla guida della squadra amaranto da ormai 17 anni.

Tutte le strade portano a Moggi. O meglio, ad una cordata di potere fatta di procuratori, direttori sportivi, faccendieri e imprenditori legati a quella cordata che in modo semplicistico spesso si dice faccia riferimento a Moggi. Ceravolo era già stato direttore sportivo del Livorno nell'anno della bella cavalcata verso la serie A con prima Acori e poi Ruotolo in panchina culminata con la vittoria dei play con l'Empoli. Che senso ha tornare nel 2016, a pochi giorni dalla chiusura del mercato e con Spinelli ormai demotivato? Ha senso. Perché Spinelli, finito il miniparacadute dopo la retrocessione in B e mancati i play off lo scorso anno, non avendo più nessun giocatore o quasi da vendere (in rosa quest'anno il Livorno ha 15 prestiti), vuole davvero vendere. Ma non trova acquirenti, meno che mai seri.

Forse qualcuno ricorderà le varie interviste di questi ultimi 5-6 anni a Spinelli durante i vari tormentoni estivi e invernali (sempre prima del mercato) in cui voleva vendere. Il tormentone dei tormentoni era quello di vendere a gente seria per avere la garanzia nei due anni successivi alla cessione di non ritrovarsi con delle grane di carattere economico. Perché, senza soffermarci troppo sulle norme, il presidente uscente rimane con alcune responsabilità economiche e finanziarie verso terzi anche nei due anni successivi.

Non trovando, al momento, nessun compratore che lo soddisfi sia dal punto di vista economico che da quello delle garanzie, Spinelli si è rivolto a coloro a cui si è sempre appellato nei momenti difficili: la cordata Moggi. Ecco, Mutti e Ceravolo sono due uomini legati a quella cordata. Mutti, come molti ricorderanno, era allenatore del Messina moggiano-juventino del 2003-04 quando il Livorno e i giallorossi andarono in serie A. O meglio, il Messina ricevette tante pedatine nel culo per andarci, a partire dalle famose designazioni di Racalbuto di cui anche il Livorno e Giorgio Chiellini assaggiarono l'arbitraggio in quel di Messina. Ceravolo invece è un moggiano doc da sempre. Così come Moggi doveva essere il Ds del Livorno del celeberrimo Bandecchi che millantava di aver acquistato la squadra due anni fa (a proposito, a tutti coloro che dicevano che la curva fa il male del Livorno andate a vedere dove fa ora il presidente il grande Bandecchi: Unicusano Fondi serie D girone G, oggi gioca contro il Pomigliano).

E cosa dovrebbe fare la cordata Moggi? Comprare il Livorno? Questo non lo sappiamo. Possiamo intuire che quella cordata inizi a mettere dentro propri uomini per poi rilevare o fare da mediatrice per la cessione del Livorno facendo anche da garanti a Spinelli per i famosi due anni successivi alla cessione.

E quindi? Niente. Abbiamo scritto solo per cercare di mettere in fila alcuni eventi e cercare di darne un senso visto che in città le voci di una cessione vicina del Livorno sono sempre più insistenti. Non ne facciamo certo una questione morale. Il calcio per noi ha perso la sua funzione sociale e culturale progressivamente negli ultimi 20 anni diventando quasi esclusivamente un business televisivo per clienti e consumatori. Eravamo fra quelli che speravano in un modello partecipativo, sul modello Bilbao o St. Pauli per alleviare il dolore, ci saremmo accontentati anche di un modello tedesco e invece in Italia siamo sempre al modello dei mecenati e dei faccendieri che probabilmente fra poco verranno sostituiti da fondi finanziari o speculatori arabi o cinesi. Quindi niente moralismi. Alla prossima.

Redazione, 24 gennaio 2016

 

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 24 Gennaio 2016 15:00

Il Kaiser, i ragazzi di Modì e la magia liberata dalla menzogna di essere verità

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“L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”. Theodore Adorno

Alessandro Colombini - tratto da http://minutosettantotto.altervista.org

I livornesi sono gente di scoglio, la sabbia piace di più ai pisani che vanno a Tirrenia. L’estate il livornese dimentica la crisi e la fame nel mondo e rabbrividisce esclusivamente all’idea dei granelli di sabbia nei “diti” dei piedi (la grammatica a Livorno è da borghesucci o, come diceva Piero in Ovosodo, roba che ti bolla come finocchio). Forse questa è l’unica differenza che riesco a vedere tra Rio de Janeiro e Livorno. Tra Pietro, Pierfrancesco, Michele e Carlos.

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Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci.

Nell’estate dell’84 a Livorno si festeggiava l’anniversario della nascita dell’artista più importante nato all’ombra dei Quattro Mori. Lo stesso artista che nel 1909 in preda ad una crisi creativa e frustrato per l’atteggiamento dei concittadini gettò alcune sue sculture sul fondo del Fosso Mediceo prima di scapparsene da quella città che mai lo aveva capito e rifugiarsi a Parigi. Si chiamava Amedeo Modigliani, per tutti Modì. Livorno poi Modì lo amerà alla follia senza mai dirlo ad alta voce. Lo amerà con delle mostre a Pisa. Lo amerà male. Lo amerà poi, dopo. Ma lo amerà. Lo amerà soprattutto omaggiandolo con il tributo più grande che possa esistere: con la leggerezza.

Il Museo d’Arte Moderna per l’occasione decide di dedicare una mostra proprio all’illustre concittadino e che per la sua riuscita contava moltissimo su queste sculture nel fondo del Fosso. Vera e Dario Durbè, responsabili della mostra, con l’appoggio finanziario del Comune di Livorno scatenano una caccia al tesoro per le putride acque del Fosso alla ricerca di quello che sarebbe stato un ritrovamento di importanza mondiale e soprattutto la spinta ad una mostra che mancava di opere di rilevanza. Passano i giorni e le escavatrici sembrano avere il solo compito di ricordare ai livornesi dove finivano i soldi delle loro tasse, finchè Livorno non decise che se la Durbè non sarebbe andata dalle Teste, le Teste sarebbero andate dalla Durbè.

“Visto che non trovavano niente, abbiamo deciso di fargli trovare noi qualcosa”.

Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci sono tre studenti universitari livornesi che, Black&Decker alla mano, un pomeriggio particolarmente vuoto decisero direplicare una delle sculture di Modigliani, una testa. Al momento del ritrovamento della scultura i maggiori critici d’arte nazionali e non non ebbero nessun dubbio. “Guardi il tratto, guardi la pressione dello scalpello. Non c’è nessun dubbio, è un Modigliani”. A Livorno si dice “ma ti levi di ‘ulo”.

In quel momento Livorno perse l’appeal che aveva per i critici d’arte e raffinati intellettuali, riscoprì però parallelamente l’importanza della leggerezza e probabilmente si fece perdonare da Modì. La nostra storia però si sposta verso ovest e attraversa un oceano. Nel 1986 a Rio de Janeiro c’è chi va professando ugualmente la leggerezza. Si chiama Carlos Henrique Raposo ma per tutti è “Kaiser”, magrolino come Beckenbauer.

Carlos è un ragazzo di poco più che venti anni che nella sua vita è riuscito finora a equilibrare alla perfezione le giornate sui libri, affamato di cultura, e le nottate in discoteca, affamato di divertimento. Carlos però nella vita non vuole fare né il PR né il professore. Vuole fare il calciatore, anche se purtroppo a calcio non ci sa giocare.

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Grazie a delle conoscenze importanti come quelle di Mauricio (idolo del Brasile anni ’80) riesce a strappare un assurdo contratto con il Botafogo senza neanche fare un provino. Anzi, senza neanche fare un allenamento. Perchè toccando un pallone la truffa di Carlos si sarebbe sciolta come neve al sole lasciandolo con l’enorme fardello di trovarsi un lavoro. Una volta entrato in campo per allenarsi con i compagni faceva la sua preparazione atletica e poi una volta che si passava al pallone si accasciava in terra. “Vado a fare la doccia mister, ci vediamo lunedì”.

A fine stagione i minuti giocati sono zero spaccati, ma il Botafogo decide di liberarsi di quel ragazzo troppo fragile per il calcio professionistico. Per fortuna però che ci sono gli amici.

Grazie infatti ad un altro caro amico, Renato Gaucho, riesce a farsi ingaggiare dal Flamengo. Lo schema è lo stesso, solo che riesce a farsi amico qualche compagno di squadra che accetta di colpirlo malamente durante dei semplici contrasti in allenamento.“Vado a fare la doccia mister, ci vediamo lunedì”. La storia va avanti in Messico, negli Stati Uniti, in Argentina e poi di nuovo in Brasile. Quel ragazzo che non sa fare tre palleggi lo vuole metà continente, e a detta sua anche qualche club di oltreoceano. Carlos infatti si presenta sempre agli allenamenti con un telefono cellulare finto con il quale finge di conversare e trattare con manager e direttori sportivi inglesi e tedeschi. Ci credono tutti tranne che lui.

A qualcuno viene un dubbio, come all’allenatore del Bangù, nel quale ha militato nel 1989, che un giorno decise finalmente di convocarlo per l’esordio e metterlo alla prova. O comunque fargli fare quello per cui veniva pagato. Durante il riscaldamento prima della partita si avvicina a un tifoso e fa partire un destro che lo scaraventa al suolo e che costringe l’arbitro ad espellerlo ancora prima del calcio d’inizio. “Dio mi ha prima dato e poi tolto il mio vero padre, adesso che ho trovato un secondo padre come lei non permetto che qualcuno si permetta di offenderlo”.

Carlos era così, come quando venne ingaggiato dall’Ajaccio e per il suo primo allenamento a porte aperte iniziò a scaraventare tutti i palloni verso i tifosi pur di non allenarsi. Nessun pallone tornò indietro e l’allenamento fu annullato. Si ritirerà a 39 anni con 34 presenze in una carriera più che decennale.

Carlos e i ragazzi delle teste di Modì hanno regalato al mondo dell’arte, dal momento che anche il calcio è un’arte, dei meravigliosi e necessari momenti di leggerezza. Quella stessa leggerezza che strappa un sorriso e manda in frantumi la credibilità di una società basata sull’apparenza e sul consumo. Quella stessa leggerezza che rende l’arte, appunto, magia liberata dalla menzogna di essere verità.

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28 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 12 Gennaio 2016 13:03

Dopo Livorno anche a Pisa: se manifesti in piazza prendi la diffida allo stadio

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daspo1Dopo il caso avvenuto a Livorno qualche mese fa di quattro ragazzi "daspati" dallo stadio per fatti avvenuti lontano da impianti sportivi (nella fattispecie in particolare una manifestazione di protesta contro la Lega Nord di Salvini), oggi la storia si ripete in maniera analoga anche a Pisa.

Le modalità sono più o meno identiche, dato che anche stavolta vengono emessi dei Daspo nei confronti di cinque ragazzi dopo una manifestazione che con lo stadio non c'entra nulla. E anche stavolta c'è di mezzo la Lega.

Da anni Senza Soste scrive riguardo allo stadio come laboratorio della repressione, oggi la realtà pian piano emerge e supera la fantasia che noi in maniera surreale ma non troppo descrivevamo in articoli come quello sull'entrata in vigore della tessera del manifestante.

Di seguito l'articolo di oggi di riscattopisa.it e il nostro dello scorso ottobre tratto da livornoindipendente.it.

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maniflega

Manifesti in piazza? Ti danno il DASPO allo stadio

C’è qualcosa di strano nel titolo di questo articolo… direbbe chiunque. Invece no, è proprio così!

Sono infatti assurde le accuse fatte a 5 persone che hanno partecipato ad una manifestazione contro il comizio della Lega Nord che è avvenuta a Pisa lo scorso 14 novembre 2015. Indipendentemente dal tipo di manifestazione contestata la notifica dell’avviso delle diffide avviene nei confronti di chi ha la colpa di aver partecipato a delle giornate di mobilitazione sociale. Infatti, durante questi primi giorni del 2016 la questura di Pisa attraverso l’ufficio Divisione Anticrimine ha emanato 5 ingiunzioni di Daspo, da convalidare entro 3 mesi, a cinque persone presenti al corteo del 14 novembre. L’accusa è quella di “aver istigato a delinquere e aver avuto una condotta violenta lanciando ortaggi, pietre e petardi verso le forze dell’ordine”. Secondo una logica assurda queste persone, che ricordiamo ad oggi non hanno avuto nessuna condanna per quella manifestazione, dovranno scontare un allontanamento da ogni evento sportivo in quanto persone considerate dalla questura “pericolose”. Fino ad oggi il Daspo aveva la funzione di limitare la libertà dei tifosi e reprimere i gruppi organizzati costringendo centinaia di ultras e non solo a dover firmare il giorno della partita e a non stazionare nei pressi dello stadio. Il tentativo che la questura vuole dimostrare con questi nuovi Daspo rappresenta una nuova gravissima violazione della libertà di tutti i cittadini. Infatti quello che viene contestato è un evento che si è svolto totalmente al di fuori da ogni situazione sportiva.

Questa diffida dallo stadio è stata attribuita secondo la riformulazione della legge del 22 agosto 2014, n°119, convertita con modificazioni nella legge del 17 ottobre 2014, n°146. Inoltre è da evidenziare che tra i cinque “daspati” solo due sono frequentatori abituali dello stadio e che seguono assiduamente le partite casalinghe del Pisa in Curva Nord.

L’assurdità di questo accanimento verso alcuni partecipanti di una manifestazione non inerente alla squadra del Pisa, al calcio o a qualsiasi evento sportivo (in quanto il Daspo vieta la partecipazione a qualsiasi manifestazione sportiva) lascia profondi dubbi sulla costituzionalità del provvedimento mostrando la volontà esclusivamente politica da parte della questura di restringere le libertà.

Ma è importante fare alcune considerazioni su questa vicenda: probabilmente è la prima volta che in Italia viene emesso un “Daspo di piazza” per un (presunto) reato che si verifica in un contesto differente dallo stadio o manifestazioni sportive. Il Daspo viene attribuito a persone partecipanti ad una manifestazione per la quale ad oggi non sono nemmeno state emesse denunce, processo o condanne. Si conferma un utilizzo improprio della giustizia amministrativa: le sanzioni amministrative puniscono preventivamente, insomma una condanna senza appello che intende punire una condotta ritenuta arbitrariamente non conforme con una vera e propria ritorsione.

Al di sopra di ogni considerazione di una cosa siamo certi: questo provvedimento non è un fatto casuale né semplicemente legale. È un tentativo studiato e voluto dalla questura per provare a intimidire chi in questa città lotta ogni giorno allo stadio, nei quartieri, nelle scuole e sui posti di lavoro contro ogni divieto ed ingiustizia.

Ad essere colpiti oggi da questo provvedimento sono:

uno studente delle scuole superiori di 19 anni che abita nel quartiere di Gagno, attivo nei movimenti studenteschi e nel proprio quartiere;

una donna di 50 anni, abitante del quartiere di Sant’Ermete, lavoratrice delle pulizie all’ospedale di Pisa e sempre in prima linea in ogni battaglia a difesa dei più deboli, tifosissima da sempre del Pisa;

un ragazzo di 30 anni abitante del quartiere Cep, meccanico, impegnato nelle lotte sociali in particolare nel proprio quartiere, contro gli sfratti e ultras del Pisa;

un ragazzo di 23 anni pisano, lavoratore precario come porta-pizze, appartenente al movimento di lotta per la casa;

ed infine un giovane di 22 anni, studente universitario fuori sede, iscritto alla facoltà di Storia partecipe alle recenti mobilitazioni contro il nuovo Isee.

Supponiamo ora che il Daspo venga convalidato alle cinque persone, aprendo così un grave precedente repressivo, il quale ha già visto una forte accelerata negli ultimi anni riguardo alle restrizioni per gli ultras di tutta Italia. In questo caso viene colpito non solo chi fa parte direttamente del tifo organizzato ma anche chi è legato alla città, allo sport e alla squadra calcistica.

Se invece di essere daspati per la partecipazione ad un corteo contro un partito politico si viene privati della libertà personale perchè si partecipa allo sciopero sul posto di lavoro a causa del licenziamento? O se si partecipa alla manifestazione organizzata dagli studenti della propria scuola contro le riforme governative o perchè la scuola ci crolla addosso? Assurdo, no?!

Allora questo nuovo tipo di Daspo potrebbe essere utilizzato in futuro per ogni tipo di reato che, a discrezione della questura, “turbi l’ordine pubblico”: dal picchetto antisfratto, all’allaccio abusivo alla rete idraulica, dal rubare un pezzo di formaggio al supermercato al fumarsi uno spinello o una rissa in discoteca.

Ogni situazione considerata deviante potrà essere motivo di allontanamento dalle manifestazioni sportive. Si può parlare allora di abuso di potere da parte della polizia che vuole privare di una passione pur di farla pagare a chi “non si comporta bene” privando della libertà di andare a vedere una partita di calcio o di rugby o la partita del proprio figlio.

Una città dove solo pochi mesi fa un agente di polizia ha avuto per anni ha l’abitudine di rapinare mano armata i supermercati della zona; dove il dirigente della digos sgombera pistola in pugno studenti che occupano le facoltà universitarie; un paese dove i carabinieri massacrano di botte impunemente uccidendo per pochi grammi di fumo giovani come Stefano Cucchi, e che si permettono di denunciare i familiari solo per aver il coraggio di denunciare i colpevoli delle ff.oo.: ma la preoccupazione dei tutori dell’ordine è quella di provare a vietare di andare allo stadio per tutti coloro che partecipano a delle manifestazioni. Impunità da una parte, abusi dall’altra.

Questa misura ha lo scopo di intimidire e minacciare non solo le persone colpite direttamente, bensì di far passare la logica delle leggi speciali nei confronti di tutti quelli che non si omologano. Una privazione della libertà inaccettabile che sarà respinta già dai prossimi giorni con mobilitazioni, proteste e ricorsi in ogni sede legale preposta.

Leggi anche: Vi racconto perché non vorrebbero farmi più andare allo stadio

6 gennaio 2016

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salvini-melo-4-1024x683Livorno: 4 denunciati per la contestazione a Salvini

tratto da http://www.livornoindipendente.it

Mentre in altre città continuano le forti contestazioni nei confronti dei fascisti della Lega Nord (Pisa-Cep) e mentre purtroppo nella nostra Livorno forze politiche di sinistra e associazioni legittimano lo stesso partito razzista partecipando insieme ad iniziative politiche (link),  4 ragazzi sono stati denunciati e diffidati per le contestazioni a Salvini durante la sua passerella elettorale di fronte al centro “Il Melo”.

Le indagini sono ancora aperte ma sembra che durante la conferenza stampa del 14 luglio, alcuni leghisti livornesi abbiamo più volte provocato ed invitato a “regolare i conti”, un gruppo di contestatori che si trovavano dall’altra parte della strada. Una volta conclusa l’iniziativa gli stessi leghisti, evidentemente non più protetti dalle forze dell’ordine, sembra abbiano avuto un “confronto” con gli stessi in una via adiacente. Le denunce a carico dei 4 sono per lesioni aggravate e porto d’arma impropria. La cosa altrettanto grave è che i ragazzi sono state anche diffidati in quanto, secondo la Questura, sarebbe frequentatori dello stadio. Poco importa se sono ancora formalmente innocenti (il processo non è concluso), ma soprattutto non si tiene conto che i fatti si sono svolti non allo stadio ma da tutt’altra parte. Purtroppo in questi casi basta il parere del Questore affinché il Daspo possa essere legittimato.

A prescindere da come andranno le indagini, ai denunciati va tutta la nostra solidarietà militante. Il fascismo e il razzismo non si combattono solo con le dichiarazioni di intenti e con i discorsi. Per chi gioisce quando esseri umani, compresi bambini, muoiono durante le traversate, per  chi fomenta guerre tra poveri nella speranza di raccattare un po’ di consenso, va negata l’agibilità politica con ogni mezzo necessario.

A questo proposito, recentemente, alcuni appartenenti alla destra livornese hanno cercato di legittimarsi all’interno della lotta per la casa nei quartieri popolari. Proprio stamattina durante la difesa di uno sfratto nel quartiere Corea è stata allontanata una delle due ragazze presenti in foto con Salvini. Qualche settimana fa,  Fratelli d’Italia è intervenuta in favore di una famiglia che ha subito un pignoramento. La famiglia in questione ha fortunatamente ottenuto un’assegnazione di un alloggio a canone concordato grazie all’intervento determinato e costante dei sindacati inquilini e dei movimenti.

5 ottobre 2015

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Gennaio 2016 20:26

Fuga dalla Mansión Seré

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Fuga dalla Mansión Seré

tratto da http://minutosettantotto.altervista.org

Oggi Claudio Tamburrini insegna Filosofia all’Università di Stoccolma, in Svezia, dove il suo nome così atipico in mezzo a tutti quegli Andersson non può passare inosservato. Tamburrini ha una sessantina d’anni, lo sguardo stanco ma fiero di chi ne ha viste più di quanto avrebbe dovuto e i capelli grigi tirati indietro e ormai radi sulla parte superiore della testa. Ogni tanto si lascia crescere una leggera barba incolta ma forse è più per dimenticanza che per altro, eppure il tutto gli dà proprio l’aria da perfetto professore di Filosofia.

Parla un inglese buono ma non perfetto, come tutti i latini che si avventurano nelle lingue germaniche, rimangono pur sempre quelle basi – di spagnolo, in questo caso – che si sentono e si sentirebbero anche se Tamburrini parlasse inglese per altri trecento anni.

Tamburrini è argentino e, anche se dalla apparenza non sembrerebbe, non è nato per fare il professore di Filosofia e nemmeno per abitare in Svezia, che da piccolo ammirava en passant sulle carte geografiche. Lui voleva fare il portiere, e per un certo periodo di tempo c’è pure riuscito. Poi però c’è stata la Mansión Seré, e la sua vita è cambiata irrimediabilmente.

Claudio Tamburrini nasce poco fuori da Buenos Aires, nella cittadina di Ciudadela, nel 1954. E se si nasce in quell’anno in Argentina significa che si è vissuto in un’epoca che gli argentini – purtroppo non tutti gli argentini – non vorrebbero rivivere mai più.

Inizia a giocare a calcio da piccolo, ma senza tralasciare gli studi: ha una certa passione per i classici e per i filosofi e come loro usa spesso l’ingegno, anche se non sui campi di pallone perché il ruolo gli impone un certo rigore. Fa il portiere Claudio Tamburrini e il Club Ciudadela Norte è fiero di lui e del suo rendimento, tanto che il passaggio nelle giovanili del Velez Sarsfield non sorprende più di tanto, Claudio è forte e si merita una squadra di livello.

Oltre a essere un buon portiere è anche un ottimo studente e un ragazzo dalla mente aperta in un periodo in cui in Argentina le cose non si mettono per il meglio: si diploma al collegio e inizia a studiare Filosofia all’Università di Buenos Aires e, così vuole la leggenda nemmeno poi così lontana dalla realtà, si allena di giorno per poi curvarsi sui libri di  claudio tamburrini

Marx e Hegel la sera, sfinito nel fisico ma non nella mente. Comincia anche a maturare una coscienza politica perché è di estrazione proletaria e si affeziona a idee di sinistra, diventando uno dei tanti ad abbracciare il marxismo in una delle università più di sinistra di tutta Buenos Aires. E questo non va per niente bene.

Studia sempre di più, gioca sempre meno. Il Velez lo saluta e lui se ne va all’Almagro dove scende in campo con regolarità e sembra essere tornato l’erede di Carnevali di cui si parlava ai tempi delle giovanili, ma una domenica è protagonista di un caso singolare e subisce gol su punizione proprio mentre è impegnato a tirarsi su i calzettoni in preparazione al calcio piazzato.

La settimana successiva torna ad allenarsi distrutto per l’errore, una sera torna a casa e si rimette a studiare a capo chinoquando alla sua porta bussano due uomini armati di tutto punto che lo prendono, lo montano in un’auto e lo incappucciano.

Tamburrini è frastornato, non capisce niente di tutto quello che sta succedendo e ancora meno capisce perché l’unica volta in cui gli tolgono il cappuccio gli mostrano la casa della madre, al cui esterno stazionano due automobili sospette. Vorrebbe piangere, vorrebbe gridare, ma invece è bloccato dalla paura e non sa esattamente cosa fare, fino a quando gli tolgono di nuovo il cappuccio e lui la vede, la Mansión Seré.

È la sera del 23 novembre del 1977 e Claudio Tamburrini entra nella storia come il primo calciatore professionista desaparecido.

Videla è al potere da più di un anno, i militari controllano l’Argentina, ma anche in un clima così cupo e teso Tamburrini è certo di non

aver commesso nulla di male. Sì, è di sinistra ma non ha mai compiuto atti contro il potere, studia filosofia ma la sua università, checché se ne dica, è più apolitica di quanto si pensi.

Eppure nel suo ateneo c’è un ragazzo che si chiama Tano, che i militari li sopporta poco e il suo sentimento è ampiamente ricambiato. Una sera gli uomini armati hanno fatto irruzione anche da Tano ma sono stati meno drastici, prima lo hanno torturato e poi lo hanno minacciato di morte, lui e i suoi amici. E Tano, in un momento così delicato – giusto per usare un eufe

mismo -, ha deciso di vuotare il sacco, ma di non dire proprio tutto. Tano infatti ha denunciato, tra i tanti, Claudio Tamburrini, il portiere dell’Almagro, una delle persone più in vista all’università anche per la sua professione. Di Tamburrini si sa poco o nulla a livello politico ma basta una controllata all’agenda di Tano e il portiere è fregato.

Tamburrini ovviamente tutto questo lo saprà solo in seguito, perché gli ultimi giorni del 1977 e i primi del 1978 sono l’inferno: viene segregato assieme ad altri prigionieri politici nella M

ansión Seré, un centro di detenzione clandestina che ha tutti i crismi di un lager gestito da estremisti di destra – e anche qui si usa un eufemismo. Mansión Seré altresì detta Atila.

Alla Mansión Seré Claudio Tamburrini subisce di tutto. Lo torturano, questo è certo, ma sono i metodi a essere irreali per quanto crudeli. C’è uno dei torturatori che si chiama Lucas ed è proprio il frutto della malvagità del regime, è uno di quei codardi che diventano onnipotenti grazie alla divisa e ogni giorno quando Tamburrini non risponde alle domande delle guardie – e non può rispondere, è evidente che non lo possa fare visto che certe cose non le sa – si avvicina al calciatore disteso in terra e gli dice “Si sos arquero atajate esta“, se sei un portiere para questa, e gli assesta un calcio nella pancia. Lucas è lo stesso che obbliga Tamburrini e gli altri detenuti a ringraziarlo dopo ogni tortura subita, torture che si ripetono per giorni, settimane e mesi.

Mansión Seré

Tamburrini vive nell’incertezza più totale: non sono è ancora all’oscuro del perché si trovi lì, ma non sa neppure quanto vivrà ancora e se sopravvivrà. Ma un giorno Guillermo Fernandez, compagno di Tamburrini ad Atila, ha un piano per loro e per gli altri due prigionieri Daniel Rusomano e Carlos Garcia.

Quasi quattro mesi esatti dopo l’arrivo alla Mansión Seré, Tamburrini è sfinito sia a livello fisico che mentale. Sembra un morto che cammina ma non ha perso la speranza, né lui e nemmeno gli altri compagni, bollati troppo presto come ribelli quando magari erano solo simpatizzanti o parteggiavano per ideali di sinistra senza per forza doversi nascondere.

Fernandez vuole scappare e architetta una fuga che sembra quasi da film per quanto è facile: legano dei lenzuoli e li calano da una finestra del centro, approfittano di un immancabile attimo di disattenzione delle guardie e scendono, completamente nudi, aggrappati alla corda che fino a poco prima era una coperta neppure così pesante. Fernandez ha il colpo di genio e prima di sparire scrive un enorme Grazie Lucas su una parete della cella, una beffa al carceriere più infame e, se si vuole, anche al più bieco regime della storia argentina. I quattro spariscono nella notte di Castelar, poco a nord di Baires, ce l’hanno fatta come in un cartone animato e adesso sono liberi.

Tamburrini lascerà l’Argentina e fuggirà in Svezia, dove vive tuttora. Gioca ancora a calcio ma a livello amatoriale, più che altro è la storia del pensiero politico a occupare i suoi momenti di svago. Ogni tanto pensa alla Mansión Seré, è impossibile dimenticarsene e smettere di parlarne.

21 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Dicembre 2015 17:57

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