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Guida agli stemmi della classe operaia

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tratto da http://minutosettantotto.altervista.org

Europa, Resto del mondo

Per il vero appassionato di calcio, quello che “mi dispiace amore, stasera non posso uscire… [scusa random tra malattia, esami e lavoro]” e poi fa partire Football Manager perché ha la semifinale playoff di Conference North da giocare, stemmi e maglie dei club rappresentano una perversione estremamente eccitante. Scavare tra storie remote, portando alla luce aneddoti incredibili da poter sfoggiare davanti a una birra con i propri amici, agli occhi del fanatico ha la stessa valenza dello studio dei geroglifici per un egittologo ottocentesco.
Gli stemmi, in particolare, possono regalare soddisfazioni indicibili. E se in molti conoscono il significato di quelli più noti, quando si passa alle squadre meno famose si aprono mondi inesplorati. Ecco spiegati i moltissimi articoli che si trovano in rete su questo tema (molto godibile la Logopedia di Crampi Sportivi, mentre per gli appassionati di calcio british consigliamo lo spettacolare Football Crests), miniere di informazioni estremamente preziose.
Minuto Settantotto, come ben sapete, privilegia l’aspetto politico della pratica calcistica. Ciò non significa, tuttavia, che anche qui il lato “nerd” del pallone non sia sviluppato, tutt’altro. Sommando questi due elementi, il risultato non poteva che essere uno: la rassegna degli stemmi più operai del calcio mondiale.
Abbiamo escluso tutti quei club di origine proletaria che non hanno inserito segni tangibili nel loro emblema, privilegiando dunque chi ha deciso di omaggiare la propria storia a partire dal simbolo per eccellenza di ogni squadra. Non abbiamo fatto una classifica, metodo che rispecchia la visione capitalista del mondo; abbiamo invece raggruppato gli stemmi secondo il settore di provenienza. Alcuni club non sono stati inseriti di proposito per evitare ripetizioni, altri sicuramente ci saranno sfuggiti; se volete contribuire (e vi invitiamo caldamente a farlo) scrivete nei commenti quali abbiamo scordato. Chissà che non esca fuori, prima o poi, una vera e propria enciclopedia del calcio operaio.

Minatori
Il rapporto che lega le miniere alla città che vi sorgono attorno è talmente viscerale da risultare quasi incomprensibile per chi non lo conosce direttamente. La miniera è un mostro che fagocita luce, energie e vite, eppure dà quel minimo di sostentamento indispensabile per le famiglie di chi ci lavora ed è per questo protetta e amata, anche se di un amore che si confonde ogni istante con l’odio.
Non c’è dunque da stupirsi se molte delle squadre di città minerarie sfoggiano orgogliosamente i simboli dei minatori, su tutti i celebri martelli incrociati (che, per estensione, rappresentano spesso l’intera working class, specie nel Regno Unito). Alcune, come lo Shakhtar Donetsk, ne hanno rimpicciolito le dimensioni nel corso degli anni, altre invece continuano fieramente ad esibirli in primo piano.
Come fanno i bulgari del PFC Minyor Pernik, club di terza divisione che già dal nome (Minyor significa minatori) rivela chiaramente il mestiere dei suoi fondatori.

Minyor Pernik

I Чуковете (martelli in bulgaro) sono una piccola squadra di una piccola città, Pernik (70.000 abitanti circa), che nel corso del ventesimo secolo ha goduto di una notevole crescita economica grazie alle sue miniere di carbone. Il Minyor ha come miglior risultato un quarto posto nel campionato di prima Divisione del 1936, anche se è famoso soprattutto per la violenza della propria tifoseria, acerrima rivale del Levski Sofia e, più in generale, di tutte le squadre della capitale.

Lo Sport Clube Mineiro Aljustrelense rappresenta una città ancor più piccola, Aljustrel, che conta meno di 10.000 abitanti. Si tratta di una località nota fin dall’epoca romana per le miniere di ferro (Metalum Vispascensis, dal nome latino di Aljustrel, Vipasca): le tavole bronzee di Vipasca, rinvenute tra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, rappresentano una documento eccezionale riguardo alle politiche di sfruttamento minerario dell’Impero.

Sport Clube Mineiro Aljustrelense
Lo stemma dell’Aljustrelense è molto curioso: oltre ai martelli incrociaiti c’è infatti il disegno stilizzato delle ruote di un carrello, strumento indispensabile per il lavoro in miniera. Il club la scorsa stagione ha giocato nel Campeonato Nacional de Seniores, la terza divisione del calcio portoghese, retrocedendo dopo i playout. Nella sua storia non è mai riuscito a conquistare la Seconda Divisione, configurandosi come la tipica squadra umile di un’altrettanto umile città mineraria.

A sfatare questo assunto è il Club de Deportes Cobresal di El Salvador, città cilena costruita alla fine degli anni ’50 per ospitare i lavoratori della miniera di rame aperta dagli statunitensi dell’Anaconda Copper Mining Company. Nel 1971 Allende nazionalizzò il rame e la miniera passò sotto il controllo della cilena Codelco. Il Cobresal venne fondato nel 1979, secondo alcuni su preciso impulso del governo di Pinochet, desideroso di dare una valvola di sfogo ai bellicosi (e sinistrorsi) minatori della zona.

Cobresal

Nel 2015 il club ha vinto il campionato Clausura, secondo trofeo nazionale di rilievo dopo la Copa Chile del 1987. È però a rischio la sua permanenza a El Salvador: anche se la Codelco ha recentemente annunciato di voler proseguire l’estrazione di rame fino al 2021, la chiusura della miniera è un’eventualità sempre presente. E, in quel caso, al Cobresal non resterebbe che emigrare, visto che la cittadina verrebbe abbandonata nel giro di poche settimane.

Veramente affascinante lo stemma del Barnsley F.C., splendido per come sa unire il tradizionale coat of arms ai due esponenti della working class cittadina. Barnsley è infatti nota per le miniere di carbone e l’industria del vetro, rappresentate dai due lavoratori ai lati dell’emblema centrale: a sinistra un soffiatore con la sua canna, a destra un minatore in compagnia dell’inseparabile piccone.Barnsley FCIl Barnsley FC non è un club di primo piano, pur vantando una storia iniziata nel 1887 e caratterizzata dal numero più alto di stagioni trascorse in Seconda Divisione tra tutte le squadre inglesi (76). Nel 1912 i Tykes vinsero la FA Cup, il primo e l’unico trofeo di rilievo nella loro bacheca. Nel 2007/08 furono protagonisti di una fantastica cavalcata ancora in FA Cup, sbattendo fuori Liverpool e Chelsea prima di perdere in semifinale con il Cardiff. Attualmente il Barnsley milita in League One, in attesa di tornare almeno in Championship… o, perché no, in Premier, dove ha fatto la sua ultima apparizione nel 1998. Sarebbe bello vedere il soffiatore di vetro e il minatore del South Yorkshire alle prese con gli sceicchi e gli oligarchi russi.

Pescatori
Grimsby, uno dei porti principali dell’Humberside, è uno dei mercati ittici principali del paese. Il Grimsby Town, ora in Conference Premier in seguito alla crisi finanziaria patita a inizio 2000, è il club più importante della zona, con due semifinali di FA CUP raggiunte, 12 stagioni in massima serie e 49 in Seconda Divisione. Tra i suoi allenatori vanta l’immenso Bill Shankly, mentre sul podio dei giocatori più forti della sua storia, secondo un sondaggio tra i tifosi del 2006, al terzo posto c’è Ivano Bonetti. Bonetti giocò un solo anno con i Mariners, ma entrò subito nel cuore della gente donando la metà della cifra (100.000 sterline) richiesta dalla società americana che deteneva i suoi diritti di immagine al momento del trasferimento, pena l’annullamento del contratto. Il giocatore lasciò Grimsby dopo che il manager Brian Laws, arrabbiato per una sconfitta, gli tirò contro un piatto di ali di pollo fratturandogli uno zigomo.

Grimsby Town

Lo stemma rappresenta chiaramente la vocazione cittadina: un peschereccio sormonta tre pesci rossi, che secondo alcuni (ma non è confermato) richiamerebbero i Tre Leoni inglesi. Curiosità: il Grimsby Town è una delle pochissime squadre ad avere lo stadio di casa in una città diversa dalla sede sociale, la vicina Cleethorpes. Per questo motivo i tifosi bianconeri, con classico humor inglese, sostengono di giocare perennemente in trasferta.

Anche gli scozzesi del Peterhead FC hanno voluto rendere omaggio all’attività principale della loro città, come si vede chiaramente dall’emblema del club.

Peterhead FC

Impossibile dire se il pesce e il pallone siano stati catturati da una rete da pesca, oppure se il primo stia incornando il secondo in una porta da football.
The Blue Toon ha militato fino al 2000 nella Highland League, quindi è stato inserito nel meccanismo della Scottish Football League. Da allora ha vinto un campionato (la League Two del 2013/2014) e raggiunto una finale di coppa, la Scottish Challenge Cup, che disputerà il prossimo 10 aprile contro i Rangers di Glasgow. Se mai vi troverete a parlare di questo club, non dimenticate di sottolineare che Peterhead è la città più a est di tutta la Scozia.

Acciaio
L’acciaio è duro, ma le città dove viene lavorato sono ancora più dure. Alcune di esse sono talmente dure da volerlo mettere in chiaro anche quando giocano a calcio: oggi non c’è trippa per gatti, ragazzi. Oggi giocate contro l’acciaio.

A Scunthorpe, la cosiddetta Industrial Garden Town, c’è il complesso siderurgico più grande d’Inghilterra. E poco altro. Lo Scunthorpe United FC è uno dei principali passatempi per la gente del posto, anche se non ha mai regalato grandi soddisfazioni. Ma di certo nessun avversario va a Glanford Park a fare una scampagnata.

Scunthorpe United

Il pugno chiuso che stringe una trave di metallo non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Il soprannome del club, non proprio a sorpresa, è The Iron, come riporta la scritta sulla trave. Nonostante abbia giocato al massimo in Seconda Divisione, lo Scunthorpe ha avuto tra le sue fila due fuoriclasse assoluti come Ray Clemence e Kevin Keegan. Nel novembre del 2006 il manager Brian Laws (sì, quello del piatto lanciato in faccia a Bonetti) fu esonerato: al suo posto venne nominato allenatore ad interim il fisioterapista Nigel Adkins, che fece tanto bene da guadagnarsi la conferma e condurre alla promozione in Championship la squadra; fu allora che i tifosi idearono un canto divenuto celebre: “Who needs Mourinho, we’ve got our physio“. Oggi Adkins è il manager dello Sheffield United, mentre Laws commenta le partite del Nottingham Forest.

Restiamo in Inghilterra e spostiamoci di poco più di 250 km a sud per arrivare a Braintree, nell’Essex, cittadina di circa 50.000 abitanti. La squadra del posto è il Braintree Town FC, The Iron (guarda un po’ il caso).

Braintree FC

La squadra nacque nel 1898 come Manor Works, squadra aziendale della Crittall Window Company, fabbrica che produce tuttora strutture per finestre in acciaio (furono suoi gli oblò del Titanic). Nel corso degli anni ha cambiato più volte il nome fino ad arrivare a quello attuale, ma non ha mai dimenticato le sue origini operaie, tanto da voler inserire il profilo di un’industria nel proprio stemma. Il Braintree Town ha militato per decenni nelle serie minori inglesi, quali Southern League e Isthmian League, quindi è stato promosso in Conference South (ultimo gradino della Football League) nel 2006. Attualmente passa le sue domeniche sui campi della Conference Premier.

Sestao è una piccola cittadina vicino a Bilbao, nei Paesi Baschi. Non è bella. Non ha monumenti famosi, paesaggi romantici o musei imperdibili. È una città industriale dove si lavora l’acciaio e si costruiscono navi, e i suoi abitanti sono duri come una pressa da altoforno. A Sestao abitano poco più di 30.000 persone. Una volta a settimana, quasi 9.000 di queste vanno a Las Llanas, il vecchio stadio, e sostengono la loro squadra. Una squadra piccola ma che non si è mai piegata alle difficoltà. Il suo motto, Algo más que el orgullo de un pueblo, mostra alla perfezione cosa rappresenti per la città.

Sestao River

Il Sestao Sport Club, dopo una lunga storia e tante soddisfazioni (17 stagioni in Segunda e una promozione in Primera sfiorata nel 1987), scomparve nel 1996, sommerso dai debiti. Ma Sestao è acciaio, è fuoco, è lotta. Lo stesso anno nacque così il Sestao River Club, che ripartì dalla Segunda División de Vizcaya e in breve approdò in Segunda B, la terza serie del calcio spagnolo, dove gioca ancora oggi. In neroverde hanno militato due ex allenatori dell’Athletic Club: José Luis Mendilibar (attuale tecnico dell’Eibar) ed Ernesto Valverde, tuttora sulla panchina dei Leoni.

C’è una città in Scozia che si identificava totalmente con il suo acciaio, un po’ come avviene in Italia con Terni: era Motherwell, in North Lanarkshire, conosciuta anche come Steelopolis (città dell’acciaio). La crisi siderurgica degli anni ’80 ha portato alla chiusura di quasi tutte le acciaierie locali, ma la gente di Motherwell è ancora attaccata a quel passato. Ecco spiegato il significato dello stemma della squadra della città, il Motherwell FC (i cui giocatori sono chiamati Steelmen).

Motherwell FC

In alto gli abeti, alberi tipici della zona; al centro un pallone; in basso il profilo della Motherwell Ravenscraig Steelworks, la più grande acciaieria cittadina, chiusa nel 1992 con dolorosissime conseguenze sociali. Il Well ha vinto un campionato, due Scottish Cup e una Scottish League Cup, anche se gli ultimi successi risalgono a 25 anni fa. Il terzo soprannome della squadra è The Dossers (gli scansafatiche): secondo alcune fonti deriverebbe dai pisolini che gli operai delle acciaierie schiacciavano durante i turni di notte.

Ferrovieri
Nei paesi del Patto di Varsavia, Unione Sovietica in testa, ogni istituzione pubblica aveva una propria squadra di calcio. Le Ferrovie di Stato, chiaramente, non facevano eccezione. Ancora oggi esistono molte società dell’Est che mantengono nel nome Lokomotiv. La più celebre, che non ha bisogno di presentazioni, è il Lokomotiv Mosca. Questo è il suo stemma, altrettanto famoso.

FC Lokomotiv Mosca

Da notare come il Lokomotiv Mosca sia stato l’unico dei cinque grandi club della capitale a non laurearsi campione dell’Unione Sovietica; si è invece aggiudicato due titoli russi nel 2002 e nel 2004.

Tra i vari “scudetti” delle squadre dei ferrovieri è facile notare la sovrabbondanza del ricorso alla ruota alata (presente anche in quello dei moscoviti), mentre sono meno numerosi gli stemmi che utilizzano l’immagine del treno. In quest’ultima categoria, il Lokomotiv Sofia è davvero degno di menzione.

Lokomotiv Sofia

L’idea del movimento è sintetizzata in modo fantastico dalla miniatura presente nel cerchietto al centro dell’emblema del club bulgaro. Che purtroppo ha smesso da poco di correre: dopo quattro titoli e varie partecipazioni europee, nel 2015 il club è fallito e ora milita in quarta serie.

Fondato nel 1907 come Kolozsvári Vasutas Sport Club (Club Sportivo dei Ferrovieri di Kolozsvár), il CFR Cluj è una delle maggiori realtà del calcio rumeno nel nuovo millennio, con tre campionati, tre coppe e varie partecipazioni europee (nel 2012/13 fu eliminato dall’Inter ai sedicesimi di Europa League).

CFR Cluj

Tra i vari allenatori del Cluj ci sono stati tre italiani: Bergodi, Trombetta e Mandorlini; quest’ultimo ha vinto un campionato e una coppa prima di essere esonerato. Gli amanti dei calciatori fuori moda dovrebbero essere grati al Cluj, l’unico club europeo ad aver creduto nelle (enormi, in tutti i sensi) qualità di Cristian “el Ogro” Fabbiani.

Works Team
Le squadre aziendali (in inglese works teams) sono numerose in tutto il mondo, basti pensare a esempi notissimi come PSV (Philips), Bayer Leverkusen, Wolfsburg (Volkswagen), Evian (Danone) o Sochaux (Peugeot).
Alcuni club minori sono andati oltre, inserendo nel loro stemma un riferimento diretto e inequivocabile al marchio di riferimento. Ne abbiamo scelti due, davvero particolari.

Harland Wolff Welders

Fondato nel 1965 dai saldatori dei cantieri navali Harland&Wolff di Belfast, l’Harland & Wolff Welders FC milita nella Championship nordirlandese. I colori del club, il giallo e il nero, furono scelti per ricordare le enormi gru della H&W, una delle quali fa bella mostra di sé al centro dello stemma, proprio sopra il logo dell’azienda. La nave più celebre uscita dai cantieri dell’azienda? Un transatlantico piuttosto conosciuto: l’RMS Titanic.

A un tiro di schioppo da Chester, ma già in territorio gallese, Broughton è un paesino di 6.000 abitanti la cui squadra gioca nella Welsh Premier League. A Broughton tutto ruota intorno alla fabbrica dell’Airbus UK, dunque è piuttosto normale che nello stemma del club (l’Airbus UK Broughton FC) campeggi un aereo della compagnia.

Airbus UK Broughton FC

Il soprannome della squadra è Wingmakers, perché a Broughton vengono realizzate le ali degli Airbus. Due volte secondo in campionato negli ultimi anni, il club sembra pronto a spiccare il volo (ah ah ah) verso la vetta del calcio gallese. Quando gioca in Europa viene rinominato AUK Broughton a causa delle regole UEFA che vietano sponsorizzazioni palesi.

Di tutto un po’
La Bolivia è uno dei paesi sudamericani più ricchi di petrolio. I lavoratori collegati all’industria petrolifera sono numerosi, e vista la passione boliviana per il calcio non è strano imbattersi in vari club fondati dagli operai delle compagnie di estrazione. Il più celebre è indubbiamente il Club Deportivo Oriente Petrolero, nato nel 1955 su iniziativa dei dipendenti della YPFB (Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos).

Oriente Petrolero

Con quattro campionati, una coppa nazionale e diciannove partecipazioni alla Copa Libertadores (miglior risultato i quarti di finale raggiunti nel 1988), i Refineros sono una delle migliori formazioni della Bolivia, anche perché non sono mai retrocessi dalla Prima Divisione (primato che condividono unicamente con il The Strongest). Lo stemma del club omaggia sia la città di Santa Cruz de la Sierra, il cui simbolo sono le due croci rosse, sia le origini “petrolifere” dei primi giocatori. Le quattro stelle dovrebbero rappresentare i quattro titoli boliviani, mentre le undici in alto sono un mistero ancora irrisolto.

R.D. Proletarskaja Kuznica, in italiano Forza Proletaria: impossibile non inserire in questa guida il Torpedo Mosca, nato proprio come Proletarskaja Kuznica nel 1924 grazie all’operato di alcuni sindacalisti. Sei anni più tardi divenne la squadra aziendale dell’Avtomobilnoe Moskovskoe Obščestvo (AMO), una fabbrica di automobili, assumendo il nome attuale nel 1936. Lo stemma del Torpedo è probabilmente uno dei più belli ed eleganti visti fin qui.

FC Torpedo Mosca

E quell’auto, poi… davvero spettacolare. I bianconeri di Mosca sono stati una squadra dal passato glorioso e possono vantare di aver avuto nelle loro fila uno dei più gradi giocatori russi di ogni tempo, il “Pelé Bianco” Ėduard Anatol’evič Strel’cov. A causa di enormi problemi finanziari il nuovo millennio è stato ricco di delusioni, l’ultima della quale recentissima: la scorsa stagione il Torpedo è retrocesso sul campo in seconda divisione, quindi ha perso un’ulteriore categoria a causa dei debiti.

A far compagnia all’Harland & Wolff Welders nella seconda serie nordirlandese c’è il Ballyclare Comrades FC, che meriterebbe una menzione anche solo per quel “compagni” piazzato nel nome. Lo stemma del club è uno dei pochissimi che abbiamo trovato con dei riferimenti precisi al più nobile dei lavori: l’agricoltura.

BallyclareCrest1

Gli elementi fondamentali sono tre: il Six Mile River, un mulino ad acqua e una pianta, simbolo della fertilità dell’area di Ballyclare, coltivata con successo da generazioni. Il club fu fondato nel 1919 dai reduci della Compagnia C del 12th Royal Irish Rifles (quasi tutti provenienti dalla Contea di Antrim), che combatterono sulla Somma e in molte altre sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale: ecco spiegata l’origine di Comrades.

Mladenovac è una città serba sede di molte delle principali aziende del Paese. Lo stemma dell’OFK Mladenovac, la squadra locale, è un chiaro segno della vocazione industriale del posto.

OFK Mladenovac

Il club milita nella terza serie del calcio serbo e, nonostante sia stato fondato nel 1924 in una città economicamente interessante, ha disputato al massimo sette stagioni in Seconda Divisione.

Portland è la capitale statunitense dell’industria del legname. Sullo stemma dei Timbers, il club cittadino che milita nella MLS, troneggia un’ascia che rimanda inequivocabilmente ai moltissimi boscaioli che lavorano in Oregon.

Portland Timbers

I Timbers hanno vinto proprio pochi giorni fa la prima MLS Cup della propria storia, sconfiggendo 2-1 i Columbus Crew. Fino a quel momento erano noti soprattutto per una tifoseria quasi “europea”, molto diversa da quelle tipicamente statunitensi, e per Timber Jim, un simpatico tifoso che seguiva le partite dotato di sega elettrica, pronto a segare un pezzo di un grande tronco dopo ogni gol della squadra (ora Timber Jim è in pensione, al suo posto c’è un certo Timber Joey).

Abbiamo scritto Columbus Crew? Siamo contenti che abbiano perso. In molti pensavano che il loro vecchio stemma avesse un significato sociale, e invece…

Columbus Crew

… invece intendeva simboleggiare la volontà di lavorare duro, come un vero team. Insomma, dei falsi proletari. E pure con un logo (sì, in questo caso possiamo usare tale parolaccia) orrendo.

Arsenal

Questo stemma e la squadra che lo porta sul cuore non hanno bisogno di presentazioni o di un breve riassunto storico. Nonostante a prima vista ci sia ben poco di proletario nell’emblema dei Gunners, non tutti sanno che il cannone simboleggia il Royal Arsenal, fabbrica di armi e munizioni dove lavoravano gli operai che fondarono il Dial Square, oggi conosciuto come Arsenal FC. Non un richiamo bellicoso alla pericolosità della squadra, dunque, ma il segno che nacque grazie ai lavoratori dell’industria militare.

Proseguiamo con una squadra sconosciuta ai più, l’SC Veendam olandese.

SC VeendamIl club si è sciolto per debiti nel 2013 e fino al 2011 aveva esibito un altro stemma, ma per due anni ha potuto orgogliosamente portare in giro questo capolavoro di arte concettuale. La carriola al centro è carica non di mattoni, come si potrebbe pensare al primo sguardo, bensì di blocchi di torba; la zona di Veendam è infatti nota fin dal XVII secolo per la ricchezza di torbiere, vero e proprio simbolo locale. Perfino il Veenkoloniaal Museum ha una sezione dedicata all’estrazione della torba. Il giocatore più celebre della storia dell’SC Veendam è senza dubbio Dick Nanninga, che segnò il gol del momentaneo pareggio nella finale della Coppa del Mondo 1978 tra Olanda e Argentina, poi vinta per 3-1 dai sudamericani ai supplementari.

Ed eccoci arrivati all’ultimo stemma operaio di questa carrellata. All’inizio del pezzo abbiamo specificato di non voler fare classifiche, ma un riconoscimento al Nazilli Belediyespor (Turchia) per l’emblema più assurdo è doveroso. Giudicate voi stessi.

stemma nazilli
Un melograno e dei fichi (il fico, a quanto sembra, è un albero tipico della zona); una fabbrica, anche se la città è famosa sopratutto per l’estrazione di lignite e cordite; ma soprattutto un tizio col fucile in mano che dà il benvenuto nella ridente Nazilli. Della squadra si sa solo che attualmente è dispersa nella terza serie turca, e a giudicare dallo stemma non proprio amichevole forse non è un male.

dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Dicembre 2015 12:28

Fuga da Robben Island: il calcio contro l’apartheid

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Stavamo lì seduti, il sole ci picchiava sulle spalle e ci sentivamo liberi.
(Le ali della libertà)

tratto da http://minutosettantotto.altervista.org

Quando gli esploratori olandesi arrivarono nella baia che in seguito avrebbe ospitato Città del Capo, videro un’isoletta proprio di fronte a loro. Un piccolissimo pezzo di terra di forma circolare dove una colonia di otarie si crogiolava al sole. La chiamarono Robbeneiland, l’Isola delle Foche. E ben presto scoprirono che quell’insieme di rocce a 12 chilometri dalla costa, all’apparenza inutilizzabile, poteva avere la sua utilità.

RobbenIsland

Robbeneiland, “l’isola delle foche”.

Il primo prigioniero politico di Robbeneiland fu Autshumato, un interprete Khoikhoi che Jan van Riebeeck confinò nell’isola nel 1658 insieme ad altri due compagni, Jan Cou and Boubo. All’epoca le prime tensioni tra i colonizzatori e i Khoikhoi iniziavano a farsi sentire e Robbeneiland si rivelò perfetta per spezzare sul nascere i tentativi di ribellione dei nativi… e non solo. Dal 1682, infatti, gli olandesi riservarono il remoto “carcere” sudafricano ai leader dei movimenti di rivolta delle loro colonie nelle Indie Orientali: il primo fu, nel 1682, il Principe di Macassar, anche se il più noto prigioniero asiatico fu Sheikh Madura, che aveva guidato una grande ribellione e fu esiliato nel 1740 nell’Isola delle Foche, dove morì nel 1754.
Il destino di Robbeneiland, o Robben Island dopo le guerre boere e la vittoria inglese, era segnato: da placido rifugio delle otarie a carcere dal quale era quasi impossibile fuggire. Dopo anni di violenze, lacrime e dolore, anche l’isola era divenuta prigioniera di sé stessa. Ma quando tutto sembrava immutabile accadde qualcosa che riuscì a riscattarla. Non fu una rivolta, né uno sconvolgimento politico. Fu un campionato di calcio.

Nel 1961 una considerevole parte di Robben Island fu trasformata in un carcere di massima sicurezza per prigionieri politici. Erano trascorsi tre secoli dalla vicenda di Autshumato, eppure niente era cambiato sulla piatta superficie dell’isola. I colonizzatori ancora rinchiudevano chi osava opporsi alle loro leggi, perfino a quelle più dure e inumane. Perfino all’apartheid.

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Un cartello durante l’apartheid.

A Robben Island erano stati confinati tutti i leader dei movimenti di emancipazione dei neri, Walter Sisulu, Govan Mbeki, Robert Sobukwe… e lui, certo. Nelson Mandela. I prigionieri erano divisi politicamente: il Pan Africanist Congress si era separato nel 1959 dall’African National Congress e i membri dei due partiti stentavano a trovare una linea di azione comune all’interno del carcere. C’era una cosa, però, che riusciva a unirli. Nonostante lavorassero 8 ore al giorno nella cava dell’isola, spaccandosi la schiena e rovinandosi la vista a causa dei riflessi del sole sulle pietre bianchissime, al rientro in prigione molti di loro cercavano di combattere la noia e la solitudine tirando calci a un pallone di stracci nei corridoi tra le celle. Il primo a iniziare fu Anthony Suze, che giocava a football anche fuori e negli anni successivi divenne il centravanti più prolifico dell’isola. Il calcio era il loro unico svago, uno dei pochissimi modi che avevano per sentirsi ancora uomini, uomini liberi. Per i loro aguzzini, triste reiterazione di un copione ben noto, erano terroristi senza nome e senza volto, da identificare solo tramite il numero di matricola.

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Detenuti al lavoro nella prigione.

I prigionieri decisero di avere diritto almeno a poter praticare il calcio. Iniziarono nel dicembre del 1964: ogni sabato uno di loro si presentava alla direzione del carcere chiedendo il permesso di poter giocare. Ogni sabato, il permesso veniva rifiutato e il prigioniero privato del rancio per due giorni. Le richieste continuarono per tre anni, unendo i membri del PAC e dell’ANC come mai prima era successo. E infine, grazie all’aiuto della Croce Rossa e della parlamentare anti-apartheid Helen Suzman, riuscirono a strappare l’autorizzazione.
La prima partita sull’Isola delle Foche si disputò tra Rangers e Bucks un sabato di dicembre del 1967. Probabilmente il direttivo del carcere si aspettava che gli uomini, massacrati dal lavoro nella cava, rinunciassero dopo qualche settimana, invece quel minuscolo spiraglio di libertà fu sufficiente per innescare un processo senza precedenti nella storia.
La biblioteca del carcere non era particolarmente fornita, ma per fortuna dei detenuti conteneva due testi fondamentali: le regole ufficiali del gioco del calcio della FIFA e Soccer Refereeing di Denis Howell, parlamentare laburista britannico e grande fautore dell’uguaglianza dei diritti e dello sport aperto a tutti. In breve, divennero i libri più letti di Robben Island dopo Das Kapital di Karl Marx. Grazie al lavoro incessante sui testi che illustravano le regole del gioco, i detenuti fondarono una vera e propria federazione, la Makana Football Association, così chiamata in onore del famoso guerriero di etnia Xhosa Makana Nxele, morto nel 1819 durante un tentativo di evasione da Robben Island dopo il fallimento di una ribellione contro gli inglesi. La Makana FA si dotò in breve tempo di tutto l’armamentario burocratico richiesto per l’organizzazione di un campionato “vero”: regolamento, fogli per le distinte, documenti societari, direttive per gli arbitri, organigrammi.
Per quattro anni, dal 1969 al 1973, in un campo spelacchiato e pieno di buche (la cui cura era affidata ai prigionieri stessi) si disputarono gli incontri delle tre divisioni in cui era divisa la lega: dalla A, riservata ai giocatori esperti, alla C, aperta a chi non aveva mai praticato il calcio.

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L’unica foto esistente di una partita di calcio a Robben Island. I volti dei giocatori sono stati cancellati perché i prigionieri non potevano avere dignità di esseri umani.

In questo modo molti dei prigionieri politici di Robben Island poterono partecipare, visto che ognuno dei nove club registrati aveva una squadra per divisione. Quasi 300 detenuti scesero in campo ogni stagione. Alcune delle nove “società” avevano nomi tradizionali africani, altre invece scelsero  di omaggiare delle celebri formazioni britanniche: Manong, Gunners, Hotspurs, Black Eagles, Ditshitshidi, Rangers, Dynamo, Bucks, Mphatlalatsane. Le squadre erano rigorosamente divise per etnia e appartenenza politiche; tutte tranne il Manong, che infatti raccolse un tifo trasversale e, grazie alla politica aperta di tesseramento dei giocatori, riuscì a costruire uno squadrone in grado di dominare la divisione A del campionato. Dai documenti ufficiali risulta che il Manong vinse le prime due edizioni ed era in testa a metà torneo nelle altre due, anche se di quest’ultime le classifiche finali non sono sopravvissute alle difficoltà di conservazione nella realtà del carcere.
Dopo il 1973 molti detenuti furono trasferiti o rilasciati e il campionato fu sospeso, visto che diversi dirigenti della MFA avevano lasciato l’isola. La Makana Football Association rimase comunque attiva nell’organizzazione dell’attività calcistica su Robben Island fino al 1991, anno in cui il braccio politico della prigione fu chiuso in seguito all’abolizione dell’apartheid. Nel 2007 la FIFA la nominò membro onorario, unica federazione non rappresentante uno Stato ammessa nel massimo organismo calcistico internazionale.

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Una delle porte del campo di Robben Island.

Seppur durata solo quattro anni, l’esperienza del campionato di Robben Island rappresentò un momento fondamentale nella storia del Sudafrica moderno. Scrivendo referti arbitrali, bollettini ufficiali, ricorsi, regolamenti e classifiche, i dirigenti della MFA imparavano a gestire l’organizzazione di una struttura complessa e affrontavano le problematiche di convivenza sociale e di appianamento delle divergenze che si sarebbero trovati di fronte molti anni più tardi. Tutto ciò mentre uomini di etnie diverse si confrontavano lealmente sul campo da gioco, trovandovi il rispetto e la comprensione dell’altro tra un dribbling, un contrasto e un gol.
“Il calcio salvò molti di noi” ha dichiarato Lizo Sitoto, prigioniero a Robben Island dal 1963 al 1978. “Quando eravamo fuori, a giocare, ci sentivamo liberi, come se fossimo a casa”.
Ma il calcio non si è limitato a questo pur meritevole aspetto. Il calcio, tramite l’operato della Makana Football Association, ha gettato le basi per la costruzione di quel Sudafrica democratico e senza barriere per il quale si erano battuti gli uomini rinchiusi nel carcere dell’isola.
Per rendersene conto basta scorrere le biografie di alcuni dei più celebri prigionieri di Robben Island.
Dickgang Moseneke, che fu uno degli uomini principali della MFA, passò dal regolamento del campionato alle leggi del Sudafrica libero. Oggi è vicepresidente della Corte costituzionale.
In qualità di responsabile dello sport per i prigionieri, Sedick Isaacs portò nell’isola il rugby, l’atletica e il tennis e arrivò perfino a organizzare le Olimpiadi estive di Robben Island. Dopo la liberazione conseguì un dottorato e lavorò come ricercatore nella Medical School dell’Università di Cape Town.
Mosiuoa Lekota in prigione era conosciuto come “Terror” per il suo stile di gioco aggressivo. Il nomignolo gli rimase anche quando divenne Ministro della Difesa, nel giugno del 1999.
Nel comitato organizzatore dei Mondiali sudafricani del 2010 sedeva tra gli altri Tokyo Sexwale, un altro dei giocatori della lega di Robben Island, che fu anche Ministro delle Infrastrutture. Per la FIFA ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario per la lotta al razzismo.
Steve Tshwete era nel comitato organizzativo della federazione. L’esperienza sicuramente gli fu utile quando fu chiamato a dirigere il Ministero dello Sport da Mandela.
Jacob Zuma, uno dei migliori difensori del campionato, fu il capitano dei Rangers. Il carisma e la forza d’animo non gli mancavano di certo, non a caso dal 2009 è il Presidente del Sudafrica.

Dalla sua cella nel braccio B, quello di massima sicurezza, Nelson Mandela osservava le partite attraverso le sbarre di una piccola finestra. Non poteva assistervi di persona, né tantomeno scendere in campo. Quando l’amministrazione carceraria decise di costruire un muro di fronte alla cella, a Mandela rimasero solo i resoconti compilati dopo ogni match per rimanere informato sull’andamento dei tornei.
Il 18 luglio 2007 Pelé, Eto’o, Weah e Gullit calciarono 89 palloni in fondo alle reti da pesca con cui erano state costruite le porte del campo di Robben Island. 89, come gli anni che compiva quel giorno Madiba, al quale 18 anni di Robben Island e 27 totali di carcere non avevano impedito di diventare, nel 1994, il primo Presidente del Sudafrica post-apartheid.

Nelson Mandela Gazing Out Barred Window

Nelson Mandela nella sua vecchia cella di Robben Island.

Per chi volesse approfondire, consigliamo la lettura di Molto più di un gioco di Chuck Korr e Marvin Close.

25 agosto 2015

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Je suis Paris? Il Qatar, l’Isis e l’imbarazzo del calcio

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psg-je-suis-parisMarco Ilaria - tratto da footballspa.gazzetta.it

Francia e Russia hanno bombardato nei giorni scorsi le cisterne di petrolio in Siria, la maggiore fonte di finanziamento dell’Isis che dal contrabbando dell’oro nero incassa almeno 500 milioni di dollari all’anno. Ma c’è un altro tesoretto su cui può contare il Califfato, responsabile della strage di Parigi: quei 40 milioni di dollari (fonte Newsweek) di donazioni provenienti dai Paesi del Golfo. È un tesoretto scomodissimo, politicamente parlando, perché traccia un legame, più o meno diretto, sicuramente ambiguo, tra il terrorismo islamico e quegli Stati che sono allo stesso tempo alleati o partner economici dell’Occidente. Tra essi c’è il Qatar, potenza emergente del calcio: dall’organizzazione del Mondiale 2022 alla proprietà del Paris Saint-Germain, attraverso la famiglia regnante Al Thani, alla maxi-sponsorizzazione delle maglie del Barcellona, con il logo della compagnia aerea di bandiera.
Sono diverse le fonti ad additare il Qatar tra i finanziatori dell’Isis. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel “Country Reports on Terrorism” del 2013, scriveva: “Organizzatori di raccolte fondi per i terroristi basati in Qatar, agendo sia individualmente sia come rappresentanti di gruppi, sono stati un significativo rischio di finanziamento del terrorismo e potrebbero aver appoggiato gruppi terroristici in Paesi come la Siria”. Altre voci autorevoli. David Cohen, sottosegretario Usa al Tesoro per l’intelligence e la lotta al terrorismo: “Collettori di fondi in Qatar raccolgono donazioni per gruppi estremisti in Siria, inclusi Isis e Al Nusra. In Qatar c’è un ambiente permissivo verso il finanziamento del terrorismo”. Gerd Muller, ministro dello Sviluppo tedesco: “Dobbiamo chiederci chi arma e finanzia le truppe dell’Isis. La parola chiave è Qatar”. Richard Dearlove, ex direttore dei servizi segreti inglesi (MI6): “Quanti soldi dall’Arabia Saudita e dal Qatar sono diretti verso l’Isis? Non mi riferisco a fondi governativi ma all’ipotesi che venga chiuso un occhio…”. A fare da contraltare Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese: “Abbiamo fatto fare verifiche precise dai nostri servizi che hanno dimostrato che il Qatar non finanzia il terrorismo islamico”.
Le relazioni dell’Occidente con i Paesi del Golfo sostenitori della causa sunnita (dal conflitto israelo-palestinese alle “primavere arabe” alla Siria) sono un tema scottante. Nel caso del Qatar, in ballo non c’è solo la politica ma anche lo sport, e il calcio in particolare. Perché l’emirato guidato da Tamim bin Hamad Al Thani, nel suo disegno espansionistico, non ha solamente fatto shopping in vari comparti dell’economia (Volkswagen, i grattacieli di Milano, i magazzini Harrods, Valentino, eccetera) ma ha pure investito massicciamente sul pallone, sfruttandone tutte le potenzialità in termini geopolitici e finanziari. 
QSI, braccio sportivo della Qatar Investment Authority (fondo d’investimento sovrano), ha rilevato nel 2011 il Psg portandolo dalla classe media all’élite delle gerarchie europee, se non altro dal punto di vista delle disponibilità economiche: basti pensare alla maxi-sponsorizzazione con Qatar Tourism Authority da 250 milioni a stagione con cui sono stati aggirati i paletti del fair play Uefa. Il Barcellona, che non aveva mai voluto sporcare la propria maglia col logo di uno sponsor, ha accettato per la prima volta di cedere i diritti nel 2011, proprio a un’entità del Qatar: prima il volto benefico, Qatar Foundation, poi quello squisitamente commerciale, Qatar Airways, che versa 32 milioni annui. Ma il caso più clamoroso è quello del Mondiale 2022: Stati Uniti beffati a favore del Qatar, sospetti di tangenti in cambio di voti, il pentolone della corruzione Fifa che si apre e scatena un terremoto politico senza precedenti. Evidentemente, è destino dei qatarioti essere al centro del mirino…

Marco Ilaria

tratto da footballspa.gazzetta.it

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Dicembre 2015 16:52

Bari vs. Livorno 1 a 0. Immeritata sconfitta al San Nicola, complice Pairetto

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tratto da http://www.alelivorno.it

La squadra amaranto si presenta ai blocchi di partenza con Pinsoglio, Lambrughi e Moscati sulle fasce con Ceccherini e Vergara centrali. Centrocampo con Schiavone, Cazzola e Luci. Davanti Jelenic a desra e Fedato a sinistra fanno da supporto a Vantaggiato.

Nella prima mezz’ora sono i labronici ad avere il pallino in mano, con Cazzola che argina bene le avanzate del Bari e Jelenic che mette in affanno la difesa barese. La prima occasione capita al Livorno con Vergara che da due passi spreca malamente spedendo, da solo, alle stelle un cross da destra. Vantaggiato è stretto nella morsa dei centrali baresi e non trova spazi, Fedato gioca a nascondino, ma quando si rende visibile fa vedere quanto può essere pericoloso, specie con un gran tiro da fuori che sfiora il gol. La superiorità numerica del Bari a centrocampo si fa sentire, ma i nostri centrali reggono bene. E’ invece in sofferenza Moscati  a destra che ha di fronte il guizzante De Luca, ma Pinsoglio appare in giornata di grazia.

Da una distrazione dei nostri centrali nasce la seconda occasione del Bari con Maniero che da posizione defilata colpisce l’esterno del palo, con Pinsoglio che comunque pareva ben piazzato.

Un paio di distrazioni difensive di Lambrughi e di Moscati fanno il resto, ma senza grossi pericoli per Pinsoglio. Da segnalare anche che quando arriviamo in prossimità dell’area avversaria, non siamo capaci di fare un cross decente.

Si va al riposo dovendo segnalare l’atteggiamento provocatorio del Sig. Pairetto che dopo 6’ ammonisce Vergara al primo fallo e poco dopo Jelenic, soprassedendo più volte su episodi della stessa “ gravità “ effettuati dai baresi, De Luca e Rosina su tutti, condizionando di fatto il resto della gara..

Solite formazioni nella ripresa, con il Bari che appare più tonico. La partita scorre senza troppi sussulti, sino al 55’ quando Pairetto trova il modo di annullare un regolarissimo gol di Vantaggiato inventandosi un fallo di Fedato che in realtà il fallo lo aveva subito e la palla era già passata.

Dopo qualche minuto l’uomo vestito di giallo si rende ancora protagonista espellendo Vergara per il secondo giallo sanzionatogli per un fallo ai danni di Maniero. In altre piazze si sarebbe gridato allo scandalo, ma noi siamo il Livorno.  Entra Gasbarro per Jelenic, facendoci abbassare notevolmente il baricentro. Il Bari attacca a testa bassa e al 68’ Pairetto si ricorda che possono essere ammoniti anche gli altri. Per mostrare il secondo giallo a Savvas deve però aspettare il terzo fallo intenzionale. Si torna in parità numerica, ma oramai il Livorno si è abbassato e non riesce quasi mai a superare il centrocampo. Il Bari esaltale qualità di Pinsoglio che si guadagna il titolo di migliore in campo, e non solo per le parate, e quando non può nulla, è il palo a salvarci su De Luca, L’ingresso di Biagianti contribuisce ancora di più a schiacciare la squadra nella propria tre quarti. Il Livorno finisce per capitolare  all’88’, quando Maniero punisce l’unica ingenuità di Ceccherini che gli lascia due metri sul dischetto senza pressarlo, consentendogli di girarsi, oltretutto sul suo piede, e di calciare a rete da pochi metri. Colpevoli anche Biagianti e Gasbarro che non sono andati a stringere sul centravanti barese, lasciando Federico in balia di un avversario dal quale sconta parecchi centimetri e chili di stazza.

Perdiamo immeritatamente una gara giocata con lo spirito  giusto nella quale siamo stati penalizzati da una direzione arbitrale non all’altezza  che ci lascia anche molte perplessità sull’approccio iniziale nei nostri confronti.

Mister Panucci non deve rischiare nulla, sia chiaro, la squadra è questa, ma abbiamo dimostrato di potercela giocare anche contro un Bari che ha iniziato il campionato tra le favorite, sia per l’organico, che per la guida tecnica.

Oggi gli rimproveriamo di non aver messo qualcuno ad aiutare Moscati nel primo tempo, quando soffriva molto de Luca, e di aver messo Biagianti facendoci abbassare ancora di più. Inoltre tutti abbiamo avuto l’impressione, , dopo l’ammonizione, che, dato l’arbitro,  Vergara non potesse finire la partita. Fare un cambio non sarebbe stato così insensato.

Avanti Mister, la strada è ancora lunga.

TABELLINO

Bari: Guarna, Sabelli, Rada, Contini, Gemiti, Porcari, Gentsoglou, Valiani, De Luca, Maniero, Rosina. In panchina: Micai, Romizi, Donati, Di Noia, Boateng, Puscas, Di Cesare, Tonucci, Petropulos. All. Nicola

Livorno: Pinsoglio, Moscati, Vergara, Ceccherini, Lambrughi, Luci, Schiavone, Cazzola, Fedato, Jelenic, Vantaggiato. In panchina: Ricci, Gonnelli, Gasbarro, Comi, Calabresi, Biagianti, Palazzi, Bunino, Pasquato. All. Panucci

Arbitro: Pairetto di Nichelino

Rete: 87' Maniero

Note: espulsi Vergara e Gentsoglou

Le pagelle

Pinsoglio: sempre pronto e scattante, evita un passivo che sarebbe stato incongruo all'effettivo andamento della partita. Sono almeno tre gli interventi degni di nota, soprattutto il terzo su Boateng, un guizzo eccellente del portierone amaranto. Voto 7.5

Moscati: il problema della casella di destra della difesa ha tenuto banco in settimana. Moscati è adattato al ruolo e finora qualche problema ce l'ha avuto: oggi pomeriggio è andata abbastanza bene, solo una volta si fa uccellare dal gioco a due tra Valiani e De Luca dando via libera all'esterno barese che impegna Pinsoglio. Voto 6

Ceccherini: peccato per l'episodio finale, in cui si fa aggirare da Maniero che illustra il manuale del perfetto centravanti con un movimento spalle alla porta. La partita l'aveva giocata bene, con decisione e pulizia, però l'ultimo episodio decide e condiziona il giudizio. Voto 5.5

Vergara: vale un po' lo stesso discorso fatto per Ceccherini. Buona gara in tutti i parametri, salvo la seconda ammonizione presa in un modo un po' ingenuo che lascia in svantaggio numerico la squadra. Voto 5.5

Lambrughi: prova molto positiva del veterano amaranto. dalla sua parte non si passa, per gran parte della gara cancella Rosina dal campo costringendolo a non entrare mai in area e a farsi vedere soltanto con pericolosi cross. Tosto e preciso. Voto 7

Luci: ordinato e aggressivo, corre dal primo all'ultimo minuto. La buona prestazione della squadra, almeno dal punto di vista caratteriale, vede in lui uno dei pilastri. Le sue parole nel dopo gara, conoscendolo, fanno capire il clima vissuto in campo nei confronti della prestazione arbitrale ... Voto 6.5

Schiavone: se riesce a sveltire la sua azione, come è accaduto a larghi tratti al San Nicola, mostra ciò di cui è capace. La sua crescita è fondamentale per il rendimento della squadra. Voto 6.5

Cazzola: lavoro sporco, e tanto. Non fa numeri straordinari, e deve comunque migliorare nella qualità della circolazione di palla, ma lega bene con i compagni e dà solidità. Voto 6

Comi (dal 45° st): Panucci lo fa entrare confidando probabilmente in un recupero più lungo, Pairetto ha altre idee e concede solo tre minuti. Che si può fare in tre minuti? Senza voto

Jelenic: bravo sul piano dinamico, volenteroso negli aiuti difensivi. Il problema che sia lui che Fedato, dalla parte opposta, non riescono mai a supportare Vantaggiato girandogli troppo lontano. Sicuramente è un problema di schieramento ma occorre anche adattamento alle situazioni. Comunque qualcosa di buono lo fa, tra le altre cose il cross per la rete di Vantaggiato, ingiustamente annullata dall'arbitro. Voto 6 meno

Biagianti (dal 40° st): l'intento di Panucci è chiaro, fare muro e conservare il risultato. Missione fallita. Senza voto.

Fedato: dei tre davanti è quello che riesce a trovare qualche spazio in più, e cerca di sfruttarlo concludendo a rete più volte. Purtroppo le polveri sono un po' bagnate, non riesce mai a rendersi pericoloso. Esce per ragioni tattiche. Voto 6 meno

Calabresi (dal 20° st): gioca con poca continuità e quindi i meccanismi possono essere poco rodati. Tuttavia se la cava abbastanza bene, anche se non riesce ad aiutare efficacemente Ceccherini a chiudere su Maniero. Voto 5.5

Vantaggiato: la sua solitudine, quando il Livorno gioca con il 4-3-3, è ormai proverbiale. Il problema comunque va risolto, anche urgentemente, perché depotenzia gravemente il Livorno. Nel primo tempo Contini e Rada se lo mangiano e non vede palla. Meglio nella ripresa, dove riesce a massimizzare il risultato arpionando una delle poche palle buone e mettendola dentro, vedendosi la rete annullata. Il suo lo fa sempre, meriterebbe un contesto tattico migliore. Voto 6

Panucci: in settimana ha parlato forte. C'è bisogno di chiarezza: se la società, attraverso i suoi esponenti più autorevoli, ha cambiato l'obiettivo del torneo ha il dovere di dirlo. Sorvoliamo poi su alcune dichiarazioni discutibili del presidente ("..l'ho preso io e ormai  lo tengo per quello che sa fare ..."), tutti aspetti che non contribuiscono al sereno svolgimento del lavoro. I suoi errori li fa, come tutti: ad esempio la sostituzione di Jelenic con Biagianti oggi non ha ottenuto i risultati sperati. Una volta tornati in parità numerica, Panucci ha dato un segnale di timore, probabilmente sarebbe stato più opportuno il segnale inverso. Al momento l'allenatore savonese è al suo posto ma con l'umore ballerino del Commendatore non si sa mai. La squadra non gioca benissimo, da un po' di tempo in qua, e soffre di incertezze tattiche che portano ad esempio all'isolamento di Vantaggiato e quindi a un rendimento inferiore alle possibilità. Con tutto ciò non si possono muovere critiche di fondo, dato l'obiettivo dichiarato all'inizio del campionato: la posizione in classifica è buona, il trend negativo può essere invertito con il lavoro. Non si può, non si deve illudere la tifoseria e la città sulle possibilità di questa squadra: è un cantiere aperto, un interessante miscela di giovani forti e inesperti e di (pochi) elementi esperti di categoria. Raggiungiamo prima possibile i cinquanta punti, e poi ragioniamone. Voto 6

Ivano Pozzi

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Livorno vs. Vicenza 2 a 2. Trentacinque minuti di partita

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tratto da http://www.alelivorno.it

Dopo il minuto di silenzio per i noti fatti francesi, per i primi cinquantacinque minuti la partita è una serie inaudita di sbadigli. Incontro calcistico utile come antagonista dell'insonnia, però al decimo della ripresa il Livorno e la partita si animano.

Panucci si presenta al via con Cazzola a centrocampo e il ritorno di Lambrughi a sinistra, mentre in attacco spicca l'assenza di Pasquato. Come già detto, le due squadre per tutto il primo tempo e per i primi minuti del secondo si preoccupano solamente di non prenderle. Nella prima fazione si registra una girata di Vantaggiato mezza rimpallata da un difensore della squadra denominata negli anni '70 Lanerossi, e una bella punizione veneta con parata plastica di Pinsoglio. Fine dei giochi del primo tempo.

Si va al Riposo.

Al 5° Fedato si vede annullare una rete in fuorigioco, mentre al 9° Jelenic dalla destra confeziona un bel cross per Cazzola che sfrutta la propria potenza fisica e porta gli amaranto in vantaggio 1 a 0. Palla al centro e nemmeno il tempo di abituarsi al vantaggio e i vicentini giungono subito al pareggio, rimessa laterale in attacco, palla scodellata nel mezzo dell'area amaranto e Raizevic piazza la zampata vincente. Pareggio 1 a 1. Passano altri dieci minuti e i veneti passano in vantaggio, tiro di D'elia dal limite che insacca. Siamo 1 a 2. Nubi fosche iniziano ad addensarsi su Christian Panucci, entrano Aramu e Pasquato, ma Daniele Vantaggiato è lì pronto a salvare capra e cavoli. Punizione in attacco, palla che giunge al potente attaccante brindisino che con una girata al volo in mezzo all'area, riporta le sorti dell'incontro in parità. 2 a 2. Passano altri due minuti e il Vicenza rimane in dieci Raizevic, alza un po' troppo il gomito sul viso di Ceccherini e l'arbitro lo manda negli spogliatoi a fare una doccia ristoratrice. Mancano altri 15 minuti, i tifosi amaranto ci credono, ma i minuti scorrono via velocemente, il Livorno non fa valere la superiorità numerica e si chiude sul pareggio. Pazienza.

Partita dai due volti, un Livorno stile bradipo nel primo tempo rivitalizzato dall'ingresso di Pasquato alla mezz'ora del secondo tempo al vantaggio biancorosso. Non si capisce perchè Panucci non abbia utilizzato il terzo cambio, ma d'altra parte il giuoco del calcio ha sempre una visione soggettiva. Resta l'impressione di una squadra che non riesce ad esprimersi al meglio specie in attacco, cross laterali per un unico attaccante, di grandi qualità, che però certo non ha un'altezza da torre, e una corsia destra difensiva sempre troppo ballerina, sarebbe necessario trovare una soluzione definitiva che eviti di subire sempre i gol da quel lato.

Domenica ci aspetta il Bari, sarà un revival con Davide Nicola sulla panchina biancorossa, ma il Livorno deve portare a casa punti, per non finire nel limbo dell'apatia e dell'indifferenza.

Vola Livorno... Vola...

TABELLINO

LIVORNO: Pinsoglio; Moscati, Ceccherini, Vergara, Lambrughi; Luci, Schiavone, Cazzola (dal 23' s.t. Pasquato); Jelenic (dal 23' s.t. Aramu), Vantaggiato, Fedato. All.: Panucci.

VICENZA: Vigorito; Laverone, Sampirisi, Mantovani, D’Elia; Urso, Modic (dal 31' s.t. Sbrissa), Cinelli; Raicevic; Gatto (dal 40' s.t. Pettinari), Giacomelli. All.: Marino.

Arbitro: Maresca (Napoli).

Reti: 9' s.t. Cazzola (L), 11' s.t. Raicevic (V), 20' s.t. D’Elia (V), 27' s.t. Vantaggiato (L)

Ammoniti: Luci (L), Mantovani (V), Ceccherini (L), Cazzola (L), Fedato (L), Pettinari (V), Laverone (V).

Espulsi: Raicevic (V).

Le pagelle

Pinsoglio: sfodera un bel tuffo sula sua destra, nel primo tempo, per deviare una punizione insidiosa di Modic. Questa parata, alla fine , risulterà decisiva per il punto conquistato. Bene il resto, svolto con stile, e nessuna colpa nelle due segnature venete. Voto 6.5

Moscati: difetta in spinta, riesce a salire e scaricare soltanto un paio di volte all'inizio della partita e successivamente solo verso la fine. Anche in fase difensiva è rivedibile, tra l'altro le due reti vicentine arrivano dalla sua parte. Specialmente la prima, da fallo laterale, era da evitare. Deve migliorare ma, almeno dal punto di vista del carattere e dell'impegno, si salva. Voto 5.5

Ceccherini: è tempestivo in alcune occasioni ad evitare conclusioni ravvicinate di avversari. Sta cercando di stabilizzare il suo rendimento su livelli positivi. Voto 6 più

Vergara: commette qualche errore banale negli appoggi ma, nel complesso, non fa male. Voto 6

Lambrughi: fa una bella diga e , nella fase finale della partita, dà un bel contributo spingendo come un forsennato. Voto 6.5

Luci: la disposizione a tre iniziale gli dà qualche momento di libertà in più e potrebbe cercare qualche varco per attaccare. Non riesce a farlo, paradossalmente invece questo succede nella seconda parte della ripresa, quando il Livorno gioca a due in mezzo ma contro una squadra in dieci. Gioca un sacco di palloni,  e nella quantità ci sono anche errori di misura nei passaggi e palloni persi, ma la sua presenza si sente. Voto 6

Schiavone: parte bene ma si adagia sul ritmo soporifero scelto dal Vicenza, non riuscendo mai a cambiare passo. Meglio nella ripresa, con il cambio di modulo, quando passa a fare filtro. Voto 5.5

Cazzola: il migliore del pacchetto centrale, e non soltanto per la rete segnata con grande intuito e prontezza. E' l'unico che cerca di sveltire un po' la manovra, ed è paradossale considerando le sue caratteristiche fisiche, fa schermo e rilancia. Mi ricordo un solo errore, un passaggio orizzontale con conseguente palla persa, non degno di un giocatore con la sua esperienza. Esce per ragioni tattiche, non certo per demerito. Voto 7 meno

Pasquato (dal 22° st): non fa nulla di particolare, salvo soccorrere l'eremita Vantaggiato che infatti si giova moltissimo del suo ingresso. Voto 6

Fedato: sta riprendendo lentamente le penne. Fa un lavoro importante, retrocedendo spesso per aiutare e per procurarsi la palla. Segna all'inizio della ripresa, girando di testa la punizione di Schiavone ma da posizione irregolare, dando comunque il segnale della riscossa amaranto. Una buona prestazione, al Livorno serve come il pane. Voto 6 più

Jelenic: quando riesce a controllare la palla e trovare spazio nella sua fascia intasata sforna dei buoni traversoni, come quello che Cazzola mette in porta con una bella capocciata. Voto 6

Aramu (dal 22° st): non lascia una traccia significativa, solo un po' di dinamismo in più. Senza voto

Vantaggiato: bloccato nella morsa difensiva come un topo in trappola, regala il primo tempo. Nella ripresa il pareggio e poi il vantaggio degli avversari lo svegliano, come una salutare doccia gelata, e si mette a bombardare Vigorito. Viene buono l'ingresso di Pasquato che gli permette di godere di una maggiore libertà. Non si fa pregare a mettere dentro una delle poche palle utili che gli capitano. Voto 6.5

Panucci: a mio avviso tarda un po' a cambiare la disposizione, inserendo Pasquato solo a metà ripresa. S'era capito che Vantaggiato giocava in condizioni impossibili, non riuscendo a trovare mezzo metro, e che era vitale alzare il ritmo. Comunque il punticino è da accettare, la classifica si muove e tutto sommato il risultato è giusto: gli avversari sono apparsi più decisi e dotati di una organizzazione migliore, oltre che molto pronti a sfruttare gli errori difensivi segnando le due reti. A sua discolpa, le moltissime assenze in settimana dovute alle varie convocazioni in Nazionale: del resto, quando prendi giovani bravi, devi aspettartelo. Voto 6 meno

Ivano Pozzi

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