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SPORT

Pro Vercelli vs. Livorno 1 a 0. Indecorosi è un complimento

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Se nelle ultime tre partite il Livorno aveva ben figurato sia sul piano del gioco che su quello dei risultati oggi, il passo indietro è stato palese e indecoroso. Al fischio d'inizio la squadra è la stessa di sabato scorso contro il Modena, però la prestazione è la nemesi di quella di sette giorni or sono.

Nel primo tempo la squadra avversaria, pur inferiori tecnicamente, rispetto alla squadra amaranto, ci surclassa, ha fame di vittoria e lo spirito combattivo ci annichilisce. Mai un tiro livornese nella porta piemontese, mai un azione pericolosa.

Al 37° l'episodio che determinerà il risultato finale della partita, Rimessa vercellese, cross per Mustacchio che di testa indirizza verso la porta amaranto, paratona di Pinsoglio ma la ribattuta di Maicon finisce nella rete amaranto.

Nei restanti 53 minuti, più recupero, la squadra amaranto crea poco, anzi niente, nemmeno l'ingresso di Fedato smuove le cose. Rappresentativa della sterilità amaranto e impietosa, è la statistica dei corner a favore degli amaranto, il primo ed unico all'88°.

Prestazione indecorosa della squadra, poco rispettosa anche nei confronti dei tifosi saliti nell'umido e freddo Piemonte per seguire la squadra. L'unica speranza è che sia trattato solo di un episodio e non l'inizio di un nuovo ciclo di partite oscure, questa volte assenze non ce n'erano a parte quella storica oramai di Valushj, nessuna decisione arbitrali avversa. Sta a Panucci e ai ragazzi ripartire da sabato col Vicenza, evitando, cortesemente, in futuro, certe prestazioni.

Vola Livorno... Vola...

TABELLINO

Pro Vercelli: Pigliacelli; Germano, Coly, Bani, Filippini; Matute, Emmanuello (12' st Luperini), Scavone; Mustacchio (23' st Beltrame), Marchi, Di Roberto (36' st Legati). In panchina: Melgrati, Berra, Redolfi, Gatto, Negro, Beretta. All. Foscarini

Livorno: Pinsoglio; Maicon, Ceccherini, Vergara, Gasbarro; Schiavone, Luci; Aramu (12' st Fedato), Pasquato (23' st Comi), Jelenic; Vantaggiato. In panchina: Ricci, Gonnelli, Moscati, Lambrughi, Calaberesi,Palazzi, Cazzola. All. Panucci

Arbitro: Abbattista di Molfetta

Reti: 35', Maicon (aut.)

Le pagelle

Pinsoglio: ha il merito di tenere acceso il cerino della speranza, facendo un mezzo miracolo al primo minuto della ripresa su Marchi. Prende la rete dopo aver parato il tiro ravvicinato di Mustacchio, e non può far nulla sulla carambola di Maicon. Poi il nulla offensivo dei bianconeri. Voto 6.5
 
Maicon: rinuncia a spingere, per principio, data l'aggressività degli avversari diretti. In ogni caso non fa un gran filtro, del resto la fase difensiva non è ancora all'altezza.  Partita modesta e timorosa. Sfortuna nera in occasione della rete subita. Voto 5
 
Ceccherini: il migliore degli amaranto nel primo tempo, e si conferma nella ripresa. Copre due o tre topiche del compagno di reparto che evitano un risultato insultante. Voto 6.5
 
Vergara: regala il primo tempo, letteralmente. Svagato e approssimativo, fa un deciso passo indietro. Voto 5
 
Gasbarro: sperimenta le stesse difficoltà di Maicon, e in effetti una delle cose che è mancata completamente al Livorno di oggi è appunto l'attività offensiva sulle fasce. A differenza del brasiliano però Gasbarro ci mette attributi e grinta, e sopperisce. Voto 6 meno
 
Schiavone: alla fine il possesso palla risulterà a nostro favore, però senza tradursi in risultati offensivi apprezzabili, anche perché spesso la palla andava dietro a fare torello.  Non sveltisce mai il passo, spesso soffre l'aggressività degli avversari. Partita grigia. Voto 5.5
 
Luci: il capitano si guadagna sempre il pane con il duro lavoro di contenimento e rilancio. Oggi poca lucidità, in generale da parte di tutti. Voto 6 meno
 
Aramu: davanti i palloni arrivano con il contagocce, e quei pochi sporchi. Aramu si dà da fare per andarsele a prendere ma si vede molto poco. Voto 5.5
 
Fedato (dal 12° st): giocando acquisterà il passo necessario ma è evidente, come sostiene lo stesso Panucci, che ancora ne è lontano. Spende la sua abbondante mezzora cercando di entrare in gara, attraverso qualche palla persa di troppo, e ci riesce soltanto negli ultimi dieci minuti quando si fa vedere in avanti, in corrispondenza del tentativo della squadra di raggiungere il pari. Voto 5.5
 
Pasquato: poche tracce di lui nella partita. Un po' di lavoro vicino a Vantaggiato e un discreto tiro rapido ma centrale. Troppo poco, da uno con i suoi mezzi. Voto 5
 
Comi (dal 24° st): apprezzabile il suo lavoro in coppia con Vantaggiato, con il quale scambia un paio di sponde e riesce a dare una parvenza di peso offensivo. Voto 6 meno
 
Jelenic: niente a che vedere con la gara monstre di sabato scorso, ma almeno nel secondo tempo ci si mette di buzzo buono e cerca di penetrare nello schieramento avversario e fare qualcosa di buono. Ci riesce solo negli ultimi minuti e in parte. Voto 6 meno
 
Vantaggiato: bello e corretto il duello con Bani. Troppo isolato per un'ora almeno, poi l'ingresso di Comi lo aiuta a fare qualcosa di più delle sportellate e delle sponde. Prestazione generosa, come sempre, anche se in tono minore dal suo solito. Voto 6
 
Panucci: a fine partita dichiara ciò che tutti hanno visto, cioè che non abbiamo giocato. Non si tratta di sottovalutare la prestazione degli avversari, volitiva e gagliarda, ma di sottolineare che è mancata quasi del tutto la nostra. Il Livorno è sceso in campo con l'atteggiamento del pugile che aspetta l'avversario e quando lo vede arrivare cerca il clinch per non prenderle, dimenticando completamente di avere dei pugni da usare. Palla trattenuta a giocherellare sulla tre quarti fino al momento che gli increduli avversari te la rubano e ti mettono (poco) in difficoltà. Fa rabbia constatare che il Livorno ha perso per una sfortunata carambola sul ginocchio di Maicon, e non ha fatto niente di niente per restituire il cazzotto, se vogliamo anche un po' casuale. L'insufficienza a Panucci non è per il suo lavoro, è uno scappellotto ad un ragazzino che deve crescere. La prossima con il Vicenza sarà durissima. Voto 5
 
Ivano Pozzi
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Ultimo aggiornamento Domenica 08 Novembre 2015 22:07

Il pallone commissariato

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Tra sciopero del tifo e curve commissariate, il prefetto e il governo provano a disegnare i confini di un nuovo modello di tifoso: il cliente dello stadio. Riusciranno le curve a reinvetarsi ed essere all'altezza di questa offensiva?

Emiliano Vaccaro - tratto da http://www.dinamopress.it

Un derby del genere non si era mai visto. Curva Sud e Nord hanno deciso di rompere la vetrina dello spettacolo e disertare la madre di tutte le partite, per protestare contro le misure repressive che investono gli stadi in generale e l'Olimpico in particolare. Si tratta delle ormai famose barriere di divisione (ma non solo) che hanno spacchettato i "settori popolari" dall'inizio della stagione. Barriere imposte dal super prefetto Gabrielli che in questi giorni sta concedendo interviste a profusione col piglio commissariale – al limite della provocazione – tanto caro al governo Renzi.

Il succo è questo: in nome della pubblica sicurezza e della pubblica incolumità, si è deciso di restringere la capienza delle curve e sottoporre i tifosi che le abitano a un rigido controllo. Ma i conti non tornano, fin dalle premesse, visto che i numeri di Gabrielli sono immaginari: in alcune partite, alla luce dei circa 8 mila posti disponibili, le curve si sarebbero riempite indebitamente fino a 12 mila tifosi, roba da campo di concentramento. Fallace anche la ricostruzione storica: lo stadio Olimpico non è teatro di scontri e violenze, al suo interno, da almeno 30 anni, se si escludono alcune scaramucce avvenute in tribuna Tevere in alcuni derby di qualche anno fa e la folle serata del "derby del bambino morto", del febbraio 2004. Gli unici episodi degni di nota sono avvenuti all'esterno dell'impianto, le cui responsabilità portano dritti-dritti dalle parti di via Genova, nelle stanze del questore: nel maggio 2014, l'aggressione nei confronti dei tifosi del Napoli, in cui fu ferito a morte Ciro Esposito; nel 2007, gli scontri a seguito dell'assassinio di Gabriele Sandri.

Se davvero il problema è quello della capienza e della diffusa pratica dello "scavalco" dai settori limitrofi, basterebbe vendere meno biglietti, rimodulare i posti e mettere un po' di steward tra un settore e l'altro. Il punto invece sembra un altro e si evince analizzando le nuove norme relative all'ordine pubblico e le sanzioni, amministrative e penali. Ad oggi ci si può beccare un Daspo (Divieto di accesso a manifestazioni sportive) o rischiare sanzioni semplicemente cambiando il posto assegnato, lanciando un coro, innalzando striscioni (come avvenuto ai tifosi laziali, durante la recente partita di coppa contro il Rosenborg). Il decreto legge 119/14, varato direttamente nelle stanze del ministro dell'interno Alfano prevede un inasprimento radicale della normativa: il divieto potrà essere disposto dal questore (salvo convalida dell'autorità giudiziaria), non solo per i cosiddetti "reati da stadio", ma anche contro tifosi denunciati o condannati per delitti contro l'ordine pubblico. Si prevede anche un "Daspo collettivo" per interi gruppi di tifosi o per illeciti commessi all'estero. In caso di recidiva, poi, la durata minima del Daspo viene portata a cinque anni e quella massima a otto. Ai "daspati" recidivi potrà applicarsi la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, estendendo nei loro confronti una disciplina riservata finora agli indiziati di appartenere a organizzazioni di tipo mafioso o terroristico.

Sulla sanzione-rappresaglia l'avvocato Lorenzo Contucci, noto difensore di tanti tifosi, ha fatto chiarezza pochi giorni fa dai microfoni di una radio romana: "Si tratta più che altro di un annuncio propagandistico. Non si tratta di Daspo collettivo ma dell'utilizzo della fattispecie del concorso nello svolgimento di un reato, già previsto dal nostro codice. È sicuro, comunque, che la carica ideologica di questi provvedimenti ha già portato a un restringimento dei diritti, al limite della costituzionalità". In questo senso vanno alcune recenti sentenze, come quella del gip di Roma, che ha tolto l'obbligo di firma a un tifoso romanista già colpito da Daspo, reo di aver acceso una torcia durante una protesta fuori e lontano dallo stadio Olimpico.

In questo quadro, a Roma, si aggiunge un cambiamento di gestione minuta e pervasiva dell'ordine pubblico nello stadio, inaugurata lo scorso anno. È esperienza frequente dei tifosi di curva, essere sottoposti a perquisizioni minuziose e reiterate, compreso l’obbligo di togliersi le scarpe, come avviene negli aeroporti. Pre-filtraggi all'esterno, tornelli e perquisizioni, una via crucis per entrare alla fine in uno stadio fermo agli anni ‘80, con servizi fatiscenti e spalti scomodi costruiti a 100 metri dal campo.

Il segnale è inequivocabile: dare una dura lezione a ciò che resta del vecchio tifo di curva, dissodare il terreno da anomalie e "resistenze", per affermare un nuovo modello di cliente, anestetizzato, monitorato e fidelizzato al consumo compulsivo. Una sorta di tifoso 3.0, come quello immaginato dal progetto di nuovo stadio di Tor di Valle: un supermercato disciplinato, con una curva a 50 euro a partita, abbonamenti che valgono uno stipendio, a cui si deve sommare il costo del "diritto di prelazione" pluriennale. La campagna di marketing di Pallotta e soci è già partita, nonostante le crescenti riserve politiche e le ipoteche giudiziarie che gravano sul progetto, spacciato per grande occasione di crescita della città. Un progetto che rischia di rappresentare la grande opera, "stile Expo", in cui si misurerà la gestione "efficiente e rigenerativa" di Tronca e soci. Stesso discorso si potrebbe fare per il vecchio progetto (bocciato) di Lotito sulla Tiberina, zona a rischio esondazione, che prevedeva una analoga colata di cemento attorno allo stadio.

E così, mentre la gestione delle curve da "laboratorio sperimentale dell'ordine pubblico" si trasforma compiutamente in commissariamento neoliberista del calcio, le istituzioni del calcio italiano continuano a dare il peggio di sé, tra indegnità morale, subalternità politica, corruzione e fedeltà ai poteri forti.

La vicenda tragi-comica di Carlo Tavecchio, presidente miracolato della Figc, ci ha regalato un altro capitolo illuminate, dopo gli insulti ai giocatori neri e le affermazioni misogine. "Non ho nulla contro ebrei e omosessuali, ma teneteli lontano da me. Come quell'ebreaccio di imprenditore". È stato il Corriere della Sera a pubblicare alcuni passaggi di una lunga chiacchierata avvenuta la scorsa estate tra Tavecchio e il direttore del quotidiano online SoccerLife Massimiliano Giacomini. A dire il vero, lo scandalo sembra un'operazione a orologeria, con l'intervistatore nel ruolo confidenziale che prova a imboccare le risposte. Risposte indegne che, però, arrivano puntuali senza alcun argine, etico o di mero opportunismo politico.

Lo spettacolo seguito non è stato dei migliori. Dal mondo sportivo solo condanne proforma, dissociazioni fuori tempo massimo e la solita giostra dello scaricabarile. Qualche richiesta di dimissioni è giunto da esponenti di Pd e Sel, dall’Arcigay, dalle comunità ebraiche e, soprattutto, da tantissimi tifosi comuni che hanno inviato messaggi alle redazioni dei giornali sportivi e televisivi. Il governo tace o fa finta di niente, come le società, mentre il Coni si nasconde dietro la foglia di fico dell'autonomia politica delle federazioni. In nessun paese europeo un personaggio simile sarebbe rimasto un minuto in più al suo posto. E non si tratta certo di nostalgia passatista nei confronti di un mondo popolato da ben altri personaggi - gli Anconetani, i Rozzi, i Lenzini – di un calcio che non tornerà più (“l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, diceva Pier Paolo Pasolini), ma dello sfondamento di ogni limite etico e politico, funzionale alla riduzione della Figc a un baraccone paralizzato da scontri di potere.

Cosa fare, dunque, in questo scenario sconfortante? Il pallino torna in mano ai tifosi, quelli delle curve in particolare, attesi da una sfida complicata, alla luce soprattutto del tunnel soggettivo, culturale e “politico” in cui si è ficcato il “mondo ultras” dei gruppi organizzati. La bandiera dell’Acab e i rigurgiti identitari, spesso fascisti e razzisti, non hanno scalfito le misure repressive degli ultimi anni che ha decimato i “militanti” delle curve, né costruito consenso e relazioni con il resto dei tifosi, né incrinato minimamente l’affermazione del neo-calcio, con la sua coda velenosa fatta di calendario-spezzatino e dittatura delle pay tv. Qualcosa si muove in Europa, tra l’Inghilterra e la Germania, diverse tifoserie iniziano a organizzarsi contro l’aumento dei prezzi e le speculazioni delle società

Lo stesso sciopero del tifo, se prolungato all’infinito senza obiettivi specifici, mezzi adeguati e soluzioni creative, non farà che anticipare i desideri di Gabrielli e soci, una sorta di eutanasia assistita della passione popolare per come l’abbiamo vissuta fino ad oggi. Serve altro per andare oltre la resistenza e la testimonianza. Per non consegnare, anche lo stadio, alla normalizzazione commissariale del “nuovo” che avanza.

6 novembre 2015

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Questione stadio: “Sennò viene Pomponi…”

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stadio picchi livornoEmpoli, 5 agosto: il Comune ringrazia l’Empoli Fc per aver effettuato i lavori di adeguamento dello stadio Castellani. “I field box a bordo campo, che l'anno scorso solo Empoli o pochi altri stadi avevano, hanno fatto scuola. Per il manto erboso già eravamo uno dei migliori stadi d'Italia, ma l'Empoli si è imbarcato in questa bella impresa di rifare tutto il campo. Il manto erboso esistente è stato rimosso completamente ed è stato rifatto anche l'impianto di irrigazione”. La spesa? 80mila euro tutti a carico della società.

Livorno, 8 agosto: Livorno-Ancona si svolge su un manto erboso “malconcio e giallastro”. Il responsabile della manutenzione spiega: “Una rizollatura mediamente dura al massimo sette anni. Noi siamo arrivati a sedici”. Il budget a disposizione? “10/12 mila euro l’anno”. Tutti a carico del Comune naturalmente, perché la società non mette un centesimo.  

Empoli, 12 agosto: l’Empoli Fc presenta il progetto per il nuovo Castellani: “Uno stadio da mille e una notte, un impianto avveniristico con le tribune a ridosso del campo, supermercato e negozi al proprio interno e totalmente coperto”. Lo stadio, 20mila posti, sarà a impatto zero. Il club investirebbe tra i 10 e gli 11 milioni di euro e si prevedono 80 nuovi posti di lavoro. “Vogliamo regalare questo impianto all'Empoli e a suoi tifosi perché pensiamo che se lo meritino” dice l’a.d. dell’Empoli. Inoltre dal 2020 in serie B saranno ammessi solo stadi senza la pista di atletica, ma siccome il sindaco la pista non vuole perderla, l’Empoli offre altri 500mila euro per realizzarla altrove.

Livorno, 16 luglio: ci risiamo, Spinelli piange di nuovo. “Ho fatto presente a Nogarin che da solo non riesco più ad andare avanti. Ogni anno rimetto 5 milioni. Una cifra iperbolica. Per uno o due milioni potrei pensare di restare, ma così no. Quest'anno ho iscritto la squadra, ma l'anno prossimo non credo di farcela a meno che la città non mi dia una mano, cosa mai successa dal '99 ad oggi. Ho chiesto a Nogarin che si attivi almeno per trovarmi uno sponsor. Se non arriva neanche quello la vita si complica perché non solo non intendo rimettere soldi, ma neanche voglio far soffrire la mia famiglia e mio figlio”. Poveretti. Chissà quanto soffrono la sua famiglia e suo figlio per colpa nostra. Forza, diamogli una mano, sennò se ne va e viene Pomponi…

Nello Gradirà

Articolo pubblicato sul numero 107 (settembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Novembre 2015 00:48

Livorno vs. Trapani 2 a 0. Concreti & vincenti

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tratto da http://www.alelivorno.it

Il Livorno prosegue la striscia positiva che da tre partite lo vede imbattuto, con la porta inviolata. A fine partita la classifica ci sorride e noi tifosi gongoliamo. La squadra amaranto si presenta la via con lo stesso undici di Chiavari tranne che per la presenza di Schiavone in luogo di Cazzola.

L'inizio è spumeggiante dopo soli due minuti, triangolo tra Jelenic e Vantaggiato, palla allo sloveno che tira e coglie il palo, Pasquato raccoglie e insacca, ma l'arbitro annulla per off side. E' una avvisaglia per la squadra siciliana, che si chiude a riccio e si preoccupa unicamente di non subire gol e la quarta sconfitta consecutiva. La partita è ammorbante e scevra di emozioni, fino al 38°, scambio al limite dell'area tra Vantaggiato e Pasquato, il numero 37 scarica per Jelenic, che da due passi non sbaglia. Livorno invantaggio.

Il primo tempo termina e siamo 1 a 0.

Nella seconda frazione il Trapani è immobile, e appare senza idee. il Livorno cerca allora il raddoppio. Un paio di errori della difesa amaranto, mettono a rischio Pinsoglio, ma mai impegnato seriamente. Arriviamo al 68° quandio Fedato rientra dal lungo infortunio, passa un quarto d'ora e l'inesauribile, oggi, Jelenic spara un traversone teso dalla destra per Vantaggiato, che pur più basso di una diecina di centimetri dell'ex Perticone che lo marcava, insacca il raddoppio. Un altra decina di minuti e siamo ai titoli di coda.

Prestazione non eccelsa, ma convincente degli amaranto con un Trapani troppo preoccupato di non subire l'ennesima sconfitta. Impostazione mentale e tattica ottima che ha permesso all'undici labronico di non soffrire troppo e di terminare il ciclo di otto giorni e tre partite, con sette punti a ridosso del secondo posto in classifica e a soli tre punti dalla vetta.

La ritrovata forma di Vantaggiato in attacco, lo sbocciare di Gasparro, Vergara e Schiavone, e la prova odierna di Jelenic, stanno portando punti e continuità agli amaranto. Speriamo che le cose proseguono su questo solco.

A voler trovare il pelo nell'uovo è uno stadio e una tifoseria un po' scarna, i buoni risultati non trovano però un pubblico, almeno numericamente consistente, lo stadio disastrato non aiuta. Gli ultimi risultati e la posizione di classifica meriterebbero una cornice di pubblico più adeguata.

Vola Livorno... Vola...

TABELLINO

LIVORNO: Pinsoglio, Maicon (30'st Cazzola),Ceccherini, Vergara, Gasbarro, Luci, Schiavone, Aramu(11'st Moscati), Pasquato (22'st Fedato), Jelenic, Vantaggiato. A disposizione: Ricci, Gonnelli, Calabresi, Lambrughi, Palazzi, Comi. All. Christian Panucci

TRAPANI: Nicolas, Fazio (32'st De Vita), Perticone, Scognamiglio, Rizzato, Cavagna (18'st Pastore), Ciaramitaro, Eramo, Raffaello, Coronado, Citro. A disposizione: Geria, Fulignati, Pagliarulo,Montalto, Bagatini, Accardi, Daì. All. Serse Cosmi

Arbitro: Ros di Pordenone

Reti: 38'Jelenic, 37'st Vantaggiato

Le pagelle

Pinsoglio: infame il ruolo del portiere. Tutta la partita a raccattare innocui palloni rasoterra o mosce parabole aeree, poi ti trovi a dover scattare in una frazione di secondo sui piedi di un avversario pena subire la rete. Il gigante lo fa, e bene, su Citro evitando un pareggio che  onestamente, visto l'inizio di ripresa arrembante del Trapani, in quel momento ci poteva anche stare. Poi manca una palla su una uscita successiva, a causa di una deviazione che manda la sfera a scheggiare il palo. Nel complesso fa il suo dovere. Voto 6 più

Maicon: spinge parecchio per tutta la partita, pur senza sfornare cross degni di nota. Nel finale di partita commette una leggerezza che potrebbe costare caro: si lascia soffiare la palla sulla linea di fondo, mentre sta controllando che esca, lanciando un attacco pericoloso a Pinsoglio, fortunatamente scongiurato dai compagni. La poca lucidità, unita all'inesperienza, gioca brutti scherzi. Voto 6 di stima

Cazzola (dal 33° st): concretezza e grinta, in quantità industriale. Guarda caso, cinque minuti dopo il suo ingresso il Livorno mette in ghiaccio i tre punti. Voto 6 più

Ceccherini: lavoro ordinario, molto ben sbrigato. Voto 6.5

Vergara: si sta imponendo, il giovane colombiano, per personalità ma anche per caratteristiche tecniche. Lasciando perdere la constatazione che con lui in campo il Livorno non ha più subito retei (può essere anche una coincidenza, ma insomma ...) la cosa più importante da notare è la rapidità con cui si è inserito nel meccanismo difensivo. Molto bravo e tempestivo in ogni situazione. Lo aiuta, e ci aiuta, anche la fortuna, come nell'azione del palo colpito dal Trapani oggi pomeriggio dopo una sua spizzata. Voto 6.5

Gasbarro: partitona del giovane amaranto, insuperabile in fase difensiva e gagliardo nella spinta e nel rilancio dell'azione. Voto 7.5

Luci: reparto centrale in minoranza numerica. Nessuno se n'è accorto, grazie alle sgroppate del Capitano e del sodale Schiavone. Sempre nel vivo del gioco a battagliare, dandole e prendendole. Più dandole, per la verità. Voto 7

Schiavone:  perfettamente in linea col compagno, con il bonus di alcune aperture deliziose. Voto 7 più

Aramu: se riesce a superare la patina di timidezza e di ritegno, come qualcuno che si trova invitato a Palazzo e ha timore di disturbare, e libera i suoi notevoli mezzi tecnici nel palleggio e nell'uno contro uno, farà parlare di sé. Voto 6

Moscati (dal 12° st): rientra dopo la lunga squalifica. Non incoccia bene con il clima di gara tanto che Panucci ripensa alla sua collocazione, spostandolo dietro dopo averlo messo sulla linea delle tre mezze punte. Anche la sua fase difensiva non è un granché. Diamogli una giornata di bonus, e riparliamone. Senza voto.

Pasquato: interpreta bene la sua posizione alle spalle di Vantaggiato per gran parte della partita, cercando di approfittare degli spazi che trova. Nel corso della gara va anche a cercare fortuna a sinistra. Nel complesso una buona prestazione. Voto 6.5

Fedato (dal 24° st): intanto bentornato. Quanto ai venticinque minuti di oggi usiamo lo stesso criterio di Moscati. Fa fatica a entrare veramente in clima-gara, certi errori nei passaggi non sono roba sua. Teniamoci la soddisfazione di rivederlo in campo, e alla prossima. Senza voto.

Jelenic: partita memorabile dello sloveno, di sicuro la sua più bella di sempre in amaranto. Dal primo all'ultimo minuto di gioco a tutto vapore, massacrando il lato sinistro difensivo del Trapani, salta avversari come birilli e regala palloni invitanti e superiorità numerica. Segna la prima rete avviando l'azione e duettando con Vantaggiato e Pasquato, mettendo nel sacco la palla con un tocco docile e preciso. Serve un cioccolatino a Vantaggiato per il sipario definitivo con una veronica che fa venire il capogiro agli avversari. Incontenibile e, se gioca così, inamovibile. Voto 8.5

Vantaggiato: se qualcuno un giorno scriverà un vocabolario del calcio, illustrerà la parola "sacrificio" con la sua foto in maglia amaranto. Come in tutte le belle storie , ottiene il premio ai suoi sforzi pochi minuti prima della fine, volando con le ultime stille di energia ad anticipare il difensore, incocciando di testa il cross perfetto di Jelenic e battendo il portiere. Gara di enorme sostanza. Voto 7.5

Panucci: ormai maneggia la rosa con agio e disinvoltura. Ha vinto la scommessa della difesa "mobile", non beccando reti da tre gare cambiando uno o due elementi per volta. Il dato della porta inviolata da tre turni colpisce: agli statistici stabilire l'ultima volta che è successo. Su questo presupposto è più facile costruire risultati, e il Livorno non rinuncia mai a presentarsi in modo da cercare la rete, giocando in modo offensivo. Gli infortunati stanno mano a mano rientrando, oggi è stato il turno di Fedato. Toccherà anche ad Armandino l'albanese anche se sarà durissima mettere a sedere l'attuale Jelenic. Calma, non è un luogo comune affermare che ci sarà spazio per tutti, e Panucci lo sa. Voto 6.5

Ivano Pozzi

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Andiamo a prenderci lo stadio! L'appello del Cs Lebowski

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lebowski galluChi ha seguito la nostra storia, dal 2004 a oggi, sa che siamo sempre stati riservati. Una scelta istintiva, per proteggere lo spazio di libertà che c’eravamo ritagliati dentro un calcio che stava cambiando a ritmi folli. Se andavi in curva negli anni Duemila era impossibile non maturare la consapevolezza che nel calcio italiano era in corso una battaglia su chi fosse il padrone del gioco. Da una parte trovavi i presidenti, gli sponsor, la FIGC, i governi, i grandi media, le forze dell’ordine. Dall’altra, quei tifosi (soprattutto ultras, ma non solo) che non si rassegnavano alla passività e alla distanza che il nuovo modello imponeva loro in nome del profitto di pochi. I rapporti di forza erano del tutto squilibrati e le cose non sono andate bene. Non basta parlare dei tamburi e dei colori di un tempo. Non è solo l’atmosfera dello stadio a essere cambiata. E’ un intero modo di vivere il rapporto con il calcio che è stato cancellato. I più vecchi di noi si ricordano di quando era possibile suonare a casa del «dottor» Socrates di notte, per chiedere un parere sulla salute del proprio figlio. Si ricordano di quando Baggio entrava in curva Fiesole, si avvicinava al banchino del Collettivo e, quasi con timidezza, chiedeva quanto costava una sciarpa, con già il portafoglio in mano. Per molti di noi, dunque, quanto sta avvenendo oggi è parte di un percorso di vita iniziato tanti anni fa, con le prime confuse sensazioni che a tutto questo bisognasse opporsi. Il Lebowski è stata una tra le tante strade che abbiamo battuto. E’ stata una strada fortunata, se siamo ancora qui. Essendo un tesoro insperato, lo abbiamo custodito gelosamente.

Oggi, dopo più di 10 anni, abbandoniamo per la prima volta la nostra riservatezza. Abbiamo bisogno di fare un appello pubblico e adesso spiegheremo il perché.

Quando nel 2010 abbiamo deciso di fare il Centro Storico Lebowski l’idea era ambiziosa e semplice allo stesso tempo. Il mondo del calcio stava fabbricando un tifoso passivo e distante. Noi siamo andati in direzione opposta: abbiamo fatto una società che era proprietà collettiva dei tifosi. Siamo ripartiti dalla Terza categoria e abbiamo scoperto che il «calcio minore» soffre, in piccolo, degli stessi mali della serie A. I piccoli profitti sostituiscono i grandi business, gli assessori sostituiscono i ministri, i direttori sportivi agiscono per mettersi in tasca magari 1.000 euro al mese, invece che milioni di euro. In questi anni, nel calcio minore toscano, abbiamo portato più spettatori di tutti, più calore di tutti, più spettacolo di tutti. Questo ci sarebbe bastato e avanzato, ma come effetto collaterale abbiamo anche vinto più di tutti. Con un bilancio solido e i pagamenti per le iscrizioni che non hanno mai ritardato di un giorno. Abbiamo perseguito questi risultati in un momento in cui, a causa delle difficoltà economiche sempre più diffuse, le risorse a disposizione del calcio dilettantistico tendono a scomparire, mettendo in ginocchio società storiche, provocando la chiusura di molte scuole calcio e il ridimensionamento delle potenzialità educative e sociali del calcio minore. Siamo così consapevoli di essere un modello per quanto riguarda la sostenibilità economica, la capacità aggregativa, la solidarietà e, proprio grazie a questo, anche per i risultati sportivi. In questi sei anni di esperienza, abbiamo prima sognato e poi maturato diverse idee sui metodi pedagogici con cui portare avanti la nostra scuola calcio (che stiamo aprendo al giardino dei Nidiaci, in san Frediano, un luogo che ci è molto caro) e un settore giovanile, rafforzando il nostro staff tecnico di figure qualificate e in sintonia con l’idea di ripartire dal «gioco di strada». Sognamo uno stadio in cui i campini destinati alla scuola calcio siano lasciati aperti ai bambini anche al di fuori degli orari dell’allenamento, in modo che la continuità dei momenti ludici tra l’allenamento e le interminabili partite con gli amici sia esaltata in massimo grado.

Abbiamo poi rafforzato la nostra convinzione che un’impianto sportivo possa diventare un luogo decisivo nella socialità di un territorio, non solo su scala locale, ma per l’intera area metropolitana, che ci pare ne abbia tanto bisogno. Da questo punto di vista, stiamo studiando dei progetti per trasformare un campo da gioco in un’area in grado di vivere tutta la settimana, allo stesso modo delle cittadelle del consumo in cui vengono riprogettati gli stadi delle grandi squadre, ma in senso esattamente opposto. E allora, nel nostro futuro stadio stiamo disegnando degli spazi per il teatro per l’infanzia, degli spazi di studio postscuola e preallenamento, dei luoghi di incontro estranei alla logica del profitto, qualcosa di simile alle vecchie «case del popolo» e ai circolini di quartiere.

In questi anni abbiamo dimostrato di saper rendere reali i nostri sogni, con poche chiacchiere. E allora, perché stiamo lanciando un appello pubblico?

Perché vogliamo uno stadio in cui far vivere tutto questo, lo abbiamo individuato nell’impianto di San Donnino, nel comune di Campi Bisenzio, e stiamo incontrando la stessa situazione che abbiamo lasciato in serie A: una questione di rapporti di forza squilibrati. Quando si parla di spazi pubblici come gli impianti comunali, in questi anni di sport a Firenze abbiamo misurato come la logica che prevale non sia quella, sbandierata nei proclami istituzionali, di garantire la qualità dei servizi per il territorio. Nella nostra esperienza, abbiamo sempre visto prevalere la logica dei piccoli e grandi interessi privati, dei legami clientelari, degli assessori che assegnavano i campi come feudi privati, del modello «caccia e raccolta», di una politica attenta alle compatibilità e non alla qualità dei progetti.

Il modello «caccia e raccolta» si può descrivere come l’arrivo su uno spazio pubblico dell’«amico dell’amico» di un politico o di qualche potenza economica (spesso banche e società immobiliari), che sfrutta per qualche anno il territorio (affittando i campi), non investe un euro nella manutenzione, non tira su nessun progetto educativo e sportivo rilevante (come invece il bando di concorso prevederebbe) e infine, quando il degrado delle strutture è troppo pronunciato, restituisce il campo alle istituzioni comunali in condizioni drammatiche. Profitti per pochissimi, danni per la comunità.

Noi abbiamo delle armi per opporci a questa logica, in tutte le future faccende che riguarderanno il campo di San Donnino (il cui bando dovrebbe uscire al più tardi a febbraio 2016) come un altro qualsiasi impianto pubblico dell’area metropolitana di Firenze: partecipazione, inchiesta, comunicazione, conflitto. Bisogna andare a mettere il naso con convinzione negli interessi in gioco, ricostruire le reti clientelari, prestare attenzione alla regolarità dei bandi, comunicare con coraggio come stanno le cose, prenderci dei rischi e delle responsabilità.

Quello di San Donnino è il terzo impianto pubblico, in attesa di assegnazione, che frequentiamo nella nostra storia. Con i primi due (Paganelli e Cascine del Riccio) abbiamo assistito a vicende incredibili, grottesche, vergognose. Ora siamo meno ingenui e più determinati a portare la contraddizione fino in fondo. Insomma, siamo «in mezzo ai guai» e in questo momento chiediamo un sostegno a quello che è l’essenza del nostro progetto: la proprietà collettiva della squadra, ciò che ci differenzia. Su Facebook abbiamo migliaia di «LIKE» e di questa cosa siamo contenti, perché è uno strumento di cui ci serviamo per comunicare. Ma se vi riconoscete nel progetto del Lebowski, con una provocazione vi chiediamo di togliere un «LIKE» e di fare una tessera socio, perché c’è bisogno di presenza per far arrivare con chiarezza a «qualcuno» che il «nostro caso» è un po’ particolare. Abbiamo l’obiettivo di raggiungere la quota di 500 soci, che dal punto di vista simbolico costituirebbe una cifra straordinaria per accreditare la nostra partecipazione ai bandi pubblici, fornendo un chiaro esempio delle potenzialità di una proprietà collettiva rispetto ai deserti scenari del calcio di oggi.

In questi giorni, apriremo in riunione – e su internet per chi è lontano – una discussione tra i soci su quale progetto presentare rispetto allo stadio di San Donnino. Sarà uno dei momenti più importanti della nostra storia. Sarà un esempio chiaro di come essere socio del Centro Storico Lebowski voglia dire dire rifiutare la passività dei tifosi-clienti. Di come voglia dire essere militante per un calcio diverso. Se non combattiamo, le cose andranno sempre allo stesso modo.

C.S. Lebowski

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Ottobre 2015 17:03

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