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05/08/67 - 05/08/12: The Piper at The Gates of Dawn

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All movement is accomplished in six stages
And the seventh brings return


Esattamente quarantacinque anni fa, il 5 agosto del 1967 (un anno incredibilmente fecondo), usciva in Inghilterra la prima edizione di uno dei grandi dischi della storia del rock: "The Piper at The Gates of Dawn", LP d'esordio dei Pink Floyd di Roger Keith "Syd" Barrett. Livorno ha voluto per l'occasione omaggiare questo capolavoro intramontabile dando alla rete due cover di grande pregio, come potete leggere nella recensione che abbiamo pubblicato recentemente ("Two Pieces Of Piper" Ufo Club, Livorno): N_Sambo con “Take Up Thy Stethoscope And Walk”  e Le Gorille con la strumentale “Pow R. Toc H.”

Parallelamente Senza Soste ha chiesto ad altri musicisti e musicofili della scena labronica e affine contributi scritti che raccontassero il loro "Piper", per offrire così una lettura collettiva e polifonica (come fatto in precedenza ad esempio con Nevermind dei Nirvana) di questo importante disco. Di seguito quelli che ci sono arrivati. Ancora una volta ringraziamo tutti per la gradita disponibilità e risposta. (red.)

 


Il pifferaio alle porte dell'alba che mi ha stordito tanti anni fa con le sue dolci note imbevute di acido lisergico, storie per bambini e schizofrenia. Continua a stordirmi, oggi, ed io continuo ad amarlo, il pifferaio, e nonostante la puntina del mio giradischi abbia scavato fino al fondo i suoi solchi, continuo a sentirci freschezza ed innovazione, 45 anni dopo la sua uscita. Un disco magico, troppo avanti per l'epoca. Syd Barrett. Armonie e melodie solo sue, uniche, riconoscibili dopo due accordi,custodite gelosamente al suo interno, dove nessuno può coglierne i segreti. Ma forse segreti non ve ne sono, la testa di Barrett ha funzionato solo per pochi anni.

Dopo Piper i solisti “The Madcap Laugh” e “Barrett”, ma non è stata più la stessa cosa. Nessuno è riuscito a fare di meglio nel tempo e nemmeno lui. I Floyd sono cambiati, hanno cambiato il mondo e sono finito nell'olimpo del rock, ma il pifferaio è rimasto solo, se ne è fregato, solo alle porte dell'alba, fatto di LSD a cantare inni ai pianeti. E noi lo ringraziamo per questa gemma fuori dal tempo e dal mondo.

Valerio Casini (Bad Love Experience)

 


floydcredferns290807wAgli Abbey Road Studios di Londra si ripete la magia, si ripete pochi mesi dopo l’altra pietra miliare della musica del ‘900, "Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band" dei Beatles ma questa volta è diverso, la musica è diversa, in tutti i sensi. Questa data sancisce la nascita e l’opera prima dei londinesi Pink Floyd, capitanata dallo psichedelico folle-tto geniale di nome Syd Barrett, un nerboruto e umorale bassista, Roger Waters, un tastierista dal viso celestiale come le sue note, Richard Wright e un batterista paffuto (ancora senza baffi), Nick Mason. Il dado è tratto, il capolavoro è servito; "The Piper At The Gates Of Dawn" signori!

Sono passati 45 anni ma la magia rimane; forse lo spartiacque del rock psichedelico, di sicuro per l’industria musicale del tempo, il manuale delle giovani marmotte psichedeliche, la bibbia dell’ LSD. Il primo pezzo Astronomy Domine è il resoconto di un viaggio stellare intrapreso da Barrett attraverso l’uso dell’LSD, sono gli anni in cui il mito spaziale prende piede nelle canzoni del tempo (Bowie scriverà la sua nel ’69, Space Oddity). Nella seconda traccia, ispirandosi al suo gatto, Syd ci omaggia con Lucifer Sam, dal testo si capisce che il micio ha qualche problema… Si prosegue con Matilda Mother, una favola psichedelica. Flaming e Pow R. Toch H. due trip nel vero senso/nonsenso della parola. Take up thy stethoscope and walk è la prima creatura di Waters e si capisce che il ragazzo farà strada…Si va avanti con Interstellar Overdrive, la mia preferita, sicuramente anche di altri; hanno detto del pezzo, “…la cronaca di un viaggio umano nell'universo…”. Non ho mai capito cosa ci facesse nell’album le cronache del Sig. Grimble Gromble. The Gnome è il pezzo “atipico” di The Piper, quasi uno stornello, un affascinante stornello. Chapter 24, The Scarecrow continuano il viaggio folle del disco. Con Bike si arriva and un minestrone di suoni, un buonissimo minestrone a base di lisergici suoni che rappresentano tutto l’album, quindi una degna chiusura.
Che dire, TPATGOD fa parte di quei dischi che da ragazzino ti aprono un mondo e poi se vuoi lo richiudi, oppure vai avanti nel viaggio in cerca di sensazioni ancora migliori, di suoni più ricercati di nuove visioni. Per me la forza di questo disco concepito dal genio di Barrett con LSD è incredibile per il fatto che si può arrivare ad un “deragliamento dei sensi” anche senza assumere droghe di alcun genere, questo disco è la droga, ti prende per mano e fai un viaggio ad occhi aperti in mondi artificiali e fatati. Sono da sempre un fan dei Pink Floyd quindi forse sarò di parte ma questo insieme a pochi altri dischi come Tommy degli Who e Sgt. Pepper’s per esempio, sono i “must” che tutti gli amanti del rock dovrebbero avere nei lori scaffali. La cosa bella è che ogni volta che lo ascolti è sempre come la prima volta, pelle accapponata e via si inizia il “viaggio”. Vorrei ricordare infine l’incredibile menestrello che ci ha lasciati da poco, Rick Wright, le sue tastiere mi hanno portato in giro per lo spazio con ritorno, voglio pensare che ora suoni in un gruppo “celestiale” con Hendrix alla chitarra, Pastorius al basso, Moon alla batteria e Morrison alla voce. R.I.P sweet Richard.

Andrea C Ferraro

 


Non ricordo esattamente il momento in cui ho posato la mia copia in vinile di "The Piper At The Gates Of Dawn" sul piatto del mio giradischi per la prima volta. Ma la sensazione di ascoltare qualcosa di unico nel suo genere, questo la ricordo. Il passare del tempo non sembra aver intaccato la capacità attrattiva di una musica poliedrica, bizzarra, sarcastica, spietata e allucinata nella quale il blues viene scarnificato fino all' irriconoscibile e i cui brandelli, impastati con dolci acidi, ci vengono offerti come invito ad entrare nell'orbita di un mondo di fiaba grottesca. Già, perchè se nel retroterra musicale dei Pink Floyd troviamo traccia del blues, del beat, del folk fino ad arrivare alla musica celtica e ad alcuni 'barocchismi' teatrali, tra i riferimenti culturali utilizzati per descrivere l'esperienza lisergica trovano posto tanto l'epopea fantascientifica dei viaggi interstellari quanto le ambientazioni di genere fiabesco. Canzoni come Astronomy Domine, Lucifer Sam, Matilda Mother e la lunga esplorazione di Interstellar Overdrive entrano di diritto nell'immaginario musicale di chiunque ne sia venuto in contatto, ibridando il DNA creativo di una innumerevole serie di band e personaggi che devono sicuramente qualcosa a questa pietra miliare del rock psichedelico, unico album dei Pink Floyd di Syd Barrett. In seguito all'uscita del disco, infatti, il leader della band comincia ad accusare un sempre crescente disagio mentale, amplificato dall'uso massiccio di sostanze di vario tipo, che lo porterà nelle sessioni di registrazione del successivo "A Saucerful Of Secrets" ad esercitare semplicemente un ruolo di comprimario affianco a Roger Waters e David Gilmour. Per via dei suoi eccessi, Barrett viene poi allontanato dal gruppo ed inizia così per lui una breve ma significativa carriera solista, le cui testimonianze discografiche negli anni sono diventate quasi oggetto di culto. 'Su di te brilla un diamante folle' canterà Roger Waters appena pochi anni dopo, riferendosi al vecchio amico che ormai si è chiuso nella propria solitudine. Syd Barrett muore nel 2006; il pifferaio ha smesso di suonare da tempo, ma le sue note riecheggiano ancora in un'alba che appare infinita.

Aldo De Sanctis

 


pink-floyd-A distanza di 45 anni, ancora siamo a parlare dei viaggi astronomici e interstellari di Roger Keith "Syd" Barrett, il vero regista di "The Piper at the Gates of Dawn", la cui uscita è datata 5 agosto 1967. Traducibile come "Il Pifferaio alle Porte dell'Alba", il titolo fa riferimento al settimo capitolo del romanzo per ragazzi "Il vento tra i salici" di Kenneth Grahame, libro-cult dell'infanzia di Barrett. In questo romanzo i protagonisti Ratto e Talpa, attratti dalla musica misteriosa suonata da un flauto, incontrano il dio dei boschi Pan.
Sconosciuti fino a pochi mesi prima, il quartetto (Barrett, Waters, Mason, Wright) partecipa ad happening nei locali di Londra: Marquee, Roundhouse, il Tottenham Court Road presto trasformato in UFO. Si fanno notare anche per un incredibile light show alla Essex University, dove coinvolgono il pubblico con la proiezione di immagini, colori, e musica ipnotica. Solo alcuni giorni dopo firmano per la EMI cui segue la registrazione di due 45 giri, "Arnold Layne", la storia di un travestito e "Candy and a Currant Bun", il cui titolo doveva essere "Let's Roll Another One". Era l'11 marzo 67. Il 16 giugno escono "See Emily Play", dedicata ad Emily Kennet, frequentatrice del locale UFO e soprannominata “la ragazza psichedelica”, e "Scarecrow", Spaventapasseri. Quest'ultimo fu anche il primo 45 giri pubblicato in Italia.
A tutto questo segue l'uscita dell'album considerato il primo esempio di musica psichedelica britannica:  10 brani scritti da Barrett ed uno scritto da Waters "Take Up Thy Stethoscope and Walk".

. Incredibili e stravaganti sperimentazioni sonore, splendidi e visionari i contenuti, alla pari dei grandi classici psichedelici - negli stessi giorni e negli stessi Abbey Road Studios i Beatles stanno realizzando Sgt.Pepper e i Pretty Things l'opera psichedelica S.F.Sorrow. In definitiva, un pezzo d'arte obliqua e incerta, che luccica come un diamante dalle mille sfaccettature che illumina un mondo pieno di personaggi e cose, il gatto (di Barrett), gli hobbit, lo spaventapasseri, l'amore, i Ching tutti persi nello spazio lisergico della mente di Syd Barrett. Un album che si libera degli ultimi legami con la seriosità vittoriana e trascina gli inglesi nell'esuberante orgia di amore musica & droga che gia' ha invaso la California.
Ma la popolarità, lo stress della vita on the road e l'uso massiccio di LSD cominciano a minare la salute mentale di Barrett e nel gennaio del 1968 l'amico David Gilmour si unisce alla band per aiutarlo a suonare e cantare dal vivo, in realta' sostituendolo e aprendo di fatto un nuovo capitolo che porterà i Floyd alla stagione dello space rock.
In Italia il disco viene stampato nel 1971 con una diversa copertina, che ritrae i Floyd in formazione davanti ai Kew Gardens di Londra con Gilmour: errore storico, evidentemente. Per l'edizione originale, viceversa, Vic Singh provvide a fotografare e disegnare la copertina dell'album, che sul retro riporta una silhouette della band disegnata dallo stesso Barrett.

Luca Benedetti

 


syd_4Se penso al giorno in cui ascoltai Piper at the gates of dawn per la prima volta, mi viene in mente un caldo pomeriggio estivo passato in camera mia. Me ne stavo seduto ai piedi del letto ad ascoltare attentamente, fissando le casse del mio stereo situate sulla mensola, sopra il computer. Niente cappe di fumo, niente vortici colorati, nessuna pericolosa introspezione psicologica, e, soprattutto, niente LSD sciolto in un bicchiere di plastica. Vuoi perché non era l’estate del ’67 (ahimè), vuoi perché se avessi vissuto a pieno simili anni lisergici, adesso non ricorderei neanche una briciola di quel giorno e non potrei scrivere quest’articolo, apparendo così più rincoglionito che mai. Non avevo mai sentito una musica del genere tantomeno quel tipo di effetti, quei distorti di chitarra, il timbro tagliente del basso a sostegno di organi e sintetizzatori. Ero un bambino che si meraviglia di fronte a un giocattolo nuovo; niente a che vedere con la musica ascoltata fino a quel momento.

Rispetto ai miei coetanei, conobbi il disco con un certo ritardo. Avevo 25 anni, e ricordo che già all’epoca il mio amico Dario - più piccolo di me di qualche anno - me ne parlava con grande entusiasmo. Conoscevo i Pink Floyd e i loro dischi, ma ero partito da “la seconda fase del gruppo”: quella post Barrett. Il mio preferito era Meddle, un disco che suona ancora come un capolavoro, capace di spazzare via in un sol colpo tanti bei dischi di oggi. Ma Piper ha qualcosa di più. Da quei riff dissonanti e i deliri psichedelici, emerge solo un nome: Syd Barrett. Aiutato dagli altri membri del gruppo, Barrett sapeva trasformare un semplice brano in una reale “esperienza”. Le canzoni sono come ombre cinesi proiettate su un muro: vicine e comprensibili solo all’apparenza. In verità possiedono una natura illusoria, magica, come se provenissero da un’altra dimensione. Dopo l’uscita dal gruppo (e anche di testa) di Barrett, i Pink Floyd decisero di abbandonare il sound più hippy dei primi album. Come biasimarli: ora che Syd non c’era più, continuare a battere quella strada con Gilmour alla chitarra significava comporre rischiose variazioni sul tema che non avrebbero permesso un’eventuale crescita artistica del gruppo. Inoltre le nuove intuizioni musicali di Waters stavano prendendo ben altre direzioni.

Piper at the gates of dawn, come del resto tutta la produzione solista di Barrett, possiede una genuinità espressiva, un’atmosfera cupa e insieme spensierata, capace di trascinarci in un trip allucinogeno, fatto di lampi sonori e divertenti filastrocche affini gli originali giochi di parole di Carroll. Vale la pena perdersi in questo disco. Se ascoltato per intero, canzone dopo canzone, si ha la sensazione di uscirne storditi, sconvolti, cambiati. E tutto questo senza neanche aver assunto droghe, il che è un bene per la salute. Già dal titolo, che tradotto in italiano sarebbe “Il pifferaio alle soglie dell’alba”, è facile intuire gli ingredienti di questo disco: libertà compositiva, creatività e sperimentazione psichedelica. Per farsi un’idea, basta ascoltare brani come The Gnome e Bike: l’uno fantasioso e apparentemente ingenuo, l’altro un viaggio irreale, in cui sognanti pianoforti precedono un vortice sonoro, nevrotico e inquietante.

L’album fu registrato nel gennaio del ’67 nello studio di Abbey Road adiacente a quello dei Beatles, in cui, negli stessi giorni, Lennon e McCartney terminavano le sessioni di Sgt. Pepper. Né i Pink Floyd né i Beatles immaginavano che quei due dischi avrebbero radicalmente cambiato la storia del rock. Se quelle pareti potessero parlare, griderebbero: “Io c’ero!”. Noi no. Ma per fortuna abbiamo la possibilità di riascoltarli quando vogliamo. Stupiti dalla loro straordinaria originalità, possiamo solo limitarci a fissare le casse dello stereo con aria inebetita, tormentandoci con una sola domanda: “Come diavolo sono riusciti a fare un disco così?”.

Filippo Infante (Lip Colour Revolution)

 

 


home_left_sydSono pochissime nella storia della musica pop-rock le opere davvero da considerarsi oggettivamente importanti per lo sviluppo della stessa. Una di queste è l'esordio a 33 giri - cosi' si diceva - dei Pink Floyd, ovvero "The Piper at The Gates of Dawn" che usci nell'agosto nel 1967 (anno di grazia per la musica rock). Un disco che se riascoltato a 45 anni di distanza riesce ad essere innovativo, (post)moderno e con soluzioni di arrangiamento e composizione che ancora lasciano a bocca aperta; impossibile, ad esempio, non farsi travolgere dall'incedere di "Astronomy Domine" o dalle ardite soluzioni free che corrispondono a quel capolavoro di (neo)psichedelia che è "Interstellar Overdrive", come è impossibile resitere al ritmo quasi hard rock di "Lucifer Sam" od alla perfetta magia che si crea all'ascolto della magnifica cantilena fantasy "Matilda mother”". Ma tutto il disco è perfetto, non ha sbavature perchè il genio di Barrett domina la scena con il suo stile chitarristico anarchico, slegato che sarà fonte d'ispirazione per tutto il rock futuro - sia esso folk, prog, hard, pop , wave , punk , noise e chi più ne ha più ne metta - , e con la sua composizione sempre articolata e complessa ma mai inutilmente barocca o pomposa. E' impossibile non notare che la forza di questo eccelso debutto è proprio nella follia di Barrett che unisce serietà assoluta a schizzi ironici (The Gnome , Scarecrow) senza cadere in scelte banali o non originali ed anche senza quella magniloquenza stonata di molti lavori successivi dei (non?) Pink Flyod. Chiaramente anche il resto del gruppo è in gran forma, con un Waters che scrive un solo pezzo, "Take up thy stetoscope and walk",  ma che già mette in mostra le doti che lo renderano famosissimo, con un Wright (scomparso da poco) mai più così intrigante e preciso e con un Mason incisivo e che si libera da ogni preconcetto sull'uso della batteria.

Una gemma assoluta insomma questo folgorante esordio, di quelle che ascolto ripetutamente da 30 anni e che assieme al primo album di Barrett "Madcap Laughs" e sopratutto al successivo "Barrett" formano l'assoluta perfezione che sta tra la follia ed il genio. In seguito in Pink Floyd diveranno quella enorme e sovrastimata macchina da soldi che tutti conoscono e che in gioventù ho imparato ad odiare e che solo negli ultimi anni ho in parte rivalutato, che nonostante i concerti enormi, i maiali che volano e gli assolo infiniti di Gilmour, mai riuscirà ad essere così originale e unica.

Federico Frusciante

 


Pink_Floyd_6C’è un aspetto della storia dei Pink Floyd che proprio non mi quadra, non mi va giù e rimane in stand by, quasi in attesa di essere risolto. Si tratta del nome stesso. Di come quest’unione di nomi di bluesmen statunitensi “Pink Anderson e Floyd Council”, nella mente contorta di Syd Barrett calzassero alla perfezione come manifesto di un gruppo che doveva ancora uscire alla ribalta, e di come queste due parole sintetizzassero benissimo i vari aspetti stilistici, sperimentali, sonori e lirici delle canzoni che poi avrebbero composto il primo album "The Piper at The Gates of Dawn”.
L’album in questione è probabilmente uno dei dischi più importanti degli anni 60 anche se questa qualifica è stata pienamente riconosciuta in un senso che definirei “postumo”. Il disco riscosse un certo successo, ma dovevano comunque piazzare un mattone di conferma, vista la sperimentalità e novità del progetto. Era un disco che chiamava in causa una striscia temporale e dei tasselli da riempire di conferme e sorprese.
La repentina ed infelice uscita dalla band del principale compositore e leader Syd Barrett, però costrinse di fatto gli altri membri ad adattarsi a quel tipo di strada (vincente) solcata da Barrett ed a reinventarsi come musicisti e cervelli sperimentali, senza l’aiuto della mente principale dal quale tutto era nato. Questa curiosa situazione avrebbe portato col passare dei mesi alla nascita di uno stile ancora differente, passando da dischi di 6 pezzi (col tipico pezzo che occupava un lato intero dell’album) fino alla vera consacrazione di carattere planetario con “The Dark Side of the Moon”.
Praticamente dal 1967 al 1973 ci sono stati sotto un unico nome 3-4 progetti distinti che partono dalla pura psichedelia british firmata Barrett ed arrivano ad un altro tipo di sperimentazione, stavolta pienamente maturata rispetto ai livelli intermedi, nelle mani di consapevoli Waters, Gilmour, Wright e Mason. In tutto ciò, come dicevo qualcosa non mi torna. Come possono due parole identiche “Pink – Floyd” prendere un colore violaceo, stridulo e sfarfalleggiante se si parla di “The Piper at The Gates of Dawn” ed arricchirsi di una maestosità che regge in piedi il mondo, talmente opposta ai primi propositi ed alle prime direzioni, soltanto sei anni dopo? Sono le stesse due parole. Ma è come se fossero divenute quattro, scritte con due caratteri differenti. In tutto ciò vedo una violenza della natura di due parole che spontaneamente vanno in una direzione e forzatamente si spostano in un’altra che poi sarà quella vincente, per la quale le due parole verranno ricordate.

In conclusione, penso spesso che “The Piper at The Gates of Dawn” sia l’unico vero album di un giovane gruppo folle, cervellotico, ma maledettamente innovativo chiamato Pink Floyd. Un album in cui gli echi tastieristici di Richard Wright tappezzano e completano gli sfondi preparati dalle sferraglianti corde della stratocaster di Barrett e dalla rotondosità dello scuro Rickenbacker di Roger Waters. Le secche e crude pelli della batteria di Nick Mason e la sua unica maniera di stare dentro il pezzo con i piedi puntati, quasi sorvegliasse la situazione dall’alto, si fondono ed emergono quando vogliono in queste atmosfere che vanno dal flebile, al travolgente, al fuori controllo, fino a delle filastrocche puntate ed obbligate dalla aritimcità delle parole.
Un disco che avrebbe acquistato un’importanza forse impossibile da notare nell’immediato quanto a distanza di anni, di fronte ad una domanda semplice che si saranno fatti in molti di fronte ad un’affermaqzione di carattere planetario: “Da dove è cominciato tutto ciò?”

Daniele Catalucci (Virginiana Miller)

 


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