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Suoni labronici: intervista con Alessio Franchini

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franchiniindirefugioReduce dalla trasferta a New York, dove ha presentato in un mini-tour (dal1° all'8 aprile) in vari locali di Manhattan i pezzi del progetto Alessio Franchini e Il circolo dei Baccanali, intervistiamo “a freddo” il talentuoso cantautore e musicista labronico già noto, tra le altre cose, come interprete della musica e della poetica di Jeff Buckley.

Bentornato Alessio, ti sei ripreso?

Fisicamente ancora non molto. Ho ancora un po’ di problemi con il sonno. In realtà, però, ce li ho ogni tanto dei periodi in cui non dormo, magari è solo uno di quelli. Psicologicamente non lo so davvero, magari le prossime domande mi aiutano a risponderti.

Raccontaci del mini-tour e ricordaci i tuoi compagni di viaggio

Parto dal fondo perché ci tengo a citare subito chi era con me. Per galanteria, prima le signore: Valentina Barale (nonché mia neo-moglie) e Tosca Simonti. E poi quei due soggetti indecifrabili che suonano con me: Alessio Macchia al basso e Andrea Spinetti alla batteria, ormai la mia band fissa. I giorni a New York sono stati… irripetibili. E’ difficile racchiuderli in poche parole. Ho avuto il meglio che potessi avere. Nessuna altra volta, se ci dovesse essere, potrà mai essere come questa. Euforia, eccitazione, emozioni, scoperte, riscontri incredibili, entusiasmo, supporto, accoglienza… e anche un bel po’ di rock and roll.

Non è la prima volta che hai suonato "in trasferta internazionale" giusto?

Giusto.

Confronto con le altre esperienze?

Completamente diverse. Diverse le persone, i motivi, le spinte, gli obiettivi. Le mie precedenti uscite “fuori porta” sono state due: a Parigi nel 2008 e sempre a New York lo scorso anno. Due tributi a Jeff Buckley ai quali sono stato invitato. Due esperienze bellissime e intense. La prima perché… era la prima. Lo scorso anno per la situazione in cui mi trovavo: Gary Lucas, Mary Guilbert (madre di Buckley), … persone e posti visti per anni in un nastro. Ma questa volta… questa volta ero io, il mio progetto e la mia musica in quella città dove tutto nasce ma che dall’altro lato rappresenta il confronto più difficile che si possa avere. Questo tour l’ho pensato, l’ho costruito, l’ho cercato e voluto. Ho fatto tutto da me. Solo alla fine del tour mi sono reso conto che quello che cercavo era proprio un confronto diverso, cioè più “puro” e distante degli schemi mentali e di ascolto che ci sono qui da noi. Lì ogni locale ha da tre a cinque gruppi a sera. Si può trovare di tutto e sono abituati ad ascoltare. Basano su questo il loro giudizio, se qualcosa gli piace o no. Non ci sono altri schemi o logiche. Inoltre sono persone che non conoscevamo prima e che non vedremo più in futuro. Per questo mi viene da dire che ogni commento che abbiamo ricevuto era “puro”, è cioè arrivato perché avevano proprio piacere di esprimercelo. 

FranchiniLucasQuesta volta poi presentavi il tuo repertorio in Italiano...

Si. Andare a New York per suonare i miei pezzi in italiano… mi sembrava veramente impossibile. se me lo avessero detto anni fa, non ci avrei scommesso niente. Quando ho avuto la prima data confermata da un locale (il primo è stato il Bowery Poetry a fine novembre) non ci potevo davvero credere. Era tarda notte e saltavo come un pazzo per casa. E’ stata una grande soddisfazione, già era bello avere la possibilità di poterci pensare concretamente di andare a suonare a New York. Dopo ho cercato di tenere i piedi per terra fino al momento della partenza, perché… non si sa mai. La mattina presto del 1 aprile, però, quando siamo saliti in macchina per andare a Nizza a prendere l’aereo… non ci poteva fermare più nessuno: stava succedendo davvero.

Come è stata l'accoglienza e come ha risposto il pubblico?

L’accoglienza è stata bellissima. Pensa che ho la foto con il ragazzo che mi ha stampato i CD (ho fatto stampare là i CD da vendere ai locali come merchandising) perché aveva ascoltato i pezzi e gli erano piaciuti moltissimo. Ci diceva “it’s very impressive, it’s very impressive!!”. I locali di New York sono macchine da guerra. Quasi tutti avevano 5 gruppi a sera, uno ogni ora. il set era uguale per tutti: 45 minuti di musica e 15 di cambio palco. Backline stabile nel locale (fusti, ampli): in un quarto d’ora ti sistemano e parti. I riscontri e commenti di chi ci ha ascoltato sono stati veramente positivi. Una cosa che non mi aspettavo e che sembra strano a dirsi, è che anche lì c’è meno gente che va a sentire la musica dal vivo rispetto a 15-20 anni fa, almeno così ci hanno detto i locali. Inoltre con facebook e iphone, i ragazzi si organizzano e si spostano in tempo reale. Quindi si vedono sale che si riempiono e si vuotano da un’ora all’altra. La promozione che ho potuto fare da qui chiaramente è stata limitata, comunque eravamo inseriti in tutti i magazine e i siti degli aventi di Manhattan e del Lower East Side. Onestamente, non abbiamo mai avuto locali pieni zeppi di gente, a volte di più a volte di meno. Però, come ti stavo accennando, abbiamo avuto molti apprezzamenti. Molto spesso abbiamo avuto anche commenti su ognuno di noi tre, che ci facevano capire che ci avevano veramente ascoltato. Una cosa di cui sono stato veramente contento è che il commento più frequente è stato che il sound è originale, è piaciuto il fatto del rock in acustico. Essere originali a New York, per me, è tanto.

circolobaccanaliChe differenza c'è tra suonare in Italia ed all'estero? C'è un differente approccio?

Decisamente si. non tanto sulla quantità, ma sulla qualità. La gente che va a sentire la musica dal vivo, lì, vuole divertirsi e partecipare: vuole fare parte della serata, interagendo e relazionandosi con chi sta suonando. Questo è valso anche per un gruppo come noi che nessuno conosceva e che si presentava e comunicava con parole che non capivano. In realtà è proprio giusto perché diventa una situazione che si autoalimenta: più il pubblico partecipa e interagisce, più chi suona da tutto quello che ha, cosa che ritorna al pubblico che apprezza e si entusiasma.  Qui da noi sembra che nei locali le persone ce le abbiamo portate a forza e un po’ sembra che si vergongnino di essere lì, di applaudire, avvicinarsi al palco… Spesso sembra anche che non ci sia la voglia dare soddisfazione, come se fosse una cosa ridicola entusiasmarsi. Sto ovviamente parlando di situazioni underground. E’ ovvio che i gruppi noti,come ad esempio i Marta sui Tubi, non ha queste situazioni. Anche se anche loro, nei tour dei primi due album hanno avuto moltissime serate con pochissime persone e molto distaccate. Ne sono certo perché a volte c’ero (come al Cage quando era ancora a Stagno, eravamo in meno di 20 spettatori) e poi perché sono loro stessi a dirlo.

Approfittiamo per tornare sul tuo, o meglio, sul vostro progetto e sul vostro disco "Alcune cose che ho da dire". Spiegaci il titolo.. cos'ha da dire ed a chi Alessio Franchini?

Il titolo del promo, in realtà, vuole far passare il messaggio che quella registrazione è un punto di partenza, è una bozza ancestrale di un qualcosa che verrà. Sono infatti “alcune” delle cose che ho da dire. Nel senso che ce ne sono anche altre, molte altre che vorrei affrontare e che vorrei inserire in un lavoro più ampio e completo, un CD insomma.

fuoridallArlenesGroceryDal vostro EP avete estratto anche un "singolo" Riflettere.. un invito, un'esortazione?

Si, sicuramente. E’ una canzone che nasce dalla situazione socio-politica che avevamo fino a qualche mese fa. Sono sempre stato convinto che sarebbe diventata presto fuori tema, non appena fosse cambiata la situazione politica. In realtà la situazione è cambiata, ma resta sempre molto attuale. Le persone non pensano con le loro teste. Si lasciano prendere e si imbevono passivamente dei messaggi trasmessi dai principali media. E quindi si perdono e si spengono senza nessun confronto con altre fonti, senza più ricerca. Questa è un argomento molto presente anche in altri miei testi.  In altri brani cerco di affrontare cose più mie, più intime e personali.

Come ed in che forme la musica può contribuire ad un risveglio generale?

Sicuramente il rock acustico alternativo sarebbe il modo più adatto per dare questo risveglio e tutte le più importanti etichette dovrebbero scritturare e promuovere!! A parte gli scherzi, purtroppo su questo argomento non sono così ottimista. Nel senso che, come molte altre cose ormai, anche la musica viene molto vissuta con una logica usa e getta. C’è la singola canzone da scaricare e non più l’album. La canzone che deve divertire, in superficie, senza troppo impegno e che dopo due ascolti sia da buttare. cosìcché ne possa arrivare un’altra, magari cantata dal vincitore dell’anno del talent show, a costo zero e già conosciuto. Vedo il mercato della musica molto allineato a quello delle banche: le etichette speculano su prodotti già venduti, come i vincitori dei talent show, che costano poco sia di cachet che anche di promozione, proprio perché si vendono da soli. La Deutsche Bank ha venduto i nostri titoli di stato quando era più conveniente per lei, mettendo in ginocchio senza nessuno scrupolo (!!!) un intero popolo, persone vere, che cercano di vivere la loro vita andando a lavorare. Non vedo grossa differenza tra le due situazioni. nel senso che alle etichette non interessa aumentare la qualità della musica, perché richiederebbe costi maggiori per venderla, come alle banche non interessa più aumentare il benessere della società. E’ più facile speculare senza pensare alla qualità e al bene che la gente potrebbe trarne dalla buona musica. Di musica che potrebbe contribuire ad un risveglio generale ce n’è e credo non poca. Questa però non può niente se non gli viene data la possibilità di venire fuori ed essere ascoltata. Internet è una fantasia a cui è facile e bello credere ma in realtà non esiste come strumento. i contatti internet di piccole-medie etichette, agenzie, management sono talmente saturi che loro per lavorare continuano a fare come hanno sempre fatto, cioè per conoscenza. Ecco che chi suona ha delle possibilità di poter fare qualcosa solo se riesce ad agganciare uno che conosce un altro che potrebbe essere ascoltato da tizio della tal etichetta.

A proposito di crisi e risvegli.. passiamo a Livorno: hai letto il recente articolo di Repubblica sulla scena musicale e culturale labronica? Qual è il tuo punto di vista sulla situazione, cosa c'è di buono, cosa si potrebbe fare di più?

Si, l’ho letto e mi ha fatto un pò incazzare. Sono d’accordo su alcuni concetti generali, come quello espresso da Emanuele Rossi, anche se li intendo con una declinazione differente. Sicuramente c’è molto fermento in questi ultimi tempi, anche attraverso altri gruppi non citati. Questo è bello, positivo e mi fa molto piacere. Quello che io non noto a Livorno, però (e non solo io visti i molti post che spesso spuntano su facebook), è la coesione e la condivisione tra i gruppi e i musicisti. La situazione reale che secondo me c’è a Livorno è proprio opposta. Cioè è raro trovare musicisti a vedere i concerti dei “colleghi”. Quanti musicisti livornesi c’erano a vedere Marina con la band al refugio qualche tempo fa? Dov’è la fiumana di musicisti livornesi ai concerti di bravissimi musicisti come Marco Fontana o Andy Paoli se non fanno jam session? Ma ti potrei dire la stessa cosa per i primi concerti di Bob Luti quando era appena tornato o dai Bimbo. Ma ci sono anche molti altri esempi. Quello che mi fa incazzare è che se escono articoli così malgrado la situazione, figurati se ci fosse davvero massima coesione. Ci guadagneremmo tutti perché ne uscirebbero molti di più di articoli e parlerebbero di tutti. Ne abbiamo parlato molte volte. Quindi io purtroppo quello che mi sento di dire è questo. Ma forse è solo perché non sono mai passato o non mi è mai capitato di gravitare intorno allo studio degli Appaloosa. Però da Ruby Struby c’andavo, anzi stava nel mio palazzo!! Cosa potremmo fare? prendere un locale, farci suonare i gruppi, metterci d’accordo che i musicisti vadano lì a passare le serate… e saremmo tutti contenti. Avremmo sempre da suonare e musica dal vivo da sentire.  

 Quali gruppi e realtà di Livorno preferisci e/o apprezzi? con chi ti piacerebbe collaborare o sperimentare qualcosa?

Gruppi e musicisti che mi piacciono sono molti. I Loungerie, Andy Paoli, i Virginiana, i Tres (anche se non ho ancora il CD…acc), Bad Love ExperienceBimbo ma anche molti altri. Apprezzo anche molto il lavoro e lo spirito di persone come Pietro Contorno, per tutte le cose che è riuscito a realizzare e che ha sempre voglia di produrre qui a Livorno. Ha dato la possibilità a molte persone di emergere o di potersi esibire anche in palchi importanti come il Gran Guardia.
Oltre a quella che ho con Andy Paoli su vari fronti, sarebbe sicuramente interessante collaborare con gruppi come i Virginiana o i Bimbo, perché si rivolgono allo stesso tipo di ascoltatore a cui mi rivolgo io. Mi farebbe piacere sviluppare un progetto, ho anche in mente come, concentrato sul cantautorato italiano. Sarebbe anche una buona leva per poter promuovere i nostri progetti.
Guardando ai prossimi mesi, però, quello su cui sto lavorando e che vorrei realizzare sono vari progetti: un altro mini-tour fuori porta, magari di nuovo a Parigi, in autunno; vorrei anche far suonare qui in Italia Gary Lucas, musicista immenso con cui ho avuto l’onore di poter risuonare durante il mini-tour a Manhattan.
Ma soprattutto quello a cui sto pensando è far uscire il mio primo vero disco. Sto pensando di andare in studio a fine anno. Quello che spero è di poter trovare nel frattempo, o con il master pronto, un’etichetta o comunque qualcuno con cui poter uscire e poter pensare a un percorso.

P.S. Prima di salutarti, ti voglio ringraziare per questa intervista e vorrei fare un saluto e un in bocca al lupo particolare a Andrea (Spinetti), il mio batterista, che sarà tra pochi giorni a Roma in Piazza San Giovanni sul palco del Concerto del Primo Maggio con un altro suo gruppo, Mama Marjas e Michelangelo Buonarroti. Ciao!

 

intervista a cura di Lucio Baoprati


 

Per info e contatti su Alessio Franchini

http://www.alessiofranchini.it

http://www.myspace.com/alessiofranchini

http://www.facebook.com/alessiofranchini.rnr

 


 

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