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Derby di Mostar: il ponte che divide

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mostar ponte derbySecondo alcuni è il derby più politico del mondo. Perfino più di quello di Glasgow. Quel che è certo è che il calcio, nel derby di Mostar, sembra essere solo un utile accessorio per rivendicare identità, religioni e status sociali differenti, far riaffiorare odi mai sopiti, vendicarsi dei torti subiti nel recente conflitto.

Mostar, capoluogo dell’Erzegovina a sua volta regione della Bosnia ed Erzegovina, non è una città qualunque. Tanto per cominciare è una città divisa. Non ha muri come Gerusalemme, Belfast o Nicosia ma ha un ponte. Un bellissimo ponte, il “ponte vecchio” (lo Stari Most), con le torri sulle due rive chiamate i “custodi del ponte” (mostari) che unitamente all’area circostante è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’umanità nel 2005. Il ponte ottomano del XVI secolo che attraversa il fiume Narenta, oltre ad essere il simbolo della città, lo è anche del tremendo conflitto che ha insanguinato la Bosnia negli anni ’90. Danneggiato già nel 1992 dai bombardamenti dei serbi, venne distrutto il 9 novembre 1993 dalle forze secessioniste croate che combattevano contro quelle governative bosniache. Il ponte, infatti, veniva visto come un simbolo della cultura e della comunità bosniaca. “Un atto cosciente da parte degli autori - dirà il Tribunale dell’Aja - che miravano a distruggere l'identità culturale attraverso la distruzione materiale e l’avvilimento della popolazione. Ricostruito sotto l’egida dell’Unesco, le sue 1.088 pietre sono state lavorate secondo le tecniche medievali. Riaperto il 22 luglio 2004, lo Stari Most viene celebrato come simbolo di riconciliazione tra le comunità cristiane e musulmane dopo gli orrori della guerra.

La guerra
Quando nel 1992 la Bosnia ed Erzegovina, in seguito ad un referendum popolare, dichiarò l'indipendenza, la città venne bombardata e assediata dalle truppe serbe e montenegrine per 9 mesi. Stupri e distruzioni di massa a cui pose fine l’unione tra i croati d’Erzegovina e i bosniaci musulmani. Un’alleanza che servì soltanto a cambiare gli attori del conflitto: cacciati i serbi, croati bosniaci e bosniaci musulmani cominciarono una lunga e cruenta lotta per il controllo di Mostar. I croati bombardarono senza tregua il quartiere musulmano, riducendolo in gran parte in rovina, comprese numerose moschee e case del periodo ottomano, e crearono dei campi di concentramento per i musulmani. Successivamente lo stesso fecero i musulmani per i croati. Il cessate il fuoco fu firmato il 25 febbraio 1994. La città rimase divisa tra croati e bosniaci, e solo nel 1996 fu ristabilita la libera circolazione da una parte all'altra della città.

La città
L’ultimo censimento, datato 1991, ci offre una Mostar multietnica con un 34% di popolazione croata (cristiana), altrettanti bosgnacchi (i bosniaci musulmani) e un 18% di serbi (ortodossi). Dopo il conflitto i numeri sono cambiati: i serbi sono stati cacciati e i croati, molti dei quali provenienti da altre zone della Bosnia ed Erzegovina, sono diventati maggioranza assoluta. Ed è cambiata soprattutto la popolazione: quella prebellica, dopo gli orrori della guerra, è scappata. Principalmente nei paesi scandinavi ma anche in Croazia e in Serbia e Mostar, oggi, è a tutti gli effetti due città in una in cui tutti i servizi comunali sono doppi: due poste centrali, due stazioni centrali, due sistemi educativi, due università, due fornitori d’acqua, due imprese comunali per la pulizia pubblica, due corpi di vigili del fuoco. Su una sponda del fiume c’è la Mostar croata, ben tenuta, con pochi segni della guerra. Sull’altra quella bosgnacca, che durante la guerra fu quasi rasa al suolo. Là furono uccisi nel 1994 da una granata croata i tre giornalisti italiani Ota, D’Angelo e Luchetta mentre stavano facendo un servizio sui bambini di Mostar. Secondo un’indagine, l’80% dei giovani croati di Mostar non ha mai visto né attraversato il Ponte Vecchio. Per loro, con l’abbattimento del ponte, “è sparito dai Balcani l’ultimo turco”, come scriveva all’epoca dei fatti la stampa croata. I croati e i bosgnacchi delle due Mostar non vivono insieme o gli uni accanto agli altri ma piuttosto gli uni contro gli altri. Se s’incontrano, passano senza guardarsi o rivolgersi una parola.

Il calcio
Insomma, se lo Stari Grad dovrebbe unire quel che il Narenta divide, il calcio ne ribadisce la separazione e l’opposizione. Le due comunità hanno la propria squadra di calcio. I croati hanno lo Zrinjski, i bosgnacchi il Velez. Ma durante i derby il calcio è solo un utile accessorio. Non vi è rivalità ma odio allo stato puro. Accoltellamenti, bastonate e auto danneggiate sono la norma. E, come se non bastasse, l’odio reciproco è acuito da altri tre fattori. Il primo è lo stadio Bijeli Brijeg: costruito nel 1971, durante i tempi jugoslavi era il campo del Velez. Ma trovandosi nella parte occidentale è stato “espropriato” dallo Zrinjski. A poco sono valse le rimostranze del Velez, il cui ritorno al vecchio stadio continua ad essere negato per ragioni politiche e di sicurezza. Il secondo è la lunga e forzata inattività (dal 1945 al 1992) imposta allo Zrinjski dopo la Seconda Guerra Mondiale dal nuovo governo comunista che vietò qualsiasi nome, simbolo o associazione che rimandasse a realtà locali. Il terzo è di natura sociale e politica. Di estrazione borghese lo Zrinjski, popolare il Velez. Fascisti gli ultrà del club croato (gli “Ultras”), comunisti gli altri (la “Red Army”) e filo-jugoslavi. Lo Zrinjski in poco tempo diventa la squadra più importante della città e pure la più seguita confinando il Velez ai margini. Velez che, come ricorda il palmarès, era una delle élites del calcio jugoslavo: due coppe nazionali, tre secondi posti, tre terzi posti e un quarto di finale di Coppa Uefa. Lo Zrinjski si è ormai stabilizzato nelle parti medio-alte del campionato bosniaco, mentre il Velez fa l’altalena tra la prima e la seconda serie.Non è un caso che proprio la parte croata, quella ovest, patria del nazionalismo e dello Bijeli Brijeg (la collina bianca) sia quella benestante mentre quella musulmana altro non è che un vero e proprio ghetto. Zrinjski-Velez è tutto fuorché una semplice partita di calcio.

Nella foto: Mostar, luglio 2014, "occupazione" notturna del ponte vecchio da parte della Red Army del Velez.

Tito Sommartino

Pubblicato sul numero 106 dell'edizione cartacea di Senza Soste (luglio-agosto 2015)

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