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San Sebastian capitale europea della censura: censurati quadri fatti da carcerati Eta

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Il governo basco censura alcuni quadri fatti da carcerati di Eta in una esposizione di donostia capitale europea 2016. La mostra si inaugura ma le opere sono coperte. Polemiche politiche in una spagna dai conflitti irrisolti

san sebastian censuraSan Sebastian, capitale europea della cultura per il 2016, è stata ribattezzata Capitale europea della censura. E’ successo all’indomani della decisione del direttore della fondazione “San Sebastian capitale europea della cultura 2016”, Pablo Berástegui, di eliminare dalla mostra alcune opere fatte da carcerati. Il motivo della censura preventiva, ha dichiarato lo stesso direttore, non ha riguardato il contenuto delle opere, bensì gli autori, prigionieri ex appartenenti ad ETA, che avrebbero potuto offendere i familiari delle vittime. Dello stesso avviso il rappresentante culturale del governo basco, il socialista Denis Itxaso. I curatori però, contrariamente a quanto accade solitamente, non se la sono sentita di eliminare le opere in silenzio ed hanno preferito rendere visibile questa scelta imposta dalle autorità, coprendo le opere con l’aggiunta di un cartello dove si legge, in castigliano e in basco: opera censurata.

Da quando la notizia è stata battuta dai giornali locali e nazionali, la polemica è divampata. La mostra ha avuto una impennata di visitatori e certamente la vicenda continuerà a tenere banco tra le diverse anime della società basca e spagnola. Artisti, intellettuali, esponenti della sinistra, semplici cittadini hanno condannato con fermezza la censura imposta, facendo notare che in Spagna esistono ancora statue e monumenti che ricordano il dittatore fascista, Franco. Dall’altra, esponenti socialisti e popolari, che vanno a caccia di consensi tra i moderati, paladini di una censura senza senso .

Al centro del progetto “Sin Lugares Sin Tiempo: Notas Sobre la Reclusion" di cui la mostra è la parte conclusiva, sviluppa una riflessione a tutto campo sui sistemi di regolazione della libertà individuale, ma anche sulle intermediazioni tra il carcere, il manicomio, gli ospizi per anziani, la strada e tutto ciò che è fuori da essi.

Un tema delicato che interseca le paure individuali con la censura collettiva di pratiche che esistono, ma che non pare opportuno divulgare o far conoscere. Così, in un territorio come la Spagna, nel quale i conflitti irrisolti sono mediati dal carcere e dalla censura della indipendenza e delle idee, una mostra pensata come luogo di riflessione diventa essa stessa fonte di assurde polemiche. Se non fosse per il rumore che suscita la censura di alcune opere in mostra, verrebbe da pensare che i censori abbiano voluto nascondersi dietro questo stratagemma per non affrontare il tema vero che aleggia all’interno della mostra e cioè l’incapacità di trovare forme alternative alla privazione della libertà come forma di castigo.

Tornando alla parte seria, “Sin lugares Sin tiempo”, un progetto pensato e ideato da Dario Malventi, filosofo-antropologo livornese emigrato, è iniziato un anno fa con incontri tra gli operatori del carcere di San Sebastian e altri che hanno fatto esperienze concrete nel campo dei “linguaggi” simbolici all’interno dei sistemi di negazione della libertà. La cooperativa italiana “Sensibili alle foglie” ha messo a disposizione degli operatori spagnoli l’esperienza ventennale di un lavoro di raccolta e studio di linguaggi simbolici adottati dai “reclusi” per aggirare i dispositivi di inclusione/esclusione che producono la morte interiore.

Come sostiene Nicola Valentino, uno dei curatori della mostra: “ La ricerca socio analitica che Sensibili alle foglie porta avanti guarda all’espressione creativa come al prodotto di una “dissociazione identitaria”, come un’elaborazione mediante cui una componente identitaria aiuta la persona nel suo insieme a lenire una condizione di sofferenza e a non lasciarsi morire. Il concetto di “dissociazione identitaria”, come evidenziano le ricerche sugli stati modificati di coscienza, non è inteso in chiave patologica bensì fa riferimento ad una visione della persona come insieme di “esistenze psicologiche simultanee”. In ogni persona può emergere un’identità creatrice, di semplice resistenza ad un contesto mortificante o anche di ampliamento della consapevolezza individuale. Questo aspetto, che mette al centro la persona qualsiasi sia la sua condizione, ci sembra interessante per il visitatore al pari del - carattere simbolico – e quindi capace di comunicare forti emozioni – delle opere proposte”

L’esposizione che propone Sensibili alle foglie, oltre ad essere uno strumento valido per operatori sociali e culturali a vario titolo interessati ai temi della reclusione, del disagio sociale e della creatività, si è rivelata, dove è stata aperta alle scuole, un valido strumento didattico. Valorizzando il ricorso ai linguaggi espressivi e l’invenzione di mondi simbolici come risorse che tutti possiamo utilizzare soprattutto nei momenti difficili, essa educa alla creatività, e favorisce l’incontro con i mondi reclusi ed emarginati attraverso la voce creativa delle persone che li abitano. La funzione principale della mostra è quella di sollecitare un lavoro ad ampio raggio di consapevolezza sociale. Consapevolezza dei dispositivi di inclusione/esclusione che risultano mortificanti per gli esseri umani e dai quali origina il malessere che li accomuna, delle risorse creative che aiutano ad aggirarlo o ad elaborarlo, e di un’ecologia relazionale che accoglie e valorizza la persona evitando di mortificarla. La mostra, oltre a sollecitare l’interesse del grande pubblico, può essere validamente utilizzata per educare alla creatività e ad una cittadinanza solidale e sensibile.

L’altro segmento della mostra, che resterà aperta fino al 19 gennaio 2017 e che di fatto accompagna la chiusura di “2016 San Sebastian capitale europea della Cultura”, è riferito ad una ricerca sul sistema carcerario dei paesi baschi e della Spagna attraverso l’utilizzazione di opere artistiche prodotte dai soggetti incarcerati.

Nel complesso una mostra suddivisa in due distinti intenti comunicativi, uno simbolico e umanamente duro da digerire senza sentirsi in colpa come essere umano, una più didascalica, ma altrettanto spigolosa e forte. Insomma da vedere e certo non da censurare.

Al direttore artistico della mostra “Sin lugares Sin Tiempo”, Dario Malventi, filosofo-antropologo e tra i fondatori di Senza Soste, una domanda d’obbligo: Al di là delle polemiche politiche, soddisfatto del lavoro?

Nel complesso direi di si, Non mi aspettavo un risultato, ma molti risultati e l’apertura di nuovi percorsi. Vediamo se siamo stati capaci, con gli amici di Sensibili alle foglie e i ricercatori baschi, di lanciare sufficienti messaggi per restituire dignità al concetto di libertà. Ci stiamo avvicinando a uno degli obiettivi che mi ero posto fin dall’inizio: liberare la parola sociale sulla reclusione, fare in modo che si possa ritornare a discutere su quelle istituzioni totali che giornalmente rinchiudono ed escludono migliaia di persone. Spero davvero che aldilà delle polemiche sulla censura, la mostra possa essere visitata da tutte quelle persone che hanno intenzione di denunciare quei crimini di pace che tanto sono invisibilizzati dietro le pareti delle istituzioni reclusive.

redazione, 25 novembre 2016

vedi anche

http://www.lavanguardia.com/cultura/20161117/411939418081/san-sebastian-2016-censura-obras-eta-exposicion.html

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Novembre 2016 16:06

È uscito Senza Soste n. 120

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Da oggi in edicola Senza Soste numero ​120. Ecco la locandina, l'indice del giornale e i punti di distribuzione​.​

Civetta 120Pagina 1

-​ A chi serve la riforma costituzionale? Serve ai tecnocrati europei e ai capitali finanziari per chiudere il cerchio col principio del pareggio di bilancio votato durante il governo Monti. In poche parole serve per sancire il primato di impresa e mercato su stato sociale e democrazia e per affondare definitivamente la capacità di spesa degli enti locali.
- Editoriale. AssessorIna.

Pagina 2 (Internazionale)

- Il fondamentalismo non è sempre islamico. In Polonia la “protesta nera” delle donne ferma una legge medievale.

- La “libertà” che hanno esportato. 15 anni di occupazione in Afghanistan.

Pagina 3 (Interni)          

- Accentrare per tagliare. L’obiettivo della riforma costituzionale è accentrare la spesa per poi tagliarla come vuole “l’Europa”.

Pagina 4 (Livorno)

- Il pasticcio delle case famiglia. Il nuovo bando per i minori in difficoltà lascia dubbi nel merito e nel metodo.

- Il lavoro impossibile. Il racconto di una 45enne aspirante hostess sulle condizioni dentro Ryanair.

Pagina 5 (Livorno)

- La telenovela del Luogo Pio. Il progetto di cementificare la Venezia è scongiurato, ma i danni li paga la collettività.

Pagina 6 (Per non dimenticare)

- Novembre 1966. 50 anni fa l’alluvione di Firenze, una storia di riscatto e autorganizzazione popolare.

Pagina 7 (Stile libero)

- La mano sinistra dell’Indi. Intervista al chitarrista, compositore e visual artist labronico Federico Silvi.

Pagina 8 (Sport)

- “El Loco” Marcelo Bielsa. Fenomenologia di un futurista prestato al calcio (prima parte).


Dove trovare Senza Soste:

edicola p.zza Damiano Chiesa – edicola Cisternone - edicola via Verdi – edicola· piazza del Municipio – edicola Baracchina Bianca - edicola Piazza Attias (angolo via Goldoni) – edicola Piazza Grande (lato via Pieroni) – edicola Piazza Grande (lato farmacia comunale) - edicola viale Carducci (angolo Risorgimento) – edicola/tabaccaio corso Mazzini (angolo via san Carlo) - edicola via Provinciale Pisana (S. Matteo) - Edicola via delle Sorgenti (angolo Donnini) - edicola viale Antignano (Scalinata) - edicola via Olanda (angolo via Francia) - Caffè Paradiso (via Maggi) - Bar Dolce Nera (via della Madonna angolo via Avvalorati) - Tabaccheria via Bosi (piazza XX Settembre) - Tabaccheria Corso Amedeo (angolo via Magenta) - Tabaccheria via Verdi - Videodrome (via Magenta) - Pizzeria Amaranto (via Lepanto) - Bar Il Progresso (via P.Pisana) - Bar B52 (Stagno) - Ex Aurora (viale Ippolito Nievo) - Cral Eni (viale Ippolito Nievo) - TeatrOfficina Refugio (Scali del Refugio 7) – Cp 1921 (via dei Mulini) - Ex Caserma Del Fante (via Adriana) - Emeroteca (via del Toro) – Trattoria La Sgranata (via di Salviano) - Campi calcetto Corea - Fondazione Don Nesi Corea – Ecomondo (via dell'Angiolo) - Centro Artistico il Grattacielo (via del Platano) - Nuovo Teatro delle Commedie (via Terreni) - La Svolta (viale Caprera) - Curva Nord Stadio (in occasione delle partite interne del Livorno)

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Ultimo aggiornamento Domenica 13 Novembre 2016 16:35

La scomparsa della sinistra in Europa

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Ecco la recensione dell'economista Sergio Cesaratto a "La scomparsa della sinistra in Europa" di Aldo Barba e Massimo Pivetti.  Ci sono dei punti, a nostro avviso, da rivedere ma complessivamente la recensione rappresenta un'introduzione, da ricordare, a come siamo arrivati ai nostri anni. Quelli dell'austerità e del rigore per come  li abbiamo conosciuti. Si parla di come la presidenza Mitterand abbia rappresentato una pietra miliare dell'istituzione del liberismo in Europa. Come si trova, da economisti, una critica seria alle politiche del Pci, alla sua subalternità al liberalismo, fin dalla metà degli anni '70. Critiche da economisti, non gossip. Ci sono anche elementi critici nei confronti della sinistra antagonista che sono seri e non si possono liquidare con battute". redazione, 3 novembre 2016
 
vedi anche
 
scomparsa sinistradi Sergio Cesaratto - tratto da
 
Il volume di Aldo Barba e Massimo Pivetti è di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. Pivetti, il più senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non è certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l’appellativo di “simbionese” (più o meno sinonimo di “terrorista”) da parte di Giancarlo Pajetta. La sinistra avrà tre possibilità di fronte a questo libro: ignorarlo del tutto; criticarlo sulla base degli aspetti più “coloriti” del volume - quelli in cui gli autori s’indignano per certe posizioni della sinistra antagonista; discuterlo a fondo. E’ facile pronosticare che gran parte della sinistra italiana, troppo intellettualmente pigra o troppo radical-chic per entrare seriamente nel merito, sceglierà le prime due strade (ah, sono solo aridi economisti se non peggio). Ma il volume è ora lì come un macigno a pesare su una sinistra che ha perso, in Italia ma non solo, ogni reale contatto con le classi che rappresentavano un tempo la propria ragione sociale. Una sinistra che non solo ha perduto questo contatto, ma che è ormai da tempo considerata dai ceti popolari come propria nemica. Raccontano gli autori che pare che François Hollande in privato si riferisca ai ceti popolari come agli “sdentati”. Siamo anche convinti che, tuttavia, il volume rappresenterà occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d’essere.
 
La tesi
 
La tesi centrale del libro è così riassumibile: gli anni gloriosi del capitalismo (1949-1978) videro la centralità degli Stati nazionali nel perseguire politiche di pieno impiego e di sostegno della domanda aggregata attraverso elevati salari reali diretti e indiretti (stato sociale), godendo di significativi margini di autonomia nella conduzione delle proprie politiche economiche (nei soli Stati Uniti la spesa militare sostituì in parte il sostegno al welfare state). Questi margini si esplicavano nel controllo dei movimenti di capitale e di merci, ma anche dei flussi migratori. La sinistra non ebbe una parte preminente nel disegno di questo modello, anche se talvolta lo gestì. Ruolo centrale ebbe piuttosto la risposta che il capitalismo fu costretto ad avanzare alla sfida del socialismo reale. Col successivo indebolimento di questa sfida, il capitalismo liberista riprese vigore. La sinistra, a quel punto, non solo si mostrò nel complesso incapace di rispondere, ma si incaricò di gestire il progressivo smantellamento delle istituzioni e degli avanzamenti conseguiti negli anni gloriosi. L’ala più anarcoide e anti-statuale della sinistra, frutto dell’anti-autoritarismo studentesco del 1968, prevalse su un’ispirazione più statalista – operazione facilitata dal fatto che in fondo le istituzioni degli anni gloriosi non furono un frutto di un’elaborazione della sinistra, lo statalismo di sinistra essendo più collegato all’esperienza sovietica in discredito presso la sinistra anti-autoritaria. Centrale nella capitolazione della sinistra al neo-liberismo fu l’episodio della Presidenza Mitterrand. Eletto nel 1981, e dotato di una grande maggioranza parlamentare, Mitterrand cominciò a eseguire il programma delle sinistre che comunisti e socialisti avevano elaborato sin dal 1972. Questo era un programma molto avanzato di nazionalizzazioni e misure redistributive, oltre che di riduzione dell’orario di lavoro. Le nazionalizzazioni di banche e imprese dovevano essere funzionali a una politica industriale volta a rafforzare l’apparato produttivo allo scopo di ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni dall’estero, e rendere perciò possibili politiche espansive interne senza incorrere nel vincolo della bilancia dei pagamenti. Barba e Pivetti ritengono che già nella preparazione del programma la sinistra compì l’errore esiziale di trascurare l’impellenza del vincolo estero alla crescita tenuto conto sia di lentezza degli effetti della politica industriale, che del mutato clima internazionale segnato dall’avvento delle politiche deflazionistiche di Reagan e Thatcher. Né la sinistra francese fece tesoro del dibattito nel Labour inglese su come affrontare il vincolo esterno e di come l’accettazione supina di quest’ultimo avesse portato il governo laburista a misure deflazionistiche impopolari e alla successiva storica sconfitta del 1979. Invece, dal 1983 prevalsero nel Partito Socialista francese gli esponenti più neoliberisti alla Rocard e soprattutto alla Delors che si incaricarono di disegnare la nuova Europa cosmopolita e anti-statalista come nuovo spazio entro cui la “sinistra” si doveva muovere. L’intellighenzia francese più à la page assecondò l’operazione, sin dalla riscoperta da parte di Michel Foucault delle virtù dell’ordoliberismo. Questo complesso ragionamento si dipana su sette capitoli, gli ultimi due dei quali dedicati rispettivamente ai comunisti italiani e alla cosiddetta sinistra radicale o antagonista, come la chiamano gli autori.
 
Il ragionamento
 
I primi due capitoli del volume sono dedicati al progressivo smantellamento delle istituzioni statuali che avevano assicurato margini di indipendenza delle politiche economiche nazionali, in particolare il controllo dei movimenti di capitale, segnando così il passaggio dagli “anni gloriosi” a quelli “pietosi”: “La liberalizzazione valutaria fu dunque in Europa la madre di tutte le riforme liberiste, in quanto minò alla base la capacità dello Stato di esprimere un indirizzo di politica economica autonomo, sia al suo esterno (ossia nei confronti degli altri Stati), che al suo interno (ossia nei confronti degli interessi dominanti).” (p. 33; se non altrimenti specificato, i riferimenti di pagina sono al volume qui recensito). La verve polemica del lavoro entra nel vivo nel capitolo 3 in cui viene illustrata l’esperienza del governo Mitterrand. Le realizzazioni sociali e le nazionalizzazioni attuate nel 1981-82 furono invero significative, ma l’esperienza incontrò presto il vincolo dei conti con l’estero, portati in rosso dalle politiche di sostegno della domanda interna conseguenti all’aumento dei salari e della spesa sociale. A quel punto, sostengono gli autori, si sarebbe dovuto mostrare adeguato coraggio politico: “Nel breve-medio periodo … l’allentamento dei vincoli di bilancia dei pagamenti alla realizzazione del programma della sinistra avrebbe richiesto il ricorso a restrizioni quantitative delle importazioni e restrizioni delle esportazioni di capitali, le une e le altre tanto più estese e severe quanto maggiormente deflazionistico-recessivo si fosse rivelato l’orientamento della politica economica perseguita dai principali partner della Francia. Il fatto è, però, che la coalizione di sinistra era ben lungi dall’essere unanime al suo interno circa il ruolo delle nazionalizzazioni, e, più in generale, circa la gestione del vincolo esterno.” (p. 97).
 
 
Gli autori non discutono della possibilità di svalutare il tasso di cambio a cui il governo francese apparentemente rinunciò. Il mancato approfondimento delle ragioni di questa scelta fa trasparire lo scetticismo degli autori verso questo strumento, convinti dell’importanza di riuscire a preservare il valore esterno della moneta nell’ambito del perseguimento di politiche di pieno impiego. E’ quella del sostegno di cambi fissi una posizione tradizionalmente condivisa a sinistra, sia per gli effetti negativi delle svalutazioni sui salari reali, che per la connessa possibilità di effetti recessivi, laddove la caduta del potere d’acquisto dei lavoratori abbia effetti negativi sulla domanda interna. Affidare tuttavia alla fissità del tasso di cambio un primario ruolo nello stabilizzare la distribuzione del reddito può avere controindicazioni, se la perdita di competitività dovuta a un tasso di cambio reale forte incide sulla bilancia commerciale e da ultimo, attraverso la necessità di contenere la domanda interna, su occupazione e salari reali diretti e indiretti. Inoltre, l’esperienza storica suggerisce che sistemi di cambio fissi sono volti a contenere il conflitto distributivo – è l’esperienza italiana con lo SME e con l’euro, mentre negli anni settanta la politica del cambio accomodava il conflitto. Ciò detto, le forme di protezionismo proposte dagli autori fanno parte del bagaglio di strumenti noto agli economisti e sono solo superficialmente avverse al commercio internazionale. Anzi, combattendo la deflazione come modalità di aggiustamento dei conti nei paesi deficitari, o come strumento del mercantilismo economico per i paesi in avanzo, il protezionismo favorisce il mantenimento del commercio internazionale almeno sui livelli raggiunti. Gli eredi del perbenismo economico del PCI (che certamente ancora allignano nella sinistra PD) non mancheranno di attaccare il volume su questo. Ma basti qui ricordare che a dar man forte agli autori vi sono le esplicite prese di posizione di Federico Caffè che introducendo un famoso studio sulle politiche di pieno impiego steso ad Oxford nel 1944 con al centro la figura di Michael Kalecki, scriveva: “non può escludersi che, tra le concause della diffusione dell’odio che rattrista i tempi in cui viviamo, non rientri l’aver, con ingiustificato ottimismo alimentato anche illusorie forme di collaborazione internazionale, trascurato a lungo il messaggio essenziale di questa raccolta di saggi: <l’alternativa ai controlli resi necessari dal pieno impiego non è qualche situazione ideale di pieno impiego senza controlli, ma la disoccupazione e il succedersi di fluttuazioni economiche>” (Caffè 1979). Comunque sia, nel 1982-83 il governo francese operò una svolta rigorista senza apparenti opposizioni, neppure dal Pcf, e nel 1986 la destra tornò al potere. Il j’accuse degli autori è netto: “Si può in definitiva affermare che la svolta rigorista del 1982-1983 non fu imposta a Mitterrand e al governo Mauroy né dall’esterno della coalizione di sinistra né dall’esterno della Francia. Si trattò di una scelta in senso liberista e filo-capitalista autonomamente compiuta in piena coscienza dalla maggioranza della sinistra francese – una scelta gradualmente maturata nel corso del precedente quindicennio, lasciata a covare sotto la cenere in vista delle contese elettorali del 1981 e che a partire dal 1983 non fu mai più abbandonata.” (p. 102)
 
La cenere che covava era, secondo gli autori, principalmente rappresentata da Jacques Delors, ispiratore e artefice della svolta “liberista e filo-capitalista” (ma altro eroe della sinistra che lo ritiene keynesiano). Il disegno di Delors era che: “la libertà di circolazione dei capitali in Europa sarebbe stata il primo indispensabile passo di un percorso che avrebbe portato all’unione monetaria; più in generale, la libera circolazione internazionale dei capitali, proprio perché perseguita con determinazione da un Paese ad essa tradizionalmente ostile come la Francia, avrebbe contribuito a diffondere dappertutto la convinzione che il contesto nazionale non era più quello rilevante per la politica economica, che il tempo delle soluzioni nazionali ai problemi economici era ormai tramontato.” (p. 104). Insomma: “L’unificazione politica del continente … avrebbe alla fine compensato le singole nazioni della perdita della loro sovranità monetaria, fiscale, eccetera.” (pp. 105-6)
 
Le due sinistre
 
In verità, sostengono gli autori, a cavallo fra gli anni sessanta e settanta si delineano in Francia due sinistre: quella operaia, “statalista e sovranista” (Pcf e la sinistra Ps rappresentata dal Ceres di Chevènenment) e quella studentesca “dell’insofferenza verso ogni forma di autorità e di potere, dell’individualismo anarcoide, dell’autogestionismo antistatalista” (e dell’anti-sovietismo) (pp. 110-11). La prima sinistra riuscì effettivamente a influenzare la stesura del programma comune mentre la seconda si tenne “in disparte, coltivando però con cura i suoi rapporti con l’intellighenzia del Paese” (p. 111). La seconda sinistra fu così pronta a balzar fuori alle prime difficoltà economiche del programma comune, proponendo un progetto opposto basato sullo svuotamento dello Stato-nazionale sostituito col progetto europeo, un esito “sostanzialmente autoritario” (p. 108). Del resto, sferzano gli autori citando un famoso passaggio di Gramsci, i figli della borghesia si fanno talvolta capi delle classi lavoratrici, pronti però a tornare all’ovile alle prime difficoltà - ma non senza aver lasciato macerie intellettuali nel movimento operaio sembrano far capire gli autori. L’abbandono della tradizione interventista francese e la riscoperta del mercato diventa caratteristica dell’intellighenzia di sinistra francese, da Claude Lévi-Strauss, a Foucault, Deridda e Lacan. Foucault il più influente, il quale conosce poco Marx e certamente ignora Keynes o Sraffa, viene però affascinato dall’ordo-liberismo. L’accusa che gli autori muovono alla sinistra, con cui si apre il capitolo 4 è di non aver subito il cambiamento politico, ma di averlo “deciso e gestito” (p. 125). Sul punto più dolente, quello dell’immigrazione, essi sono molto espliciti: “l’ostilità del lavoro dipendente indigeno all’immigrazione, la dimensione più immediatamente e “fisicamente” percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente.” (p. 137). Barba e Pivetti ricordano l’attacco mediatico mosso al Pcf nel 1981, quando quel partito cercò di evitare questo distacco - col risultato che la classe operaia francese fece poi armi e bagagli spostandosi stabilmente nel Front National. Naturalmente gli autori non mancano di denunciare le devastazioni del Washington Consensus come una delle cause dell’esplosione dei flussi migratori - a cui si sono aggiunte le aggressioni militari ai regimi medio-orientali. E al fondo, chiosiamo, v’è sempre l’intento di distruggere gli Stati nazionali e la possibilità di vie nazionali allo sviluppo, cosa che può richiedere nei contesti di società instabili e culturalmente disomogenee la presenza di regimi autoritari. Con lucidità gli autori riassumono quello che finì per unire, nelle sue diverse sfaccettature, la gauche plurielle, come si pavoneggiava a definirla da noi il leader frivolo: “Nel corso dell’ultimo trentennio, non solo per la sinistra modernista ma anche per la sinistra cosiddetta antagonista la difesa della sovranità nazionale in campo economico, più in generale della sovranità popolare, ha cessato di essere bussola di azione politica. Essa rigetta con orgoglio ogni forma di nazionalismo. La sua ideologia è ormai essenzialmente costituita da una miscela di antirazzismo e multiculturalismo, una sorta di cosmopolitismo intriso di marxismo volgare, visto cioè come un aspetto ineluttabile di quella forza continuamente sovvertitrice del capitalismo che sarebbe reazionario oltre che insensato cercare di contrastare ed alla quale conviene invece adattarsi come ad un’<opportunità>”. (p. 142). Il pericolo che gli autori paventano è che la sostanziale paralisi della sinistra di fronte alla questione immigrazione, questione drammatica e lacerante, lasci il campo aperto a soluzioni di stampo fascista, che molti ritengono inevitabili (tralasciando gli antagonisti che ritengono di poter cavalcare la tigre, l’”opportunità” di cui parla il volume). In ogni caso, il mio invito al lettore è di dare il giusto peso al tema dell’immigrazione, per non farlo diventare un ulteriore elemento di lacerazione e impotenza a sinistra. Il tema chiave è lo Stato, la riappropriazione della libertà economica dei popoli. Con politiche nazionali diverse anche il problema dell’immigrazione potrebbe essere affrontato con maggiori strumenti e risorse, da noi e nei paesi di provenienza.
 
I sinistrati
 
Mentre il capitolo 5 descrive i mutamenti (peggiorativi) occorsi nel mercato del lavoro e nello stato sociale e i processi di privatizzazione dell’industria pubblica, la verve polemica del volume si riaccende negli ultimi due capitoli dedicati, rispettivamente al PCI e alla sinistra radicale. Quello che ne esce è il tremendo vuoto culturale della sinistra italiana accompagnato dalla condivisione da parte del Pci delle scelte liberiste. A rileggere i passi degli esponenti comunisti nel corso degli anni settanta, pur concedendo loro l’attenuante di circostanze come la strategia della tensione e il golpe cileno, o lo shock petrolifero, si è colti da un fremito di indignazione.
 
Il leitmotive dei vari Peggio, Lama, Napolitano, Berlinguer, Trentin e compagnia cantando è uno e uno solo: il riequilibrio dei conti con l’estero deve ricadere sulle spalle dei lavoratori: “Ora bisogna battersi per i sacrifici!” dichiara nel 1976 un presunto eroe della sinistra, Bruno Trentin, che a un famoso convegno del Cespe (una sorta di ufficio studi economico del Pci), in maniera “surreale” chiosano gli autori, precisa che la contropartita consisterà “nella possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici”. Cornuti e mazziati, insomma. Il sentimento che suscitano quei passi è che costoro fossero oggettivi avversari del popolo, altro che loro rappresentanti. Da notare come a quel convegno Lama attaccò per nome Massimo Pivetti, reo di aver proposto la strada alternativa dei controlli – strada difesa invece, l’anno successivo, da Federico Caffè (1977). La Troika era peraltro rappresentata in quegli anni dall’economista, naturalizzato americano, Franco Modigliani che nella sua visita annuale in Italia non mancava di impartire lezioni di liberismo a destra e a manca, presenziando come star al convegno del Cespe. Gli altri due dissenzienti a quel convegno, accanto a Pivetti, furono Domenico Mario Nuti e Bob Rowthorn. Nuti ha da poco firmato con noi più “giovani” la risposta a Lunghini su il manifesto. Il Pci e i sindacati mai più si ripresero da tale distacco dalle masse popolari, concludono gli autori, e il Pci era già finito ben dieci anni prima della Bolognina. (Forse uno scatto di reni si ebbe sull’adesione allo SME nel 1979, ma si trattò di un gesto presto dimenticato). Ma cosa ci fu dietro tanta pochezza del Pci? L’unico punto di riferimento solido del togliattismo, sostengono gli autori, era l’esperienza sovietica che aveva assicurato in un paese retrogrado, insieme alla piena occupazione, “un alloggio caldo … una buona istruzione… una distribuzione molto ugualitaria …una marcata parità effettiva tra uomini e donne” (p. 201). Il riferimento al socialismo reale fu frettolosamente cancellato da Berlinguer, il quale fu invece in continuità con il secondo aspetto del togliattismo, la subalternità alla cultura economica laico-liberale. L’intellighenzia organica del Pci brillò, infatti, per l’assenza della principale scienza sociale, rispetto a discipline più umanistiche, un partito crociano verrebbe da dire. L’unica eccezione fu il Piano del lavoro presentato dalla CGIL nel 1951, di chiara impronta keynesiana. Le sole parole di apprezzamento nel libro per un esponente comunista sono infatti per Di Vittorio. Fu quella una proposta riformista in linea con quanto accadeva al di sopra delle Alpi, che rimase però isolata, mentre la cultura del Pci restò profondamente succube di idee mutuate da Einaudi o dalla borghesia laico-liberale, come l’ossessione della lotta ai monopoli (un mantra simile a quello odierno della lotta alla corruzione). Del resto Togliatti si disinteressava di economia e già nell’elaborazione gramsciana la cultura economica appare come un dente dolente dei comunisti italiani – nonostante qualche sforzo di Sraffa di indirizzare Gramsci su sentieri più solidi. Croce ed Einaudi (o Ernesto Rossi e più tardi Spinelli) furono le stelle polari del Pci, più che Marx o Keynes o Sraffa. Al riguardo mi sembra doveroso notare come il volume è forse ingiusto nei confronti delle socialdemocrazie nordiche che non subirono passivamente l’esperienza degli anni gloriosi in quanto risposta capitalistica alla sfida sovietica, ma la disegnarono anche sulla base di una propria elaborazione teorica. Con Myrdal, questa muoveva dalla negazione di una distribuzione “di equilibrio” (o naturale) del reddito e dunque di “interessi nazionali” che sovrastassero quelli di classe – “interessi” che il Pci considerava invece sovversivo toccare - promuovendo il controllo dello Stato nazionale da parte dei partiti operai, con uno spostamento stabile delle quote distributive e la creazione di uno spazio “demercificato” coincidente con lo stato sociale. (Fu proprio Myrdal a proporre la medaglia speciale della Corte di Svezia per l’economia a Sraffa, onore che questi condivide con Keynes e assimilabile a un genuino premio Nobel).
 
Della sinistra antagonista Barba e Pivetti denunciano “lo spostamento della sua attenzione dalla sfera dei diritti sociali a quella dei diritti civili” (p. 225). Temi come la decrescita, il femminismo della differenza biologica, il multiculturalismo, i beni comuni (visti in funzione anti-statalista), l’altra economia e altre amenità (fino alla difesa fascista dell’utero in affitto da parte di una macchietta, ex leader di una formazione di sinistra - gli aggettivi sono miei) diventano i temi centrali di questa “sinistra”, a cui nulla perdonano gli autori. In particolare non le perdonano l’istigazione “all’odio verso se stessi”, inteso come odio per la cultura occidentale e il benessere conseguito da milioni di lavoratori. Al fondo v’è l’idea che questi avanzamenti culturali e materiali siano il frutto di uno sfruttamento verso il terzo mondo di cui si deve ora pagare pegno. E’ quest’ultima una tesi molto diffusa “a sinistra” sui cui gli autori avrebbero potuto spendere qualche parola di più, ci auguriamo lo facciano in successivi interventi. Personalmente credo che non ci si possa colpevolizzare per processi storici di sfruttamento, accaduti nel nord come nel sud del mondo, lasciando demolire ciò che può essere di guida per i mezzogiorno del mondo, ovvero la difesa di politiche pubbliche progressiste e i valori di tolleranza democratica - come è stato almeno in certa misura negli anni cinquanta e sessanta sino a che la furia economica e militare liberista (con al seguito il flagello connivente delle ONG) non si abbattesse su quei paesi distruggendo le vie nazionali e socialiste allo sviluppo.
 
Il futuro
 
In questo quadro sconfortante gli autori chiudono con una nota di ottimismo, indicando l’occasione storica offerta alla sinistra dalla diffusa protesta popolare contro banche e finanza, per la difesa del lavoro e dello stato sociale, contro una classe politica asservita agli interessi dei pochi, della riconquista degli spazi nazionali di democrazia e di intervento pubblico, quello che noi abbiamo altrove definito “Polany moment”, mentre solo la parte “più disorientata della gioventù” difende i temi del cosmopolitismo (p. 246). Un Polany moment può avere, com’è noto, anche un connotato di destra, come le vicende della Brexit per esempio suggeriscono. Come abbiamo detto all’inizio, la sinistra potrà ignorare questo volume, o potrà entrare in polemica solo sui temi più caldi dell’immigrazione o del multiculturalismo, dimostrando in questo precisamente i limiti culturali denunciati nel libro. Potrà invece discutere la tesi centrale del volume: il necessario recupero delle politiche nazionali d’intervento pubblico come asse della sinistra. Ci aspettiamo che qualche grillo saccente contrapponga questa prospettiva alla presunta tradizione internazionalista della sinistra. Non avrebbe capito nulla, naturalmente. Lo spazio delle politiche di sinistra è, nelle circostanze storiche date, lo Stato nazionale, e solo una sinistra che operi in questa direzione potrà essere stimolo per l’emulazione a livello internazionale sì da costruire un internazionalismo dei fatti e non delle parole. Chi ha letto il mio libro (numerosi a quanto pare!) riconoscerà l’influenza che l’insegnamento teorico e politico di Pivetti, accanto a quello di Sraffa e Garegnani, ha avuto sulla mia formazione. Mi piace pensare che i due volumi giochino di squadra nel contribuire a una seria rifondazione della sinistra.
 
29 ottobre 2016
 
Riferimenti
 
Aldo Barba, Massimo Pivetti, La scomparsa della sinistra, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.
Federico Caffè, Introduzione a AAVV., L'economia della piena occupazione, a cura di F. Caffè, Torino, Rosenberg e Sellier, 1979
Federico Caffè, E’ consentito discutere di protezionismo economico?, in ID, La solitudine del riformista (a cura di N.Acocella e M.Franzini), Torino, Boringhieri, 1990 (originariamente pubblicato in: L’astrolabio, vol. 15 (12), 1977)
Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia - Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.(29 ottobre 2016)

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Novembre 2016 13:35

Tempesta perfetta. Nove interviste per capire la crisi

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Si chiama Tempesta Perfetta, è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo, pubblicata da Odradek, raccoglie le interviste di dieci economisti – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas  Vatikiotis, Giovanna Vertova – sulla crisi; 

Lunedi 7 novembre alle ore 21,00 ci sarà la prima presentazione a Torino, presso la Libreria Comunardi – Via Bogino 2;

Nei prossimi giorni verranno pubblicate nuove date di presentazioni del libro; Chiunque fosse interessato alla presentazione può contattarci via mail all'indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
 

***

Di Tommaso Gabellinio - tratto da http://contropiano.org/

A distanza di otto anni dall’inizio dell’attuale crisi economica, sono ancora molte le spiegazioni che si guardano bene dal mettere in luce le contraddizioni insite nelle economie di mercato come quella dei Paesi membri dell’Unione Europea. La maggioranza delle analisi si concentra infatti sul ruolo del presunto interventismo da parte dello Stato in economia – rappresentato dall’elevato debito pubblico – e sulla scarsa competitività dei Paesi mediterranei – misurata in costi del lavoro troppo elevati, imposizione fiscale sui profitti asfissiante, alta rigidità del mercato del lavoro. Le ricette di politica economica scaturite da questo tipo di proposte si sono rivelate fallimentari a tal punto da aggravare la crisi stessa. L’esempio principe è la così detta “austerità espansiva”, dimostratasi fallimentare sul piano teorico ed empirico prima che su quello pratico. [1]
 

cop Temp Perf Sito

Le nove interviste ad economisti non allineati raccolte in “Tempesta Perfetta”, edito da Odradek e curato dal collettivo Noi Restiamo, hanno come obiettivo quello di sfatare le analisi della vulgata. Il punto di vista così fornito è realmente critico e foriero di nuove prospettive, pur non mancando di una certa eterogeneità di pensiero e proposte. Ne sono un esempio le risposte alla prima domanda, con la quale si vogliono inquadrare le ragioni della crisi in due spiegazioni: quella sottoconsumistica, secondo la quale il deteriorarsi della quota salari ha comportato un calo generali dei consumi, seppur limitato dal credito esteso praticamente senza garanzie; e quella afferente al sotto-investimento, fenomeno che può essere ricondotto alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto elaborata da Karl Marx. La prima spiegazione rispecchia le posizioni di Simon Mohun e di Richard Walker, mentre la seconda è sostenuta da Joseph Halevi, Riccardo Bellofiore, Jan Toporowski, Luciano Vasapollo e Giovanna Vertova. Halevi e Bellofiore chiariscono però che la diminuzione del saggio di profitto è di difficile misurazione e che la diminuzione degli investimenti produttivi è strettamente correlata con il ruolo dei mercati finanziari. Toporowski evidenzia come questi ultimi abbiano favorito la concentrazione delle imprese tramite operazioni di fusione ed acquisizione, finanziate da debito a breve termine che sarebbe poi dovuto essere coperto da emissione azionarie. Giorgio Gattei e Marco Veronese Passarella forniscono invece un’interpretazione che sta a cavallo fra le due visioni, in quanto le due spiegazioni non confliggono necessariamente ed anzi si rafforzano l’una con l’altra. 

Quale che sia la spiegazione preferita della crisi, tutti gli autori concordano che l’Unione Europea, ed in particolar modo l’Eurozona, abbiano un’ispirazione squisitamente imperialista e neoliberista. L’imposizione di vincoli fiscali quali il tetto massimo sul deficit di bilancio e sul debito pubblico in rapporto al PIL secondo parametri senza fondamenti economici ma con un chiaro connotato politico[2], l’assegnazione della gestione della politica monetaria alla Banca Centrale Europea (BCE), la liberalizzazione dei movimenti di capitali, merci e servizi sono tutte misure a vantaggio di un capitalismo transnazionale che mira ad un crescente sfruttamento dei lavoratori. Questi ultimi dovrebbero essere infatti disposti ad emigrare nei Paesi che offrono una retribuzione maggiore, o a passare da un impiego all’altro qualora le imprese ritengano opportuno licenziare i dipendenti o spostare la loro sede per godere di vantaggi fiscali. Il tutto in un contesto di un’economia sempre più privatizzata, dove l’attacco allo stato sociale ha non solo impatti di classe, ma anche di genere. Questi ultimi vengono addirittura spacciati come una conquista della donna che riuscirebbe a conciliare lavoro pagato ed impegni familiari. Bellofiore tiene però a precisare che «non è l’euro la causa della spinta all’austerità», in quanto questa è stata percorsa già prima di entrare a far parte del club della moneta unica (in Italia, almeno a partire dal 1992, anno in cui fu abolita la scala mobile a seguito della svalutazione della Lira imposta dall’uscita dal Sistema Monetario Europeo). L’uscita dall’euro, dunque, non comporterebbe necessariamente un miglioramento delle condizioni delle classi sociali più deboli, né del contesto in cui queste si troverebbero a dover fare i conti con il capitale. La prof. Vertova non vede al momento nessuna forza politica in grado di proporre seriamente un’uscita da sinistra, ammesso che ciò sia effettivamente possibile. Inoltre, la svalutazione delle valute dei Paesi ormai specializzati nella produzione di componenti ad alto contenuto tecnologico ma con una bilancia energetica strutturalmente in deficit non risolverebbe gli squilibri commerciali [3] e aggraverebbe le sofferenze bancarie. [4] Toporowski sostiene infatti la necessità di superare la «paura del debito (pubblico, ma che origina da quello privato, ndr)» e rilanciare la domanda aggregata tramite un coordinamento di politiche fiscali espansive. Applicare stimoli keynesiani in un solo Paese, infatti, farebbe sì aumentare il PIL, ma con questo aumenterebbero anche le importazioni e la bilancia commerciale peggiorerebbe invece di migliorare. Le scarse risorse mobilitate per il Piano Juncker, inserito nel programma Europa 2020 elaborato dalla Commissione Europea, dimostrano però la scarsa volontà di intraprendere in modo decisivo questa strada. Vasapollo non usa mezzi termini nel sostenere che «questa non è l’ “Europa dei popoli”, non è l’Europa “riformabile”, non è l’Europa a carattere sociale». Messaggio reso ancora più chiaro dalla vicenda greca dello scorso anno, che ha visto implementare tagli alle pensioni e blocco degli stipendi pubblici da un governo democraticamente eletto sulla base di un programma anti-austerità.
 

Posto che gli Stati Uniti sembrano essersi ripresi solo dopo un massiccio intervento dello Stato al fine di salvare gli intermediari finanziari, unito all’enorme dose di liquidità immessa nel mercato creditizio dalla Federal Reserve tramite il programma di Quantitative Easing ed alle massicce importazioni da parte della Cina, quali potrebbero essere le alternative ad un modello di produzione ormai decotto? Esistono movimenti o tradizioni in rottura con lo status quo? Lo stesso Vasapollo individua un modello da cui prendere ispirazione nei Paesi dell’America Latina che hanno costituito l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica dal forte stampo socialista-internazionalista. Halevi vede invece nella Cina il Paese con il maggior numero di contraddizioni, derivanti dal «processo di accumulazione e di sviluppo di tipo nippo-americano, spinto al parossismo, che sta sviluppando costi sociali» (ed ambientali) elevatissimi. Giorgio Gattei riscontra invece nella logistica l’anello debole della circolazione del capitale, in quanto «l’elemento di rigidità del post-fordismo non sta più tanto nella fabbrica […] ma nel fatto che le merci (fisiche, ndr) devono comunque […] arrivare ai consumatori e realizzare in moneta il proprio valore […]. Ecco allora che lo scontro di classe si sposta negli ambiti della circolazione che sono: distribuzione, finanza e circolazione».[5] Come rilevato da Vertova e Bellofiore, però, senza una rappresentanza sindacale in grado di analizzare e tutelare le condizioni di lavoro nel settore dei servizi, tali contraddizioni fanno fatica ed emergere. Ben venga guardare ai caratteri del nuovo capitalismo, ma occorre riconoscere che il cosiddetto lavoro cognitivo è strettamente collegato alle condizioni materiali che determinano i luoghi ed i modi di produzione. Di contro, Vatikiotis vede nello sviluppo della stampante 3D la maggiore contraddizione nel modo di produzione capitalistico, visione che richiama quella post-capitalista del libro di Paul Mason “Post-Capitalism: A Guide to Our Future”, al quale David Harvey ha dedicato non poche critiche.[6]

All’interrogativo sulla riformabilità o meno del capitalismo segue quello in merito al ruolo dell’intellettuale di sinistra. Halevi e Gattei sostengono che non bisogna sprecare tempo a dibattere con gli economisti neoclassici, sebbene occorra studiare e conoscere a menadito le loro teorie. Non bisogna nemmeno porsi come «consigliere del principe», atteggiamento ormai condiviso da molti economisti eterodossi che si illudono di poter cambiare i rapporti di forza con il solo peso delle idee. Passarella osserva giustamente che «il mondo là fuori non lo cambiano le idee. Il mondo là fuori lo cambia la lotta di classe organizzata, non lo cambiano gli intellettuali.» Anche Vatikiotis, pur riconoscendo l’importanza degli accademici marxisti, è disilluso riguardo la possiblità che le università possano impegnarsi a favore della classe lavoratrice. Ed infatti, Vasapollo suggerisce di schierarsi a fianco di movimenti sociali e sindacati conflittuali, in modo da fornire loro strumenti interpretativi e mostrare agli studenti che esistono alternative concrete al pensiero unico. Bellofiore avverte che la distinzione tra teoria dominante e teoria eterodossa è fuorviante: la forza dell’economia neoclassica sta proprio nel ricondurre ad imperfezioni quelle che invece sono contraddizioni intrinseche al capitalismo. Ciò dimostra anche quanto sia inutile appellarsi al pluralismo, facilmente concesso ma fortemente circoscritto dal mainstream. Vertova evidenzia che lo stesso dibattito eterodosso, oltre ad essere egemonizzato da economisti maschi, sia di difficile conduzione in quanto ognuno pretende di avere «”la” risposta giusta alla crisi». Toporowski si dimostra invece più aperto, sostenendo che il confronto con gli economisti coinvolti con il potere e la finanza permetta di acquisire conoscenze tecniche difficilmente reperibili nell’ambito accademico.
 

Tempesta Perfetta nasce con l’intento di mostrare l’urgente bisogno di un dibattito sulle cause della crisi e sulle possibili soluzioni che tengano conto di un punto di vista autonomo, del lavoro. Occorre partire da un’analisi seria e disincatata per permettere alla generazione cresciuta nella crisi di capire che le alternative esistono e che un rovesciamento degli attuali rapporti di forza sia possibile solo dopo aver elaborato un’attenta critica nei confronti del paradigma culturale dominante. Il libro offre molti spunti di riflessione in tal senso, e costituisce un’ottima lettura sia per chi sia a digiuno di nozioni economiche, sia per chi si interessi già di alcune tematiche ma voglia avere un quadro d’insieme più ampio.
 

Schermata del 2016-10-28 10:03:20

[1] Un esempio su tutti è quello del dottorando statunitense Thomas Herndon che, nel replicare i risultati dell’articolo di due tra i più famosi economisti neoclassici, Reinhart e Rogoff, scoprì errori così grossolani da invalidare la conclusione secondo la quale gli Stati con un rapporto debito pubblico su PIL superiore al 90% sarebbero incappati in una crisi finanziaria. http://temi.repubblica.it/
 

[2] Come precisa la prof. Vertova.

 [3] A tal proposito, si veda l’interessante dibattito avvenuto sul sito dell’Institute for New Economic Thinking (INET) fra gli economisti sostenitori dell’uscita dall’euro e della svalutazione come risoluzione dei problemi di competitività (Flassbeck e Costas Lapavitsas), e gli studiosi più attenti alle politiche industriali necessarie al rilancio delle economie del sud Europa (Servaas Storm e Naastepad). Questi ultimi sostengono che la Germania è riuscita a diventare la maggiore manifattura europea non tanto per le politiche di moderazione salariale, quanto per gli investimenti in ricerca e sviluppo: https://ineteconomics.org/ e https://ineteconomics.org/

 [4] Sulle quali Brancaccio ha scritto diffusamente.

[5] Sulle condizioni di sfruttamento e precariato diffuso dei lavoratori del settore logistico, si veda il reportage di Christian Raimo pubblicato da Internazionale: http://www.internazionale.it/

[6] Si veda la discussione “The Power of Ideas: a discussion with David Harvey” tenuta presso la London School of Economics lo scorso 10 dicembre 2015. Registrazione audio-video reperibile sul sito http://www.lse.ac.uk/
 

NOI RESTIAMO_ tempesta perfetta

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Nuovo Teatro delle Commedie: sempre, molto di più

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2 dscf6150redcircle ridLo scorso venerdì 30 settembre con una serata dedicata al teatro, alla musica e alle arti visive è stata presentata la stagione 2016/2017 del Nuovo Teatro delle Commedie, una stagione ricca di proposte di qualità che presenta "un progetto culturale in senso ampio all'interno del quale interagiscono campi ed attività rivolti tanto agli spettatori quanto agli artisti". Dopo l'intervista a Toto Barbato in occasione della riapertura stagionale del The Cage Theatre siamo andati ad ascoltare anche gli amici ed amiche del NTC e ci siamo confrontati in particolare con il Direttore Artistico Francesco Cortoni e la responsabile della comunicazione Valeria Giuliani.

Anche per il NTC comincia una nuova stagione..

Si la stagione è iniziata lo scorso 30 settembre con una grande festa che ha anticipato un po' quello che succederà qui nel corso della stagioni. La serata infatti ha visto nella prima parte alternarsi sul palco comicità e teatro di autore contornato da cibo e convivialità per poi lasciare spazio al Countdown party con 4 dj che hanno animato la festa fino a tarda notte! E' andata benissimo, siamo stati contenti di vedere passare durante la serata diversi pubblici che hanno mangiato, riso e ballato con noi.

Eventi di rilievo da segnalare?

Tutti! Da quando gestiamo il teatro abbiamo cercato di pensare più ad una proposta culturale unitaria e coerente che a singoli eventi. Il nostro obiettivo sin dall'inizio è stato quello di creare uno spazio ibrido e polifunzionale, aperto alla creatività e alla convivialità, dove l'incontro e la partecipazione fossero al centro delle proposte. Le stagioni infatti sono molteplici da quelle che guardano i nuovi linguaggi della scena contemporanea, al teatro ragazzi, al teatro comico d'autore alla musica indy e classica, alla visione di rassegne cinematografiche all'ospitalità di feste ed eventi.
Naturalmente non rinunciamo anche a fare nomi prestigiosi, quest'anno dopo tre anni di attività apriremo la stagione del comico d'autore con Sabina Guzzanti con il suo ultimo spettacolo “Come ne Venimmo Fuori“, che faremo in collaborazione con mo-wan teatro all'interno del teatro Teatro Goldoni. Inoltre quest'anno avremo importanti compagnie nazionali anche per la stagione di Teatro Ragazzi come la Societas (Ex Raffaello Sanzio Societas) Il teatro delle Briciole e il Teatro del Carretto , che si uniscono alle nostre produzioni, Pinocchio, Hansel e Gretel e Cenerentola.
Sono anche confermati i nostri festival, lo scorso fine settimana si è conclusa la seconda edizione dello Sharing Lab, il festival dei laboratori, a novembre ci sarà il Little Bit – festival sui linguaggi contemporanei e chiuderemo con il FI PI LI Horror festival organizzato dal Teatro della Cipolla nella seconda parte dell'anno. Non mancheranno gli appuntamenti musicali che si apriranno con I RONIN, storico gruppo rock italiano. Ospiteremo poi, in collaborazione con il 360Music Factory diverse band del territorio che hanno vinto il bando regionale Toscana 100 Band.
Pilar Ternera inoltre affianca al lavoro di ospitalità quello di produzione dei propri spettacoli. Quest'anno dopo aver lavorato a lungo sui classici, sia per ragazzi che per adulti, si è deciso di guardare alla nuova drammaturgia contemporanea europea scegliendo, all'interno di quanto proposto dal progetto europeo Fabulamundi, due giovani autori da tradurre e mettere in scena per il trienni 2016 – 2018. Partner di questo progetto è l'Università di Pisa – Facoltà di Lingue e Letterature Straniere che con i ragazzi dei laboratori di traduzione, seguirà la traduzione e la messa in scena dei due testi scelti.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Ottobre 2016 14:59 Leggi tutto...

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