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VISIONI SUONI LETTURE

È uscito Senza Soste n. 119

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Da oggi in edicola Senza Soste numero ​119. Ecco la locandina, l'indice del giornale e i punti di distribuzione​.​

civetta 119Pagina 1
-​ Scuola. Dopo le tante (troppe) bocciature nel concorso, la scuola riparte a regime ridotto. Per gli otto milioni di studenti, classi accorpate, mancanza di personale e orari ridotti. Il ministero emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio.
- Editoriale. La fine del mondo come l’avete già conosciuta.

Pagina 2 (Internazionale)
- Arabia Saudita: la grande sconosciuta. Viaggio in un paese chiave nello scacchiere globale (prima puntata).

- Il dolore come business. La santificazione di Madre Teresa di Calcutta

Pagina 3 (Interni)

- Il buco olimpico. Da Boston a Roma, da Barcellona a Pechino: rinunce, fallimenti e benefici delle olimpiadi.

Pagina 4 (Livorno)
- I guai giudiziari di Guerrato e Co.ve.co. Quelli che… vincono le gare (2ª puntata).
- La bolletta della discordia. L'aumento sarà inferiore dopo tante polemiche, e il Forum toscano attacca il Pd.

Pagina 5 (Livorno)

- Il mistero dei bacini. Ad un anno dalla morte dell’elettricista nel bacino di carenaggio, il bando è sempre avvolto nel oscurità.

Pagina 6 (Per non dimenticare)
- Ottobre 1956. 60 anni fa la rivoluzione ungherese contro l’Urss.
- Ottobre 1931. 85 anni fa il processo e la condanna di Al Capone.

Pagina 7 (Stile libero)
- “La prima volta”, di Filippo Andreani. Al terzo album, il cantautore comasco ritrova se stesso e tutte le sue passioni.
- La fine dei vent’anni. Dopo due dischi con i Criminal Jokers esordio solista di spessore per Francesco Motta.

Pagina 8 (Sport)

- L’altro Barça. In Ecuador, a Guayaquil, esiste un altro Barcellona ed è la squadra più popolare e vincente del paese. La scelta del nome è un omaggio al club catalano. Ma i rapporti tra le due società sembrano essersi irrimediabilmente incrinati

Dove trovare Senza Soste:

edicola p.zza Damiano Chiesa – edicola Cisternone - edicola via Verdi – edicola· piazza Municipio – edicola Baracchina Bianca - edicola Piazza Attias (angolo via Goldoni) – edicola Piazza Grande (lato via Pieroni) – edicola Piazza Grande (lato farmacia comunale) - edicola viale Carducci (angolo Risorgimento) – edicola/tabaccaio corso Mazzini (angolo via san Carlo) - edicola via Provinciale Pisana (S. Matteo) - Edicola via delle Sorgenti (angolo Donnini) - edicola viale Antignano (Scalinata) - edicola via Olanda (angolo via Francia) - Caffè Paradiso (via Maggi) - Bar Dolce Nera (via della Madonna angolo via Avvalorati) - tabaccheria via Bosi (piazza XX Settembre) - tabaccheria Corso Amedeo (angolo via Magenta) - Tabaccheria via Verdi - Videodrome (via Magenta) - Pizzeria Amaranto (via Lepanto) - Bar Il Progresso (via P.Pisana) - Bar B52 (Stagno) - Ex Aurora (viale Ippolito Nievo) - Cral Eni (viale Ippolito Nievo) - TeatrOfficina Refugio (Scali del Refugio 7) – Cp 1921 (via dei Mulini) - Ex Caserma Del Fante (via Adriana) - Emeroteca (via del Toro) – trattoria La Sgranata (via di Salviano) - campi calcetto Corea - Fondazione Don Nesi Corea – Ecomondo (via dell'Angiolo) - Centro Artistico il Grattacielo (via del Platano) - Nuovo Teatro delle Commedie (via Terreni) - La Svolta (viale Caprera) - Curva Nord Stadio (in occasione delle partite interne del Livorno)

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L’ultima zampata di Oliver Stone contro il potere. Il caso Snowden

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Schermata del 2016-10-16 12:06:02

Stefano Porcari - tratto da http://contropiano.org

Ha scelto il tema del controllo di massa da parte del potere e la storia di chi lo svelato il mondo. L’ultimo film di Oliver Stone presentato al Festival del Cinema di Roma racconta la vicenda dell’ex agente della Nsa (Agenzia Nazionale della Sicurezza degli Stati Uniti) Eduard Snowden che denunciò al mondo come gli apparati di intelligence statunitensi spiassero milioni di persone, inclusi i capi di stato degli altri paesi.

 “Penso che le informazioni che Snowden ci ha dato nel 2013 siano molto significative, ma anche molto difficili da capire per gli americani. Io stesso ho iniziato a capirne il significato e la dimensione di quello che facevano solo dopo due o tre incontri con lui” ha detto Oliver Stone. “Qua non si parla solo di spiare cosa uno compra o cosa cerca su Google, ma è una cosa molto più importante e queste informazioni erano così complicate che la maggior parte della gente non ha capito di che si parlava, per cui ho deciso che era bene tornarci su, poter ricreare il suo mondo e la sua presa di coscienza di questa cosa e come è arrivato alla decisione di rivelarlo, in modo che si capisca meglio cosa sta rivelando. Non so se siamo riusciti a renderlo sufficientemente chiaro, ma nel 2013 Snowden non era affatto popolare in America, nel 2013 chiunque rivelasse dei segreti del genere era sospettato di comportamento scorretto e molti americani lo confondono con Julian Assange e non sanno chi sia”.

Snowden ha supervisionato la sceneggiatura del film, lo ha approvato e ha mostrato il suo gradimento. “Lui,come tutti, era, a favore della sorveglianza antiterrorismo: segui un sospetto, lo intercetti e con un buon lavoro investigativo puoi ottenere un risultato. Ma perché la sorveglianza di massa? Ti dicono che viene usata perché andando random puoi beccare le telefonate casuali ma non funziona così, è ridicolo, se fosse così sarebbero stati risulti tutti i casi di terrorismo. Non uniscono i puntini: sull’11 settembre sapevamo cosa facevano i dirottatori, lo sapeva la NSA e non passò le informazioni all’FBI che ci arrivò da sola e non fece nulla, e quando arrivano a Washington si perdono, alla Casa bianca non ascoltano. Perché? Non serve a combattere il terrorismo, ma a controllare tutto e tutti per vedere come ne possiamo approfittare per far avvenire dei cambiamenti di regime come in Iraq, ora in Siria, in Brasile, Venezuela e Libia. Non andiamo in guerra ma cambiamo i regimi in modo molto sottile. Certo nessuno ha i mezzi e i soldi che ha l’America, ma possono imparare rapidamente. Poi c’è stata la guerra cibernetica iniziata nel 2007 in Iraq, immettendo mailware nei sistemi di diversi paesi, come Snowden scoprì in Giappone. So che succede col Messico, il Brasile, l’Austria, il Belgio e io penso anche con alcuni dei nostri maggiori alleati. E' come mettere delle mine. Con i cambi di regime si crea la possibilità di una guerra e questo è quello che vediamo in Medio Oriente".

Oliver Stone ha raccontato di come negli Stati Uniti nessuno volesse finanziare questo ennesimo film scomodo. I finanziamenti li ha trovati in Germania e in Francia. Le riprese sono state fatte a Monaco e non a New York.

Il regista ovviamente non si sottrae da una valutazione sulla prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti: “So che voi in Europa siete terrorizzati dalla possibile vittoria di Trump, ma io non credo che Trump abbia chances, non le ha mai avute. Il problema però è che si vota per Hillary Clinton la quale rappresenta il sistema di pensiero americano: ”o con noi o contro di noi”. La Clinton è più militarista e dura di Obama. E' stata coinvolta nei vari cambi di regime in Libia, Iraq, Siria e Honduras. Non vedo uno spirito riformista in lei”.

(foto di Patrizia Cortellessa)

15 ottobre 2016

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Vajont: la cupidigia del potere

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Nel 2013, a 50 anni dalla strage, uscì la ricostruzione a fumetti di una delle tragedie più annunciate e denunciate della storia italiana. “Il genocidio di un’intera comunità, provocato dalla mano criminale di una classe industriale senza scrupoli”.

vajont fumettoMercoledì 9 ottobre 1963, ore 22.39, 260 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e franano di colpo nel bacino idroelettrico artificiale della diga del Vajont, al confine tra Friuli e Veneto. La frana provoca un'onda gigantesca di 230 metri. Almeno 50 milioni di metri cubi d'acqua e fango si abbattono, travolgendoli, sui paesi di Erto, Frassen, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo, Casso, Pineda, Longarone, Codissago, Castellavazzo, Villanuova, Pirago, Faè e Rivalta. In pochi attimi perdono la vita 1917 persone, 1450 dei quali nella sola Longarone, che venne completamente distrutta e per la quale si è meritata la Medaglia d'oro al Merito Civile. Bel merito, non c'è che dire, morire perché qualcuno di potente ha deciso che la tua vita vale meno dei propri affari. Si, perché il disastro del Vajont è tutto tranne che un evento improvviso e naturale. Lo si capisce bene rileggendo e ricostruendo quella storia, che porta con se temi e questioni ancora aperti come il rapporto tra territori e grandi opere. Il 9 ottobre del '97 l'attore Marco Paolini porta in diretta Tv su Rai Due il monologo Vajont, un'orazione civile, narrando al grande pubblico (incollato allo schermo per oltre due ore), questa immane tragedia annunciata. A quella versione della Tv lavorò anche lo scrittore ed autore Francesco Niccolini che da anni ormai vive proprio qui a Livorno.

Rimasto molto legato a quei luoghi per il 50° anniversario del disastro Francesco Niccolini torna a scrivere su la storia di quella diga maledetta curando i testi di un nuovo volume dell'edizioni Becco Giallo (da anni specializzata nella salvaguardia e trasmissione della memoria storica attraverso il fumetto) Vajont. Storia di una diga, illustrato con grande forza espressiva dal ferrarese Duccio Boscoli.

Ci avevi annunciato questo lavoro nell'intervista fatta per il volume Enrico Mattei. La collaborazione con Becco Giallo ci sembra abbia prodotto un altro bel volume. Immaginiamo la soddisfazione.

Sì, sono molto contento. In realtà questa è la mia prima sceneggiatura a fumetti, l'avevo scritta prima di quella su Mattei, e ora che è realizzata, il grandissimo lavoro di Duccio Boscoli come illustratore, mi fa estremamente contento di tutta la fatica, di tutte le ricerche ed è il mio modo più onesto e sentito per rendere il mio omaggio a un popolo - quello di Erto, Longarone e di tutti gli altri comuni della zona - che è stato devastato in modo criminale in nome del profitto e nell'assenza più assoluta di uno Stato.

Questo volume esce per il 50° anniversario della strage. Al di là della commemorazione cosa ci lascia in eredità questa storia?

E' un'eredità pesantissima. Purtroppo, per quello che vediamo accadere quasi ogni giorno, un'eredità inutile. Basta pensare a quello che è accaduto a l'Aquila, al terremoto, al mancato allarme prima e alla pessima ricostruzione poi. Mi guardo intorno, penso a come un'industria senza anima a ridotto il territorio italiano e la pover agente che ci vive sopra, poi penso a uno stato (stavolta con la s- minuscola) senza spina dorsale, corrotto e complice, che ha lasciato fare. Penso all'Ilva, penso all'Eternit, alla Thyssen, e penso che tutti i morti sono morti per nulla.

Come giustamente scrivi per raccontare e ricostruire le storie "ci devi mettere i piedi dentro". Su ad Erto sembra che tu abbia lasciato un'impronta profonda

No, è Erto che ha lasciato un'impronta profondissima nella mia vita. Ci trono quasi tutti gli anni, ho lassù amici e persone che sono felice di vedere e - al tempo stesso - mi sento parte di una comunità di sopravvissuti che ha un dolore e un'amarezza dentro che il tempo non risana. Ho visto le persone invecchiare, i bambini crescere, diventare ragazzi e giovani uomini e donne, e tutto questo sento che ormai è parte di me.

Da scrittore a scrittore, hai letto la posizione di Erri de Luca sulla questione No Tav.

Sì, ho letto. In questi anni ho sperimentato cosa è la rabbia, e quanto ti senti impotente di fronte alla violenza delle istituzioni, all'arroganza dei ricchi e alla rassegnazione delle vittime. Voglio continuare a sperare che senza armi, senza aggiungere violenza alla violenza, con la forza della nostra opposizione pacifica ma decisa e massiccia, si possa resistere. Alcuni giorni è difficilissimo sperarlo. Altri giorni la speranza non è ancora spenta. Altri ancora vorrei che la mia protesta si ergesse ancora più alta. Poi penso ai monaci tibetani che si bruciano, penso a Jan Palach, che si diede fuoco a Praga di fronte alla fine della Primavera di quella stagione nuova. Penso che non dobbiamo restare soli, e soprattutto non lasciare che le vittime si sentano sole, prima di tutto abbandonate dalla giustizia e dall'umanità.

a cura di Lucio Baoprati

tratto da Senza Soste cartaceo n.85 (ottobre 2013)

vedi anche

Vajont 9 ottobre 1963. Il vero responsabile è ancora a piede libero

9 ottobre 1963-2007: la tragedia del Vajont 44 anni dopo

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 09 Ottobre 2016 17:12

Fuocoammare: reazioni e recensioni

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Fuocoammare o frammenti di un discorso umanitario

di MIGUEL MELLINO e GIUSEPPE ORLANDINI - tratto da http://www.euronomade.info/?p=6931

Migrazioni e cinema “embedded”

La rappresentazione delle migrazioni nel cinema italiano continua a restare piuttosto problematica. Ultimo esempio di questa lunga narrazione fatta da “ripetizioni senza differenza”, per parafrasare la nota espressione di Deleuze, è Fuocoammare di Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’Oro e del Premio Giuria di Amnesty International alla Berlinale. E non è un caso che abbia vinto proprio a Berlino, dato l’ordine del discorso emergenziale imposto dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati” che continua a dominare l’attuale congiuntura politica europea. Il film-documentario di Rosi è stato accolto con favore non solo da buona parte dell’opinione pubblica sensibile all’argomento, ma anche in ambiti più o meno specializzati nella ricerca teorica e pratica sul fenomeno migratorio. Tuttavia appare davvero difficile non vedere la narrazione di Fuocoammare come qualcosa di diverso da quel lungo “festival di vittimologia”, “buoni sentimenti” e “paternalismi umanitari” attraverso cui il cinema italiano codifica sin dagli anni ’80 l’esperienza migratoria e il rapporto tra la società italiana e questo fenomeno.

Umanitarismo e cinema “embedded”

Diciamo subito che il film di Rosi (costruito come sguardo documentaristico sul proprio oggetto) ci appare in perfetta sintonia con quel regime discorsivo istituzionale attraverso cui si è cercato di riplasmare, almeno in un primo momento, il management europeo e italiano delle migrazioni dall’estate scorsa in poi. Si tratta di una nuova enunciazione del “discorso umanitario”, emersa come risposta di governo sia all’imponente serie di affondamenti di navi di migranti “illegalizzati” nel Mediterraneo, sia alla “crisi” di gestione delle politiche migratorie della UE innescata nello stesso territorio europeo dal movimento di migliaia di “richiedenti asilo” in fuga dalla Siria e da altre zone di guerra. È chiaro però che questa nuova costruzione umanitaria della crisi deve essere tuttora considerata come un elemento del tutto interno e necessario al regime europeo di controllo (militare, poliziesco e carcerario) dei confini e delle migrazioni. Sappiamo che dagli anni novanta in poi il “discorso umanitario” (nelle sue molteplici traduzioni nel business dell’accoglienza) e il “filo spinato” (in tutte le sue dimensioni materiali e simboliche) sono parti di un unico dispositivo di governo delle migrazioni, la mano sinistra e la mano destra dello Stato, per dirla con Bourdieu.

fuocoammare_carabinieri

Il “grado zero” di questo nuovo “momento umanitario” può essere ben rappresentato dal noto pianto di Angela Merkel, l’estate scorsa, di fronte alla grande diffusione mediatica della foto di Aylan (il bambino siriano morto annegato), e dalla momentanea apertura della Germania e di altri paesi europei alle richieste di asilo da parte dei migranti in fuga e a rivedere in senso contingente la convenzione di Dublino. È a partire da quel momento che il regime di rappresentazione istituzionale/mediatico si è sempre più contraddistinto da ciò che possiamo chiamare il “discorso del riscatto”, ovvero dalla “codificazione” dei migranti sempre più come “rifugiati” (favorendo una ulteriore stigmatizzazione dei migranti economici, completamente esclusi dal discorso), ma soprattutto come “vittime” o “corpi” da “salvare”, da “aiutare” e da “proteggere” perché “sofferenti” e “bisognosi” della nostra “compassione” per una loro “ri-umanizzazione”. È qui necessario sottolineare che questo “discorso salvifico” è cominciato a capovolgersi nel suo “rovescio costitutivo” nell’arco di tempo che va dalla strage del 13 Novembre a Parigi ai misteriosi fatti della notte di capodanno a Colonia e alla loro codificazione razzista prodotta dai media e ulteriormente rafforzata dalle posizioni assunte da molti governi europei. Da qui in poi, abbiamo assistito sempre di più alla costruzione del migrante-rifugiato come nemico pubblico e/o soggetto pericoloso, questa volta nelle vesti del predatore del welfare, del cittadino “binazionale” virtualmente sleale, del potenziale stupratore o terrorista islamico, dello straniero culturalmente inassimilabile.

La rappresentazione dell’esperienza migratoria di Fuocoammare ci appare come un ingranaggio interno a questo processo di significazione, ovvero essa acquista (il suo) senso solo come frammento di questo “discorso umanitario” e delle sue corrispettive “strutture del sentire”, le cui “capacità interpellanti” (di mobilitazione soggettiva), peraltro, affondano le radici in un persistente inconscio coloniale europeo; si pensi qui alla codificazione degli sbarchi proposta dal film, la cui “messa in scena” appare chiaramente del tutto internaalla logica vittimizzante e de-soggettivante dell’attuale ragione umanitaria di governo fondata sulla sofferenza e la compassione. Nel clima di umanità melensa, di stucchevoli buoni sentimenti e di semplicità provinciale quasi verginale attraverso cui viene costruita la Lampedusa del film, i migranti appaiono altrettanto “umani”, buoni e semplici dei lampedusani, per non dire innocui – abbiamo qui in mente la scena della partita di calcio giocata dai migranti all’interno di un presunto Centro di Identificazione – , soprattutto perché vittime inermi di forme “inenarrabili” di violenze. Da questo punto di vista, il film si consegna a un godimento necropolitico quasi morboso del migrante-vittima-oggettocadavere – nella maggior parte dei casi rigorosamente neri – assai radicato in un certo tipo di immaginario (mediatico-culturale-politico) collettivo incentrato su un nuovo “delirio manicheo”: da una parte la coscienza morale, gli “emancipatori” (coloro in grado di sancire attivamente il riscatto), dall’altra i nuovi schiavi, i “sommersi” da rappresentare (s-oggetti ancora nella sala d’attesa della storia).

Particolarmente grottesche – poiché pervase da un infantilizzazione parrocchiale e coloniale – appaiono le riprese in cui i migranti vengono sollecitati (e messi in quel luogo di enunciazione) dalla cinepresa a “raccontare” e “cantare” a suon di rap le violenze subite. Non solo si attiva qui il solito dispositivo narrativo-pastorale (e razzista) del tipo «vieni raccontami la tua sofferenza, Io la diffonderò e sarò la tua voce e coscienza», ma il racconto stesso “estorto” ai migranti non fa che rafforzare uno dei principali enunciati dell’ordine del discorso umanitario: le violenze ci vengono “narrate” come qualcosa di lontano e scisso da noi (dall’Europa e dalle sue responsabilità), hanno a che fare con la Libia, il Sudan, la Siria, l’Africa, l’ISIS, ovvero con nomi che finiscono per apparire come gli “unici” significanti cattivi del film, e che non fanno che iscriversi ulteriormente in quell’immaginario orientalista e coloniale che da sempre connota quei territori come oscuri, incivili, afflitti da violenze endemiche e “tribali”. Come il discorso umanitario dei nostri giorni, il film costruisce i “rifugiati” come l’effetto di una catastrofe naturale, come il prodotto di un processo del tutto esterno al soggetto enunciante (europeo). Ma cerchiamo di essere chiari: non che il “canto” del proprio sfruttamento o delle proprie miserie è di per sé privo di forza o di autonomia soggettiva, la storia dei soggetti oppressi (schiavi, indigeni, proletariato industriale, neri, banlieusard ecc.) ci dice proprio il contrario; il problema qui è la cornice di significazione “paternalistica” in cui questa “presa di parola” viene inserita, che non fa che addomesticare ogni istinto ribelle. E poco importa qui il “taglio documentaristico” del film, ovvero se i migranti, ciò che fanno e dicono, così come gli sbarchi, rappresentano la registrazione di situazioni “reali”: si tratta sempre di una rappresentazione soggettiva. Per questo, non ci sembra esagerato definire Fuocoammare come un’altra rappresentazione “embedded” del fenomeno migratorio: la sua soggettiva – la “posizione del soggetto enunciante” – non è molto diversa da quella del Ministero degli Interni, della Marina Militare e delle Misericordie, “istituzioni” che peraltro vengono “ringraziate” per la collaborazione nei titoli di coda del film. Narrare il rapporto di Lampedusa con i migranti a partire dalla presunta umanità del personale istituzionale preposto dallo Stato ad affrontare gli “sbarchi” e “l’emergenza” creata dalle politiche migratorie europee appare qui non solo come un’altra variante del “nazionalismo metodologico” nella rappresentazione delle migrazioni, ma soprattutto una strategia discorsiva assai discutibile in un momento in cui è sempre più chiaro che il “sistema dell’accoglienza” è semplicemente un gigantesco “business umanitario” finalizzato sia allo sfruttamento spudorato dei migranti (vedi Mafia-capitale), sia alla produzione di forza lavoro “servile” (vedi provvedimenti come la costrizione al pagamento dei servizi e dei ticket sanitari da parte dei “rifugiati”, la confisca dei loro beni, il ritiro dei benefits ecc.). Detto in modo semplice: crediamo che il punto non stia nell’umanità o meno dei soccorritori, ma nella disumanità delle istituzioni che rappresentano, tutti pilastri dell’attuale regime di controllo, illegalizzazione e sfruttamento delle migrazioni.

Lampedusa tra banalità del bene e italiani brava gente

Il panorama non cambia se rivolgiamo l’attenzione allo sguardo che il film ci offre su Lampedusa. La rappresentazione dei lampedusani è costruita entro la cornice discorsiva di una “banalità del bene” già vista. Anche qui, poco importa se i personaggi del film sono “veri”, abitanti dell’isola e personale appartenente alle forze dell’ordine che recitano loro stessi e la loro vita quotidiana. Ogni personaggio del film – i due bambini, le casalinghe rigorosamente “orientalizzate” o “sicilianizzate”, il medico, i carabinieri, i lavoratori, i pescatori, il conduttore del programma radio ecc. – svolge la sua vita quotidiana facendo il “bene”, mostrando il suo “umile” e “faticoso” apporto al “bene comune” all’interno di una comunità locale codificata come qualcosa di molto vicino allo stato di natura ipotizzato da Rousseau sul buon selvaggio. Lo sguardo “folklorizzante-esotizzante” del film anche qui va a colpo sicuro, nel senso che funge da specchio per un certo tipo di godimento nazionale identitario, improntato a un’autorappresentazione della “regionalità o località” come forma di vita di per sé buona, semplice e soprattutto genuina (sintomatica è qui la scena in cui ci viene mostrata la mamma del bambino-protagonista mentre cucina la pasta con i calamari).

In questo contesto, risulta particolarmente stucchevole il discorso-sermone del medico dell’isola sulla sofferenza dei migranti, sui loro bisogni e sul suo impegno verso di loro. Ancora una volta, come per il resto dei personaggi, ciò che conta qui non è la loro “veridicità” o meno, poiché ciò che arriva a noi non è la loro realtà grezza di tutti i giorni vissuta in prima persona (che può essere anche di grande valore e dignità) ma la codificazione discorsiva di quella realtà prodotta da questa particolare narrazione – non il medico reale, dunque, bensì il medico di Fuocoammare. Ciò che ci interessa qui non è tanto la realtà che mostra il film quanto il suo modo di rappresentarla; non Lampedusa, ma la Lampedusa di Rosi. È chiaro, dunque, che quanto diciamo non riguarda la vita reale dei personaggi, ma la “politica della rappresentazione” su cui il film costruisce e ci trasmette quella loro esperienza.

fuocoammare_migranti

Questa “politica della rappresentazione” concede molto all’immaginario nazionale-coloniale degli “italiani brava gente”: la narrazione di Rosi è infatti priva di contraddizioni (di cattiverie, di ambivalenze). Non vi è, per esempio, alcuna traccia di razzismo popolare o istituzionale, come se questi fenomeni non facessero parte del vissuto quotidiano dell’isola. La cosa potrebbe avere anche un suo lato di verità, ma ci chiediamo: a cosa serve questa auto-rappresentazione? O meglio: c’è ancora bisogno di produrre questo tipo di narrazione “pastorale” e “conciliante” in una società in cui, non solo le violenze e le aggressioni razziste sono all’ordine del giorno, ma che al tempo stesso fatica molto di più di altre società europee ad assumere il razzismo – in quanto eredità del proprio passato coloniale – come un dispositivo costitutivo, per dirla qui con Foucault, dello stesso processo di produzione della nazione e della sua popolazione?

Forse l’obiettivo era narrare l’isola da un punto di vista diverso da quello del regime di rappresentazione mediatico dominante incentrato su Lampedusa come “isola-prigione a cielo aperto”, teatro di uno scontro razzista permanente tra abitanti dell’isola e migranti. Tuttavia, ci sembra che contrapporre l’immagine di un’”isola paradiso” altrettanto a “senso a unico”, per riprendere qui la frase di Benjamin, di quell’altra rappresentazione demonizzante, non solo resta dentro i codici della stessa “semplificazione manichea”, ma finisce per rendere grotteschi e inverosimili anche quei frammenti di rappresentazione che appaiono più credibili e certamente desiderabili. Come insegna il lavoro di Edward Said, le rappresentazioni a senso unico finiscono sempre per orientalizzare-essenzializzare gli oggetti del loro discorso. Se si voleva narrare la vita nell’isola a partire da diverse “storie” o “punti di vista” (come il film sembra proporre), per ridare credibilità, complessità ed eterogeneità alla narrazione, questi diversi punti di vista devono entrare in collisione-contraddizione fra di loro; se si narrano diverse situazioni che in realtà raccontano la stessa cosa, non si guadagna affatto in complessità o veridicità, ma si cade nella “macchietta”: buoni-buonissimi, cattivi-cattivissimi.

La costruzione umanitaria e l’incrostazione coloniale si dispiega poi anche attraverso una sorta di empatizzazione paradossale e gerarchica. La pietà che il medico e l’intero docufilm suscitano resta confinata in un buonismo verticale e autoassolutorio: non c’è traccia di colpevoli, il sentimento di misericordia è calato dall’alto (come lo spirito santo) e non vi è il benché minimo segno di un coinvolgimento comune dei soggetti. Questo distacco si esprime anche nella mancanza di un rapporto tra la narrazione sui lampedusani e quella sui migranti. Non c’è alcuna presenza reciproca nelle rispettive rappresentazioni, alcun riferimento all’insieme di relazioni ed effetti ambivalenti e complessi che il flusso degli sbarchi porta sull’isola, se non attraverso il frame compassionevole (quando alla radio giunge notizia dell’ennesima tragedia inmare e la donna di casa esprime dolore).Qualcosa che appare persino nella scelta di una sorta di montaggio alterno, come si trattasse di un dialogo “muto” tra due (s)oggetti-film.

Probabilmente ciò definisce una precisa volontà dell’autore, che viene a saldarsi con l’allegoria dell’occhio pigro diagnosticato al bambino. È chiaro che tale scelta narrativa mira a stimolare un’identificazione affettiva con l’altro, un suo riconoscimento; e tuttavia rappresentare i migranti come meri corpi sui quali intervenire con umanità e clemenza senza fare i conti, se non con l’insieme, almeno con alcuni dei dispositivi di disumanizzazione e sfruttamento che questi soggetti vivono, oltre che alimentare il proprio ego di buoni sentimenti, finisce per rispecchiare la pigrizia (malafede, direbbe Sartre) dello sguardo del regista, del cinema italiano e delle giurie internazionali rispetto al tema delle migrazioni. Una pigrizia interessata (malafede) e (post)coloniale.

Un cinema contro la soggettività migrante

Fuocoammare, dunque, non fa che confermare qualcosa di già noto: nel momento di scegliere come rappresentare al cinema i migranti, in Italia la prima scelta è sempre il racconto paternalistico e vittimizzante. È così che altre realtà (se così si vuole chiamarle) costitutive dell’esperienza e della soggettività migrante in Italia – fughe e rivolte nei Centri d’accoglienza, insorgenze spontanee come quelle di Rosarno e Castel Volturno, partecipazione a “scioperi sociali”, lotte contro lo sfruttamento delle cooperative nel settore della logistica, rifiuto a farsi prendere le impronte digitali o a farsi deportare dove decidono le autorità, reazioni al razzismo istituzionale e popolare, produzione di spazi sociali meticci, ecc. – restano per lo più o fuori dall’occhio cinematografico italiano o raccontate in chiave “salvifica” e attraverso una scelta estetica “realista” piuttosto ingenua. Non che un’estetica “realista” o documentaristica sia di per sé semplificatoria o banalizzante: anzi, film come quelli dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne (La promesse, Rosetta, Il matrimonio di Lorna), di J. Audiard (Il Profeta, Dheepan), di A. Kechiche (La schivata), di F. Akin (La sposa turca) o del Kassovitz de L’odio, tanto per citare alcuni, ci dicono il contrario. Il problema è che spesso il cinema sulle migrazioni in Italia è raccontato da un “realismo” così privo di ambizioni estetico-formali che si finisce per essenzializzare ulteriormente il fenomeno, per degradarlo a un genere minore (di mera cronaca) oramai privo di originalità, scontato e saturo di retorica. I film si susseguono e nulla di nuovo accade. Si sente sempre di più il bisogno di narrazioni cinematografiche che sappiano riconsegnare i fenomeni della migrazione e del razzismo in tutta la loro complessità e ambivalenza; senza racconti umanitari a senso unico, utili solo alla buona coscienza del narratore e dell’audience cui si rivolge, e soprattutto che abbiano il coraggio di evitare ogni “ambizione pedagogica” (per stare nuovamente al vecchio Bourdieu critico del sistema scolastico) o “pillola moralistico-educativa”. Di film sulle migrazioni “da fare vedere nelle scuole”, per così dire, francamente non se ne può più. L’incapacità di produrre narrazioni più politicamente scorrette, in grado di rompere (anziché rafforzare o celebrare) quei soliti cliché che attraversano l’immaginario nazionale-coloniale su questi argomenti, appare sintomatico di tutti i limiti sia dello stato dell’antirazzismo in Italia, sia dei suoi modi di pensare il rapporto tra il sé e gli altri. Forse un buon primo passo per interrogare e andare oltre questi limiti è cominciare a pensare un cinema sulle migrazioni che sia in grado di assumere come punto di partenza la necessità di una decolonizzazione del proprio sguardo, vale a dire la problematizzazione costante sia delle proprie concezioni-proiezioni sull’oggetto della rappresentazione, sia del proprio rapporto con esso. Anche qui, come altrove, non esiste dunque una “questione migrante” da rappresentare, ma una “questione nazionale” con cui fare i conti.

19 marzo 2016

***

Il brivido di Fuocoammare e il cinema degli arroganti

fuocoammare

Vincenzo Morvillo - tratto da http://contropiano.org

Fuocoammare è L'Isola di Arturo di Elsa Morante e Tierno Bokar di Peter Brook. Fuocoammare è un film che insegna senza essere didascalico. E' un film in cui le emozioni arrivano senza l'enfasi dell'artificio retorico, affidato alla parola o all'immagine.

Fuocoammare è il dolore di un respiro affannoso, di un grido di aiuto, di una morte qualunque. E' una preghiera, una tragica litania, che ad accoglierla non trova alcun dio ma solo il mare, governato dal caso e dal destino.

Fuocommare è il Golgota di un Cristo negro, venduto dal Giuda bianco e fustigato a sangue dai centurioni al servizio degli imperi dell'Euro e del Dollaro.

Fuocoammare è la semplicità della vita sull'Isola di Lampedusa, scandita dall'arrivo dei disperati della terra. Fuocoammare è la Guerra, come dice la nonna di Samuele.

Fuocoammare è "I Persiani" di Eschilo ed il mare fiorito di tombe. Fuocoammare è lo sguardo pigro di un bambino già adulto, che gioca col mare, la natura, la fionda… e con armi immaginarie.

In Fuocoammare non ci sono computer, né cellulari, né azione. Non c'è il cinema americano. Non c'è affettazione. Non c'è il discorso sull'estetica e sulla semiotica del cinema.

Fuocoammare è la vita semplice, arcaica, tranquilla, che cozza, come una barca senza nocchiero, contro la crudeltà del mondo organizzato in classi.

Fuocoammare è il teatro della crudeltà di Artaud. Fuocoammare è un piccolo gioiello, un nucleo incandescente di brividi, che squarciano l'anima e inteneriscono le mani.

Fuocoammare parla di noi e delle nostre responsabilità. Fuocoammare è il cinema al servizio della vita, della Storia e delle storie. Non il contrario.

Per questo motivo, pur non amando premi e manifestazioni affini, come gli Oscar, siamo contenti che Fuocoammare, diretto da Gianfranco Rosi, sia stato selezionato per partecipare alla kermesse lasangelina. Ci sembra una decisione in controtendenza rispetto alle logiche di un mercato per il quale, a sancire la qualità di un film – come di altre espressioni artistiche – sono gli incassi, i soldi spesi – in questo caso pochissimi – i nomi osannati dalla critica di regime e, ovviamente, le case di produzione e distribuzione, che dettano le regole del gioco.

Un gioco al quale appartiene di diritto quel Paolo Sorrentino – premio Oscar per La Grande Bellezza – per il quale questa scelta sarebbe solo: «Un inutile, masochistico depotenziamento del cinema italiano». Sinceramente, della vacuità di autori radical chic, pomposi e arroganti, possiamo fare anche a meno. La Grande Bellezza, per citare solo quello più famoso, è un film manieristico, velleitario, estetizzante, pretenzioso e, per di più, assolutorio nei confronti di quella classe borghese, cui liscia il pelo, che vorrebbe, invece, farci credere di colpire con ironia. Un’ironia, ahimé, mai pungente e mai capace di elevarsi alle urticanti altezze del grottesco, e che risulta, al contrario, molto diluita dagli stilemi della commedia all’italiana, travestiti da fittizia autorialità.

A Sorrentino, quindi, consiglieremmo di andarsi a rileggere quanto scriveva Antonio Neiwiller nel suo Manifesto per un teatro clandestino: «È tempo di mettersi in ascolto. È tempo di fare silenzio dentro di sé. È tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso […] Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata […] Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria…».

Da questo grande uomo di teatro, napoletano come lui, il premio Oscar potrebbe trarre qualche insegnamento!

5 ottobre 2016

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Fuocoammare: considerazioni del collettivo Askavusa

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The Cage is open. Intervista a Toto Barbato

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cageisopenEra previsto ed è stato un sabato di pioggia a battezzare l'apertura della nuova stagione del The Cage, il tempietto della musica rock livornese ripartito con un applauditissimo live. Prima l'esibizione di Nico Sambo che ha presentato il suo nuovo disco "Ognisogno", a seguire l'ultima data del tour di Francesco Motta, fresco vincitore della Targa Tenco per la Miglior Opera Prima, nonché del PIMI Speciale 2016 del MEI, come artista indipendente italiano dell’anno. Rock insomma, nelle sue tante sfumature. Non più solo strumentale quello di Nico Sambo che prosegue sul solco di "Argonauta" e intesse melodie su testi scritti per la maggior parte dal suo collaboratore Lucio Tirinnanzi. Rock poliedrico e versatile quello proposto da Motta per un disco definito da qualcuno «una piccola gemma generazionale che speriamo non rimanga nascosta». Un disco che ha conquistato pubblico e critica e che non ha mancato di ricevere il plauso del "teatrino". Per conoscere più nel dettaglio le prospettive della stagione del The Cage e un cartellone che ha già messo in programma una fitta serie di concerti fino alla fine del 2016, abbiamo contattato Toto Barbato, fondatore e direttore artistico del locale. Di seguito, dalle sue parole, una prospettiva sul 14° anno di età del Cage e una riflessione che tocca anche le politiche culturali cittadine.

Ripartite innanzitutto con maggior serenità: il The Cage ha vinto il bando per la gestione del teatro Mascagni per i prossimi anni. Una notizia che aspettavate per poter investire sul posto. Come si ripresenterà quest'anno il The Cage? E cos'altro avete intenzione di fare per il futuro?

Abbiamo rinnovato l’area esterna facendo un grosso sforzo economico; dopo le varie incursioni da parte dei “vandali”, che noi preferiamo considerare bimbetti troppo scalmanati, non potevamo continuare ad andare avanti con quelle due strutture che formavano il vecchio bar. Per il futuro ci piacerebbe prendere possesso della “casina del custode” che, a nostro avviso, è parte integrante del Teatro Mascagni e da anni ormai è disabitata e vuota. Al suo interno ci piacerebbe aprire una vera scuola di Rock: la The Cage School of Rock, che ovviamente dovrebbe essere connessa con tutte le realtà che ci circondano: asilo nido, scuola materna, scuola elementare e scuola media. La collina di Via del Vecchio Lazzaretto potrebbe diventare un vero e proprio campus formativo per bambini e ragazzi. la nostra volontà c’è e sicuramente un progetto serio interesserebbe anche i dirigenti dei vari presidi scolastici. Peccato che manchino totalmente le risorse da parte della cosa pubblica: la scuola media Mazzini, che spesso ha subito attacchi vandalici in contemporanea al The Cage, versa in uno stato disastroso, il muro che delimita le Mazzini e il Teatro Mascagni è da molti anni pericolante e recintato. Noi di fronte ad un progetto serio, in futuro, potremmo liberare risorse, siamo disponibili, anche da lunedì prossimo, a mettersi attorno ad un tavolo con tutti.

Motta, Dente, Giardini di Mirò, Zen Circus sono i primi appuntamenti della programmazione di quest'anno. Ma al di là dei nomi, cosa ci si deve aspettare da questa nuova stagione?

Il pubblico del The Cage si sta evolvendo, durante l’ultimo anno ho visto molti giovani e giovanissimi avvicinarsi a questa nuova ondata del cantautorato indie italiano (da Calcutta a Cosmo per intenderci), cercheremo di accontentare questa richiesta ovviamente senza tralasciare le richieste che arrivano dai puristi del samborock, noise, post punk. Per il 2017 abbiamo già annunciato il concerto dei Me First and Gimme Gimmes e stiamo trattando altre “bombe” internazionali. Come Direttore Artistico sento la responsabilità di aprire un breccia sull’afro beat e sulla “word music” in generale, finalmente dopo anni in cui con questo genere ci si è sciacquati troppo la bocca giustificando qualsiasi progetto insulso; la musica proveniente dal sud del mondo sta tornando ad esprimere perle di rara bellezza. Spero che il bellissimo concerto dei Tinariwen in Piazza del Logo Pio della scorsa estate, che abbiamo fermamente voluto, non rimanga un’isola nel deserto (...giusto per non usare parole a caso). In città si sentono sempre più spinte xenofobe, basta andare al panificio sotto casa o in un qualsiasi bar, oltre che leggere i commenti sui quotidiani online cittadini, per rendersi conto che anche a Livorno si è persa totalmente la curiosità verso tutto quello che arriva da “ fuori”. Ecco, mi piacerebbe rispondere a tutto ciò con la musica, con la bella musica: non è possibile che i giovani livornesi amino l’hip hop senza sapere cosa ha rappresentato per la musica contemporanea Fela Kuti, tanto per citare il più grande di tutti.

Livorno è attraversata da un nuovo scenario politico. Focalizzando l'attenzione sul tuo ambito lavorativo si notano delle novità rispetto al passato per quando riguarda i rapporti con le istituzioni che operano nel campo delle politiche culturali della città? Quali opportunità e limiti ci sono per la scena musicale livornese? Hai dei suggerimenti in tal senso?

Per rispondere a questa domanda dovremmo aprire un tavolo di confronto serio, vero e senza peli sulla lingua, che affronti tutto quello che è successo in passato e quello che potrebbe succedere in futuro nel mondo culturale labronico. Impossibile quindi rispondere pienamente a questa domanda ma non voglio tirami indietro su un punto in particolare. Da molti anni la quasi totalità delle risorse destinate al comparto culturale di questa città vengono assorbite dal Teatro Goldoni, non sta a me dire se questa sia una scelta giusta e/o lungimirante, certo è che senza risorse qualsiasi dibattito rimane sterile, qualsiasi colore abbia la totobarbatogiunta. Si parla, da 15 anni, di andare e reperire risorse in Europa ma al momento non abbiamo visto passi in avanti, mi auguro che questo diventi un punto importante che l’attuale amministrazione affronterà. Abbiamo un ottimo rapporto con l’attuale assessore Belais come avevamo un ottimo rapporto con Serafino Fasulo a cui va il nostro enorme abbraccio. Abbiamo avuto grossi scontri, spesso riportati anche dalla stampa cittadina, con l’ultimo assessore targato PD, Mario Tredici, che sicuramente aveva (legittimamente intendiamoci) una visione culturale totalmente diversa dalla nostra. Resta nei nostri cuori l’ex assessore Massimo Guantini, purtroppo scomparso pochi anni fa, un uomo di elevata statura culturale che ci ha veramente aiutato a crescere nonostante avesse radici totalmente diverse dalle nostre. Grazie al suo carattere tollerante riuscimmo a resistere quattro lunghi anni in Fortezza Vecchia e credo seriamente che l’idea di affidare due piccoli teatri cittadini, il teatro delle Commedie e il Teatro Mascagni, ad associazioni culturali locali, sia stata una sua lungimirante idea (mi piace pensare questo anche se non ne ho le prove). Nonostante una ritrovata tolleranza da parte dell’attuale amministrazione verso le politiche culturali e giovanili, credo che la Politica non possa essere incisiva fino a quando non si liberano risorse (mi ripeto lo so …ma cosi è ...) e fino a quando questa “turbo burocrazia” opprimente non viene ridimensionata. I tempi della macchina amministrativa sono elefantiaci e non hanno nessun legame con la realtà delle cose. Mesi per avere un timbro su un foglio A4 sono tempistiche folli se pensate nel 2016 … rendiamocene conto: siamo ancora fermi ai timbri e alle fotocopiatrici. Con questo non voglio dare colpe su un ufficio in particolare o su un dirigente comunale, è il sistema che non funziona e questo non può essere cambiato a livello locale ma dovrebbe rientrare in una vera riforma della Pubblica Amministrazione, una riforma che finalmente digitalizzi il 90% delle pratiche. Fare impresa in Italia è demenziale, figurarsi fare impresa culturale, e gli imprenditori sani da questo paese, giustamente, scappano.

Redazione, 2 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 02 Ottobre 2016 17:19

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