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VISIONI SUONI LETTURE

Sensibili e «presidenziali» eccedenze

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Lincoln

MAURIZIO RICCIARDI - Pubblicato su «Il Manifesto» del 25 marzo 2016.

Nel 1867 un rifugiato tedesco, un comunista, in un libro che avrebbe avuto un’importanza capitale, commentava quanto avvenuto pochi anni prima negli Stati uniti, scrivendo che «il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un paese, dove è marchiato a fuoco quando è in pelle nera». Karl Marx aveva seguito con attenzione quanto avveniva a un oceano di distanza, convincendosi che l’abolizione della schiavitù fosse solo il primo segno dell’emancipazione di tutto il lavoro. Non è andata così. I rapporti all’interno degli Stati uniti erano troppo consolidati per essere modificati da un solo evento. Lo erano al punto da non poter essere spiegati nemmeno dalla biografia di un solo uomo per quanto rappresentativo. Questa convinzione sembra essere alla base di Abraham Lincoln. Un dramma americano (Bologna, Il Mulino, 2016, € 22) scritto da Tiziano Bonazzi che, attraverso e grazie a Lincoln, ricostruisce il lungo passaggio storico che investe l’architettura di quella parte della Grande Europa che sono ancora gli Stati uniti dell’Ottocento. Il volume dunque è molto di più della biografia del XVI presidente, perché restituisce la storia costituzionale degli Stati uniti in un momento di trasformazione che investe seriamente i tre pilastri fondamentali della società statunitense: la religione, il lavoro e la razza. Bonazzi riesce a seguire con uguale precisione due opposte eccedenze: quella della storia individuale di un presidente e quella delle vicende storiche rispetto alla biografia di un uomo che ha un ruolo tutt’altro che secondario nel forgiarle.

Lincoln vive nel passaggio dall’America dei pionieri a quella del lavoro industriale, della politica dei partiti e del nazionalismo. Lincoln vive in primo luogo nel mutamento di una frontiera che oltre a essere un persistente mito fondativo, coltivato e costantemente riaffermato, assume una dimensione finanziaria, diviene uno spazio di guerra e il luogo di incubazione di una guerra civile. Essa, infatti, diviene un capitolo importante del bilancio federale per il denaro garantito dall’assegnazione delle nuove terre. La frontiera meridionale, inoltre, è all’origine del nazionalismo statunitense grazie alla guerra con il Messico, che perde il 40% del suo territorio. La frontiera, infine, non è più solo lo spazio aperto dove possono scaricarsi tutte le tensioni sociali e politiche, ma è essa stessa un luogo di tensione che deve essere governato. Non è un caso che tra le cause scatenanti della guerra civile vi sia la pretesa di espandere la schiavitù anche nei nuovi Stati di frontiera, limitando il lavoro libero e modificando i rapporti di potere tra gli Stati settentrionali e quelli meridionali dell’Unione.

Le proporzioni mitologiche assunte in seguito da Lincoln sono in gran parte legate alla sua capacità di confermare l’unità dello Stato e della nazione all’interno di questi movimenti potenzialmente centripeti. Egli ci riesce nonostante abbia un rapporto eccentrico con la religione che, come aveva già dimostrato in un volume precedente, Bonazzi individua come il più importante fattore della vita individuale e collettiva, il nocciolo indiscutibile della costituzione sociale e politica degli Stati Uniti. Essa stabilisce l’orizzonte di senso anche per un individuo come Lincoln che afferma la priorità di catene di cause sottratte al potere degli individui ed è perciò più incline a credere alla dottrina della necessità, che è una prima forma di sociologia dell’azione sociale. La sua freddezza nei confronti della religione lo obbliga a una sorta di confessione pubblica di fede per impedire che l’accusa di ateismo nuoccia alla sua campagna elettorale. Qui emerge l’eccedenza della biografia rispetto alla storia collettiva che, se è funzionale alla creazione del mito, porta anche alla neutralizzazione di Lincoln grazie alla sua canonizzazione. Dopo il suo assassinio è subito definito il presidente redentore, riconoscendo in questo modo tanto la grandezza del suo ufficio quanto la necessità del suo sacrificio in omaggio alla drammaturgia cristiana della storia, che lui in qualche modo finisce per confermare. Per darsi ragione del macello della guerra civile gli pare plausibile non solo che Dio non si sia schierato, ma che egli possa volere che essa «continui finché affondino tutte le ricchezze accumulate in duecentocinquant’anni di costrizione al lavoro e finché ogni goccia di sangue sparsa con la frusta sia pagata da un’altra pagata con la spada».

Durante la guerra civile Lincoln dimostra di essere un politico capace tanto di assumersi il rischio della decisione quanto di cambiare le sue convinzioni. Abolisce l’habeas corpus, decreta lo stato di emergenza nei territori disputati e li governa tramite funzionari da lui nominati. Allo stesso tempo, modifica le sue convinzioni sui neri al punto da abolire quella «componente strutturale della “storia atlantica” e, con essa, della nostra modernità» che è la schiavitù. Essa non è dunque un prezzo occasionale pagato sulla via della libertà, ma il modo stesso in cui questa libertà è stata materialmente praticata. Come molti suoi contemporanei Lincoln vive all’interno di una sorta di schizofrenia antropologica che separa l’istituzione della schiavitù dagli schiavi che materialmente la subiscono. «Lincoln era certo dell’inferiorità dei neri» e solo la guerra civile modifica almeno in parte questa convinzione.

Bonazzi Lincoln

Non è estranea a questo cambiamento di prospettiva l’adesione di Lincoln all’ideologia del free labour che comincia a diffondersi negli anni Trenta, quando denunciando la «schiavitù del salariato», gli operai nelle prime vertenze sindacali svelano la vicinanza tra la condizione degli schiavi e quella dei lavoratori e che anche la condizione degli operai bianchi sia una costrizione. Pretendere che il lavoro sia libero significa ristabilire una continuità sociale e la parità tra capitale e lavoro, perché il secondo sarebbe l’origine della ricchezza. Nella libertà del lavoro c’è la possibilità che esso possa costantemente trasformarsi in capitale. L’indipedenza individuale diviene così il presupposto per la continua ricostruzione delle condizioni per l’accumulazione del capitale. Nonostante Lincoln, il lavoro in pelle nera non si libera; e da lavoro schiavile diventa lavoro segregato fino a quando nel 1896 la Corte suprema dichiara la costituzionalità della segregazione razziale. Nell’elaborazione del mito emerge chiaramente che il Redentore assunto come riferimento è «il Lincoln del 1860, non quello del 1863, il Redeemer della patria bianca, non il Redeemer dei neri».

http://www.connessioniprecarie.org/2016/03/25/sensibili-e-presidenziali-eccedenze/

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Scrivere sottraendo: "Anche meno", di Emiliano Dominici

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«Insegna lingua inglese alle scuole medie. Scrive per non dimenticare.» Questo in estrema sintesi Emiliano Dominici così come riportato nella quarta di copertina di “Anche meno. 50 storie sottraendo”,  edito da Erasmo (novembre 2015). Un libro agile e coinvolgente con il quale vale la pena misurarsi e confrontarsi. Insomma, da leggere. Un libro che ha una sua storia, una sua genesi ed evoluzione. Ne parliamo, pardon, scriviamo, insieme al suo autore.

Emiliano come nasce questa nuova raccolta?

Anche meno nasce come una sorta di ritorno alle origini. Il primo libro che ho pubblicato per Erasmo (2009) è stato “La fine soltanto”, una raccolta di racconti. Dopo tre anni, c'è stato un romanzo breve, “Impara l'arte”. E dopo ho scritto, finalmente, un romanzo lungo, “Gli anni incerti”, ancora inedito. La prima versione di questo nuovo romanzo la feci leggere, meno di due anni fa, a Franco Ferrucci, il mio editore, che si propose di pubblicarlo ma, nel frattempo, mi chiese anche di scrivere altri racconti, una forma che a lui piaceva molto. Poi, dopo pochi mesi, all'improvviso Franco ci ha lasciato, e allora mi sono concentrato di nuovo sui racconti, accantonando il romanzo. Ne avevo già alcuni e ne ho scritti molti altri, tutti molto brevi. L'idea alla base, infatti, era quella di sottrarre il più possibile da ciascuna storia per lasciare quello che secondo me era l'essenziale. Per cui ho lavorato di sottrazione sui racconti che avevo già scritto, e ho scritto i nuovi tenendo a mente questa regola. È stato interessante passare dalla scrittura di un romanzo lungo, dove i personaggi ti accompagnano per mesi e mesi, a forme brevissime, ognuna con un personaggio sempre diverso. Il titolo fa riferimento proprio a questa sintesi, a questa essenzialità, dove con poche frasi riesci a dare l'idea di un personaggio e del mo(n)do in cui vive. Anche meno, inoltre, è un classico invito a non "buttarla di fuori", a non esagerare, a prendere tutto con più ironia.

Come hai deciso di ordinare o “montare” questi racconti?

Una volta scritti questi 50 racconti, li ho fatti leggere a un gruppo di dieci lettori, che hanno espresso i loro giudizi. In base a tali osservazioni ne ho scartati tre e ne ho scritto uno nuovo. Quando è stato il momento di decidere la "scaletta", l'ordine di successione dei racconti, dopo varie ipotesi ho deciso di ordinarli secondo l'età dei protagonisti. Quindi la prima parte del libro è dedicata all'infanzia e all'adolescenza, quella centrale all'età adulta e la terza alla vecchiaia. E così è venuta fuori una raccolta che è formata da racconti con personaggi tutti diversi, ma è un po’ come se si trattasse di un'unica vita, perché in definitiva tutte le esistenze sono accomunate proprio dal fatto di iniziare e finire. E nel mezzo c'è la vita, più o meno diversa, di ciascuno.

Molto significativa la copertina.

Ho fatto leggere il manoscritto a La Tram, illustratrice e fumettista, che ha disegnato la copertina basandosi sul racconto che l’aveva colpita di più. A questa prima idea ne sono seguite altre, ma la prima è quella che ci ha convinto di più e che secondo me esprime perfettamente quella sottile inquietudine che permea tutto il libro. E anche il fatto che sia stata scelta la faccia di una bambina come copertina rispecchia il fatto che molti dei personaggi principali della raccolta siano bambine, ragazze o donne. Le trovo più interessanti, come materiale narrativo, degli uomini.

Hai già fatto varie presentazioni a Livorno: una bella occasione per relazionarsi con luoghi e spazi diversi.

dominicirestivo

La mia intenzione è, per ogni presentazione, di fare sempre qualcosa di nuovo. Non solo chiamando ogni volta "intervistatori” diversi, ma anche scegliendo luoghi non sempre dedicati alla presentazione di libri. E quindi, nel 2016, ho previsto presentazioni in una videoteca, in una galleria d'arte e in un coiffeur. E ognuna di queste avrà la sua specificità. A me piace fare le presentazioni, perché mi permettono di sapere cosa pensano i lettori. L'unico problema è che a volte, al momento di fare le domande, sono tutti piuttosto restii a parlare. E un'altra cosa che mi piace delle presentazioni è che alcuni racconti vengono letti a voce alta e questo mi consente di scoprire cose sempre nuove (pur avendoli già letti molte volte a voce bassa), sia da me stesso che dalle reazioni del pubblico.

Parlaci del tuo rapporto con la scrittura.

Il mio rapporto con la scrittura è conflittuale. Da una parte ho una certa facilità di scrittura, le idee per ora non mancano. Più di tutto mi piace inventare e comunicare idee e sensazioni che possano catturare il lettore, in cui il lettore possa rivedersi. A volte mi piace spiazzare il lettore, tenerlo sul filo, perché secondo me qualsiasi forma di espressione letteraria o artistica dovrebbe evitare la noia. Ma per me non è mai una liberazione, lo scrivere. Sto meglio solo dopo che ho finito quello a cui sto lavorando e penso già al progetto successivo. Ma allo stesso tempo sto anche male perché quello che è finito è finito, e la finitezza è qualcosa che mi preoccupa molto. Certo, è diverso scrivere un romanzo, un racconto, una canzone o un testo teatrale. Ma tutti, per me, devono essere accomunati dalla stessa cosa, ovvero nascere da un sentimento sincero. Conosco molte persone che scrivono bene, ma alla fine manca sempre quell'elemento che ti fa percepire la verità in quello che leggi. Io preferisco uno stile più grezzo ma un sentimento più autentico, un mettersi in gioco attraverso le parole. Che è un po' quello che manca a tanti racconti, o romanzi, o testi di canzoni, o teatrali: il prendersi dei rischi. La regola è sempre quella: in ogni campo funziona sempre chi dice ciò che pensa, che è se stesso, sul palco o nelle pagine di un libro.

A Livorno negli ultimi anni sono stati scritti e pubblicati molti libri rinnovando la tradizione tipografica e editoriale ma scoprendo anche una sua vocazione narrativa e letteraria.

Come si dice spesso, a Livorno sono tutti artisti. Cioè, c'è un grande fermento creativo, e un po' sta venendo fuori, soprattutto nel campo letterario. Ora, io non sono per la creazione a tutti i costi. Credo che lo scopo ultimo della produzione artistica sia quello di volersi esprimere, non di pubblicare un libro o un disco o uno spettacolo a tutti i costi. Ma di volerlo fare perché c'è alla base un'ansia e un'esigenza espressiva. E a volte questo approccio si perde un po’ per strada.

A proposito di scrittura: un tuo commento per il nostro decennale?

Già dieci anni… Come molti ho visto nascere Senza soste, e l'ho salutato come un evento molto positivo per questa città, perché offre una visione della società diversa dagli altri, una denuncia decisa e un'analisi attenta dei cambiamenti di Livorno e delle magagne di cui questa città troppo spesso è vittima. Ho collaborato saltuariamente con Senza Soste, o con qualche fotografia, o con articoli tratti da un blog che tenevo fino a qualche anno fa. L'augurio, ovviamente, è quello che Senza Soste continui a pubblicare rendendo onore al suo nome, per molti anni ancora a venire. Perché, temo, ce ne sarà sempre più bisogno.

Vedremo, ma parlando di futuro torniamo a te: cos'hai in cantiere?

Il primo progetto che ho in cantiere è quello di pubblicare "Gli anni incerti", il mio primo romanzo lungo. È un romanzo a cui tengo molto, un romanzo di formazione che segue le vicende dei tre protagonisti dal 1969 al 2001. È un romanzo che, nonostante la lunghezza, ho scritto in meno di quattro mesi. Molto di più è durata la revisione, perché un romanzo, rispetto ai racconti, segue una logica diversa e richiede più attenzione all'evolversi delle vicende e alla crescita dei personaggi. E quindi, siccome alla fine tutto deve "tornare", c'è bisogno di molto più controllo dall'inizio alla fine. A gennaio, con il Teatrofficina Refugio, faremo delle repliche a Pisa e Livorno dello spettacolo "Idea d'amor - libere visioni dell'anarchico Pietro Gori", del quale sono coautore e regista. È la prima, vera autoproduzione del Tor, che ha riscosso grande successo al debutto (9 serate di tutto esaurito) e che è stata, per me, un'esperienza faticosa e bellissima. E poi, nel 2016, avrei intenzione di dedicarmi di nuovo a vari progetti musicali, vecchi (Loungerie e Falca Milioni & le Figure) e nuovi. Per quanto riguarda la scrittura, sto lavorando alla stesura di un paio di spettacoli teatrali, vedremo. E infine, un progetto che è nato pochi mesi fa e che cercheremo di portare avanti è quello de I Contemporanei, una provocazione artistica che definirà se stessa col passare del tempo. Ecco, mi pare tutto. Come? Ah sì, anche meno.

A cura di Lucio Baoprati

Pubblicato sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste
 
 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Marzo 2016 20:12

Distichós, l'esordio solista di Marina Mulopulos

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mulopulosLa cantante italo greca, Marina Mulopulos, vera e propria sperimentatrice vocale, torna questo giovedì 10 marzo al Teatrofficina Refugio per la presentazione del suo primo album solista, Distichòs. Accompagnata da Paolo del Vecchio, responsabile degli arrangiamenti e chitarrista del disco, Mulopulos ha portato già  il suo ultimo lavoro su importanti palcoscenici, dalla rassegna delle Musiche Attuali, iWorld di Roma, al Musicultura World festival di Olbia, raccogliendo l'€™attenzione e il plauso della critica. Di seguito alcune domande in vista del suo prossimo concerto in città.

Marina, qual è¨ il tuo primo ricordo legato alla musica e più nello specifico, quando e come hai iniziato a cantare?
Il mio primo ricordo legato alla musica è legato all'infanzia,avevo circa cinque anni, mia zia, (sorella di mio padre) mi faceva ascoltare molti vinili di musica classica e mi innamorai del "Notturno" di Chopin, da lì iniziai a sviluppare la passione per il pianoforte e lo iniziai a studiare dai 7 ai 15 anni. Anche mio padre ci ha sempre stimolato musicalmente, molto spesso con le mie sorelle cantavamo brani greci (moderni e rebetici) armonizzandoli a più voci...

Come è avvenuto il primo contatto con le possibilità  della sperimentazione vocale?
Guardando un tramonto,sul monte di casa mia. Ero piccola...avevo 9 o 10 anni. Questo tramonto mi fece piangere e mi venne spontaneo di fissarlo in un suono che lo riassumeva musicalmente, quasi come uno scatto fotografico. Questo è stato il mio primo passo consapevole...

Quanto influiscono le tue radici greche nella tua scrittura? che rapporto hai con la musica tradizionale?
Non moltissimo: influiscono a livello familiare come ricordi, ma non a livello di tradizione musicale. Scrivo in greco perchè quando penso una melodia, il primo cantato (che a volte appare insieme) che mi viene spontaneo è in greco e spesso parla di speranze, desideri, equilibri...Sicuramente influisce il pensiero che ho della Grecia costante,ma non la musica greca tradizionale che, adoro (in particolare la rebetika dei primi del novecento) ma che non mi ispira in alcun modo per la scrittura.

Hai all'attivo importanti collaborazioni. Come scegli i tuo partner musicali?
Spesso sono stata chiamata,vado molto a sensazione. Non ho collaborato con tutti i musicisti che mi hanno contattata. Senz'altro cerco di capire se musicalmente c'è empatia, se c'è un obbiettivo comune, un "filo rosso" che  mi lega a loro, e quando è così accetto...

Il tuo primo disco solista ha ricevuto grande attenzione da parte della critica. In cosa differisce dai lavori precedenti, in senso tecnico e intimo?
Tecnicamente è un lavoro semplice ma molto complesso e a mio avviso arrangiato e suonato deliziosamente. Abbraccia molti mondi musicali ed è il mio primo vero disco world. E'ƒˆ il primo concepito da me e senz'altro il primo che tecnicamente, a livello di ricerca vocale e di sperimentazione abbraccia le tante voci che sento di avere per comunicare musicalmente ma in maniera moderata e ben calibrata, cosa che in passato forse non era successa. E'ƒˆ il primo da solista, la collaborazione con Paolo poi è stata molto forte a livello empatico appunto ed è raro condividere lo stesso mondo interno musicale al primo disco.

Per Senza Soste, Vita Fini Rognoni

8 marzo 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 08 Marzo 2016 20:22

Licaoni come noi. Intervista con il collettivo labronico da anni attivo nella produzione video indipendente

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LicaoniLaBrunaPremiati recentemente con l'Efebo d'oro alla 37esima edizione del Premio internazionale di cinema e Narrativa (nato Agrigento ed ora con sede a Palermo), nella sezione Televisione e nuovi linguaggi, i Licaoni si sono affermati in questi anni come una delle migliori realtà professionali indipendenti nate a Livorno. Per farci raccontare genesi e sviluppo del gruppo abbiamo intervistato Alessandro Izzo e Francesca Detti.

Partiamo dall'inizio..

I Licaoni nascono nel 1999, in origine un collettivo al cui interno confluirono diverse anime: teatro, fumetto e cinema, ma ben presto il cinema prese il sopravvento. Tra i fondatori del gruppo tanti ex studenti del Liceo Enriques (che proprio durante le superiori si erano avvicinati alla recitazione ) capitanati da Andrea Gambuzza e Guglielmo Favilla, che assieme a Alessandro Izzo (formazione fumettistica) misero in piedi il primo gruppo. Subito ci furono alcuni spettacoli teatrali, ma contestualmente si iniziò la realizzazione di alcuni cortometraggi nonché del primo lungometraggio, "Mandorle": opera giovanile interamente autoprodotta realizzato con una povertà di mezzi commovente, ma con un carico di energia e di ingenua ambizione da farci proseguire. Per la realizzazione di N.A.N.O – secondo lungometraggio – entrò a far parte del collettivo anche Francesca Detti in qualità di co-sceneggiatrice, costituimmo un'associazione culturale e proseguimmo decisi l'attività. Si avvicinarono nuove persone, tutti giovani e tutti accomunati dalla passione per il videomaking, finendo così col coprire i ruoli necessari per la realizzazione di un prodotto video – dai costumi alla fonica alla post-produzione – facendo formazione e gettando le basi, per molti di noi, di quello che sarebbe stato il nostro lavoro "da grandi". Con gli anni la natura di collettivo si è modificata. Alcuni hanno proseguito l'attività artistica. Guglielmo Favilla vive a Roma e lavora come attore, Andrea Gambuzza ha recentemente aperto assieme a Ilaria Di Luca il Teatro della Brigata. Altri hanno intrapreso carriere professionali differenti. Noi due decidemmo di "fare da grandi" i Licaoni, costituendo una società e proseguendo l'attività di videoproduzione.
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Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Marzo 2016 18:28 Leggi tutto...

È uscito Senza Soste n. 113

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civetta 113Da oggi in edicola Senza Soste numero ​113. Ecco la locandina, l'indice del giornale e i punti di distribuzione​.​

Pagina 1

-​ Emergenza reddito. A Livorno sono in scadenza centinaia di ammortizzatori sociali e di fronte a tanti ex lavoratori e giovani disoccupati c’è solo il baratro.

- Editoriale. Le mosse del governo italiano in Libia.

Pagina 2 (Internazionale)

- Chi ha ucciso Giulio Regeni? L’Egitto tra islamismo e militari golpisti.

- Varoufakis lancia Diem25. Petizione di princìpi o movimento reale?

Pagina 3 (Interni)

- Parma chiama Livorno. Intervista ad un’attivista della Commissione Audit sull’operato di Pizzarotti.

Pagina 4 (Livorno)

- ​ Aamps. In un opuscolo della Fal la storia di 50 anni di rifiuti a Livorno, tra nocività e scelte scellerate.

Pagina 5 (Livorno)

- Piuss… o meno. Intervista alla Giunta comunale sulla riuscita dei progetti Piuss.

Pagina 6 (Per non dimenticare)

- Marzo 1981. 35 anni fa la scoperta della lista degli iscritti alla loggia segreta P2.

- 24 marzo 1976. 40 anni fa il colpo di Stato in Argentina.

Pagina 7 (Stile libero)

- Good bye Anthony. Dopo venticinque anni ci saluta una delle storiche sigle dell’audiovisivo undeground.

Pagina 8 (Sport)

- L’ultima frontiera del calcio moderno: il Red Bull Lipsia.

Dove trovare Senza Soste:

edicola p.zza Damiano Chiesa – edicola Cisternone - edicola via Verdi – edicola· Piazza Municipio – edicola Baracchina Bianca - edicola Piazza Attias (angolo via Goldoni) – edicola Piazza Grande (lato via Pieroni) – edicola Piazza Grande (lato farmacia comunale) - edicola viale Carducci (angolo Risorgimento) - edicola Piazza S.Marco (Poste) - edicola Via Provinciale Pisana (S.Matteo) - Edicola via delle Sorgenti (angolo Donnini) - edicola Viale Antignano (Scalinata) - Caffè Paradiso (Via Maggi) - Bar Dolce Nera (via della Madonna angolo via Avvalorati) - Tabaccheria via Bosi (Piazza XX) - Tabaccheria Corso Amedeo (angolo via Magenta) - Tabaccheria via Verdi - Videodrome (via Magenta) - Pizzeria Amaranto (Via Lepanto) - Bar Il Progresso (via P.Pisana) - Bar B52 (Stagno) - Ex Aurora (V.le Nievo) - Cral Eni (V.le Nievo) - TeatrOfficina Refugio (Scali del Refugio 7) – Cp 1921 e Chico Malo (Via dei Mulini) - Ex Caserma Del Fante (via Adriana) -· Emeroteca (via del Toro) - Trattoria La Sgranata (via di Salviano) - Campi Calcetto Corea - Fondazione Don Nesi Corea – Ecomondo (Via dell'Angiolo) - Centro Artistico il Grattacielo (via del Platano) - Nuovo Teatro delle Commedie (via Terreni) - La Svolta (V.le Caprera) - La Bodeguita (via Borra) - Curva Nord Stadio (in occasione delle partite interne del Livorno)

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