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Fuocoammare: considerazioni del collettivo Askavusa

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Fuocoammare: Considerazioni del collettivo Askavusa

tratto da http://www.contropiano.org

Non abbiamo ancora visto il film, quindi non ci permettiamo di esprimere alcun giudizio. Abbiamo visto, come tutti, il coro mainstream, equamente ripartito tra "orgoglio nazionale" per un premio prestigioso come l'Orso d'oro, ricevuto al Festival di Berlino, e tanta melassa ipocrita sulla sorte dei migranti che invece - una volta partiti da Lampedusa . nessuno più vuole sul Vecchio Continente, né in Italia né altrove.

Ci sembra perciò giusto lasciare la parola a quegli attivisti che a Lampedusa e Linosa fanno da anni quotidianamente i conti con le necessità dell'accoglienza, l'indifferenza del potere, la generosità del popolo dell'isola, la tragedia quotidiana. Il loro giudizio ci sembra l'unico che sia doveroso ascoltare.

***

Il film di Rosi ha vinto il Festival di Berlino.

E lo ha fatto meritatamente. Il film di Rosi è infatti inopinatamente un gran bel film. Cinematograficamente parlando è un’opera molto ben costruita. Montaggio e fotografia sono magistralmente gestiti e sanno dare corpo alle poetiche di cui il film è organica e armonica espressione.
Il curriculum del regista e il suo palmares, qualora ce ne fosse stato bisogno, lasciavano del resto ben sperare circa la resa cinematografica della nuova fatica filmica a cui Rosi lavorava ormai dal 2014. E la pellicola che è possibile vedere in questi giorni nelle sale ha confermato le aspettative qualitative e artistiche che era lecito nutrire al riguardo. Appare dunque condivisibile la scelta e la valutazione fatta dai membri della giuria cinematografica di Berlino.

Come realtà da anni impegnata sul territorio di Lampedusa e Linosa, però, vorremmo poter parlare anche di aspetti non esclusivamente artistici ed estetici. O, per meglio dire, vorremmo un attimo riflettere sulla natura della rappresentazione che il film dà dell’isola e delle problematiche ad esse connesse. Vorremmo cioè esprimerci su come determinate scelte espressive, narrative, poetiche, semiologiche, possano, proprio a partire dalla loro indubitabile rilevanza estetica, dare vita a forme di rappresentazione con inevitabili conseguenze politiche. Vorremmo cioè riflettere su come la coerenza di un linguaggio artistico, con i suoi codici e i suoi canoni, e la qualità espressiva a cui può dare vita, possano concorrere ad alimentare una determinata concezione delle cose, una visione del mondo che ha poi immediati risvolti pratici, connessioni dirette con i poteri che plasmano le nostre vite e le nostre società. Crediamo che una tale analisi sia doverosa anche considerando la grande risonanza massmediatica che per l’ennesima volta si sta approntando intorno all’isola di Lampedusa.

Riteniamo tra l’altro che una tale esigenza venga confermata allorché si consideri come e in che misura, a partire dalle valenze estetiche della pellicola, la grande cassa di risonanza mediatica non perda occasione di lanciarsi in considerazioni che di estetico hanno ben poco e che invece abbracciano financo la natura antropologica e lo spirito dei Lampedusani, non trascurando di misurarsi nell’analisi precipitosa dei fenomeni epocali che insistono su tale territorio.

In discussione dunque non vogliamo mettere la qualità estetica del film bensì, partendo esattamente dal riconoscimento di quest’ultima, intendiamo valutare le conseguenze da questa generate. Vorremmo cioè mettere a confronto la realtà così come emerge dal discorso sviluppato da Fuocoammare e la realtà così come risulta da altri elementi, altrettanto evidenti e incontestabili quanto lo è il valore artistico della pellicola.

Come molti lampedusani hanno avuto modo di vedere e come più volte è stato ribadito pubblicamente da Rosi, il regista ha vissuto sull’isola per molti mesi. Tale tempo non è coinciso solo ed esclusivamente con le esigenze di ripresa e di lavorazione del girato ma al contrario è stato destinato a conoscere l’isola, i suoi abitanti, le sue contraddizioni.Durante questi mesi Rosi ha avuto modo di incontrare molte persone.Ha parlato con molti di noi. È stato presente a contestazioni, iniziative, manifestazioni, frammenti quotidiani di vita, di convivialità. Ha assistito a molti eventi, ha visto dispiegarsi molte delle contraddizioni che caratterizzano aspramente l’isola e che il martellante mondo dell’informazione e della spettacolarizzazione mainstream o non prende in considerazione o stravolge e piega a proprio uso e consumo. Come lui stesso ha dichiarato in un’intervista rilasciata pochi giorni fa durante la rassegna berlinese, Rosi arrivò a Lampedusa pochi mesi dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, trovando l’isola «militarizzata ma senza migranti». Dunque anche in una recente intervista del regista emerge una sua consapevolezza della militarizzazione delle Pelagie: una questione, del resto, su cui ha avuto modo più volte di confrontarsi con noi. Quello della militarizzazione del territorio e del mare di Lampedusa in seguito alle strutturali “emergenze” migratorie è un tema sul quale da tempo ci stiamo battendo e rispetto al quale tutti gli osservatori non pregiudizialmente restii a riconoscere l’evidenza, hanno negli anni dimostrato sensibilità.

Quello di Lampedusa è un territorio di circa 20 kmq con al suo interno un proliferare di radar (molti dispositivi sono presenti in doppia o tripla “copia” perché ogni corpo militare possiede le proprie unità di rilevamento), dispositivi per la guerra elettronica, basi e mezzi militari vari, con le connesse servitù militari. E proprio le servitù militari costringono gli ormai famosi lampedusani a non poter accedere a fette sempre più consistenti del proprio già esiguo schugghiteddu. Una militarizzazione che il grande circo mediatico, da anni orbitante famelico intorno all’isola, ha dimostrato di non prendere minimamente in esame o, quel che è peggio, di legittimare e giustificare come dispositivo necessario alle finalità umanitarie e di salvataggio: finalità cui le forze militari sarebbero, obtorto collo, costrette dalla “natura” dell’emergenza continua.
Dunque chi ha vissuto l’isola per più di un anno sa bene cosa voglia dire presenza militare a Lampedusa, fuor dai trionfalismi governativi, dalle autocelebrazioni dei vertici militari o dalla vuota fraseologia dei corrispondenti robotizzati dei tg.

Eppure una delle primissime immagini del film vede, entro una luce vespertina magistralmente carpita da chi ha curato la fotografia della pellicola, alcuni dei radar di Capo Ponente ruotare ipnotici intorno al proprio asse. Alla danza coordinata dei radar fa da sottofondo un audio – puntellato da sottotitoli onde levigarne il gracchiare incerto e precario – delle comunicazioni tra autorità italiane (Guardia Costiera? Centro operativo “Mare Nostrum”? Centro operativo “Triton”? ) e una delle tante imbarcazioni in bilico tra le onde del canale di Sicilia. In chi non ha avuto modo di conoscere la realtà lampedusana e osservi il film, la rappresentazione che emerge dalla narrazione filmica implica il collegamento tra il possibile e auspicato soccorso dei migranti e il dispositivo tecnologico-militare che ad un tale scopo viene così riferito e conseguentemente legittimato.

Ma l’elemento militare diventa quasi protagonista lirico a se stante della struttura narrativa della componente documentaristica della pellicola di Rosi. Più volte è uno scafo color grigio-militare ad agire entro le riprese, a solcare le onde del maruso e a costituire un guardiano attento e reattivo pronto a sfidare le procellose avversità per salvare vite umane.

Ed è sempre un vespro, splendido e affilato come solo l’orizzonte del mare delle Pelagie sa regalare, a fare da sfondo al “parto” di un elicottero che sul nascere di un nuovo giorno, tra cielo e mare, viene dato alla luce dall’hangar di una nave militare. Mentre l’alba colora l’orizzonte, l’ombra ormai sfilacciata di una notte stanca viene squarciata dalla luce di un hangar che lento si apre e lascia uscire dal proprio grembo la propria creatura volante ancora in fasce, come una timida crisalide appena ultimata la propria metamorfosi. Dal monitor interno della plancia di comando della nave sarà possibile assistere al volo della creatura che ha appena visto la luce e che, ormai a giorno fatto, raggiungerà il luogo ove potrà far valere la propria forza. Molte sono le sequenze girate dall’interno dei mezzi militari aereo-navali e spesso il buio degli interni è interrotto solo dal vivo e cadenzato pulsare luminoso dei monitor delle plance di comando. Non mancano neanche alcuni primi piani dei radar di bordo delle imbarcazioni, quasi a ricercare l’elemento semovente in grado di dare dinamica visibilità al protagonismo delle forze militari entro l’economia narrativa del film: così da conferire quasi una soggettività propria, di personaggio, al dispositivo militare. Quest’ultimo assume connotati lirici nella misura in cui i suoi elementi, cioè i mezzi, le tecnologie, gli uomini, sono spesso gli unici frammenti antropici di possibile salvezza entro una dimensione che vede invece solo il mare come elemento di potenziale pericolo.

Peccato però che i radar devastino di onde elettromagnetiche gli abitanti dell’isola. Peccato però che a Ponente, in quanto sito di alto valore naturalistico, i radar non dovrebbero neanche starci, come non dovrebbe starci quello di Capo Grecale, in quanto sito di interesse archeologico. Peccato che l’isola, col pretesto delle migrazioni, è da anni avamposto di guerra per quelle stesse strategie che le migrazioni le generano. Lampedusa insieme al Muos, a Birgi, a Sigonella, costituisce infatti una tessera importante del mosaico di distruzione e di guerra che il mostro NATO ha dispiegato in Sicilia e nel Mediterraneo nel corso degli anni. Cosa c’entrino le attrezzature per la guerra elettronica con i salvataggi in mare è un arcano che ancora non è dato svelare.
In Fuocoammare il binario narrativo dedicato alla vicenda migratoria dà vita ad un reportage che vuole proporsi come asciutto, essenziale, con un dominio dell’immagine concreta e immediata che vorrebbe scalzare via qualunque intervento di supporto, qualunque commento a latere.

Ma ci chiediamo se l’intensità e la profondità dell’esperienza estetica ed emozionale che la qualità del registro filmico di Rosi sono in grado di generare, arricchiscano la comprensione che lo spettatore possiede riguardo al fenomeno oggetto del reportage stesso.
Proviamo a spiegarci.

La parte più documentaristica dell’opera di Rosi si articola intorno ad uno storytelling sapientemente costruito intorno alle figure dei migranti, spesso proposte entro inquadrature molto ravvicinate e primi piani stretti e fortemente espressivi. Solo che la potente emotività che la maestria del regista è in grado di generare nello spettatore, non conferisce elementi di conoscenza a partire dai quali chi esce dalle sale possa dire di aver capito meglio quello che sta succedendo nel mediterraneo. Non si fa cenno critico alcuno al business dell’accoglienza. Al contrario, l’intera narrazione ne alimenta di fatto la legittimazione, poiché lo inserisce in uno schema binario entro il quale gioca il ruolo dell’antitesi unica alla morte in mare.

Lo spettatore non è portato a riflettere sul perché i migranti fuggano dalla propria terra; l’unica eccezione è forse rappresentata dalla sequenza struggente del canto dei migranti. L’episodio in questione (al netto del livello di negoziazione e di spontaneità che è possibile riferire ad una condizione quale quella di un centro di detenzione momentaneamente visitato da una telecamera), però, a ben guardare, si limita a dire che ci sono le bombe e le guerre, quasi che queste caschino dal cielo per disgrazia naturale, in questo confermando le concezioni mainstream per cui i migranti scappano dalle guerre e dalla povertà. Chi poi provochi guerre e povertà, quali scelte politiche ed economiche, quali poteri internazionali vi siano coinvolti, non è mai concesso poter approfondire.
Altro punto di conoscenza che resta del tutto in ombra e che lo spettatore non è minimamente spinto dalla struttura narrativa a provare a disvelare è il perché i migranti, una volta “costretti” a spostarsi, si ritrovino a farlo attraverso vie e modalità così dispendiose economicamente e così disumanamente rischiose per la propria stessa vita.
A tal proposito il film non spinge lo spettatore a farsi domande né tantomeno prova – sia pur entro i limiti del codice espressivo e del registro comunicativo in questione – ad azzardare una qualche risposta che incrini il sarcofago plumbeo con cui l’informazione dominante ha sigillato la questione migratoria negli ultimi decenni. Così come le guerre e la povertà, anche l’assurdo viaggio per mare è qualcosa di dato, quasi di scontato nel suo apparentemente naturale e autosufficiente esserci. Nessun riferimento alle leggi europee che determinano un tale stato di cose.

Le cause, così come i mezzi e le forme assunte dalle migrazioni, SONO. Punto. Non bisogna chiedersi perché. Bisogna agire. Occorrono le task forces. Infatti ci sono i militari pronti all’azione, a salvare vite umane. Il dispositivo gira alla perfezione.

Il film dunque tende a riproporre quello che Said definiva, parlando dei riferimenti all’impero coloniale nel romanzo inglese ottocentesco, una «struttura di atteggiamento e riferimento». Contribuisce cioè a ratificare un paradigma per cui la migrazione non può non essere un problema umanitario, un’emergenza, senza invece chiedersi perché e in seguito a quali fattori politici e decisionali assuma tali forme. E ad uno stato d’emergenza è la politica che risponde accreditandosi come soluzione unica ad un problema che però lei stessa contribuisce a generare. Il serpente ingoia se stesso e tra le sue spire resta intrappolato e divorato il mondo intero. Viene riproposto il paradigma per cui il migrante è un corpo passivo, destinatario di accudimento, di aiuto, di assistenza, di soccorso, di cibo, di acqua, di vestiario. Il migrante è un oggetto-vivente, ultimo anello di una catena decisionale che lo vede come finale destinatario, come passivo e asimmetrico “povero cristo” di cui prendersi cura. Il buon samaritano ha sempre un mantello in più del suo prossimo e comunque nell’epoca neoliberale il buon samaritano fa affari perché produce mantelli. Che la «struttura di atteggiamento e riferimento» da cui il film origina, e che a sua volta contribuisce a confermare, sia quella del paradigma politico-informativo dominante in materia di immigrazione, lo si apprezza già dalle prime righe dei titoli di testa. Vi si può infatti leggere delle centinaia di migliaia di migranti “approdati” a Lampedusa negli ultimi due decenni circa. APPRODATI.

Già questo termine tradisce il pregiudizio per cui i migranti abbiano Lampedusa come effettivo obiettivo delle loro rotte. Si omette cioè il fatto che Lampedusa sia in realtà un confine costruito, voluto, imposto da precise scelte politiche e che la stragrande maggioranza dei migranti a Lampedusa vi sia arrivata perché ivi condotta da autorità che sono parte integrante di un dispositivo politico, legislativo e di controllo. Perché tutti a Lampedusa e non, per esempio, a Pantelleria? Forse quest’altra isola è meno oggettivamente e fisicamente confine dell’isola Pelagica? Un tale dispositivo ha fatto dell’isola un centro di detenzione-palcoscenico da cui mandare in scena la grande tragicommedia mediatica dell’emergenza costante e del salvataggio umanitario, distogliendo l’attenzione dai molti “perché” che è bene restino nell’ombra.

La bellezza, dunque.

La grande bellezza di molti passaggi di Fuocoammare come si inserisce e che ruolo gioca in un tale quadro? La maestria con cui viene elaborato un prodotto estetico di alta qualità permette di portare alla luce elementi di maggiore conoscenza? O occulta, al di sotto della superficie fruitiva dell’esperienza estetica, il piano della consapevolezza non allineata? Che il mediterraneo sia profanato da migliaia di morti è cosa tristemente nota. Sulla retorica umanitaria abbiamo costruito le guerre degli ultimi 25 anni, del resto. E non sono certo mancate le spettacolarizzazioni voyeuristiche, in questi anni. Mostrare da vicino i morti serve se, nel farlo, si scava profondo al di sotto del senso rasserenante e semplicistico dei poteri dominanti. Se ci si ferma all’emozione, sia pure essa intensa, sincera, profonda, suscitata dalla bellezza e dall’estetica, si rimane però pur sempre sulla superficie, dove la fata morgana del miraggio e della vertigine data dal bello artistico è sempre in agguato. La bellissima e struggente immagine della lacrima mista a sangue che sgorga da un occhio ferito e oltraggiato di un migrante stremato, ti lacera il cuore. Ma l’estetica di questa sequenza ci fa attraversare il senso predefinito e approntato dal dispositivo militare e politico dominante? Crediamo che invece la struggente e tragica bellezza di tale scena abbia un potere meramente contemplativo. Il moto possente di emozioni che suscita non spinge a capire, non squarcia i veli delle facili e semplicistiche equazioni sul fenomeno migratorio. Al contrario ti lascia contemplare la tragica e titanica ineluttabilità del dispositivo così come viene ad autoimporsi.

Ci chiediamo anche se la bellezza del risultato possa esimerci dall’interrogarci sull’esigenza di mostrare al mondo certi momenti così intimi, strapparli ai legittimi possessori, per farne arte. I volti disfatti, i corpi feriti, ustionati, potevano essere mostrati diversamente? Forse. Chissà però se è stato chiesto a queste vite il permesso di farle diventare arte, bellezza, sia pur tragica. E se anche lo si è chiesto, potevano realmente decidere che arte fare con la loro stessa sofferenza? Soggetti o materia prima da plasmare?
Il secondo binario lungo il quale scorre il film di Gianfranco Rosi è quello, maggiormente finzionale, che segue alcuni squarci di vita isolana, in particolare quella del giovane Samuele.

Di questa sezione “lampedusana” del film è possibile notare alcuni aspetti. Manca quasi completamente una trattazione delle ricadute che decenni di politica dell’emergenza migratoria hanno prodotto sul territorio dell’isola. Come nel caso della militarizzazione non vi è, infatti, alcun accenno alle contraddizioni del territorio lampedusano. Si ricorre ad alcuni elementi canonici, a dire il vero un po’ stantii, e sono presenti elementi stilistici riferibili agli stereotipi meridionalisti. L’elemento picaresco del ragazzino scavezzacollo e sempre disperso per le campagne è qualcosa di già visto e francamente un po’ bisunto. Ma quel che è peggio è che il suo percorso di formazione entro la società genericamente tratteggiata come marinaresca, non offre nemmeno la possibilità di tematizzare e focalizzare le problematiche e le contraddizioni della società lampedusana. Una società che è in realtà del tutto assente da questa parte di film. Questa sezione poteva essere girata in qualunque altro territorio senza minimamente alterare l’equilibrio complessivo dell’opera.
Solo chi già conosce l’isola la riconosce, nei suoi paesaggi e nei suoi luoghi.

Ma è un lirismo del paesaggio delocalizzato. A essere tematizzati dalla narrazione non sono i luoghi nella loro componente di relazione sociale, di contraddizioni tra uomini, di conflitto. Al contrario a svolgere un ruolo sono i luoghi nella loro fattuale, immediata e data fisicità: il ruolo è però quello pacificato di fondale. Per cui un posto valeva un altro, una qualunque roccia calcarea poteva sostituire quella di Lampedusa. Quella che si tratteggia è una società lampedusana ferma e irrigidita intorno a stereotipi e visioni folcloristiche che avrebbero permesso di girare lo stesso materiale 30 o più anni fa. «Radio Delta» ad esempio che, tranne un caso in cui trasmette un brano di musica classica, manda in onda solo brani di musica siciliana. Non che questo non si verifichi nella realtà. Ma la programmazione dell’emittente è molto meno folclorica e molto più internazionale (anche nell’accezione più commerciale del termine) di quanto uno spettatore possa desumere dalla visione del film.
Non vi è contatto tra i due percorsi narrativi lungo cui il film si distende. Fatta eccezione per il brevissimo commento della signora che, intenta a governare la cucina (e anche su questo si dovrebbe riflettere) commenta brevemente la notizia di un naufragio di migranti. Un naufragio che per inciso viene detto essersi verificato (come spessissimo avviene) a 60 miglia da Lampedusa: cioè praticamente a poche miglia dalle sponde africane. Solo che, anche in quell’occasione così come nel formulario giornalistico di regime, il riferimento geografico fornito è quello di Lampedusa.

La formazione del giovane protagonista al mondo del mare è astratta, decontestualizzata, distillata. Ecco perché non si fa accenno alle problematiche della pesca lampedusana. Al fatto che le reti dei pescherecci si incaglino sui relitti dei barconi lasciati affondare dalle stesse autorità impegnate nelle missioni “umanitarie” di salvataggio. Nessun accenno al fatto che ormai il mare non rende più, che il pesce è finito, che i maestri d’ascia non lavorano più, che le barche è più conveniente demolirle che farle navigare. Eppure chi ha vissuto l’isola e ha parlato con i pescatori queste cose ha avuto modo di vederle, di conoscerle, di sentirle raccontare.

L’assenza di contatto tra i due solchi narrativi del film si evince anche nel fatto che non viene minimamente alla luce come l’economia dell’isola sia ormai dipendente dalla colonizzazione militare conseguenza della strutturale “emergenza” migratoria. Dalla pesca e dal turismo all’economia dell’emergenza. Si riesce a intuirne qualcosa grazie alla bellezza del film? Temiamo di no.
Non si fa cenno a cosa significhi non poter nascere a Lampedusa per l’assenza di un’unità neonatale. Non si fa menzione di quanto costi alle famiglie dover ovviare a tutto ciò con onerosi viaggi “da parto” nel continente. Eppure viene ripresa una gestante, una migrante trasferita sull’isola, durante lo svolgimento di un’ecografia fetale; e ritorna il dubbio circa l’invadenza dell’occhio dell’osservatore, circa la consensualità e la subalternità di chi viene osservato, circa la natura dell’immagine della donna funzionalizzata all’esigenza di narrazione.

Nessun riferimento alle difficoltà di vedere garantito, a Lampedusa, il diritto alla salute. Destino comune, è vero, a molte piccole comunità specie se isole in mezzo al mare. Ma in un territorio dove si sono spesi centinaia di milioni di euro in attrezzature militari e di sicurezza (!?) viene da pensare che l’assenza di un ospedale vero (specie quando il centro di “accoglienza” è stato per vari anni classificato come di “primo soccorso”) risulti quanto meno grottesca.
Ma tutto questo non emerge. Al contrario la visita medica al simpatico ragazzino diventa quasi un siparietto di leggera comicità che alleggerisce dai gravami di altre parti della pellicola.

Forse l’intento autoriale era quello di non far toccare la sezione dedicata alla vicenda migratoria e quella “lampedusana”. Forse si voleva realizzare un controcanto più aereo, rarefatto, maggiormente poetico nel senso di fortemente astratto. Ma riteniamo che invece vi sia una forte rivendicazione “realistica” anche relativamente a questa sezione dell’opera, sebbene sia quella maggiormente finzionale e “sceneggiata”. Non foss’altro per la rivendicazione di docufilm estesa a l’opera nel suo complesso e non certo ad una sola sua parte. Non foss’altro per come i media stanno proponendo e commentando il film senza che gli autori rivendichino una non realistica e documentaristica valenza anche per la sezione lampedusana della pellicola. E in effetti dai TG all’onnipresente e virale Fazio, non si contano i commenti e le rappresentazione di marca essenzialista sul «popolo lampedusano».

Tali generalizzazioni che riferiscono una determinata caratteristica ad un’intera categoria, in quanto consustanziale alla presunta essenza della categoria stessa, è un tipico atteggiamento binario e deterministico proprio del miglior pensiero etnocentrico e coloniale dell’occidente. Ancora una volta quindi i Lampedusani si ritrovano ad essere narrati, raccontati, definiti, omaggiati e premiati (mentre il mondo parla di Lampedusa in seguito al film di Rosi, a Lampedusa non è stato possibile vederlo; ma si sa che i Lampedusani sono un grande popolo, accogliente. Sapranno accogliere anche questo ritardo).
Il premio Nobel temiamo che prima o poi possa anche arrivare. Del resto se lo hanno dato a guerrafondai sanguinari come Obama o Kissinger, perché non darlo all’isola dell’ “accoglienza”, armata fino ai denti per le guerre NATO, che toglie diritti ai propri cittadini e che detiene dietro le sbarre i migranti con giusto un paio di cessi e di docce per centinaia di persone. Nell’era in cui domina la menzogna generale, la Lampedusa narrata dal mainstream in effetti un premio se lo meriterebbe anche. Più che per la pace sarebbe più opportuno quello per la miglior sceneggiatura originale. Ma si sa, i premi non si scelgono. Sono come i parenti, come il caval donato. Quel che viene si piglia.

Un caro amico lampedusano ci dice spesso che non sente più l’odore del lippo (i.e. muschio scivoloso tipico degli scogli ) quando si reca al porto. È convinto sia un segno di quanto sia cambiato il mare, di quanto stia poco bene. Siamo daccordo. Il mare ha cambiato odore. Crediamo anche che il lippo, le scivolosità su cui è facile perdere l’equilibrio, abbia abbandonato il mare e disseminato ben altri luoghi, ben altri percorsi. Intanto oggi il governo ha autorizzato i voli dei droni USA da Sigonella aprendo così ad un nuovo interventismo nella martoriata e genocidiata Libia. Anche a Lampedusa verrà fatto giocare un ruolo a tal proposito. Non abbiamo dubbi. Ma sempre con accoglienza e con bellezza, per carità.

Non ci resta che augurarvi buona accoglienza a tutti voi, buona guerra e buona visione.

23 febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Ottobre 2016 12:07

L’Italia liberista di Zalone

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tratto da http://www.militant-blog.org

Cinematograficamente parlando ci consideriamo di bocca buona, degli spettatori praticamente onnivori capaci di gustarsi il perlage raffinato di un film d’autore tanto quanto la sostanza delle Storie con la S maiuscola raccontate dal “grande cinema”, senza però mai disdegnare il retrogusto pecoreccio del cinema di genere o di certa commedia popolare all’italiana con cui siamo cresciuti. Probabilmente, se andassimo a scavare, ci accorgeremmo che Steno ha influenzato il nostro immaginario molto più dei film di Kieślowski o di Lars Von Trier. Confessiamo però che l’ultimo blockbuster della coppia Nunziante-Zalone non siamo proprio riusciti a digerirlo. E dire che eravamo entrati in sala con le migliori intenzioni, per la simpatia che nutrivamo nei confronti del comico barese, e con la curiosità di capire cosa ci fosse dietro “il film campione d’incassi” divenuto un fenomeno di costume capace addirittura di mettere d’accordo la critica “colta”, la politica e il grande pubblico. 

Ora, sia ben chiaro, non staremo qui a recensire l’irrecensibile. La sceneggiatura è quel che è, la regia pure, ma non è certo questo che si chiede a Checco Zalone. Forse qualche battuta meno scontata, quello si, ma i gusti sono soggettivi, difficilmente comprimibili in canoni ben definiti, per cui pure su questo eviteremo di esprimerci. Quello che però abbiamo trovato davvero insopportabile, e su cui vale la pena spendere due parole, è invece l’humus ideologico a cui la pellicola attinge e che fa di “Quo vado?” un film oggettivamente neoliberista, prima ancora che di destra, e che ben si sposa con la filosofia del Jobs Act e di tutte le altre (contro)riforme del lavoro di questi ultimi decenni.

Forse sembrerà esagerato scomodare certe categorie per analizzare un film che poggia la sua comicità sulle “pugnette” agli orsi polari e sulle contraddizioni del politically correct; eppure crediamo che certi prodotti culturali, soprattutto quelli di larghissimo consumo, siano il frutto, e al tempo stesso diano forma, ad un senso comune che non possiamo ignorare o, peggio ancora, snobbare. Nel film Checco Zalone, un impiegato dell’ufficio provinciale caccia e pesca, vede la sua comoda esistenza di impiegato pubblico sconvolta dalla riforma che abolisce le province e deve decidere se accettare la buonuscita che gli viene proposta dal funzionario del ministero, oppure se rimanere attaccato al proprio posto fisso, come invece gli suggerisce di fare l’ex senatore del PRI (Lino Banfi) che proprio per quel posto lo aveva raccomandato. Determinato a non perdere l’agognato “posto fisso” Zalone sarà così trasferito per punizione da un capo all’altro del belpaese, finche non verrà spedito in una stazione di ricerca vicino al polo nord dove conoscerà, innamorandosene, una giovane ricercatrice impegnata a salvare l’ecosistema. Questo semplice pretesto narrativo permetterà al comico di interpretare una maschera che racchiude in sé tutti, o quasi, i vizi dell’italiano medio: lo scarso senso civico, l’egoismo, il maschilismo, il mammismo, il provincialismo, l’esterofilia, ecc. ecc.

Fin qui nulla di nuovo sotto al sole, la commedia si è sempre nutrita di stereotipi, estremizzandoli e trasformandoli in tic sociali. E non c’è nulla di nuovo nemmeno (ahinoi) nella descrizione altrettanto macchiettistica del lavoratore pubblico che, tanto per cambiare, viene descritto come assenteista, nullafacente, corrotto, inutile, ecc. Ciò che invece colpisce è come a più riprese nel corso del film alcune conquiste del mondo del lavoro vengano raccontate tra lazzi e risa come dei privilegi, come il retaggio di un Italia anacronistica che infatti viene contrapposta alla “modernità” della giovane ricercatrice impegnata a far rinsavire Zalone dalla fissazione per i “lacci e lacciuoli” del posto fisso. La malattia retribuita? Privilegi. Le ferie pagate? Privilegi. La tredicesima? Privilegi. La pensione? Privilegi Gli assegni familiari? Privilegi. E quando alla fine Zalone firma le dimissioni tutti tirano un sospiro di sollievo provando un senso di liberazione. Confessiamo che al termine della proiezione abbiamo sbirciato tra i titoli di coda per capire se tra gli sceneggiatori ci fossero pure Alesina e Giavazzi.

Scherzi a parte, è ovvio che non ci sia stata alcuna volontarietà in questa operazione. Più semplicemente gli autori hanno assorbito come spugne quel senso comune di cui parlavamo sopra, quello per cui vale l’equazione pubblico=spreco e diritti=privilegi, e lo hanno restituito in forma distillata sotto forma di un film che non per caso ha incontrato il favore del grande pubblico. E qui sta l’altro elemento su cui occorrerebbe riflettere. Il film piace anche perchè parla alla pancia di un Paese che quei diritti non li ha più, o non ne ha mai goduto, e che, invece di percepirli come un orizzonte da conquistare anche per sè, preferisce vederli togliere a chi ce l’ha. L’ennesimo sintomo di una sconfitta culturale profondissima con cui siamo chiamati a fare i conti se vogliamo, prima o poi, ambire ad essere maggioritari.

10 febbraio 2016

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È uscito Senza Soste n. 112

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Locandina 112 Senza Soste jpeg

Da oggi in edicola Senza Soste numero ​112. Ecco la locandina, l'indice del giornale e i punti di distribuzione​.​

Pagina 1
-​ Livorno’s Anatomy. Nuovo ospedale di Livorno: costruirlo ex novo o ristrutturare quello di viale Alfieri? 
- Editoriale. Se Obama dice la verità (scoprendo che aveva ragione Marx).

Pagina 2 (Internazionale)
- Tutti pazzi per l’Iran. Le conseguenze della fine delle sanzioni contro Teheran.

Pagina 3 (Interni)          
- La scuola si fa azienda. Il comitato di valutazione degli insegnanti ideato da Renzi fa discutere.
- Là dove non arriva Verdini… La situazione delle banche italiane tra crediti deteriorati e crisi del sistema.

Pagina 4 (Livorno)
- ​ Le opinioni  di alcuni operatori del settore sul nuovo ospedale di Livorno.                                  

Pagina 5 (Livorno)
- Schio: una Livorno nel Veneto. Nella regione della raccolta differenziata più alta d'Italia c'è un'area che si avvelena.
- Rigassificatore di Rosignano: un’altra inutile bomba per la costa.

Pagina 6 (Per non dimenticare)
- 5 febbraio 2006. 10 anni fa Borghezio veniva cacciato da Livorno dopo un pomeriggio di scontri.
- 7 febbraio 1971. In Svizzera viene introdotto, dopo un referendum, il suffragio femminile.

Pagina 7 (Stile libero)
- Licaoni come noi. Intervista con il collettivo labronico da anni attivo nella produzione video indipendente.

Pagina 8 (Sport)
- L’altro Old Firm. Il derby di Edimburgo.


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Toni Negri nel paese che non tollerava biografie

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negri storia di un comunistaNel corso delle ultime settimane ho dato qualche occhiata veloce alla autobiografia di Negri (Storia di un comunista, Ponte alle Grazie, Firenze 2015). Da quello che ho visto, ho trovato in Negri qualcosa di inalterato, nello stile e nella persona che lo ha reso particolarmente caro agli amici e particolarmente inviso a chi, per ragioni molto differenti, nella lista degli amici non ce l’ha certo messo. Mi riferisco a quella capacità sottile, velocemente creativa, ma non indolore di lanciare provocazioni che rimangono nella memoria. Come accade nel libro quando si parla del famoso passaggio sul brivido del passamontagna, presente nel Dominio e il sabotaggio, criticandone la forma retorica per difendere la sostanza del ragionamento. Difendere la legittimità del sabotaggio in un libro dei primi anni del XXI secolo fa l’effetto di una cannonata sparata dall’interno di un palazzo. O come accade quando, per rispondere alla accuse di essere un intellettuale radicale quando snob, nel testo Negri evidenzia e ribadisce qualche particolare legato ad amicizie, o frequentazioni altolocate. Per capirsi, Negri è la classica persona inimitabile che timette in difficoltà con gli amici perchè una parte delle persone che stimi proprio non la può vedere. Ma, fin qui, si tratta delle classiche cose della vita che si sia a corte, in ufficio, al bar o alla borsa di Londra.

Il punto è che da quando Negri è diventato un personaggio mediatico, già con l’esplosione della copertura del movimento da parte del mainstream subito dopo il ’68. E, come da funzionamento classico dei media, tanto più copiosa è stata la sua produzione teorica tanto più alta è stata la marea di luoghi comuni che gli è stata montata contro. E tanto più la sua figura è diventata pop, avendo tutti i requisiti per esserlo, tanto più le immancabili critiche che ha ricevuto a sinistra hanno assunto il sapore deciso della virulenza settaria. Non sono oltretutto poche le persone che pur scrivendo critiche sensate e condivisibili nei suoi confronti hanno perso smalto, e capacità di argomentazione, proprio per essersi lasciate trasportare da questo flusso di virulenza.Immancabilmente la stampa ufficiale non poteva così rimanere indifferente ad una autobiografia, che è sempre costellazione di fonti su come si è vissuto che guarda con cura a chi leggerà in futuro senza gli occhi del presente, di un personaggio sul quale si sono voluti stampare, non proprio ad arte, tutti i luoghi comuni dell’intellettuale estremista: snob, lontano dal mondo del lavoro, mandante occulto, invasato, ideologico, vigliacco e astruso.

L’Italia istituzionale di oggi è poi è ancora culturalmente più misera come quella che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 mise in carcere diverse migliaia di persone. Ma, mentre l’Italia di allora non poteva ammettere, pena la perdita di legittimità e di credibilità, che i tentativi di insorgenza, da parte di diverse formazioni politiche, furono aperti dalla strage di Piazza Fontana quella di oggi potrebbe farlo in maniera più serena. E invece no, basta leggere la recensione di Simonetta Fiori su Repubblica. Recensione inorridita dal fatto che si racconti come la strage di Piazza Fontana, col pericolo golpista che comportava, abbia rappresentato uno spartiacque nel comportamento di tanti gruppi dell’epoca legittimando lo scontro aperto con lo stato. E la recensione della Fiori rappresenta così la grande difficoltà di questo paese, ancora permeato dall’ossessione controriformata per il pentimento, di entrare nei fatti senza sguainare la bolla della condanna assieme a quella della richiesta al reo di chinare il capo. Nessuno chiede alla Fiori un giudizio, peraltro estremamente complesso, sulla sinistra del Pci in Italia. Ma la spiegazione del rapporto tra radicalizzazione di tanti gruppi e strage di piazza Fontana è una testimonianza vera. A prescindere da cosa si pensa degli anni ’70. Ma alla Fiori, e non certo solo a lei, manca lucidità di giudizio e non difetta la fretta di condannare qualsiasi fatto che non entri nei propri schemi. E quando i fatti rappresentano un problema figuriamoci se non lo sono gli atteggiamenti. Qualche anno fa Marco Travaglio si inorridiva a proposito di una certa solidarietà di Negri con Berlusconi. Sarebbe bastato capire che la frase, di Negri, “so cosa voglia dire il carcere” appartiene non solo ad esperienza personale ma anche a una cultura della abolizione del carcere complessa e radicata in un modo che i Travaglio non sospettano nemmeno. Perchè questo è un paese dove la verità politica, e la legittimità del pensiero politico di qualcuno, viene giocata attorno all’interpretazione del significato dell’ iscrizione nel registro degli indagati e di cosa avviene nei tre gradi di giudizio. Oppure attorno alla scomunica immediata emessa nei confronti di chi non ha requisiti di pio, onesto lavoratore manuale che sono tanto più paradossali in una società che non conoscerà più la piena occupazione così come era intesa quando questa morale aveva un certo riscontro concreto.

Eppure se si vuol giudicare il pensiero di Negri, cosa che sembrano voler fare tutti all’istante, tutta questa polvere fatta di livore e di luoghi comuni, che si è appiccicata a Negri come avviene per le popstar consapevoli di esserlo, la si deve lasciar diradare. A quel punto possono emergere i testi, gli articoli, i riscontri biografici, le tendenze teoriche, le aporie, le necessarie, e anche dolorose, discontinuità da operare come la tessitura, dove è possibile, della continuità di pensiero. Di pensiero va sottolineato. Ammesso, e non concesso, che in questo paese sia ancora legittimo pensare. Non lanciare un tweet o un post su Facebook su Spinoza, Leone Ebreo o Burckhardt ma proprio pensare. Si tratta, va ricordato volentieri un epoca di livoroso anti-intellualismo, di quella facoltà di immaginare, come diceva Bacone, divorzi legali o illegali tra le cose erroneamente attribuita alla sola estetica, se proprio qualcuno non inorridisce di fronte a questo genere di richiami. Una facoltà che va applicata al pensiero di Negri senza lasciarsi ingannare dalla polvere, con quei gesti, sia creativi che clinici, tipici di quando si fa teoria.

Ma c’è il punto forse più importante che va ricordato. E va fatto con una storia, vera, che riguarda Lucio Castellano. Imputato al processo 7 aprile, poi deceduto a seguito di un tragico incidente di moto. Al processo Castellano fece notare ai magistrati che la ricostruzione probatoria dei ruoli in ciò che era stata l’area dell’autonomia non aveva alcun senso. Per il semplice fatto che i pm applicavano schemi di lettura (il capo, il braccio destro, il mandante, il cassiere, l’ideologo, l’eventuale armaiolo, il faccendiere) che andavano bene per il loro mondo ma non per il mondo verso il quale indagavano. La cosa che meno accettava Castellano, infatti, era proprio il fatto che i pm avevano cercato di ricostrure Autonomia secondo gli schemi di un mondo che apparteneva solo alla cultura dei pm non a quello della dimensione reale del movimento di allora. Questo aneddoto vale, a maggior ragione, per capire la biografia, legandola ai testi, di Negri. Se nella biografia si cercano episodi da condanna in tempo reale (quelli che alimentano i luoghi comuni sull’intellettuale oggi) allora il libro in questione come è un deposito di Grana Padano per un branco di topolini. Le cose cambiano se invece si cominciano a disporre gli episodi biografici assieme ai fatti ai testi, e se li si distende come a formare un labirinto che, per dare risposte, deve essere attraversato a fondo.

E’vero, tutto questo è difficile in una epoca dove la verità coincide con il giudizio istantaneo su cosa viene raccontato nei processi, sui tabulati telefonici, nelle schermate di Whatsup, che a loro volta mirrorano Facebook in pieno barocco digitale. E così addirittura sembra tutto qualcosa di snob, un gioco per oziosi. Ma se si vuol capire, e fare, politica, cambiare il proprio mondo, è in queste storie che bisogna saper entrare. Mettendo in conto anche la paura di perdersi o quella di provare il tocco gelido di un mondo estraneo. Perchè solo chi sa affrontare la paura di perdersi, e tornare dal confine che questa condivide col terrore, può mettere in conto la possibilità di trovare una strada in questi tempi difficili.

Per Senza Soste, nique la police

21 gennaio 2016

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È uscito Senza Soste n. 111

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Locandina 111 Senza Soste jpeg

È uscito Senza Soste n. 111. Ecco la locandina, l'indice del giornale e i punti di distribuzione​.​

Pagina 1
-​ L’inceneritore. Le scelte di Renzi, in contraddizione alle indicazioni internazionali, vanno (anche in Toscana) nella direzione dell’incenerimento, dannoso sia dal punto di vista economico che della salute.
- Editoriale. La sottile pericolosità di Renzi sull’ambiente.

Pagina 2 (Internazionale)
- Rivoluzione bolivariana: game over? Il dibattito dopo la sconfitta elettorale della sinistra in Venezuela.

Pagina 3 (Interni)          
- Italia-Germania: scontro fatale? I nodi cruciali dietro alle parole di Renzi all’ultimo vertice dei capi di stato europei.
- Truffati o ben gli sta? Il caso dei soldi volatilizzati dei clienti di quattro banche italiane.

Pagina 4 (Livorno)
- ​Sanità. Cronache di antidemocrazia dall’impero di Enrico Rossi.                                  

Pagina 5 (Livorno)
- Precari fino al midollo. Storia di un ex lavoratore Mtm che racconta 5 anni di precarietà lavorativa ed esistenziale.
- “Disoccupati livornesi organizziamoci”. Appello del Comitato Precari e Disoccupati e di Asia-Usb.

Pagina 6 (Per non dimenticare)
- ​Gennaio 1991. 25 anni fa, con l’inizio dei bombardamenti, cominciava la Guerra del Golfo.
- Gennaio 2001. 15 anni fa la nascita di Wikipedia.

Pagina 7 (Stile libero)
- Letture. Intervista con Emiliano Dominici sul suo ultimo libro “Anche meno. 50 storie sottraendo”.

Pagina 8 (Sport)
- Una morte senza verità. La storia del misterioso decesso nel 1989 del calciatore Bergamini (seconda parte).


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Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Gennaio 2016 12:06

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