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VISIONI SUONI LETTURE

La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico

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Diego Giachetti recensisce il libro di Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Torino, Einaudi, 2015

tratto da http://anticapitalista.org

Gli interlocutori principali di questo libro del sociologo Luciano Gallino, sono le nuove generazioni, alle quali confessa che narrerà loro la storia di una sconfitta politica, sociale e morale, sperando che quelli che verranno trovino il modo di porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese. Se si è stati sconfitti è perché qualcun altro ha vinto. I vincitori di oggi sono le oligarchie dominanti di un sistema economico-sociale-finanziario che dobbiamo ancora e più di prima chiamare capitalismo, termine oggi schivato dal fior fiore degli intellettuali e economisti, parlanti dagli schermi televisivi. Usare questa definizione è anche un modo per reagire all’odierna frode che consiste nel designare la medesima formazione sociale come “sistema di mercato” o sinonimi simili, definizioni ideologiche nel senso di falsa coscienza da distribuire ai sottoposti. D’altronde l’autore ha promesso fin dalla manchette di apertura – riprendendo Rosa Luxemburg – di dire «ciò che è», perché questo «rimane l’atto più rivoluzionario», e non ciò che ci vuole far credere la voce dominante dei dominatori.

La sconfitta subita, a seguito di una trentennale lotta delle classi dominanti, contro il movimento dei lavoratori e le sue istituzioni politiche e sindacali, è doppia e riguarda due assiomi fondamentali: l’idea di eguaglianza e quella di pensiero critico, con l’aggiunta della vittoria «della stupidità»: «se qualcuno vi dice che le classi non esistono più, o sono un concetto superato, lasciatelo perdere oppure ditegli di leggersi almeno, fra i tanti, D. Bensaid, Marx l’intempestivo. Grandezze e miserie di un’avventura critica», precisa in una nota inclusa nell’ultimo capitolo del libro.

La causa della sconfitta dell’eguaglianza è stata la doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico, quest’ultima indotta, provocata e strettamente collegata alla prima. La crisi ecologica non può venire trattata in modo indipendente dalla crisi del capitalismo, poiché è la medesima crisi considerata da un’angolazione diversa. La restaurazione del potere illimitato e irrazionale del dominio capitalistico si è accompagnata con l’affermazione dell’ideologia neoliberista che riduce tutto e tutti a mere macchine contabili al servizio del mercato e delle banche, dando vita a una povertà del pensiero e dell’azione politica quale non si era forse mai vista nella storia. Le tesi neoliberiste distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle classi che formano tra l’1 e il 10 % della popolazione. La rappresentazione proposta dai giornali, dalla Tv, propagandata nelle scuole e nelle università sono spesso contraffazioni della realtà. Così, al posto del pensiero critico ci ritroviamo col pensiero neoliberale, un’ideologia strettamente connessa «all’irresistibile ascesa della stupidità al potere».

La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico.

Esiste una probabilità che il futuro dell’economia capitalistica sia una stagnazione senza fine in un contesto di permanente disoccupazione strutturale, poiché non è più vero (se mai lo è stato) il vecchio assioma che la tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Il lavoro necessario oggi a produrre le nuove tecnologie non compensa più i posti di lavoro che esse contribuiscono a cancellare. A questa crisi si accompagna quella drammatica del sistema ecologico in quanto l’attuale modo di produzione consuma molte più risorse biologiche di quante la terra non produca o riesce a riprodurre, mentre le risorse fossili sono in via di esaurimento. Pertanto la riduzione drastica e rapida del consumo di risorse naturali, e al tempo stesso delle emissioni che provocano l’aumento della temperatura, richiederebbe una svolta senza precedenti nella concezione e nella gestione dell’economia a cominciare da un ridimensionamento drastico del potere della finanza sull’economia reale. Oggi, alcune migliaia di operatori finanziari – scrive l’autore – «si affannano ogni giorno unicamente per trovare un’occupazione al più ansioso e impaziente dei disoccupati: il denaro. Esso è una delle vittime della crisi: gli è diventato difficile trovare un lavoro. Il denaro deve lavorare, ma non può accontentarsi di una remunerazione da poco: vuole il 15% e più del proprio valore di scambio. Intanto che la quasi totalità degli operatori finanziari è impegnata a trovare un lavoro a questo disoccupato bisognoso, di cui ogni telegiornale ci dà notizia con le quotazioni di borsa, soltanto a livello dell’Unione europea si registrano 25 milioni di individui senza lavoro, almeno altrettanti con un’occupazione precaria e malpagata, e 125 milioni a rischio povertà». Il lavoro trovato per il signor denaro consiste nell’indebitare il maggior numero di soggetti economici, privati e pubblici, per estrarre da essi un flusso continuativo di denaro generato da altro denaro in gran parte fittizio. Indebitare persone e enti privati e pubblici è il miglior modo per far si che essi obbediscano alla cosiddetta disciplina dei mercati. Per ottenere tali scopi è necessario, per il creditore, che i debiti aperti nei suoi confronti non vengano mai saldati, riducendo così l’indebitato in stato permanente di servitù, nel presente e anche nell’avvenire, poiché attraverso l’indebitamento si ipoteca anche il futuro.

Unione europea. L’austerità come progetto politico

Questo meccanismo governa l’economia politica in Europa, la cui oligarchia detiene un potere immenso, non conferito da nessuno: se ne sono semplicemente appropriati. Si tratta dei membri delle istituzioni comunitarie sortite dai trattati dell’Unione europea: Commissione europea, Consiglio europeo, Consiglio dell’unione europea; i dirigenti dei grandi gruppi finanziari più quelli dell’industria e dei servizi; i governanti dei principali paesi; i membri delle associazioni a partecipazione selettiva e ristretta e dei massimi esponenti dell’economia e della politica; gli esponenti della cultura neoliberale che costituiscono la maggioranza nelle università e nei media; a essi va aggiunto il Fondo monetario internazionale. Si tratta di alcune migliaia di individui. Il loro immenso potere nell’influenzare, progettare, elaborare gli sviluppi dell’Unione europea, sovrasta di gran lunga quello complessivo del mezzo miliardo di cittadini dell’Unione. Il loro progetto politico è l’austerità e la guerra di classe contro lo stato sociale e la società intera, incluso il pensiero critico, spazzato via delle università, diventate imprese culturali atte a produrre tipi umani a una sola dimensione, quella neoliberista. Dati alla mano si dimostra che le politiche di austerità sono la causa prima della crisi. Queste politiche sono un distillato delle teorie economiche neoliberali. La mente e la prassi di tutto il personale politico che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni, compreso quello che qualcuno si ostina ancora a chiamare di sinistra, è dominata sino al midollo da questa grossolana ideologia. Non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il paese al disastro con le ultime cosiddette “riforme” (pensioni, sanità, contratti di lavoro, servizi pubblici, pubblica amministrazione), tutte precedute da militaresche prescrizioni della Troika e realizzate di gran fretta dal governo in carica, quale che fosse.

«Il sentiero si traccia camminando. Ma bisogna camminare nella direzione giusta».

La doppia crisi del capitalismo, manifestatasi a partire dagli anni Settanta è lì a provare che le sue contraddizioni interne l’hanno messo in estrema difficoltà, condannandolo all’estinzione. La sua fine potrà essere rapida o lunga, pacifica o cruenta: nessuno può dirlo. L’analisi marxista della crisi è indubbiamente più realistica di quelle sfornate da quasi tutti quelli che di marxismo non vogliono neanche sentir parlare, ma quanto al fatidico “che fare?” la risposta data è sovente astratta, difficilmente traducibile in un programma immediato. Occorre però anche ammettere che non è facile trovare risposte esaurienti. Coloro che vorrebbero cambiare il capitalismo sono di fronte a un’impresa terribilmente difficile, soprattutto perché oggi è difficile capire come e chi guiderà il processo di superamento del capitalismo. In potenza, ad esempio in Italia, ci sono movimenti che hanno compreso come la politica dei nostri governi è fatta a favore del 10% della popolazione. Sono milioni le persone deluse dai partiti tradizionali che potrebbero rappresentare un modo innovativo di intendere e fare politica. Tuttavia, movimenti, moti di piazza, umori e idee, pur essenziali al processo democratico, se non diventano legge pesano poco o nulla nella vita delle persone. Affinché i movimenti diventino una massa critica in grado di togliere alla finanza il dominio di cui gode, o quantomeno ridurlo drasticamente, essi debbono darsi un’organizzazione. Non c’è eccezione che tenga, afferma, poiché quale che sia la finalità o la posta in gioco, «un piccolo gruppo ben organizzato avrà sempre la meglio su un gruppo cento o mille volte più grande ma privo di organizzazione».

Dopo il declino dei soggetti in grado di organizzare le folle, come i partiti tradizionali, o costituenti essi stessi una forma di organizzazione, come il proletariato fordista, un’efficace forma di organizzazione dei movimenti di opposizione in campo politico potrebbe svolgerla soltanto il fatidico “nuovo soggetto” di cui a sinistra si attende l’arrivo da generazioni. Altro non vi è da sperare in quanto «i partiti di massa quali il Pd che si dicevano di sinistra si sono suicidati, e le formazioni restanti non hanno per ora alcuna speranza di superare alle elezioni pochi punti percentuali».

Una “nuova sinistra”, sostenuta dalla classe lavoratrice, dei precari, della classe media, che dovrebbe prendere il potere; e anche se non riuscisse subito a sostituire il capitalismo, dovrebbe riuscire quantomeno a trasformare i suoi caratteri più deleteri, dando vita magari a un sistema inedito di socialismo democratico o social-ecologico, oppure con un nome decisamente diverso «visto il tradimento dei loro ideali costitutivi compiuto dalle socialdemocrazie europee». Se un’autentica forza di opposizione non si sviluppa, o tarda ancora per decenni, quello che ci attenderà è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale, seguito da rivolte popolari dagli esiti imprevedibili. Pertanto, conclude Gallino, la questione, «come si diceva una vita fa, è soprattutto politica».

novembre 2015

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"Anche Meno - 50 storie sottraendo": è in uscita il nuovo libro di Emiliano Dominici. 4 e 6 novembre le prime due presentazioni

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locandina anche menoLunedì 2 novembre uscirà il terzo libro di Emiliano Dominici. Si intitola "Anche meno - 50 storie sottraendo". 

Le prime due presentazioni saranno mercoledì 4 novembre alle 18 alla libreria Erasmo di Livorno (introduce Michele Cecchini) e venerdì 6 novembre alle 16 al Pisa Book Festival, con Raffaele Palumbo e David Marsili. 
 
Di seguito una breve presentazione del libro: 
 

Anche meno

50 storie sottraendo

Cinquanta attimi di cinquanta vite diverse colti in un momento speciale dell’infanzia, dell’adolescenza, della gioventù, della maturità, della vecchiaia. E nel mezzo, la vita. Cinquanta storie essenziali dove un gesto, una parola, uno sguardo, bastano da soli a rivelare una gioia, una delusione, una consapevolezza. Tutto vortica in una galassia difficile da delimitare, se non con un tocco leggero di matita, se non con poche parole attente, perché ogni vita nasconde un’incertezza, ogni incertezza un’intuizione, ogni intuizione una fragile scoperta.

«Le parole sono solo parole, esprimono pensieri che sono solo pensieri, e i pensieri sono teorizzazioni della realtà, e la realtà non si sa né cos’è, né se esiste davvero, quindi cosa vuoi che siano, le parole, non sono niente», dice il protagonista di un racconto. Può darsi. Ma sono a nostra disposizione per narrare qualsiasi storia. Senza esagerare. Anche meno.
 
Emiliano Dominici nasce e vive a Livorno. Si laurea in Lingue e letterature straniere moderne con una tesi sui racconti di Raymond Carver e la loro trasposizione filmica in “America Oggi” di Robert Altman. Alla laurea segue il Dottorato di ricerca in Anglistica con una tesi sulle sceneggiature di Hanif Kureishi. È membro del gruppo di teatro-canzone Loungerie e della band Falca Milioni e le Figure. Fa parte del collettivo del Teatrofficina Refugio con il quale realizza, in qualità di autore e regista, varie performance di Teatro d’Emergenza (Bidonville, Miseria, Mal’aria, Orfanificio) e, nel 2015, lo spettacolo Idea d’amor – Libere visioni dell’anarchico Pietro Gori. Nel 2009 pubblica “La Fine Soltanto”, raccolta di short stories, e nel 2012 il romanzo “Impara l’arte” (Erasmo editore). Insegna lingua inglese alle scuole medie. Scrive per non dimenticare.
 
Copertina: La Tram
 
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Ultimo aggiornamento Domenica 01 Novembre 2015 16:00

Pcsp (Piccola ControStoria Popolare) di Alberto Prunetti

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tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it

Ribellioni, resistenze, renitenze, rivolte... Dov'è finita la Maremma raccontata dal Prunetti? Quella sì era roba pesante: gente che mangiava fiamme, sovversivi che facevano lo slalom tra rappresaglie, repressione e rastrellamenti, e qui dentro li trovi tutti, belli stipati e pronti al pum!come i chiodi e il sale grosso nella canna dell'archibugio. Anarchici e comunisti alla macchia... Gente che spara ai fascisti... Banditi che sciorinano poemi in ottava rima... Altra gente che spara ai fascisti... Disertori che nel '15-'18 vivono in caverne e magari li rivedi più tardi che sparano ai fascisti... Congreghe di santi dementi che sfidano l'ordine del mondo flagellandosi per le strade, mentre altri preferiscono sfidare l'ordine del mondo sparando ai fascisti... Domenico Marchettini detto «Il Ricciolo», Robusto Biancani fu Patrizio che finì (non bene) in Urss, Giuseppe Maggiori che un rapporto di polizia definisce «personaggio veramente importante per l’opera di preparazione di attentati», Chiaro Mori detto «Chiarone»... E Quisnello Nozzoli, e l'oste anarchico di Prata, e il compagno Attila... E aspetta, come si chiamava quell'altro, quello che sparava ai fascisti? Ce l'ho sulla punta della lingua...
Quella Maremma non c'è più, ma PCSP la riporta in vita. Si può usare questo libro come un breviario: apritelo ogni giorno su una storia edificante a casaccio, e lasciatevene ispirare. E se vi trovate in una situazione di stallo, chiedetevi: «Che farebbe al posto mio Chiarone Mori? E Albano Innocenti?».
Quella Maremma, dio madonna, non c'è più, però c'è il buon esempio. Ci sono i racconti. Le storie dei nessuno che furono davvero qualcuno.
I dimenticati che han fatto la storia.

«...i fratelli Ancarani: Ettore ai ponti di Badia, durante le proteste contro il caroviveri tronchicciò di tonfi due gosti che si permettevano impunemente di sventolare la bandiera sabauda, mentre il fratello Paolino massacrò di legnate una guardia e venti giorni dopo andò a cercarla all’ospedale, dov’era ancora degente, per finire il lavoro... No, obiettate, non vi piacciono questi bruti. Volete storie bucoliche, miti che celebrino la vita agricola, l’onestà del sudore, il duro lavoro dei campi... Eccovi il Bartolommei, che al posto delle rape nell’orto sotterrava tubi di dinamite affinché germogliasse la rivoluzione sotto il sol dell’avvenire. Dopo questi crostini avete ancora fame di mitologia? L’assedio di Troia? E che dire dell’assedio di Grosseto...»

Autore:
Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato Potassa, Il fioraio di Peròn e Amianto, una storia operaia. Traduttore e lavoratore culturale free lance, scrive su Letteraria, Giap, Carmilla, Il Manifesto, La Reubblica edizione Firenze e altre testate.

Con l'uscita di PCSP riaprono gli abbonamenti alla collana Quinto Tipo: con soli 45,00 euro, usufruendo di oltre il 30% di sconto, 4 Uno ("Unidentified Narrative Objects") atterreranno a casa tua senza spese di spedizione, a partire dalla prossima uscita (dicembre 2015) se eri già abbonato, altrimenti a partire proprio da PCSP.

ottobre 2015

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Ultimo aggiornamento Sabato 24 Ottobre 2015 18:08

Il velo alzato sul mondo dei morlock

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Vecchi_Regime

di BENEDETTO VECCHI - La recensione dell’ebook Il regime del salario, di Lavoro Insubordinato, pubblicata su «Il Manifesto» del 10 ottobre 2015.

L’inferno degli ate­lier della pro­du­zione non è neces­sa­ria­mente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assor­danti, caldo insop­por­ta­bile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene dif­fusa musica rilas­sante e pia­ce­vole; oppure in case dove la sovrap­po­si­zione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da Tempi moderni di Char­lie Cha­plin. L’omino con baf­fetti, cap­pello e bastone risuc­chiato negli ingra­naggi delle mac­chine rap­pre­senta con lie­vità l’orrore della catena di mon­tag­gio. Strappa un sor­riso di fronte la disu­ma­nità dell’organizzazione scien­ti­fica del lavoro. Ma la rap­pre­sen­ta­zione del lavoro non è viene più nep­pure dalla folla rab­biosa di Metro­po­lis di Fritz Lang. Sono due film dove è pre­sente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di pre­ca­rietà dif­fusa, occorre leg­gere le pagine o far scor­rere i foto­grammi del film tratto dal libro di Her­bert George Wells La mac­china del tempo per avere la misura di come è cam­biato il lavoro.

Il romanzo dello scrit­tore inglese è utile non tanto per­ché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che pos­sono con­su­mare di tutto in attesa di essere divo­rati dai morlock umani-talpa che vivono nel sot­to­suolo per pro­durre chissà cosa. La mac­china del tempo è un testo signi­fi­ca­tivo per­ché rap­pre­senta una società che ha occul­tato gli ate­lier della pro­du­zione, li ha sot­tratti allo sguardo pub­blico. Sono come le community gated delle metro­poli: zone dove lo stato di ecce­zione – limi­ta­zione dei diritti e della libertà per­so­nale – è la nor­ma­lità. Per gli atti­vi­sti e ricer­ca­tori del gruppo «Lavoro insu­bor­di­nato» sono espres­sione di un regime che non cono­sce faglie distrut­tive e dove la crisi è la chance che il capi­tale ha usato per affi­nare e ren­dere più sofi­sti­cate, e dun­que più potenti, le forme di assog­get­ta­mento e di com­pres­sione del sala­rio del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo pro­gram­ma­tico Il regime del sala­rio, che può essere scaricato dal sito inter­net di ∫connessioni precarie. Ha un’intro­du­zione di Ferruccio Gam­bino e saggi di Lucia Gior­dano, Isa­bella Con­so­lati, Roberta Fer­rari, Piergiorgio Angelucci, Eleo­nora Cap­puc­cilli, Flo­riano Milesi e Fran­ce­sco Ago­stini. Sono testi sulle nuove nor­ma­tive che rego­lano il rap­porto di lavoro, dal Jobs Act all’introduzione dei voucher al job sha­ring. E se per il Jobs Act il lavoro cri­tico è faci­li­tato dalla mole di mate­riali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Mat­teo Renzi come pana­cea per la pre­ca­rietà dif­fusa e la disoc­cu­pa­zione di massa, meno facile è invece restituire il valore per­for­ma­tivo che le dispo­si­zioni sui vou­cher e il job sha­ring hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto ana­li­tico pro­po­sto è effi­cace e con­di­vi­si­bile. Più pro­ble­ma­ti­che sono le pro­po­ste poli­ti­che avan­zate nel volume. Non per­ché impos­si­bili, ma per­ché pro­ble­ma­tica è la pro­spet­tiva indi­cata come neces­sa­ria: orga­niz­zare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, fram­men­tate, sem­pre più indi­vi­dua­liz­zate. È con que­sta pro­spet­tiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle pro­po­ste avan­zate è infatti il limite che si incon­tra quando si cerca di lace­rare il velo che occulta il lavoro con­tem­po­ra­neo. Fanno dun­que bene gli autori a nomi­narlo. Non ci sono infatti facili scor­cia­toie da imboccare.

Il mime­ti­smo che paga

Il Jobs Act è rite­nuto la forma giu­ri­dica che isti­tu­zio­na­lizza la pre­ca­rietà. Mat­teo Renzi e la sua squa­dra di governo hanno aggi­rato lo sta­tuto dei lavo­ra­tori vigente, modifican­done l’articolo 18 (quello sul licen­zia­mento senza giu­sta causa), ma non si sono mai sca­gliati con­tro la «filo­so­fia» garan­ti­sta dello Sta­tuto. Hanno mime­tiz­zato l’obiettivo – ren­dere nor­male la pre­ca­rietà – con la reto­rica di svi­lup­pare forme di tutela per i giovani pre­cari. Così facendo sono però riu­sciti a pro­durre con­senso all’istituzionalizzazione della pre­ca­rietà, visto che il Jobs Act per­mette il licen­zia­mento e pre­vede forme di signi­fi­ca­tivi sgravi con­tri­bu­tivi per le imprese, moti­vando le misure come incen­tivi all’assunzione dei lavo­ra­tori a tempo deter­mi­nato e dun­que alla cre­scita occu­pa­zio­nale, cre­sciuta sopra il 10% dopo il 2008 a causa della crisi eco­no­mica glo­bale. Che que­sto non sia acca­duto è oggetto della pole­mica poli­tica quo­ti­diana, con errori e omis­sioni da parte del Mini­stero del lavoro, come ha testi­mo­niato e denun­ciato la ricer­ca­trice Marta Fana sulle pagine di que­sto gior­nale. Nel volume di «Lavoro Insu­bor­di­nato» viene però messo in evi­denza un altro aspetto, meno pre­sente nella discus­sione pub­blica. Il Jobs Act rati­fica anche la compres­sione sala­riale in auge da decenni in Ita­lia. Pre­ca­rietà e salari sta­gnanti sono inol­tre le fon­da­menta della pro­gres­siva e ten­den­ziale tra­sfor­ma­zione del lavoro vivo in un eser­cito di wor­king poor.

Recensione_Regime_Morlock

Ma que­ste, direb­bero i soliti buon infor­mati, sono cose note. Meno evi­dente è la diffu­sione dei vou­cher e del job sha­ring. Sull’uso dei vou­cher poco si sa. Le recenti statistiche par­lano di una cre­scita espo­nen­ziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della pos­si­bi­lità da parte delle imprese di «assol­dare» lavo­ra­tori e lavo­ra­trici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cam­bio di un vou­cher che può essere riti­rato dal sin­golo in alcuni luo­ghi pre­po­sti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tec­nica parla di lavoro occa­sio­nale — che non pre­vede nes­suna forma di rego­la­men­ta­zione della pre­sta­zione lavo­ra­tiva. Il sin­golo, infatti, non ha un con­tratto o una forma di collaborazione codi­fi­cati dal diritto del lavoro. È solo fis­sato un tetto eco­no­mico – i voucher non pos­sono supe­rare la cifra dei 7mila euro l’anno per il sin­golo lavo­ra­tore – ma nulla più. È una delle forme più radi­cali di pre­ca­rietà che sono state impo­ste al lavoro vivo. E con­tem­pla anche una colo­niz­za­zione del tempo di vita: il sin­golo deve essere pronto a lavo­rare in ogni momento. A ragione, i vou­cher sono con­si­de­rati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che sca­rica inol­tre sui sin­goli l’attivazione di tutele indi­vi­duali riguardo la pen­sione, la for­ma­zione, la salute. Devono cioè intra­pren­dere la discesa negli inferi della pri­va­tiz­za­zione del wel­fare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la con­di­vi­sione tra due per­sone della stessa mansione.

Imma­gi­nata come una forma di tutela per le donne entrate nel mer­cato del lavoro ma che non vogliono rinun­ciare alla cura dei figli, il job sha­ring rivela anche in que­sto caso il pro­gres­sivo abban­dono dello Stato nei ser­vizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche que­sta nota. Ma que­sto si tra­duce in una condizione di assog­get­ta­mento delle donne che con­di­vi­dono lo stesso lavoro. È infatti prero­ga­tiva loro tro­vare la com­pa­gna di «avven­tura»; e ricade su di loro la per­dita di salario e una scan­sione della gior­nata che solo i «crea­tivi» della pub­bli­cità pos­sono rappresen­tare come espres­sione di una onni­po­tenza fem­mi­nile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sem­pre senza mai scom­porsi e man­te­nendo un sedu­cente sor­riso sulle labbra.

Nep­pure i cosid­detti ammor­tiz­za­tori sociali sono omessi in que­sto volume: ogni acro­nimo e sigla usata nasconde la ridu­zione delle tutele a ele­mo­sine per i «senza lavoro». La disoc­cu­pa­zione è ridotta a fatto dome­stico, pri­vato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme com­pas­sio­ne­voli dell’assistenza ai poveri.

Orga­niz­zare l’inorganizzabile

È da qual­che lustro che mino­ranze intel­let­tuale e gruppi di atti­vi­sti segna­lano che uno degli effetti delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste è la tra­sfor­ma­zione dell’insieme del lavoro vivo nella mar­xiana «fan­te­ria leg­gera del capi­tale». Pos­sono essere molte le forme giu­ri­di­che usate, ma rimane il fatto, incon­te­sta­bile, che l’universo dei diritti sociali di cit­ta­di­nanza è stato sosti­tuito da dispo­si­tivi dove la cit­ta­di­nanza è vin­co­lata all’accettazione del «regime del sala­rio». Quello che veniva defi­nito come ten­denza, è quindi dive­nuto realtà.

Quale pro­spet­tiva poli­tica atti­vare per un lavoro vivo fram­men­tato, disperso, che spesso non ha luo­ghi dove incon­trarsi? «Orga­niz­zare l’inorganizzabile» non è solo una sugge­stione, bensì un pro­gramma di lavoro poli­tico per ren­dere mag­gio­ranza ciò che è patri­mo­nio di mino­ranze teo­ri­che e poli­ti­che. Il primo passo è il red­dito di cit­ta­di­nanza, va da sé, ma c’è un sug­ge­ri­mento del libro del quale fare tesoro.

Il red­dito di cit­ta­di­nanza non può essere imma­gi­nato come una inge­gne­ria istituzionale, dele­gando alla Stato sia le forme che le moda­lità di ero­ga­zione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assog­get­ta­mento dalle quali il red­dito di citta­di­nanza favo­ri­rebbe l’emancipazione ritor­ne­reb­bero sulla scena dei rap­porti di lavoro. Per que­sto va messo in rela­zione pro­prio con il regime del salario.

La presa di parola pro­prio del lavoro vivo nella sua ete­ro­ge­neità è certo un fat­tore pri­ma­rio, ma non riso­lu­tivo del pro­blema. Serve imma­gi­nare forme di scio­pero sociale efficaci. E atti­vare coa­li­zioni sociali, sot­traen­dole però alle alchi­mie auto­con­ser­va­tive che asse­gnano alle orga­niz­za­zioni sin­da­cali date e della cosid­detta società civile il ruolo di gate kee­per delle stesse coa­li­zioni sociali.

http://www.connessioniprecarie.org/2015/10/10/il-velo-alzato-sul-mondo-dei-morlock/

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Fuori dalla gabbia: il Progetto Parterre

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parterrelogoIn questi ultimi mesi sulle pagine dell'edizione cartacea di Senza Soste (e poi anche qui sul nostro sito) abbiamo raccontato molti progetti culturali sviluppati a Livorno (arte contemporanea, letteratura, musica). Progetti sempre più spesso nati da un lavoro collettivo, dalla collaborazione sinergica di più persone e di diverse professionalità. Progetti che in molti casi sono legati e connessi al recupero di luoghi e spazi urbani: pensiamo all'intervista con lo scultore Federico Cavallini (autore di un’opera sul Moby Prince che troverà finalmente spazio in Fortezza Nuova) o a quella con il Collettivo Miranda ad esempio.

La dimensione collettiva ed il rapporto con uno spazio urbano da riqualificare sono due elementi che ritroviamo anche in un interessante quanto ambizioso progetto lanciato recentemente da un gruppo di artisti e professionisti labronici con il supporto e sostegno del Comune di Livorno e la collaborazione di altri soggetti privati ovvero Il Parterre.

Promosso efficacemente durante tutta l'ultima edizione di Effetto Venezia, il progetto Parterre si propone nell'ottica di riqualificare un importante spazio verde di grande spessore storico come l'ormai ex giardino zoologico di Viale Carducci (già oggetto dell'iniziativa “Parco inclusivo” promossa dai Camminatori Folli) di realizzare un parco urbano di arte contemporanea. Per dare struttura e corpo a questo progetto è nata un'associazione ad hoc è stato realizzato un logo ed un apposito sito (oltre naturalmente ai social). Una associazione alla quale partecipano e collaborano diverse competenze e professionalità:  dagli artisti ai grafici, dai fotografi agli addetti stampa. Per farci raccontare meglio il progetto ci siamo così relazionati con il presidente dell'associazione Valerio Michelucci e con la responsabile della comunicazione Virginia Tonfoni.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Ottobre 2015 00:04 Leggi tutto...

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