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"Non essere cattivo", l'ultima regia di Claudio Caligari

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nonessere905-675x905Quando è l’unico approccio al reale che valga la sopravvivenza, la cattiveria non si sceglie e in quel caso è impossibile scrollarsela di dosso. Lo sanno bene Vittorio e Cesare, protagonisti di “Non essere cattivo” il terzo film di Claudio Caligari, tra le opere fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia. È il 1995 e siamo di nuovo a Ostia; la provincia non è cambiata molto da quando il regista vi ambientò il suo primo film “Amore tossico”. Stesso lungomare deserto e struggente, una tranquillità marittima chiara sulla quale continua a brillare, come un’arma bianca nella notte, la rabbia strafottente e disperata dei ragazzi della borgata. Nella scena iniziale i protagonisti si scambiano le medesime battute di allora, l’uno infama l’altro per essersi comprato un gelato invece di una dose. Vendere, comprare, consumare: la droga come motore del tutto, senza che diventi però -nel cinema di Caligari, che quel mondo lo racconta da sempre- il tema centrale del film. Lo dice anche Vittorio a Linda, la ragazza della quale si innamora, salvandosi - «ao’ stanno tutti in fissa co’ ‘sta droga»: come se fosse il male peggiore, come una peste da circoscrivere e debellare. Nella realtà che Caligari racconta, la droga c’è, è un dato di fatto delle vite dei ragazzi di strada, una croce del passato dalla quale non ci si libera, ma anche una fonte di ingresso. È qui che il film mostra la sua prima virtù: mai retorico, è privo di qualsiasi manierismo, non propone giudizio, non fa proselitismi, ma si limita a raccontare con semplicità, incurante delle mode e volutamente agé nello stile, la vita di Vittorio e Cesare, colti nel tentativo di diventare adulti e di non essere cattivi. L’unico spiraglio di speranza e di possibile salvezza si apre nell’amore familiare, nei legami di sangue, ma di nuovo il regista rifugge la possibilità di lieti fini rassicuranti e salva solo coloro disposti a continuare a soffrire. Alcuni risvolti della trama sono prevedibili, è vero; del resto è plausibile che certi eccessi portino a sciagure annunciate. Ma nella sua modestia, anche di mezzi (Valerio Mastrandrea, grande amico del regista, ha scritto a Martin Scorsese perché contribuisse alla produzione del film), “Non essere cattivo” è un film equilibrato e profondo, sobrio nella sua drammaticità. Così, libero dal dover giustificare la scelta e il trattamento del soggetto, Caligari infonde vita e autenticità al quadro che dipinge: non ha prezzo l’ironia che anima i dialoghi tra i ragazzi della banda, lo sfottò sempre sulla punta della lingua, quel romanesco sguaiato che trascina le vocali e da voce alla borgata e vita all’idroscalo di Ostia. In una rara scena di serenità i ragazzi giocano una scalcinata partita a calcio in spiaggia: ci viene da cercare sulla sabbia le traccia dei pneumatici che calpestarono il cadavere di Pier Paolo Pasolini, assassinato proprio lì, una notte di 40 anni fa. La poesia cinematografica di Caligari gli è debitrice: scomparso giusto dopo aver finito il montaggio di questo film, a fine maggio, Claudio Caligari rimarrà con il collega bolognese nell’olimpo delle grandi perdite artistiche italiane, annoverato tra quelli autori unici e spesso fraintesi, senza i quali il nostro cinema non potrà essere più tanto speciale.

Per Senza Soste, Vita Fini Rognoni

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